


Racconto
selezionato per l'antologia Virtù & Peccato 2010
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Acqua sessuale (estratto)
"Mi chiedo come faccia a capire -
sempre - cosa, quando, come e dove sto facendo. So per
certo che il fatto di sapermi sdraiata a letto in quel
momento alimentò in lui una certa sfrontatezza. Non
disse nulla, ma ebbi la netta sensazione che stesse
sorridendo dall'altra parte del telefono. Sentivo solo
il rumore della pioggia. Era violenta adesso,
picchiettava sui vetri e sul tettino come se volesse
entrare".
Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.
"Sospirai. Poi mi chiusi la bocca con una mano. Sperai
non mi avesse sentito, invece mi chiesi subito se mi
stessi annoiando. Ci misi qualche secondo prima di
rispondere. Gli dissi di no. Gli dissi di continuare.
Lui fece un'altra pausa, poi mi chiese se potevo
togliermi gli slip".
"E lei?".
Viola guardò il dottore agitarsi sulla sedia. Sembrava
non trovare una posizione comoda.
"Io gli dissi di sì. Sfilai le mutandine e le lanciai
fuori dal letto. A quel punto sentii la sua voce
arrivargli dal fondo della gola. Bassa e profonda".
E allora c'è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.
Sto guardando, ascoltando,
con metà dell'anima in mare e metà dell'anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.
"Pronunciò il mio nome a bassa voce. Poi sospirò. Feci
finta di non farci caso e gli chiesi di continuare".
E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra
interamente il cuore,
vedo cadere un'acqua sorda,
a goccioloni sordi.
E' un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e di meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraversare le ossa.
"Iniziai a piangere".
"Perché lo fece?".
"Non lo so. Senza un reale motivo, suppongo".
Viola abbassò la testa al pavimento.
"Lui mi chiamò ancora, ma fu quasi un sussurro
attraverso il telefono. Non sono nemmeno sicura che
abbia pronunciato il mio nome. Chiusi la conversazione.
Lui non mi richiamò nemmeno. Sa sempre cosa fare,
dottore, e in quale momento. Sa quando tormentarmi e
quando lasciarmi affogare nel mio stesso sangue. Rimane
lì a guardarmi mentre annego. E quando ormai è troppo
tardi, allunga la mano e fa per prendermi, per tirarmi
fuori. Ma, di solito, è solo una finta".
Negli occhi di Viola era impressa la rabbia per non
riuscire a essere più forte di lui. Rabbia e
frustrazione per il fatto di continuare a peccare di
innocenza e ingenuità, davanti a un uomo che
rappresentava tutta la distruzione e l'annullamento che
sentiva.
"In fondo credo che lui goda nel vedermi soffrire; lo
ha sempre fatto. La cosa gli piace e non solo da un lato
puramente sessuale. Lui sa sempre cosa deve fare e non
perde occasione per farlo. Lui. Io, invece, mi sento una
ragazzina sperduta in un bosco. Continuo a chiedermi
perché sono così sciocca e malleabile, perché io
continui ancora oggi a piegarmi docile sotto la spinta
delle sue mani. Non capisco perché, ogni tanto, non si
possa decidere di annegare, di perdere i sensi e perché
dobbiamo forzatamente, sempre, rimanere lucidi e
coscienti. Solo una stupida si farebbe influenzare da
una ridicola poesia letta al telefono da chissà quale
schifoso buco di parcheggio. I miei slip erano finiti
sulla mensola del soggiorno. Li avevo lanciati in alto,
ma non pensavo così tanto".
(continua...) |
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