Amaranta (part n.1)
di Leila De Rocchi



    
Lei era lì... abbracciata stretta al suo ballerino, all’uomo per il quale era cambiata, per il quale aveva volontariamente costretto il suo corpo a una dieta drastica.
     Eccola... La danza frenetica di una bachata sensuale e fradicia di sesso.
     Il movimento drammatico del bacino, sul suo pube il pungolo del suo membro eretto, troppo grosso per poter essere trattenuto dalla stoffa leggera dei pantaloni, eroticamente proteso in una danza ossessivamente opprimente.
     La musica lasciava sulle loro membra una bava leggera, in piccole gocce cristalline rifletteva la luce dei loro corpi infradiciati dal ritmo ossessivo.
     Poi lei la sentì.
     La sentì svegliarsi come un gatto insonnolito che si torce le membra prima di lasciare che il sonno sfugga completamente.
     La ignorò.
     Ignorò quella svogliata e assopita brama che si muoveva in lei.
     Continuò a ballare col pungolo ossessivo del membro del suo ballerino che le si strofinava addosso.
     Poi, di nuovo, lei la sentì.
     Sentì un tuffo nella sua anima, come un cavallo imbizzarrito da troppo trattenuto dal gioco doloroso che di scatto si libera, lei l’avvertì svegliarsi.
     Se non fosse stata in una sala da ballo avvinghiata e sudata al suo ballerino, avrebbe urlato per il dolore provato.
     Sentì i suoi occhi aperti scrutarla dentro, verdi occhi affamati sondavano i suoi ricordi.
     Gli occhi sorrisero scoprendo la realtà.
     Scoprirono i suoi cambiamenti, le sue corse infinite verso l’uomo che la stringeva, le sue calde labbra che le rubavano baci e baci, e poi il suo doloroso rifiuto: "Non con una donna sposata, non posso".
     Poi vide la scelta di essere compagni nel ballo.
     Seppe.
     Seppe che era giunto il momento.
     Gli occhi risero nella sua anima.
     Il dolore lancinante le si mosse scivolando in ogni centimetro del suo corpo.
     Sofia si fermò.
     Nell’orecchio del suo ballerino supplice sussurrò una richiesta dolorosa ma necessaria: "Portami a casa".
     "Così presto?", le chiese Giacomo.
     Ma non protestò, pallida si sedette sul divanetto di pelle bianca aspettando che lui si vestisse, per andarsene, per portare lontano il dolore e il pericolo del risveglio.
     Luci stillavano nuova coscienza e si mossero davanti ai suoi occhi neri come la notte.
     Giacomo si chinò su di lei: "Come stai? Non mangi abbastanza... Devi piantarla con questa dieta", la sgridò dolcemente afferrandole la mano per aiutarla ad alzarsi, non l’aveva mai vista così debole, solitamente avevano gli stessi tempi e gli stessi ritmi, si muovevano nella sala da ballo senza essere d’impiccio l'uno all’altra, i loro corpi danzavano degli stessi ritmi.
     Lei si appoggiò al corpo caldo di Giacomo, un brivido di fame le corse lungo la schiena scendendo fino nel suo ventre, che si contrasse per il bisogno di averlo.
     Non era lei, non erano le sue sensazioni, ma la sua maledizione che si era svegliata, la fame che si svegliava.
     Sofia sapeva bene che doveva dominarla, ma sapeva altrettanto bene che non le sarebbe stato possibile.
     Avvertiva il respiro di Giacomo come non le era mai capitato, lo bramava addosso, bramava che il suo alito caldo si spandesse sulla pelle del suo collo, caldo e umido; sentiva il suo odore di uomo scivolarle nelle narici e tormentarla, desiderava quell’odore sulla lingua, sentiva la sua bocca ardere secca per il desiderio di succhiare la pelle madida di sudore di Giacomo.
     Non era lei.
     Quelle non erano sensazioni sue, la fame travolgente di sesso che la stava assalendo non era sua, il desiderio di nutrirsi, di lasciare che lui scivolasse in lei, dentro di lei, ardente la faceva impazzire.
     Quella era fame.
     Sentiva il mostro dagli occhi verdi chiedere di lui.
     Sentiva i suoi occhi roventi ucciderle la mente.
     La fame le attanagliava il ventre che morbido si bagnava alla necessità comunicatale dal mostro devastante che scrutava la sua anima.
     "Resta qua, siediti, prendo i cappotti, poi in macchina ti prendi una bella sgridata per la testa dura che hai", le disse sorridendole e allontanandosi.
     La fresca aria che proveniva dalla porta appena aperta da nuovi avventori le diede un attimo di sollievo e, seduta sui divanetti d’uscita, attendeva che di nuovo la brama di sesso bramisse lungo il suo corpo esausto.
     Doveva allontanarsi da lì.
     Doveva allontanarsi da Giacomo prima che lei perdesse totalmente il controllo delle sue azione, che facesse del suo corpo mezzo di nutrimento sessuale con tutti gli uomini che incontrava.
     Quello era il rischio.
     Quella la sua maledizione, essere portatrice di un succube, un antico demone nato direttamente dalle viscere dell’inferno e venuta al mondo solo per tormentarla.
     Era nata così, tutte le femmine della sua dinastia ne erano affette, l’unica cosa per tenere il demone dormiente era sposarsi con chi non si amava, fare una famiglia e poi spiegare alla figlia femmina, che inevitabilmente la sua maledizione avrebbe fatto nascere, come gestire senza amore né passione tutta la sua vita.
     Doveva tornare da lui.
     Doveva tornare dall’uomo che aveva scelto come compagno e che permetteva con la sua essenza vuota di mantenere in uno stato di sonno costante la sua succube.
     Lei lo aveva scoperto da adolescente, sua madre glielo aveva spiegato, le aveva buttato addosso la sua condanna spiegandole che il suo destino era di non amare ma solo di essere amata ferocemente, l’amore del suo compagno si sarebbe nutrito inesorabilmente dell’energia del succube controllandolo.
     Lei avrebbe vissuto tranquilla così, avrebbe avuto una famiglia, ma non la felicità.
     Cazzo, non la felicità.
     Nessuna donna del suo casato aveva conosciuto il vero amore o la passione che ti attanaglia le viscere con artigli famelici, e chi si era azzardata a non obbedire alle leggi del suo sangue era finita in qualche bordello a leccare la pelle di sconosciuti per nutrire all’infinito il proprio succube, prostituirsi per non morire di astenia, quella infatti era la fine.
     Se il succube sveglio non si nutriva, si moriva.
     Ma non era facile nemmeno scegliere la morte per astenia, poiché il succube non nutrito diventava un tale dolore da non essere ignorato.
     Sofia si malediceva, malediceva il giorno in cui aveva incontrato Giacomo.
     In quei maledetti occhi azzurri come l’oceano si era persa immediatamente, e in quelle onde aveva inesorabilmente finito per annegare.
     E ora il succube Amaranta si era svegliata, urlando famelica dentro di lei.
     Se le avesse permesso di nutrirsi di sesso non avrebbe più potuto placarla con suo marito.
     Suo marito talmente vuoto di energia da succhiare in continuazione la linfa vitale di Amaranta tanto da tenerla in un continuo letargo.
     La sentiva urlare nel suo ventre, bagnato pulsava incessantemente linfa ambrata che esigeva lo strofinio di un membro, e cazzo la sua mente la portava solo verso un pensiero: Giacomo dentro di lei.
     Ma gli uomini venivano marchiati da Amaranta, se Sofia le avesse ceduto avrebbe condannato Giacomo alla sua schiavitù, una volta assaggiato il sesso con un demone succube non era facile accontentarsi delle comuni mortali.
     Ma un normale rapporto non avrebbe accontentato Amaranta, lei voleva sesso, sesso continuo, quello era il suo nutrimento, e un uomo solo si sarebbe prosciugano per nutrirla.
     La sentiva urlare dentro di lei, le spingeva nella mente scene erotiche, membri enormi che la accontentavano, labbra voluttuose che bagnate di saliva succhiavano, spingevano, mordevano, volevano.
     Il fiato le mancò quando Giacomo le porse il cappotto, le sue mani forti dalle dita lunghe e curate le tolsero il respiro, tutto in lui in quel momento era eroticamente pervaso di frustrante desiderio, vide la sua bocca aprirsi sul suo indice e succhiarlo avidamente, sulla bocca l’aspro sapore del sudore.
     Deglutì a fatica allontanando l’immagine perversa che Amaranta ridendo le spingeva nella mente.
     Lo sai già, lui sarà mio.
     Le si bloccò il cuore, la sua voce, la voce del succube della sua padrona, doveva raggiungere suo marito al più presto.
     "Portami a casa per favore", disse a Giacomo con un filo di voce, e la fronte imperlata di sudore che avvertiva scenderle anche lungo la schiena per lo sforzo di concentrazione che faceva in quel momento, cercando di allontanare le immagini blasfeme che il succube le buttava nella mente.
     Non sarà tuo, le urlò contro nella mente, cercando di dominare chi già dominava il suo corpo.
     Sentì una risata di risposta nella testa, le gambe le cedettero, e solo il caldo e duro braccio di Giacomo che la sosteneva la trattenne dallo cadere per terra.

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