Bagno con finestra
di Mavie88



    
Era bella quell’università, una specie di campus, con tante ragazze come me e tanti giovanotti.
     Mi avevano dato una stanza singola con bagno che guardava un piccolo cortile alberato; era al piano più alto, ma c’era l’ascensore.
     Le pulizie si pagavano a parte, così mi ero organizzata per farle da me, ma una volta al mese mi affidavo alla puliziera perché facesse qualcosa di più accurato.
     Mi piaceva essere sola e indipendente: pianificavo i miei studi, le ore di riposo e i miei svaghi.
     Tutto cominciò quel giorno in cui, dovendo fare la doccia, mi spogliai in camera, misi la cuffia per non bagnare i capelli e aprii la porta del bagno.
     La finestrella di fronte alla porta, stretta ma alta, era aperta! E di fronte, dall’altro lato del cortile, a non più di dieci metri c’era una stanza con la finestra aperta e, dietro il davanzale, un ragazzo seduto alla scrivania a studiare!
     Ho sempre pensato che le finestre dei bagni dovrebbero essere piccole e poste in alto, per una questione di privacy; e ho avuto sempre antipatia per i mobili messi sotto i davanzali delle finestre, se non altro per la difficoltà nell’aprire e chiudere le stesse; e sono contraria agli estranei in casa, ad esempio la puliziera, che aveva lasciato la finestrella aperta per far asciugare il bagno senza nemmeno abbassare un po’ la serranda.
     Che fare? Istintivamente mi coprii il seno con un braccio e l’inguine con la mano dell’altro, poi mi accostai alla finestra e, con il cespuglietto ormai al riparo, usai il braccio tornato libero per tirar giù la serranda. Quindi guardai attraverso i fori tra un listello e l’altro.
     Soltanto a questo punto il ragazzo, che si presentava alto e bruno, alzò il viso, atteggiò la bocca a un ampio sorriso, guardò bene e poi con la mano mi fece un cenno di saluto.
     Mi aveva vista! O prima o dopo che mi coprissi, non sapevo. Io non mi vergognavo certo del mio corpo, ma non volevo che pensasse che mi fossi esposta nuda di proposito. Che vista d’aquila! Mi aveva notata anche dopo, quando avevo sbirciato da dietro la serranda!
     Comunque feci quella benedetta doccia, immaginando le sue reazioni al ricordo di quella Venere più o meno nuda che all’improvviso si era presentata ai suoi occhi.
     In seguito presi io l’abitudine di spiarlo, ogni tanto; ma non volevo tenere la serranda sempre abbassata, così comprai e sistemai una tendina traforata e l’osservavo ogni volta che potevo. Spesso si muoveva per casa a torso nudo, a volte in slip; probabilmente si era accorto che lo spiavo, riuscendo a intravedermi attraverso la tendina.
     Una sera che dovevo fare la doccia finsi di dimenticare la serranda alzata. Certamente lui vedeva la mia sagoma attraverso la tenda traforata. La cosa mi risultava stimolante e io persi tempo prima di entrare nella doccia: mi mettevo di fronte, di profilo, di spalle... e immaginavo lui arrapato.
     Il giorno seguente misi una lampada più forte e sostituii la tendina con una più trasparente, un velo. La finestrella guardava soltanto verso la sua camera, nessun'altro poteva vedermi, a meno che non mi avvicinassi molto alla finestra, cosa che non facevo. Io immaginavo i suoi sguardi bramosi diretti alle mie nudità appena velate.
     Un giorno che lui stava alla scrivania, lasciai la finestra aperta e senza tenda, andai in camera a spogliarmi, poi entrai in bagno e con calma preparai tutto per la doccia e lo feci senza fretta. Il box doccia aveva le pareti trasparenti, come stranamente vanno di moda oggi. Quando uscii e mi asciugai, lo vidi ipnotizzato da quello spettacolo.
     Mi avvicinai sfacciatamente alla finestrella e tirai la tenda. Poi mi misi a spiarlo: lui si era alzato, era in fondo alla stanza in uno slip chiaro e gonfio, forse mi notò e si tolse lo slip.
     Mi voltai d’istinto, dandogli le spalle: mi aveva mostrato un membro alzato, di tutto rispetto.
     Ero emozionatissima ed eccitata. Che sfrontato! Ma io non potevo essere da meno: anche se più giovane, non ero una bambina. Tolsi nuovamente la tendina, feci un paio di lente giravolte nella posizione più in vista per lui, mi sedetti sullo sgabello del bagno, appoggiando le spalle alla porta chiusa, quindi aprii le cosce.
     Lui guardava bramoso. Non ancora contenta, portai la punta delle dita al grilletto e cominciai ad accarezzarlo. Allora lui portò il bacino in avanti, esponendo il più possibile il sacchetto, poi cominciò ad accarezzare la verga.
     Tra la stimolazione, lo spettacolo e la situazione scabrosa, ben presto andai in estasi: ero sudata e con la mente annebbiata e a un tratto vidi zampillare la sua fontana. Rimasi senza fiato. Ci guardammo ancora per un po’, poi lui uscì dalla stanza. Mi rivestii.
     E’ facile eccitare un uomo, non è difficile farlo sfogare, ma non puoi pretendere di mandarlo in bianco! Presto lui mi individuò e mi interpellò: "Tu sei Rosy, vero?".
     Scossi il capo.
     "Non sei Rosy, la mia dirimpettaia?".
     Credo che arrossii, ma negai ancora. Era un bel ragazzo di venticinque o ventisei anni, certamente un laureando.
     "Scusa, come ti chiami? Il mio nome è Roberto".
     "Sara...".
     "Sì, certo: Maria Rosaria, Rosy per le tue amiche".
     "Che vuoi da me?".
     "Niente, frequentarti...".
     "Perché, non hai una ragazza?".
     "Per adesso no".
     "Non credo ci possa essere nulla tra noi".
     "Un’amicizia non si nega a nessuno...".
     Scossi il capo e mi allontanai.
     Com’ero stata imprudente! Immorale, indecente, sfacciata e stupida! Al limite, avrei potuto fare ciò che avevo fatto, con la webcam, mascherata, nell’anonimato più completo, e goderne, ma non davanti al mio dirimpettaio! Però speravo che lui avesse capito la mia reticenza e che mi avrebbe lasciata in pace...
     Non fu così, perché spesso me lo trovavo davanti, a pochi metri: a mensa, al bar, al campo da tennis, in piscina. Comprai subito un costume intero blu scuro per fargli capire che quel giochino fatto nel bagno era stato un raptus, un momento di follia: una volta l’anno è lecito impazzire...
     Fu molto discreto: mi salutava quando c’incontravamo, mi sorrideva da lontano e nel contempo si metteva in evidenza con discrezione. Eppure era circondato da belle ragazze più formose di me.
     Dopo un po’ di tempo dovetti riconoscere che mi piaceva e gli consentii di scambiare qualche parola. Un giorno gli dissi che mi vergognavo profondamente di quello che avevo fatto.
     "Non importa", mi disse lui. "Sei semplicemente un’esibizionista".
     "Non sono un’esibizionista! E’ stato un caso, un attimo, non so...".
     "Una volta ho avuto una ragazza così, ma mi ha lasciato lei".
     "Io non sono così! Non so che mi ha preso, in quel periodo...".
     "Be', anch’io sono stato terribilmente sfacciato, quasi da denuncia, ma tu mi avevi provocato".
     "Non accadrà più, così come non era mai accaduto".
     "Non preoccuparti, non ho niente contro le esibizioniste, tranne che dovrebbero essere più prudenti".
     "Non sono esibizionista!".
     Come fu, come non fu, dopo un paio di mesi di corteggiamento serrato, ma discreto, si dichiarò: "Dopo la laurea lavorerò nell’azienda di mio padre e poi mi farò una famiglia, ma vorrei una compagna calda, passionale. Tu mi accetteresti?".
     Insomma, il seguito della storia fu piuttosto prosaico: le famiglie, il fidanzamento ecc., se si esclude il nascere e proseguire di una certa confidenza fisica; ma io sentivo anche il problema di non mostrarmi troppo facile.
     Un momento interessante fu quello della scelta dell’abito da sposa. Poiché faceva caldo, io desideravo un abito scollato: la sarta fece disegnare un modellino, ma mi consigliò di chiedere il parere del prete.
     Gli fu portato il disegno, nel quale la figurinista era stata un po’ maliziosa, tratteggiando un seno più prosperoso del mio, e il prete disse: "No, no, no...".
     La sarta fu costretta a modificare un po’ il disegno, poi consigliò di effettuare la prima prova in presenza del prete e dei miei genitori.
     Mia madre sorrideva sotto i baffi, che non ha, e il prete disse: "Bello, bello, bello...".
     Mio padre, turbato dal fatto che la sua bambina fosse divenuta donna, esclamò: "No!".
     La sarta propose di aggiungere una stoffa velata sul decolté. Il prete disse: "Giusto, giusto, giusto...".
     In seguito la sarta mi precisò: "Dopo la cerimonia e prima di entrare in sala potrai togliere facilmente questa parte più alta".
     Descrissi a Roberto l’abito e lui acconsentì con un sorriso ironico. Quello che non sapeva era che prima del pranzo non sarebbe sparito soltanto il velo, ma anche metà del vestito, lasciandomi in minigonna e con le gambe coperte da velatissime calze bianche. Sarebbe stato orgoglioso di me, lo sapevo.
     Venti giorni prima delle nozze Roberto mi chiese se mi ero decisa sul viaggio: avevamo ipotizzato Parigi, Londra o Vienna. Gli risposi: "Vorrei andare in Danimarca".
     Era perplesso: "Certo, Copenaghen è una bella città, ma per il resto...".
     "Per il resto ci sono molti club naturisti…".






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