Alter egoism
di Ucronia e Mr. Fungo



     Mi ritrovo in una radura circolare in mezzo a un bosco, un altare di pietra nel centro, la luna piena, il canto dei gufi.
     La donna spunta da dietro il fuoco, cantiamo una danza antica, propiziatrice, facciamo dei segni per terra, ci sporchiamo di essa, stiamo amando la natura e il nostro amore è suo.
     La notte è tersa, non una nuvola, solo noi e il canto dei gufi.
     Una notte intensa, difficile da spiegare, facile trovarcisi dentro e non accorgersene.
     L'altare è di pietra, ricoperto di muschio alla base.
     Vedo il suo seno bianco tra la luce delle fiamme, il chiaroscuro della pelle.
     Si distende sull'altare, mi offre il suo corpo; le traccio simboli antichi sulla pelle.
     Sollevo un calice di vino rosso, lo sorseggio e glielo offro, lei beve.
     Il vino si unisce ai sapori dei nostri corpi in estasi, ci amiamo, siamo solo noi in mezzo alla natura, sull'altare di pietra.


     Sono in ufficio, sbronzo della sera prima. Il capoufficio sbraita, dice che si lavora poco, forse è infelice, forse un po' stressato. Mi piace però, ha carisma, occhi grandi, sguardo profondo, la linea
scura dei baffi contorna due labbra leporine. Dovevate sentirlo la scorsa settimana al meeting, tutto preso dai discorsi sul marketing: "Perché noi siamo i migliori, la concorrenza ci fa una pippa, NOI non temiamo nessuno!", e così per due ore o più.
     Finita la ramanzina ritorno al lavoro, accendo il mio computer, mi appare la finestrina multicolore.
     Mentre aspetto, ricevo una telefonata dal mio amico, mi chiede cosa ho fatto ieri sera dopo che sono scomparso all'improvviso.
     Effettivamente non so che cazzo mi sia successo; gli rispondo: "Avevo bisogno d'aria". In realtà sono solamente confuso.
     Chiudo, mi immergo nella frenesia lavorativa. Schede, tabulati, organizer e urla del capoufficio.
     Non sono per niente concentrato, ho un'impressione: mi scappa la cacca. Vado in bagno. Mi accendo una sigaretta, quella fiammella mi ricorda qualcosa. Il suo seno. Mi eccito, butto la sigaretta, mi masturbo frenetico. Affanculo la cacca!
     Finito il tutto esco, affondo di nuovo le chiappe nella sedia della mia scrivania, ma mentre mi accingo a usare il multimediale, l'interfono mi chiama: "Il signor Walter Sigome è desiderato nell'ufficio del capo reparto".
     Sbuffo, un po' perché prevedo cazziatoni, un po' perché sento le gambe molli e non mi va di alzarmi.
     Fatto lo sforzo, mi dirigo dal capoufficio, busso, entro, mi accomodo. Lui mi guarda con il suo sguardo magnetico, se fossi una donna gli salterei addosso, ma per fortuna non lo sono.
     "Di' un po', ti droghi?".
     Lo guardo perplesso.
     "Ultimamente hai carenze di affetto?".
     Il mio sguardo si perde nel vuoto cercando una risposta (in effetti le cose con Mirna non vanno a meraviglia, ma che c'entra con il lavoro?).
     "Senti, ti osservo da un po', sembri confuso, ti aggiri per l'ufficio come se cercassi qualcosa, arrivi sempre in ritardo ai meeting, ma che hai?".
     Sempre zitto lo guardo come se fossi da un'altra parte. Ma che dice? Io? Aggirarmi, arrivare in ritardo?
     "Sei un buon elemento in quest'azienda, mi raccomando, non perdere la mia fiducia".
     "Grazie direttore, vedrò di non deluderla".
     La giornata va avanti così, tra una sigaretta, una telefonata, un documento da inviare, scambio due parole in chat con un’amica. Alle sette di sera sono a casa. Resto mezz’ora sotto il flusso bollente della doccia. Finirò per diventare un pollo bollito. Mi butto sul letto mezzo bagnato, mi giro a pancia sotto, chiudo gli occhi e di nuovo lei, il suo seno, il suo corpo aperto e bagnato sull’altare...
     E' un riflesso condizionato, l’immagine della donna tira come il filo di un burattino i miei nervi, il mio uccello risponde. Basta! Mi alzo, lo ignoro, sono giorni che continua così. Ogni notte nuovi particolari si aggiungono alla visione. Ora la vedo sempre meglio, sempre più dettagliatamente.
     Ormai conosco la grandezza dei suoi occhi neri e lucidi. Le ossa del bacino minuto sporgono da sotto la pelle quando apre le gambe per mostrarsi a me.
     Smettila di pensarci!
     Sento vibrare il materasso, è Mirna di sicuro, devo rispondere, non la sento da due giorni. Non sono più io, sono uno zombie che cammina, sono un essere che ha perso la sua volontà. Sono un mezzo uomo. Ritrovo la mia essenza nella realtà del sogno dell’altare. Ricordo chi sono, cosa voglio, cosa desidero. No, non è solo l’atto fisico di fare l’amore con lei, di essere dentro di lei, lei attorno a me, il suo calore che mi nutre, mi dà energia, mi indica la strada e vado in fondo, vado sempre in fondo con lei. Ma di giorno ritorna lo zombie.
     Mirna è incazzata con me, e ha ragione, ma io non ho proprio voglia di vederla. Ho provato a baciarla e chiudendo gli occhi ho visto il mio altare. Non posso, la sto tradendo da settimane e lei ha capito che c’è qualcosa che non va. Lei conosce solo questo me, non l’altro, quello che sogna, che desidera, che anela di essere vero, di avere un senso, di essere in armonia.
     Mi addormento e la sogno ancora.

     Stavolta il calice è vuoto.
     Mi guarda negli occhi, scende dall’altare e si avvicina a me, io sono in piedi, nudo davanti a lei.
     Lei si inginocchia continuando a guardarmi, mi abbraccia e si tiene forte alle mie natiche.
     Sono ipnotizzato.
     Apre la bocca e prende in bocca il mio cazzo e io non ho più la forza di guardarla.
     Li riapro appena in tempo per vederla raccogliere il mio sperma dentro il calice.
     Cado in ginocchio, sfiancato.
     Il suo sguardo è così intenso, felice, gioioso, soddisfatto.
     Ritorna a stendersi sull’altare, semi distesa allunga le braccia verso di me, implorante, le labbra socchiuse.
     Le offro il calice e lei beve.


     Le due di notte. Sono sbronzo, di nuovo. Cazzo, non ricordo neanche di aver bevuto! Esco a comprare le sigarette. L’aria è umida, calda, pregna di acqua e smog. Mi abbraccio alla giacca. Alzo gli occhi e il lampione mi rimanda una luce offuscata e fredda. Mi siedo sul bordo del marciapiedi, la testa tra le gambe.
     Quando? Quando è iniziato questo declino? Dove sei?
     Una Clio nera, sporca all’inverosimile, si ferma davanti a me. Scende un ragazzino a prendere le sigarette nel distributore da cui ancora io non ho preso nulla. La portiera resta aperta e riconosco il brano che suona dentro: “Per il tuo corpo altare e unica dimora, ti sto cercando”.
     Subsonica, Il cielo sopra Torino. No, per ora è solo il cielo sopra Palermo. E io ti sto cercando.






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