Dicono di lei

 

«Come si sente oggi?».
«Mah, bene».
«Non mi sembra tanto convinta».
«Dottore, ho trovato traffico venendo qui e il traffico mi innervosisce. Anzi, mi stupisco sempre di quanto una piccola cosa come un ingorgo possa cambiarti l'andamento della giornata».
Viola si accese una sigaretta dopo aver cercato per qualche minuto nelle tasche della giacca.
«Non si può fumare qui».
«Avrebbe dovuto dirmelo prima, dottore. Sa quanto costa una sigaretta?».
«Non fumo, non posso saperlo».
«Questi sono venti centesimi che butterei nel cesso se lei ora me la facesse spegnere».
«Non le sembra che sono venti centesimi buttati nel cesso, come dice lei, anche ora che la sta fumando?».
«Almeno godo di qualcosa. È un vizio a cui non voglio rinunciare».
«Non ha altre cose di cui godere?».
«Direi di no».
«E un sogno? Un sogno ce l'ha?».
Viola accavallò le gambe lentamente. Il frusciare sordo del tessuto sembrò rimbombare nello studio.
«Sì. Anzi, mi ha ricordato che stanotte ho fatto un sogno».
«Uno dei suoi soliti sogni?».
La ragazza cercò con gli occhi qualcosa su cui spegnere la sigaretta.
«Non ha un posacenere qui dentro?».
«Gliel'ho detto che non si può fumare».
Dopo pochi secondi di tentennamento la gettò a terra schiacciandola con il tacco.
Il dottore seguì con gli occhi la scia di fumo dissolversi nell'aria. Si stropicciò i capelli chiari con le mani, come se avesse prurito, poi passò le dita a mo' di pettine di nuovo all'indietro.
«È nervoso?».
«Perché mi fa questa domanda?».
«Perché quando si tocca i capelli vuol dire che qualcosa la preoccupa».
«Signorina, non dovrebbe fare domande, ma solo darmi risposte. Mi vuole raccontare il sogno che ha fatto?».
«Ero distesa su un grosso letto. Le lenzuola erano tutte ammassate sotto il mio sedere. Io cercavo di toglierle, ma non riuscivo».
«Chi o cosa glielo impediva?».
«Un uomo».
«Un uomo?».
Viola accese un'altra sigaretta, ma ebbe l'accortezza, stavolta, di aprire la finestra. Camminò lentamente passando davanti al dottore senza degnarlo di uno sguardo.
«Le dispiace continuare?».
«Insomma, quest'uomo era sopra di me e non mi faceva muovere, mi dava un senso di soffocamento. Mi capisce dottore?».
«Certo. Lei cos'ha fatto allora?».
«All'inizio ho cercato di allontanarlo».
«Come?».
«Avevo puntato le mani al suo petto e provavo a spingerlo via da me ma...».
«Ma?».
Viola sbuffò e una nuvola di fumo si condensò nell'aria.
«Lui era molto più forte di me, ovviamente».
«E quindi cos'ha fatto a quel punto?».
«Ho creduto che non sarebbe servito a niente ribellarsi. E così l'ho lasciato fare».
«Cosa gli ha lasciato fare esattamente?».
«Be', dottore... quando un uomo e una donna sono nudi e vicini è normale che...» disse la ragazza abbozzando un sorriso.
«Lei non mi aveva detto di essere nuda».
Viola si alzò lentamente e si avvicinò alla finestra aperta. Con due dita gettò la sigaretta oltre il davanzale e la guardò finire di sotto, sul marciapiede.
«Devo averlo dimenticato» ribadì con una scrollata di spalle.
«Avete fatto del sesso orale?».
Lei voltò la testa per guardarlo.
«Perché me lo chiede?».
«Nella psicologia il sesso orale ha precisi significati. Quindi, mi dica, lei lo ha fatto a lui o viceversa?».
«Dottore, considero il sesso orale come qualcosa da offrire, non da ricevere. La passività che denota riceverlo, per me, è simile alla morte».
«Va bene. Continui».
«Allora, quest'uomo mi è sopra e la cosa all'inizio mi infastidisce. Sento il suo respiro sul collo. Ma non è un respiro leggero; è di quelli affannati, pesanti».
«E cosa ha fatto per evitarlo?».
«Niente».
«Niente?».
«No, proprio niente. E quest'uomo credo abbia preso il mio star ferma come una sorta di assenso, perché...».
«Perché?».
«Perché ha iniziato a leccarmi la faccia».
«Cosa sentiva mentre lo faceva?».
«Aveva la lingua come quella dei gatti».
«Come quella dei gatti?».
«Sì, ruvida. Ruvidissima».
«E questa cosa le piaceva o la disturbava?».
«A parte il contatto iniziale, devo dire che mi piaceva».
«E cosa ha fatto lei di rimando?».
Viola iniziò ad arrotolare una ciocca di capelli attorno al dito.
«È Klimt quello?».
«Cosa?».
«Dico... il quadro appeso alle sue spalle. È una riproduzione di Klimt?».
«Sì, ma non vedo cosa c'entri. Continui con il sogno».
«Posso togliere la giacca, dottore?».
Aveva un modo strano di pronunciare la parola dottore. Lo faceva mettendo la lingua tra i denti quando pronunciava la d e la t. Piegò la testa da un lato mentre aspettava una risposta.
«S-sì, certo» rispose lui dopo qualche secondo.
Viola tolse la giacca piegandola sullo schienale della sedia e accavallò di nuovo le gambe.
Il dottore si schiarì la voce e allentò un poco il nodo della cravatta.
«Si sente bene, dottore?».
«Certo. Vuole andare avanti nel racconto?».
«Sì, dove... dove ero arrivata?».
«Al gatto».
«Al gatto?».
«Sì, alla lingua ruvida del gatto».
«Ah già. Dicevo... quest'uomo inizia a leccarmi tutta la faccia a lingua piena. Gli occhi, il naso, le guance. Passava la lingua su tutto il mio viso. E iniziavo a sentire che... insomma, che lì sotto...».
«Cosa?».
Viola tirò giù la gonna afferrandola con entrambe le mani e si sistemò meglio sulla poltrona.
«Sì, insomma... lo sentivo eccitato».
«E cosa è successo?».
«Mi è venuta voglia di accarezzarlo, ma non sono riuscita».
«Perché?».
«Lui. Mi ha preso e mi ha ribaltato, facendomi finire con le ginocchia piantate sul materasso, attorno alle sue gambe».
«Quindi la situazione si è rovesciata».
«Esatto. Mi sono trovata sopra di lui».
«E come si è sentita?».
Viola guardò il dottore con aria seria.
«Lo sa, dottore, quanto mi piaccia essere al comando».
«Sì, certo. Me l'ha detto molte volte».
L'uomo tirò ancora il nodo della cravatta che si afflosciò alla base del collo.
«Dottore, non se la prenda a male».
«Come?».
«Voglio dire, non deve considerarlo un fallimento se, anche con le terapie, non è cambiato niente». La ragazza passava distratta la punta delle dita sul bordo della poltrona su cui era seduta. «Ho avuto di nuovo il solito, terribile appetito...».
«Vuol dire che...».
«Già» rispose lei con il labbro inferiore leggermente imbronciato. «Ho allungato le mani verso il suo collo».
«Mi scusi?».
Il dottore tossì con gli occhi bassi al pavimento.
«Ma sì, il sogno. Ho allungato le mani verso il collo dell'uomo e ho iniziato a stringere. Lui mi guardava turbato ma, all'inizio, ha cercato di non dare a vedere quanto fosse agitato».
«E poi?».
«E poi... man mano che stringevo i suoi occhi hanno iniziato ad aprirsi. Sempre di più. Ora che ci penso, mi sembravano enormi, mentre lo guardavo».
Inspirò.
«Ha anche provato a ribellarsi» continuò annoiata. «È solo che, in quel momento, ero molto più forte di lui. Continuavo a muovermi su quell'uomo a un ritmo incessante, la pelle del viso mi tirava per via della saliva che iniziava a seccarsi. Era fastidioso ma...».
«Ma?».
«Mi sentivo molto felice».
«E poi cos'è successo, se lo ricorda?».
«Ho sentito un calore immenso nel basso ventre. Lui stava per venire, o forse era già successo. È per quello che l'ho fatto».
«Fatto cosa?».
«Ho stretto di più, dottore. Ho stretto finché le braccia me l'hanno permesso. Ho visto il suo viso diventare rosso, rossissimo. Lui si dimenava, agitando le braccia e spalancando la bocca in cerca d'aria. Poi, lentamente, ha iniziato a perdere colore e diventare grigio, come una statua di cera...». Viola rimase in silenzio per qualche secondo. Si avvicinò alla parete, guardò il quadro da molto vicino passando i polpastrelli sui colori spessi della tela. «Sono... sono santi questi?» chiese indicando i personaggi imprigionati nel tessuto.
«Non saprei, forse sì».
«E da cosa lo deduce?» continuò a domandare con gli occhi fissi sullo stesso punto.
«Be'... mi ricorda l'ultima cena. Sa, per via della disposizione delle figure». Il dottore guardò l'orologio appeso alla parete. «Vuole continuare il suo racconto?».
Viola sembrò non ascoltarlo.
«Ho sempre sognato di raggiungere nella mia vita la loro stessa facoltà di donarsi, pur essendo consapevole che molti di questi personaggi cadono nel male più facilmente di quanto realizzino il bene».
Il dottore non rispose. Guardò la ragazza finché lei non tornò a sedersi.
«Non è d'accordo con me?» aggiunse lei.
«Continui il sogno» la incoraggiò.
«Be', non ricordo molto di più. Mi sembra di aver sentito, mentre lo soffocavo, un rantolo uscire dalla sua gola. Un lamento flebile e continuo, come un pianto di bambino». Si fermò e guardò l'uomo seria. «Quell'uomo stava per morire».
«È una cosa... è una cosa orrenda» disse il dottore inquieto. «Lei cos'ha fatto?».
Viola cominciò a passare le dita tra i petali di un girasole infilato in un vaso vicino alla sua poltrona.
«Io ho iniziato a scoparlo come si deve. Quell'uomo ha avuto un buon orgasmo... credo». Rimase in silenzio, come se stesse cercando le parole giuste. «Lo sa, dottore, che se togliamo ossigeno al cervello poco prima di raggiungere l'orgasmo, questo sarà ancora più devastante e meraviglioso del solito?».
«Queste cose non...». Il dottore bevve un sorso d'acqua dal bicchiere sul tavolo. «No, non lo sapevo».
«E visto che lui aveva avuto il suo... be', a quel punto toccava a me. Lui boccheggiava sotto di me, le mie dita pressavano la carne e le mie unghie avevano lasciato segni profondi sulla sua pelle».
Un mezzo sorriso le illuminò il volto.
«Sono venuta mentre lui cercava di immagazzinare aria. I miei gemiti hanno finalmente sovrastato i suoi lamenti, così ho pensato che, forse, aveva rinunciato a ribellarsi. E allora mi sono avvicinata alla sua bocca e ho tentato di baciarlo».
«Molto romantico. Il bacio della morte».
«Non si lasci andare a facili ironie, dottore». Viola iniziò a picchiettare nervosamente le unghie sul bordo del tavolino. «Quel bastardo mi ha morso».
«L'ha morsa? Dove?».
Viola si alzò e si avvicinò a lui, piegando il busto in avanti.
«Qui, proprio qui» disse mentre sporgeva il labbro inferiore verso di lui.
L'uomo rimase immobile, adagiato nella sua poltrona. Fissò le labbra della ragazza a pochi centimetri dal suo viso. Passò nuovamente le mani nei capelli incollando rigidamente il busto allo schienale.
«Ha un taglio. Come se l'è procurato?».
«Gliel'ho detto. Mentre soffocava, quello sciocco ha usato le poche energie rimaste per mordermi. Quindici minuti dopo ero seduta in bagno, su una confezione di carta igienica, a leccarmi le ferite sul labbro». Sospirò. «Era l'unico uomo che mi faceva del male baciandomi» disse seria.
«Ma quello era un sogno. La ferita, invece...».
«Dottore...» Viola si sporse ancora di più verso di lui, sovrastandolo dall'alto dei suoi tacchi. «Se io ora afferrassi la sua bocca e, con decisione, le mordessi il labbro, lei inizierebbe a sanguinare».
L'uomo si schiarì leggermente la voce.
«E le giuro che sarei in grado di farle passare la mezz'ora più incredibile e assurda di tutta la sua vita».
Il dottore non disse una parola.
«E domani...» Viola si avvicinò così tanto che lui ne sentì il respiro caldo alitargli sul viso. «E domani la situazione potrebbe risultarle così improbabile e il ricordo così sfuocato, che non avrebbe problemi a convincersi che ha solo sognato». Tornò a sedersi. «Sempre se fosse ancora vivo» sorrise.
L'uomo si alzò. Andò verso la finestra e guardò di sotto. La sigaretta era ancora accesa e fumava debolmente.
«Signorina». Si schiarì la voce. «Tutto questo non è certo un buon segno». Passò le dita tra i capelli e sfilò gli occhiali che prese a strofinare con un lembo della cravatta. «Forse dovremmo vederci più spesso» aggiunse.
«Uh?».
«Mi ha appena detto di aver ucciso un uomo».
«Non mi sembra di averle detto niente del genere, dottore. Una persona della sua cultura non dovrebbe tirare conclusioni affrettate».
«Lo ha soffocato, non è così? Lo ha soffocato mentre eravate a letto insieme».
Viola alzò le spalle mentre si stringeva attorno al dito una ciocca di capelli.
«Non si preoccupi, dottore» disse addolcendo la frase con un sorriso. «È stato solo un brutto sogno e lui era ancora vivo, quando mi sono svegliata».


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