
La normalità dei sensi in
Undicimila verghe

Il viceconsole Bandi Fornoski se ne stava tutto
nudo nel suo salotto. Era sdraiato su di un
soffice sofà, con la lancia in resta; e vicino a
lui c'era Mira, una bruna montenegrina che gli
titillava i testicoli. [...] In un altro angolo,
su di un canapè, due belle figliole dal gran
culo si palpeggiavano lanciando dei piccoli
"ah!" di voluttà. Mony si sbarazzò rapidamente
dei vestiti, poi, con l'uccello in aria, ben
ritto, si precipitò sulle due porcellone
cercando di separarle. [...]
Poi ne afferrò una e voleva baciarla sulla
bocca. Era Toné, una graziosa bruna il cui corpo
tutto bianco aveva, nei punti nevralgici, dei
seducenti nei che ne esaltavano il candore;
anche il suo viso era pallido, e un neo sulla
guancia sinistra rendeva ancor più stuzzicante
l'aspetto di quella graziosa.
[...] La sua bocca suggeva a turno le dure tette di
Toné, e posandosi sul collo o sulla spalla vi
lasciava dei succhioni. Le sue mani tenevano
saldamente quel gran culo saldo come un'anguria
soda e polposa. Palpava quelle chiappe regali e
aveva insinuato l'indice nel buco del culo,
d'una strettezza ammirevole. Il suo grosso palo,
che rizzava sempre di più, batteva sulla breccia
di un'incantevole fica di corallo adorna di un
vello nero lucente. Lei gli gridava in rumeno:
"No, non me lo infilerai!" e intanto dimenava le
belle cosce tornite e grassottelle. Il grosso
cazzo di Mony aveva ormai, con la sua rossa
testa infiammata, sfiorato l'umido antro di Toné.
Costei si agitò ancora, ma così facendo lanciò
un peto, non un peto volgare, ma un peto dal
suono cristallino che le provocò un riso
violento e nervoso. La sua resistenza venne
meno, le cosce si aprirono e il grosso ordigno
di Mony aveva già nascosto la testa nell'antro
quando Zulmé, amica di Toné e sua compagna di
sollazzi, si impadronì bruscamente dei coglioni
di Mony, e, strizzandoli nella manina, gli
provocò un dolore tale che il cazzo fumante uscì
dal suo ricettacolo con gran disappunto di Toné,
che stava già dimenando il suo grosso culo sotto
la vita sottile.
[...] Le due monelle Toné e Zulmé, compiaciute del
giochetto, risero un poco, poi, rosse e
ansimanti, ripresero le loro manovre
abbracciandosi e leccandosi davanti al principe
rimasto mogio e stupefatto. I loro culi si
alzavano in cadenza, i loro peli si mescolavano,
i loro denti sbattevano gli uni contro gli
altri, i loro seni di seta, sodi e palpitanti,
si strofinavano a vicenda. Infine, stordite e
gementi di voluttà, vennero entrambe, mentre il
principe ricominciava ad eccitarsi. Ma vedendole
ambedue così sfinite dai loro traffici, egli si
rivolse verso Mira che continuava ad armeggiare
col cazzo del vice-console. Vibescu si avvicinò
pian piano e facendo passare il suo bei cazzo
tra le grosse chiappe di Mira, lo insinuò nella
fica socchiusa ed umida della giovane che, non
appena sentì quella testa che la penetrava,
diede un colpo di reni che fece entrare anche il
resto. Poi continuò i suoi movimenti
disordinati, mentre con una mano il principe le
accarezzava il clitoride e con l'altra le
vellicava le tette.
[...] Ben presto i movimenti divennero più vivaci e più
bruschi; il principe si faceva sempre più
addosso a Mira che ansimava stringendo le
chiappe. Il principe le morse la spalla e la
tenne così. [...]
E si accasciarono in un orgasmo comune restando per un
momento annientati. [...] Il vice-console di
Serbia aveva acceso una sottile sigaretta di
tabacco orientale. Non appena Mony si fu
rialzato gli disse: "Adesso, caro principe, è il
mio turno; ho atteso il tuo arrivo ed è per
questo che me lo son fatto menare da Mira, ma ti
ho riservato il meglio. Vieni mio dolce cuore,
mio bei culetto, vieni! che te lo metto".
Vibescu lo studiò per un istante, poi, sputando sul
membro che il vice-console gli presentava,
proferì le seguenti parole: "Ne ho abbastanza di
farti da ganza, tutta la città ne parla".
Ma il vice-console, sempre col cazzo duro, si era
alzato ed aveva preso un revolver.
Ne puntò la canna su Mony, che, tremando, gli offrì il
didietro balbettando: "Bandi, mio caro Bandi, tu
sai che t'amo, inculami, inculami".
Bandi, sorridendo, fece penetrare il suo cannone nel
buco elastico che si trovava fra le due chiappe
del principe. Come fu dentro, mentre le tre
donne stavano a guardare, si dimenò come un
ossesso bestemmiando: "Sacramento! Godo,
stringi, mio bei gitene, stringi che godo,
stringi le tue chiappe incantevoli". E scaricò,
con gli occhi spiritati, con le mani artigliate
su quelle spalle delicate. |
Ciò che ti proponiamo per questa sessione è uno dei
nostri pezzi preferiti. Scusa quindi se siamo di parte,
ma credo sia un'ottima scuola per tutti.
Parleremo di Apollinaire e delle sue Undicimila
Verghe.
Il capitolo è dedicato a Mony Vibescu, viceconsole. Una
personalità bizzarra, al limite del paradossale.
L'intero romanzo si concentra su scene di sesso
continue senza che queste appaiano banali, scontate,
volgari. La sua è una descrizione fantasiosa, si leggono
infatti diversi termini di paragone attraverso i quali,
con inaspettato candore, si snodano tutte le vicende. Le
forme non sono mai stilizzate, al contrario ci appaiono
sempre piene, rotonde. Un tripudio di felicità a
prescindere dal contesto. Compaiono le tinte della
pelle, le forme dei nei sui visi, le differenze
cromatiche dettate dal piacere e argomenti quasi più
disdicevoli quali gli escrementi, i rumori del corpo di
cui tutti - o quasi - hanno pudore.
Questa è a nostro avviso la predominante, il filo
conduttore del libro stesso. L'allegria, l'ilarità. Una
condivisione piena, ludica. L'ironia che traspare è il
segno di un grande maestro capace di trasferire spessore
ironico (davvero difficile) ad argomenti già di per sé
delicati.
Sembra quasi che Mony, come le donne citate nel pezzo,
non possa fare a meno del piacere, anche quando transita
obbligatoriamente attraverso l'umiliazione di due
signore dai costumi facili, dedite alla lussuria
spogliata dai pregiudizi. In questa stesura, Mony cerca
di accaparrarsi l'attenzione di Zulmé e Toné. Queste,
nella scena descritta, non degnano di alcuna attenzione
Mony, che fa di tutto per intrufolarsi tra i corpi
sudati e voluttuosi delle donne.
Da notare, e a nostro avviso da sottolineare, la
capacità di Apollinaire di descrivere l'intera scena con
candida leggerezza, come se raccontasse un paragrafo di
vita normale nel suo essere per certi versi torbida. Da
notare la differenza di corporatura: qui dilaga
l'abbondanza delle forme, le donne sono piene, tonde, al
limite di quello che oggi sarebbe considerato troppo,
ovvero grasso, poco piacente. La moda non era ancora
arrivata e, quindi, ci si abbandonava a questa
abbondanza nella quale Mony cerca di sprofondare. Ma non
solo.
I rapporti, con notevole nonchalance, passano da
eterosessuali a omosessuali senza che nessuno si
scomponga o si senta alterato nello spirito o
nell'anima. Nessuno ricorre all'uso di droghe o alcool,
nessuno percepisce questo tipo di lussuria come
un'evasione, un modo per trasgredire. Qui, in effetti,
non si trova la minima ombra di trasgressione come la si
intende oggi, non esiste il bisogno di stimoli maggiori
che spingano altrove i limiti, le barriere. Qui tutto
appartiene alla normalità dei sensi senza filtri, al
candore dei piacere atavici.
Mony, nella vicenda riportata, cerca prima di
accaparrarsi l'attenzione di Zulmé; non riuscendoci,
ritenta con Toné. Quindi non è importante con chi, è
importante la soddisfazione a prescindere. Nel frattempo
nella stanza un altro uomo si sta intrattenendo con una
signora la cui posizione regala la visione delle natiche
a tutto tondo: un'apertura, una spaccatura soda da
frutto maturo e succoso come sembrano essere tutte le
donne citate. Mony, senza nessun problema di sorta,
passa dalle due signore troppo occupate nel loro piacere
saffico, all'unica rimasta. Vede nel suo dondolare il
bel culo tondo e sodo, la possibilità di soddisfare quel
piacere che lo aveva accompagnato sin dall'ingresso
nella casa. E quindi si sfoga su di lei. La giovane
ricambia con soddisfazione e, nello stesso tempo, non
abbandona l'altro viceconsole mollemente sdraiato sul
divano, l'altro uomo presente nella scena nonché
proprietario e signore di casa. Quindi leggiamo di un
rapporto a tre e, accanto a loro, di un rapporto
omosessuale.
Sembrerebbe la trama di una sceneggiatura porno, ma la
maestria di Apollinaire mantiene il racconto sulla
stessa falsariga iniziale: piacere, leggerezza e
allegria. Qui nessuno perde; vincono tutti, tutti sono
felici e soddisfatti.
Nel finale, dopo aver goduto con la giovane in
ginocchio, Mony subisce suo malgrado - ma non senza
piacere - la sottomissione ai comandi lussuriosi del
padrone di casa, lasciandosi sodomizzare senza troppe
storie; è intuibile che non fosse la prima volta...
A prescindere quindi dal contesto, Apollinaire ci
regala una storia sincera, priva di complicazioni, dove
la predominante rimane la voglia, il piacere, la
lussuria indiscussa.
A nostro avviso, un vero capolavoro.
Tecnicamente ti suggeriamo di notare la qualità
descrittiva, il ritmo scandito come un metronomo e il
contesto, la descrizione delle persone all'interno del
periodo sociale e storico.
E’ come ascoltare una bella canzone, non è mai fuori
tempo. Le descrizioni sono così abbondanti e peculiari
da risollevare la scena evitando di cadere nello
scontato e nella banalità.
Hai colto l'ironia, la leggerezza? A nostro avviso la
sua grande capacità è proprio questa: non annoiare, non
imitare, non esaltare.
Un ultima cosa: quando scrivi, rileggiti ad alta voce,
ascoltati. In questo modo saprai dare il giusto tempo,
il ritmo, la cadenza. Ci stiamo riferendo alla
punteggiatura, basilare quando si scrive. Serve
soprattutto per comunicare nel modo corretto ciò che si
vuole raccontare. |
|

|

|
|