
Alice
nel paese delle pornoviglie (part n.1)
"Alice! Togli quei gomiti dal
tavolo!", le gridò dietro Iris la governante, sciocca e
insulsa donna di mezza età senza marito né famiglia,
assunta dalla madre per ricordarle, in ogni singolo
momento della giornata, quanto fosse poco educata.
"Si mastica a labbra unite; a nessuno interessa il
travagliato movimento che accade nella tua bocca. E, per
favore, bocconi limitati!".
Alice la guardò da sotto in su, con le guance gonfie di
mela alla cannella. Prese il fazzoletto che aveva
piegato sulle gambe e, ripiegandone un angolo, tamponò
con fare esageratamente garbato il contorno delle
labbra, ripulendosi dei pezzetti di arancia e mango
reduci del dessert. Poi si allungò sulla sedia
distendendo la schiena all'indietro e slacciando la zip
laterale della gonna.
"Alice... che fosse poco elegante allungarsi la cintura
a tavola lo scrissero già nel tredicesimo secolo".
"Uff...", fu la risposta di Alice mentre si tirava
dritta e richiudeva, a fatica, la cerniera. "Posso
andare a fare un giro?", chiese poi.
Iris le rispose silenziosamente storcendo la bocca.
"Per favore! Solo due passi per digerire! O preferisci
qualche sonoro ringraziamento per il pranzo?", chiese
ancora ridendo e aprendo la bocca come se stesse
preparandosi per un rutto.
La donna saltò sulla sedia e, sconvolta, scosse la
testa.
"Vai, vai! Ma fra mezz'ora ti rivoglio qui, puntuale!
Tua madre potrebbe sentirsi male se sapesse che hai già
perso due lezioni di canto".
Alice si alzò da tavola facendo cadere il tovagliolo a
terra e, stava già per scappare fuori, alla luce del
sole, quando Iris la chiamò a gran voce.
"Aspetta! Ho dimenticato di darti questo".
E così dicendo tirò fuori dalla tasca della larga
palandrana un piccolo cofanetto in velluto rosso, chiuso
con un nastro.
"Cos'è?".
"E' un regalo del figlio del conte di Capotondo",
rispose lei strizzandole l'occhio in un sorriso
sornione.
"Non mi interessa", disse la ragazza con aria
strafottente facendo una piroetta su se stessa in modo
che la gonna si gonfiasse mettendo in mostra le
mutandine bianche di cotone.
"E copriti, per favore", disse tirandole giù la gonna e
su la scollatura della camicia che faceva intravedere
l'attaccatura dei seni. "Pensa tua madre come sarebbe
contenta se ti vedesse sposata a un gentiluomo del
genere! E' un ottimo partito".
"E allora perché non te lo sposi tu?".
"Ma dagli almeno un'occhiata. Vuoi?", disse Iris
porgendole il piccolo scrigno tra le mani.
Alice lo prese e lo aprì lentamente. Una sottile
catenina in oro bianco racchiudeva una grossa pietra
rossa.
"E' un granato...", disse Iris soddisfatta.
"Mmh... mi aspettavo un diamante", le rispose Alice
scrollando le spalle e infilando in tasca il cofanetto
dopo averlo richiuso con uno scatto. "Mandagli un
biglietto di ringraziamento", aggiunse poi correndo
verso la porta.
"Ma Alice...".
"Ci vediamo fra mezz'ora!", urlò quando ormai era
fuori.
Iris scosse la testa mentre accatastava i piatti del
pranzo appena consumato.
Alice, la carne non si tocca con le mani. Alice, la
forchetta non si usa per schiacciare il cibo né per
inforcare due bocconi alla volta. Alice, se non ti piace
la mollica del pane, lasciala da parte, senza giocarci o
farci delle palline...
"Alice di quà, Alice di là. Ma che noia...", disse
mentre percorreva a passi svelti il viale che portava
alla fontana sul retro del giardino.
Iris non voleva che lei andasse alla fontana. Diceva
che ogni volta che vedeva Alice tornare da lì le sue
scarpe sembravano quelle di un mezzadro. E poi la fonte
si trovava nella parte nascosta del parco, dove Iris non
poteva controllarla.
"Che si fotta!", disse mettendosi subito dopo
velocemente una mano davanti alla bocca. Si guardò in
giro con occhi spalancati e lasciando la mano a coprirle
le labbra, come se quelle parole potessero scappare
fuori senza il suo controllo.
Non c'era nessuno. Il giardiniere era in pausa e sua
madre, beh, chi lo sa dov'era sua madre.
Allora tolse la mano e, con un sorriso furbo e
malizioso, iniziò a gridare correndo tra gli alberi.
"Che si fotta! Che si fotta! Che si fotta!".
Quanto la faceva sentire libera gridare parole che in
casa erano punite con scudisciate sul sedere nudo.
Raccolse un paio di margherite e le infilò nella tasca.
Le piaceva portare fiori in casa e poi riempire vasetti
con i loro petali e lasciarli vicino al letto, sul
comodino, in modo che profumassero la stanza. Raccolse
anche viole, mughetti e due tulipani presi dall'aiuola
che la madre aveva tanto insistito per far sistemare.
Arrivò alla fontana correndo e si sedette sul bordo,
bagnando l'orlo della gonna e inzuppando le scarpe di
fango.
Il marmo le sembrava più luminoso, l'acqua più limpida
e cristallina, i pesci più grossi e rossi.
Infilò una mano nell'acqua alzandosi la manica fino al
gomito e cercò di prenderne qualcuno rincorrendoli
mentre filavano via veloci. A un certo punto, avendo
sentito tra le mani sgusciarle via qualcosa, pensò quasi
che ce l'avesse fatta, ma quando chiuse il pugno si
ritrovò a stringere solo acqua fredda. Si avvicinò con
il viso al pelo dell'acqua e vide brillare qualcosa sul
fondo.
Un gioiello.
No, non era un gioiello. Troppo piccolo.
Si sporse tenendosi con una mano al bordo viscido della
fontana e, con l'altro braccio, iniziò a rovistare sul
fondo. Strinse il piccolo oggetto metallico tra le dita
e guardò con più attenzione.
"Una chiave...", disse piano mentre la tirava fuori
dall'acqua.
Una piccola chiave argentata con un cuore di pietra
incastonato sulla cima.
"E' rotta..." si lamentò notando la spaccatura che,
proprio al centro, divideva esattamente il cuore in due
parti uguali. "Deve averla persa il giardiniere. Chissà
cosa apre", continuò rigirandosi la chiave tra le mani e
asciugandola con il bordo della camicia.
"Sarà anche un po' ammaccata, ma ti porterà
all'entrata", sentì dire una voce profonda.
Alice si voltò, ma non vide nessuno.
"Chi ha parlato?", gridò.
"Guarda dall'acqua cosa fuoriesce. Sono io, sono qui,
sono il pesce".
La ragazza abbassò la testa rivolgendosi di nuovo alla
fontana. Un pesce aveva la testa fuori dall'acqua e la
guardava con i suoi occhi vitrei e lucidi.
"Se veloce tu sarai, la porta al più presto troverai",
continuò muovendo appena le piccole labbra.
Devo essere impazzita, pensò. I pesci non
parlano in rima. Anzi, i pesci non parlano, punto!
"Non fare la faccia inebetita, dovrai seguirlo come una
calamita", seguitò lo strano anfibio.
"Ma...".
"Ma-ma-ma", le fece di seguito il pesce. "Se veloce tu
sarai, la porta al più presto troverai".
Eh sì, era proprio il pesce a parlare, mentre si teneva
a galla muovendo velocemente le sue pinne giallastre.
"Ma come fai a respirare se sei un pesce?", chiese
Alice avvicinandosi a lui con il viso come per scoprire
il trucco di qualche strano incantesimo.
"Non c'è inganno e non c'è trucco, non star lì come un
allocco. Invece di tornare nelle tue alcove, non vuoi
sapere dove ti porterà la chiave?", chiese.
"Sì, certo. Ma perché proprio io? Cosa devo farci?".
"Tu domandi e io rispondo. Seguilo e troverai ciò che
io nascondo".
"Ma seguire chi? Seguire dove?".
"Ha una corona rossa senza essere un reale, non è un
orologio ma le ore si mette a segnare".
"Ha una corona rossa ma non è un reale? Che
significa?".
"Trovalo stando ben accorta, e lui ti porterà alla
porta".
E così dicendo il pesce guizzò fuori con un colpo di
pinna per rituffarsi subito dopo di slancio nell'acqua
della fontana.
Alice lo cercò con gli occhi sul fondo, ma i pesci
erano così veloci che lo perse immediatamente di vista
confondendolo con gli altri.
"Uff... E adesso?", si chiese sedendosi a terra e
guardando la piccola chiave sul palmo.
"Ha una corona rossa senza essere un reale... Mmh...
Non sono mai stata brava con gli indovinelli. Cosa
potrebbe essere?".
Si incamminò di nuovo verso casa tenendo la chiave
stretta nel pugno. Mancavano pochi minuti alla lezione e
non voleva sentir gridare Iris per un altro suo ritardo.
Passò sul lato della casa per strusciare i piedi
sull'erba e starsene qualche minuto al sole. Non poteva
presentarsi così, con le scarpe piene di fango e il
vestito bagnato.
"Non è un orologio ma le ore si mette a segnare...",
ripeté mentre, assorta, attorcigliava i suoi lunghi
capelli biondi attorno a un dito.
"Oh, al diavolo gli indovinelli!", disse alzandosi per
tornare in casa.
Fu proprio in quel momento che sentì un fruscio alle
sue spalle e, quando si voltò, fece appena in tempo a
vedere qualcosa nascondersi dietro la siepe.
Si avvicinò piano e in silenzio, poi con un balzo
scosse la fronda tra le mani. Se era un animale quello
che era nascosto lì dietro, sarebbe scappato via
spaventato.
E così fu.
Un piccolo gallo si scagliò fuori dalle fronde e prese
a correre come impazzito lungo il viale, prima di
addentrarsi nel boschetto del giardino.
"Ehi!", gridò Alice dallo spavento.
Senza pensarci un minuto di più, iniziò a correre nella
stessa direzione e si infilò tra gli alberi, poi si
fermò, cercando di calmare il respiro e tenendo le
orecchie tese per captare qualsiasi rumore.
"Eccoti!", gridò indicandolo con un dito mentre vedeva
il piccolo gallo passargli veloce davanti per sparire
ancora dietro un cespuglio.
Lo seguì correndo senza mai fermarsi, vide il gallo
sgattaiolarle davanti ancora e poi sparire di nuovo,
finché non lo trovò, dopo una buona mezz'ora,
appollaiato su un sasso.
Non si accorse, Alice, che gli alberi erano diventati
radi, l'erba meno verde, il cielo meno blu. Non si era
mai spinta tanto oltre nel suo giardino, fino al muro di
confine. Anzi, non si accorse nemmeno che quello non era
più il suo giardino, né si accorse subito della piccola
porticina, in ferro grigio e sporco, che spiccava tra i
mattoni al centro del muro di cinta.
Rimase sbigottita da quella scoperta. Non sapeva che ci
fossero porte e, al di là del muro, non poteva che
esserci la strada comunale.
Si avvicinò e poi si girò verso il gallo alle sue
spalle, ma questo era già sparito. Non poté far altro,
allora, che impugnare la piccola chiave e avvicinarla
alla serratura.
La chiave, così le sembrò, fece tutto da sola. Aderì
alla serratura perfettamente al punto che, tirandola con
forza, era ormai impossibile sfilarla. Girò senza alcun
rumore o fatica sotto la pressione delle dita così come
la porta stessa ruotò sul cardine, dolce e silenziosa,
quasi da sola.
Dire che Alice ne fu risucchiata sa di novella, fiaba o
leggenda. Quello che è sicuro è che non entrò in punta
di piedi né ebbe poi neanche molte indecisioni a
superare la soglia.
La porta si richiuse con un tonfo alle sue spalle e,
così com'era apparsa, scomparve.
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5 Commenti:
Valeria
09/12/2009
Be', quando mi sentirò ispirata :-) Ci sono tante cose che
vorrei far fare ad Alice. Vedremo... |
Satine
09/12/2009
Mi ha lasciata in sospeso! Quando pubblicherai la
continuazione? |
Ben
12/03/2009
Eh, chissà quella chiave dove porta... non vedo l'ora di
leggere il seguito |
Valeria
02/03/2009
Tu sai sempre tutto :-P Bacio :* |
Scé 01/03/2009
A me pare di conoscere anche il continuo... :-P |
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