Autostop
di Luca Ducceschi



     Tornavo a casa dall’ospedale ma, benché mi sentissi stanco fino alle profondità dell’anima, non avevo sonno. No, non ho subito alcun intervento né avuto incidenti: faccio l’infermiere. Lavoro all’obitorio.
     Uscito dal turno considerai la possibilità di una birra al chiosco nel piazzale ma poi decisi di non averne voglia. Faceva freddo. Il vecchio motore della 126 impiegò qualche minuto a dare segni di vita. Una volta partito, però, non ha mai dato problemi. Non posso chiedere di più a un’auto della mia età.
     Mezzanotte era passata da pochi minuti e molti semafori già lampeggiavano. Le prime timide gocce di pioggia si infrangevano sul parabrezza come insetti sul casco di un motociclista. Il mondo era triste quanto possono esserlo i vialoni di periferia milanese nella notte di un martedì d’autunno. Non sono meteoropatico, non credo di esserlo. Vivo da solo, ho poco meno di trent'anni, guadagno quel che serve per sopravvivere, il gatto è morto un anno fa per un tumore e sono fidanzato da sei mesi, ma con la noia che cresce nel rapporto come gramigna sul green di un campo da golf.
     La ragazza faceva l’autostop in un tratto di strada senza illuminazione. Zona di autosaloni e laboratori artigiani. A quell’ora tutto spento, tutto morto. Accostai. Era giovane, ma non giovanissima. Indossava jeans e una giacca in renna sotto la quale si intravedeva una certa scollatura. Aveva anche una borsetta. Una prostituta?
     "Serve un passaggio?".
     "Ciao", mi salutò.
     Accento straniero. Sì, una prostituta. Non era in ogni caso mia intenzione chiederle nulla. Non ho mai pagato una donna o un uomo per fare sesso. Non è una questione etica: semplicemente, per fortuna, non ne ho mai avuto bisogno.
     "Sì, se vuoi. La macchina si è bruciato il motore ieri".
     "Dove devi andare?".
     "Cologno Monzese. Conosci?".
     Conoscevo. Esattamente dalla parte opposta della città.
     "E’ un po’ lontano", tentennai.
     "Dai, ti faccio un lavoro con bocca, va bene?".
     Ci pensai un attimo. In realtà non ne avevo una gran voglia, né di arrivare a Cologno né del pompino. Però presi la mia decisione.
     "Va bene, sali".
     Partimmo.
     "Qui gira a destra...", spiegò lei.
     "Sì, tranquilla, conosco la strada. Quando siamo a Cologno poi mi spieghi la via".
     "Grazie. Fumi?".
     "No, non mi va".
     Accese una Diana solo per lei.
     "Siamo già stati insieme?".
     "No, non credo".
     Approfittando di un semaforo rosso mi voltai a guardarla. Era carina, e con un viso pulito, senza un filo di trucco.
     "Come ti chiami?".
     "Dorina".
     "Russa?".
     "No, rumena. Tu?".
     "Ernesto. Italiano".
     "Sei giovane...".
     "Ho ventisette anni. Tu?".
     Per un attimo si irrigidì, guardinga. Si girò dall’altra parte per rispondermi, con la scusa di non soffiarmi in faccia il fumo.
     "Ventinove".
     "Sembri più giovane".
     Era vero. Sembrava più giovane. Certo non una ragazzina, e nemmeno un’adolescente. Diciamo sui ventidue, ventitre anni.
     "Vivi da sola?".
     "Col mio ragazzo. Lui fa il muratore".
     "Pure rumeno?".
     "Sì".
     "Dove, Bucarest?".
     "Timisoara. Conosci?".
     La conoscevo. Se non ricordavo male è da lì che è partita la rivoluzione contro Ceausescu a seguito di un massacro di studenti. Non mi andava però di buttarla in politica. Metti che avesse il padre nell’esercito? O un cugino che andava all’università? Sarebbe stato come chiedere a un serbo bosniaco come abbia passato la seconda metà degli anni novanta.
     "Timisoara la conosco di nome. Forse l’ho sentita in occasione di qualche partita di calcio".
     Dorina si mise a ridere come se le avessi raccontato una barzelletta.
     "Fai il calciatore?".
     "Ma va là. Con quello che bevo non potrei mai".
     Non aveva l’aria di aver capito la battuta.
     "Faccio l’infermiere".
     "Davvero? Anche mia sorella. In Bologna".
     "E’ tanto che sei qui in Italia?".
     "Tre anni".
     "Ti sposerai qui?".
     "No. Tra poco torniamo in Romania. C’è là nostra figlia piccola".
     "E con chi sta?".
     "Con nonni. Mia famiglia".
     "E non la vedi da allora?".
     Lei fece spallucce. Si vede che non le andava di parlarne. Potevo capirla.
     "Tu sei sposato?".
     "Fidanzato. O forse neanche quello".
     Sorrise comprensiva. Certamente ne sapeva molto più di me sui problemi relazionali di coppia dei maschi locali.
     "Hai il permesso di soggiorno?".
     "Io no. Ce l’ha il mio ragazzo. Ma serve a poco".
     Decisi di non approfondire.
     "Siamo quasi a Cologno. Dove vado?".
     "Sempre dritto per di qua. Alla rotonda in fondo vai a destra".
     "E’ grande la casa?".
     "Due stanze".
     "Pagate tanto?".
     "Seicento".
     "Nemmeno troppo, se siete in due".
     "E’ del capo di mio ragazzo. Adesso devono aggiustare la mia macchina".
     Ancora una volta si mise a ridere come se avesse detto una cosa divertentissima.
     "Siamo quasi arrivati. Quello è il supermercato dove faccio spesa...".
     "Dimmi dove devo lasciarti".
     "Aspetta, gira di là. C’è un parcheggio".
     Indicò uno spiazzo buio sotto il cavalcavia della tangenziale. Mi ero dimenticato che si era offerta di pagare il passaggio.
     Spensi i fari e il motore.
     "Slacciati", mi invitò mentre cercava qualcosa in borsa.
     Tirai giù i calzoni. Aveva in mano un preservativo.
     Avevo il pisello grosso come un fagiolo. Lei era bella, la situazione se volete anche particolare e intrigante. Quello che mancava era la voglia, lo spirito. Colpa della pioggia, della strisciante paranoia di quel triste autunno milanese.
     Armeggiò abile con l’asta e in pochi secondi l’attrezzo fu pronto. Lo vestì con mosse abili e gradevoli.
     "Vuoi infilarmi dentro?", chiese, quasi con dolcezza.
     "No, grazie. Non mi va", sorrisi. "E non ho i soldi".
     "Se vuoi va bene così...", propose.
     "Tranquilla", le carezzai la nuca, poi la spinsi con delicatezza in giù, verso di me. "Fai questo".
     Ciucciava che era un piacere. Del resto era il suo mestiere. Non che leccasse o succhiasse come fosse un lecca lecca: letteralmente mi masturbò con le labbra. Durò un intenso minuto, poi venni mugolando. Tolse il preservativo bagnato e mi baciò sulla guancia.
     Evitai di essere patetico e di dirle brava.
     Prese un fazzoletto di carta e mi asciugò.
     "Gentilissima".
     Sorrise.
     Chiuse nel fazzoletto il preservativo e il suo incartamento, poi cercò il portacenere.
     "Butta fuori, non lì", le dissi.
     Aprì la porta e gettò a terra l’immondizia. Il freddo entrò prepotente nell’abitacolo.
     "Ci vediamo", mi salutò.
     "Non vuoi che ti porto sotto casa?".
     "Non preoccuparti", indicò un portone nella via che però al buio non potei vedere. "Qui va benissimo. Abito lì".
     "Allora ciao".
     "Ciao".
     Chiuse la porta e si avviò.
     Avrei voluto salutarla chiamandola con il suo nome ma mi accorsi di averlo già dimenticato. Chissà se adesso avrebbe fatto l’amore con il suo ragazzo. Chissà se erano vere le cose che mi aveva raccontato.
     Dettagli appartenenti al passato.
     Di tutta la storia ricordai il bacio sulla guancia. Per essere la prima volta in vita mia che davo un passaggio a un’autostoppista (non che se ne vedano in giro poi tanti qui a Milano) era stata un’esperienza interessante.
     Tirai su le mutande e i calzoni.
     Poi ripensai a una cosa che aveva detto. Era ancora meglio del bacio sulla guancia.
     Quello è il supermercato dove faccio spesa.
     Era un dettaglio della sua vita, e provavo la forte sensazione che si trattasse della verità. Lavorare con i morti aiuta a capire i vivi.
     Era l’una. Adesso pioveva forte. Non ero nemmeno vicino a casa. Il cavalcavia deprimente, ma ancora di più mi ferivano quel parcheggio e i casermoni popolari intorno. Una cartolina con gli angoli strappati che puzzava di solitudine e tristezza. Un vago profumo di gomma e sperma nell’aria. La 126 chissà se sarebbe ripartita.
     Girai la chiave, speranzoso, dando gas.
     Non avevo l’autoradio, così fui io a canticchiare Something in the way dei Nirvana per tenermi compagnia.






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