
Avrei
potuto fare la modella
di Mavie88
Avevo quattordici anni appena compiuti
e frequentavo la terza media, quando per la prima volta
fui rimproverata per il mio modo di camminare.
"Tu ancheggi!", mi disse l'anziana professoressa di
Matematica.
Io non capivo. Allora lei imitò il mio movimento con
le sue anche. Mi misi a ridere.
"Non c'è niente da ridere! Non lo devi fare più,
altrimenti i ragazzini più grandi ti gireranno intorno
come i mosconi".
A parte il fatto che non capivo perché la vicinanza
dei ragazzini potesse costituire un serio pericolo, io
non ancheggiavo, cioè non lo facevo apposta.
Poi fu la volta della professoressa di Inglese: con
la sua espressione arcigna (si dice così?) mi fece un
sacco di domande sulla mia famiglia, sulle nostre
abitudini religiose, su come mi vestivo quando non
andavo a scuola, se avevo il filarino...
"Il fila... che?".
"Non fare l'ipocrita, che mi hai capito benissimo:
non devi ancheggiare!".
Al ritorno a casa, mi gettai tra le braccia di mia
madre e le raccontai tutto. Lei mi fece camminare avanti
e indietro, esortandomi a tenermi dritta e a non
spostare il mio peso una volta sulla gamba destra e una
volta sulla sinistra. Dopo parecchi tentativi scrollò la
testa: "Vestiti, che andiamo dal dottore".
Il nostro medico di famiglia mi fece svestire,
lasciandomi nelle mie mutande scure e nel piccolo
reggiseno che indossavo per gli eventi speciali, poi
m'invitò a camminare avanti e indietro: "Non avere
fretta e cerca di stare più dritta possibile".
Lui si sedette in poltrona a metà del lato lungo del
salone e si mise a guardare me che camminavo avanti e
indietro davanti a lui. A un certo punto mi diede lui il
passo: "Uno, due... uno, due... uno, due...".
A parte il fatto che io avevo un po' di freddo, mi
sembrò che il dottore ci prendesse gusto a vedermi
camminare ancheggiando. Sì, ancheggiavo, lo so perché
c'era un grande specchio e io stessa potevo vedermi
mentre ci passavo davanti, e ancheggiavo, come le
modelle dell'alta moda. Poi mi fece fare il tragitto di
corsa. Quindi mi fece sdraiare sul lettino, portò giù le
mutandine, che io afferrai appena in tempo prima che
spuntasse il mio cespuglietto del quale allora mi
vergognavo, e mi visitò i fianchi con le sue mani
gelide. Tastava le anche con le dita, per capire non so
che cosa.
Poi mi fece voltare, di nuovo tirò un po’ giù le mie
mutande scoprendo i fianchi e nuovamente lì, a tastare.
A me ricordava quando una volta con Alice, una
quindicenne vicina di casa, giocavamo al dottore e ci
toccavamo a vicenda. Era finita che mia madre ci aveva
rimproverate aspramente.
Però adesso non rimproverava il dottore, che era un
maschio... Mah!
Il dottore mi chiese se avevo dei dolori, anche
leggeri, e gli dissi di no. Alla fine mi fece rivestire
e si sedette a parlare con la mamma: "E' la
conformazione delle ossa, lo può dire a scuola. Potrei
farle fare una radiografia, o mandarvi da uno
specialista", disse orto... orto... vattelappesca! "Ma
non è necessario. Non ha dolori, non ha problemi nel
camminare o nel correre... Al massimo sarà molto
corteggiata!".
"Mamma, che significa corteggiata?".
Rispose lui: "Significa che i ragazzi saranno molto
gentili con te, ma tu non dargli retta e racconta tutto
alla mamma. Signora, sua figlia è bionda, alta, ben
fatta... Non sarà che qualche professoressa ne ha
invidia?".
"Io invidiata dalle professoresse... e perché mai?".
Il dottore si alzò, ci porse la mano, inchinandosi e
chiamandomi signorina, poi suggerì di farmi fare la
modella. Mia madre si scandalizzò: "Entrare in
quell'ambiente? No, suo padre preferirebbe ammazzarla".
"Che hanno le modelle di così terribile? Certo, a
volte sono un po' nudine, ma anch'io al mare...".
Insomma, per concludere, a scuola trovarono la
maniera di bocciarmi e mio padre capì che lì non potevo
avere un futuro. Andare in un'altra scuola, lontana
dalla nostra periferia, con i mezzi pubblici, col
traffico, un ambiente sconosciuto... era sconsigliabile.
Con l'auto? Mia madre non aveva la patente e mio padre
non aveva tempo. Risultato: dovevo lasciare gli studi.
Quanto le odiai, quelle due professoresse!
Una sera mia madre mi disse che forse potevo andare a
lavorare in una fabbrichetta di bottoni lì vicino e
potevo anche tenere per me l'intera paga settimanale, un
centone.
Spalancai gli occhi, poi portai la mano al petto,
dicendo: "Io? Perché non ci avete pensato prima?".
Il mattino seguente fui svegliata presto, mia madre
mi fece indossare il mio miglior vestito, mi pettinò con
cura e mi diede le scarpe con il tacchetto,
raccomandandomi: "Non dare confidenza ai giovanotti".
Io mi guardai allo specchio soddisfatta.
Entrai nel laboratorio dietro mio padre, e quattro o
cinque giovani smisero di lavorare per guardare
sbalorditi me. Il padrone era un po' anziano, ma aveva
un viso buono. Si accordò rapidamente con mio padre, che
poi mi diede un bacio sulla fronte e andò via.
Il signor... mi disse che avrei imparato dall'operaio
più bravo che aveva e mi presentò ad Alberto.
"Come ti chiami?", mi chiese.
"Alba...".
"Alba, Alberto... che sia un destino?".
S'intromise il padrone: "Ha solo quattordici anni,
Alberto!".
"Va bene, signor...".
Imparai presto e mi misero a una macchina tutta per
me.
I miei compagni di lavoro erano tutti maschi, tutti
giovani e tutti gentilissimi. Credo che mi adottarono
per sorellina.
Alberto era il più simpatico: mi guardava spesso e
io, quando me ne accorgevo, gli sorridevo. Un giorno mi
chiese se frequentavo qualche ragazzo.
"Fre... che?".
"Insomma, vai a passeggio con qualcuno?".
"Con Alice qualche volta, o con i miei cuginetti".
"Di tutti noi, chi ti è più simpatico?".
Mi sentii a disagio e abbassai gli occhi, poi, con un
filo di voce: "Tu...".
Mi mise due dita sotto il mento, costringendomi a
guardarlo negli occhi che gli brillavano di gioia:
"Vorrei parlare con tuo padre".
Parlò con tutti e due i miei genitori, con la porta
chiusa, mentre io giocavo a dama con Alice che rideva
sotto i baffi e mi chiedeva: "E' il tuo fidanzato? Ti ha
baciata? Si è dichiarato?".
"Dichia... che cosa?".
Poi fui chiamata dalla Corte per il verdetto. Parlò
mio padre per tutti: "Alberto mi ha chiesto se può
fidanzarsi con te. Gli ho detto che sei una bambina...".
"Per me va bene".
"Che hai detto?".
"Sono una bambina in crescita, ma so quando un
ragazzo mi piace".
"Alba, questo non è un gioco. Si parla di
fidanzamento, di matrimonio, di figli...".
"Tutto insieme?".
Mio padre rise: "No, ogni cosa a suo tempo, ma...
insomma, tra due o tre anni dovresti lasciare la tua
famiglia, sposarti e andare a vivere con lui...".
"Lo so, sono d’accordo".
"Alba, ti sposeresti in chiesa, poi non potresti più
cambiare ragazzo".
"Perché cambiare, perché cambiare? Io gli voglio
bene, io... lo...", e scoppiai a piangere.
Mio padre sospirò: "Va bene, Alberto, ma trattala con
i guanti. E tu mammina, spiegale qualcosa,
l'indispensabile".
Due anni dopo ero felicemente sposata.
Ogni cambiamento di vita ha le sue novità. La nostra
luna di miele fu splendida, come lavoro io passai a
part-time nell'ufficio della fabbrica, dove ebbi anche
una piccola scrivania, e a casa (nostra!) imparai a
cucinare, lavare ecc.
Nei fine settimana io e Alberto facevamo l'amore
parecchie volte e lui mi chiedeva sempre di non
rivestirmi, così ci muovevamo nudi per casa. Era comodo,
perché io notavo subito quando mio marito (esatto!)
aveva di nuovo voglia e allora lo abbracciavo e lui mi
riportava in paradiso.
Io avevo ricevuto le prime nozioni da mia madre, ma
poi avevo approfondito la materia un po' con Alice, un
po' con una mia amica che lavorava in farmacia, un po'
sui libri. Da sposata mi recavo spesso in un Internet
Point e lì studiavo ancora.
Avevo soltanto sedici anni e mi stupivo che la
sessualità fosse un argomento così importante, forse
l'argomento principale nel mondo.
Ben presto notai che Alberto mi guardava spesso il
didietro. In effetti il mio mappamondo era già allora
largo, aperto e credo molto eccitante per un giovane
uomo.
In particolare, quando mi abbassavo per un motivo
qualsiasi lui mi guardava la spaccatura centrale con
occhi assatanati. Non ci volle molto per capire che in
quelle occasioni il mio buchetto posteriore si metteva
bene in vista.
Per un involontario senso del pudore presi
l'abitudine di abbassarmi piegandomi sulle ginocchia ma, ahimé!, se la visione del mio buchetto era meno agevole,
è anche vero che i miei fianchi larghi, causa del mio
ancheggiamento, si aprivano ancora di più e io sentivo
qualsiasi minima corrente d'aria accarezzarmi quel
punto. E Alberto riusciva spesso a mettersi in posizione
tale da guardare quello spettacolo indecente.
Mi resi conto, prima con spavento poi con sottile
malizia poi con sordido piacere, di che cosa gli
frullava per la testa.
Feci qualche indagine su internet e mi tranquillizzai
un po': i miei fianchi larghi e spaziosi potevano
consentire uno spazio sufficiente per la verga di
Alberto, purché non andasse troppo in profondità.
Inoltre ci voleva un po' d'olio o di burro. Quell'idea
mi diede fastidio, così consultai la mia amica
farmacista la quale, sorridendo tra sé, mi diede un
tubetto di crema.
"Mi farò male?", le chiesi a bassa voce.
"Dipende da te...".
Sul tubetto c’era scritto: Analgesico e rinfrescante,
ricco di vasellina. Dopo che cercai sul vocabolario
analgesico, mi rasserenai.
Il successivo sabato mattina, dopo parecchi giorni
che avevo evitato l'accoppiamento, condussi il mio
Alberto in camera, mi tolsi la camicia da notte restando
nuda, mi misi carponi sul letto, poi gli dissi: "Avanti,
sono pronta: sodo... mizzami".
La nostra camera ha la particolarità di avere
parecchi specchi, quindi la mia posa provocante e le mie
rotondità si riflettevano in modo entusiasmante per il
mio Alberto, a parte l'oscena visione delle mie natiche
aperte e del mio buchetto all'aria.
"Se ti metti così, non c'è bisogno...", disse, e mi
prese in quella posizione, ma entrando dalla porta
principale.
Non trascurò di massaggiarmi un po' il buchetto col
suo pollicione e fu una... scopata bellissima: rimasi
molto soddisfatta. Però non era esattamente quello per
cui mi ero preparata psicologi... camente (che parola
difficile!).
Col passare dei giorni mi sentivo sempre più
arrabbiata: prima mi guardava lì dietro con desiderio,
poi, quando io ero disposta a fare una cosa nuova,
trasgressiva (significa osé), si è tirato indietro,
forse per un malinteso senso di rispetto; ma io ormai
voglio provare quella diversa penetrazione!
Studiai la situazione: il giovedì successivo
aspettavo il ciclo, così il sabato potevo dirgli che lì
ero occupata e quindi doveva ripiegare sull'ingresso
posteriore.
Nei fatti il venerdì sera gli dissi del ciclo. Fece
una smorfia di disappunto e si preparò ad alcuni giorni
di astinenza.
Intanto io, con un pezzo di stoffa velata, avevo
preparato una specie di vestito da antica schiava
orientale, molto trasparente. Sabato mattina lui andò a
comprare il pane e io indossai il vestito, ammirandomi
allo specchio. Poi passai la crema lì.
Quando tornò, mi guardava sbalordito. Sorridendo e
ancheggiando visibilmente gli dissi: "Sono la tua
schiava...", e mi diressi verso la camera.
Lì mi misi carponi sul letto e poi alzai la veste
scoprendo il mio sedere.
Chissà perché in quel momento mi tornarono in mente
le mie professoresse e capii che mi avevano criticata e
poi bocciata per invidia, perché col loro fisico
decaduto e la loro bigotteria non avrebbero mai potuto
godere di certe cose!
Alberto poggiò la punta dandomi brividi d'intenso
piacere, poi entrò senza difficoltà. Io avevo la pelle
d'oca e parecchie reazioni corporee, esasperate rispetto
al solito. Le sensazioni aumentarono quando Alberto
cominciò a muoversi avanti e indietro dentro di me...
Che peccato mortale!
Chissà come pensai a quando, ragazzina delle medie,
già camminavo ancheggiando. Forse inconsciamente sapevo
di essere destinata a fare la schiava del mio signore e
padrone, che in quel momento mi stava iniettando (si
dice così?) la sua linfa.
Con mio sommo piacere.
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