
Bores
contò il passaggio di undici monache e sette preti
(part n.1)
di Michele (Caliban)
Bores contò il passaggio di
undici monache e sette preti.
Si mostrava capace, col tempo, e Marie aveva cessato
ormai di angustiarsi per questa sua mania.
Restarono a lungo immobili, finché lui aprì bocca,
stizzito contro se stesso di mostrarsi così immusonito,
chiedendosi - come sempre senza risposta - perché la sua
mente non riusciva mai a mantenere un filo logico senza
perdersi immancabilmente in oscuri voli pindarici.
Disse: "Io non capisco. Ma voi, però, avete fatto
qualcosa?".
Aspirava e soffiava fuori il fumo. Tanto era grande lui,
tanto piccola quella sottile sigaretta, un suo vecchio
vezzo che mai aveva abbandonato.
Marie sorrise con uno sguardo complice: "In un modo,
parola mia, di cui sono ancora adesso orgogliosa! Porta
ancora il lutto di sua sorella!".
Niente da fare, era una specie di estasi. Nel silenzio
invernale inoltrato, il rimbombo del metrò che usciva
imperioso dalla sua tana era ruvido, come il suo alito e
le sue guance.
"Non ti chiedo nulla, mi basta".
"Prego? Ma se sei stato tu a chiedermi che avevamo
fatto".
"Non vorrei essere testimone di fatti a me estranei, e
poi sei stata tu a voler raccontare".
"Eh? Ma tu guarda che stronzo, prima ascolti, poi
chiedi, e adesso vuoi ritirarti?".
"Per riempire il silenzio posso tentare di ascoltarti.
Se proprio ci tieni".
"Tu? Ma vaffanculo!".
"Grazie...".
"Prego!".
Marie si alzò di scatto. Lui restò seduto sulla panchina
sollevando lo sguardo su di lei mentre si allontanava
freneticamente, un passo in linea con l'altro, le
braccia aperte a equilibrare un andamento leggermente
alterato.
Era piccola, magra, armonica, con quelle gambe sottili,
nervose, che avrebbero eccitato qualsiasi uomo che
l'osservasse camminare da dietro. Emanava
un'irrefrenabile e naturale sensualità nel suo corpo,
nel suo incedere. Aveva poi, in assoluto contrasto, uno
sguardo fanciullesco, dolce, innocente e gentile. Lui
invece aggrottava in quello strano modo verso l'alto le
sopracciglia, così che la sua espressione normale
sembrava sempre tesa all'implorazione.
"Aspetta!".
"Che vuoi ancora?".
"Il pranzo".
"Tienilo, non ho fame!".
"E quando l'avrai?".
"Buttalo, non me ne frega un cazzo. Ah, vedi di non
sparire stasera, lo sai che sono mesi che devi rendermi
quei cd".
Ed erano passati solo un paio di giorni da quando
l'aveva finalmente scopata, cedendo infine alle sue
sottili ma insistenti offerte.
Che stronza, pensò.
Ma quando, prima della chiusura della porta, si era
girata un attimo a guardarlo, si rimangiò quelle due
parole non dette, che sapeva sarebbero state per Marie
una terribile e in fondo immeritata offesa.
Il successivo treno era un po' meno affollato, entrò
lentamente. Nel pomeriggio la città era più vivibile.
Tutti al lavoro, affaccendati. Lui no. Mancavano solo
sei giorni a Natale, e lui odiava il Natale, quella
patetica festa in cui tutti fingevano per alcuni giorni
di volersi bene più del solito scambiandosi inutilità
con falsi sorrisi sulle labbra vuote.
Mentre rimuginava e le stazioni si succedevano monotone
come in un girone dantesco, contò altre quattro monache
e tre preti.
Il sacchetto con il pranzo pesava sulle sue ginocchia,
lo aprì distrattamente iniziando a masticare un
involtino primavera. Le briciole unte e croccanti
scivolavano sul lungo cappotto grigio.
Il metrò rallentò, le porte si aprirono e una ragazzina
magra e malvestita entrò sedendosi di fronte a lui e
iniziando a guardarlo.
L'odore di sudore della massa di persone stressate dalla
frenesia delle feste si mescolava al metallico sentore
della carrozza e al puzzo di fritto che essudava dal
sacchetto della rosticceria cinese.
"E' buono?", chiese la ragazzina.
"Fa schifo. Ne vuoi uno?".
"Sì".
"Tieni, prendi quello che vuoi".
"Grazie".
Le allungò il sacchetto tra la calca e buttò sul lurido
pavimento l'unto fazzoletto di carta, l'unico avanzo di
ciò che aveva appena ingurgitato.
Lei frugò un poco curiosa nel sacchetto, tirò fuori due
toast di gamberi e iniziò a mangiarli a grandi morsi,
guardandolo con grandi occhi neri, misteriosi, che
pareva quasi gli osservassero il fondo dell'anima
attraverso le pupille.
Bores l'osservò un po', poi fu distratto dall'ingresso
di altra umanità alla fermata delle Tuileries e contò un
altro prete, l'undicesimo. Quindi si alzò, sfregò la
mano sul cappotto per far scivolare a terra le ultime
briciole e si avvicinò all'uscita. Doveva scendere a
Concorde, la successiva.
Oltrepassò le porte senza voltarsi, eppure in qualche
modo sentì che la ragazza lo stava seguendo. Salì le
scale con passo rapido, osservando il grande orologio
alla parete. Le due e un quarto. Era già in ritardo, ma
la cosa non lo preoccupava poi molto, anche per questo
non portava mai orologi.
Uscì nella fredda aria parigina alzandosi il bavero del
cappotto e imboccando direttamente Rue Saint-Florentin.
Pochi passi e si ritrovò al portone. Restò immobile per
qualche istante, come pensieroso, quindi suonò il
campanello. Uno scatto secco e il pesante portone di
legno e ottone si aprì. La giovane cameriera, come
sempre formale, lo fece entrare e lo aiutò a sfilare il
cappotto.
"Buongiorno signor Bores, la signora l'attende di sopra,
nel salottino verde".
"Grazie Camille, salgo subito".
Iniziò a risalire il lungo arcuato scalone di marmo
rosa, senza mancare di notare il sorriso malizioso di
Camille. Scrollò le spalle, in fondo non era un suo
problema se la ragazza aveva compreso tutto.
Giunse in cima alle scale, percorse parte del lungo
corridoio, aprì la porta ed entrò nel salotto. Grandi
tendaggi verdi oscuravano in parte la luce del sole
mantenendo la stanza in una lieve penombra, si avvicinò
al tavolino bar e si versò lentamente un bicchiere di
cognac, sedendosi poi a un lato del lungo divano
damascato.
Madame Deloitte, stimata consorte dell'attuale ministro
della cultura, uscì dopo pochi istanti dalla sua stanza,
contigua al salottino. Una signora cinquantenne, florida
ma ancora dotata di indubbio fascino. Indossava un serio
tailleur grigio un po' troppo corto per la sua età,
probabilmente Chanel. Si avvicinò lentamente ondeggiando
sui tacchi a spillo.
"Buongiorno Bores, spero che il cognac sia di suo
gradimento, Louis XIII, invecchiato venticinque anni".
Sorseggiò lento un altro sorso del delizioso nettare
guardandola negli occhi senza parlare. Quindi posò il
bicchiere di cristallo e le si avvicinò. Le prese una
mano portandola alle labbra, sfiorandola, apprezzando il
profumo speziato della crema che sicuramente aveva
appena spalmato su di esse, quindi l'afferrò più
bruscamente per le spalle spingendola verso il divano.
Madame si ritrovò in ginocchio sul soffice damasco
verde, spinta con il busto contro lo schienale e le
braccia oltre. Borbottò qualche inutile e poco
convincente protesta mentre con la mano sinistra iniziò
a stringere e accarezzare intorno al suo collo, con
forte eppur eccitante presa.
La destra di Bores invece si mosse rapida, sollevò con
forza la gonna sopra i fianchi e strappò in un unico
gesto il sottile intimo di pizzo nero, che appallottolò
e spinse nella bocca rossa e carnosa della signora,
soffocando ogni residua protesta.
Aprì i bottoni dei pantaloni, lo tirò fuori già più che
sufficientemente eccitato, si appoggiò al divano e la
penetrò. Un unico, lento, profondo colpo cui seguì il
suo consueto, abile movimento. Un'alternanza di
penetrazioni lente e profonde con altre rapide e appena
accennate che la fecero vibrare in profondità. Quindi il
ritmo si fece via via più regolare fino a condurre
Madame a un intenso, sussultante orgasmo.
Dopo aver continuato ancora un poco accompagnando i suoi
intimi sussulti, lo lasciò scivolare fuori umido di
piacere e lo spinse nel ben più stretto incavo
posteriore, tra i mugolii ben più forti che trapelavano
attraverso il pizzo saldamente inserito tra le labbra.
La possedette analmente a lungo, accompagnando la
penetrazione con lievi, eccitanti carezze sul clitoride,
con le dita che stuzzicavano e, a volte, penetravano la
vagina conducendo rapidamente Madame ad altri intensi e
ripetuti orgasmi.
Infine uscì da dentro di lei e girò intorno al divano.
Le sollevò il volto arrossato, sconvolto, con la mano
destra e con la sinistra le sfilò le mutandine,
mordicchiate e bagnate di saliva, dalla bocca, lasciando
indugiare la punta dei polpastrelli sopra e intorno alle
labbra.
Quindi le spinse in basso la testa, avvicinandola alla
sua ancora durissima erezione ed entrando così sfiorando
i denti nella bocca. Madame iniziò a leccare, baciare,
succhiare avidamente fino al culmine, assaporando ogni
goccia, leccandosi poi persino le labbra in modo
intensamente lussurioso.
Bores si allontanò. Mentre lei si lasciava andare,
distendendosi scomposta sul divano, lui si riallacciò i
pantaloni, si avvicinò alla grande credenza in mogano
che troneggiava lungo la parete e aprì il primo
cassetto. Dieci biglietti verdi da cento euro, ancora
nuovi, erano posati all'interno. Indugiò un attimo, poi
li prese e li infilò piegandoli in due nella tasca
anteriore destra.
Incrociò poi per un attimo gli occhi di Madame. Ora che
aveva preso il denaro lo sguardo eccitato, adorante era
stato sostituito da uno molto più superbo, di ostentata
superiorità. Le fece un gesto con la testa e aprì la
porta, mentre lei gli parlava: "Ciao Bores, ti farò
sapere quando dovrai tornare".
Discese rapido le scale. Davanti alla porta trovò
Camille pronta con il suo cappotto, lo aiutò a
indossarlo sfiorandolo più del lecito, lui la salutò
formale e uscì dal palazzo.
L'aria fredda, umida di neve ravvivò i suoi pensieri.
Rimase fermo un poco, con gli occhi chiusi a respirare
profondamente, inarcando leggermente la schiena come per
scacciare gli odori della scopata. Quindi si scosse, si
accese una sigaretta e attraversò la strada veloce.
Dall'altro lato della via, seduta sui gradoni in pietra
del muro di un palazzo settecentesco, rivide la
ragazzina del metrò, i gomiti sulle ginocchia, il viso
affilato appoggiato ai palmi, che lo osservava.
Fece alcuni passi nella direzione opposta, poi si fermò
e si voltò. Lei si era già alzata e incamminata nella
sua direzione. Ritornò indietro verso di lei.
"Perché mi segui?", le chiese con un sorriso quasi
divertito.
"Boh... così", rispose.
"Nulla avviene così, siamo sempre spinti ad agire da
qualcosa, anche se spesso non è così facilmente
definibile o comprensibile".
Lei sorrise, un sorriso obliquo, accompagnato da una
curiosa lieve alzata di spalle che gli ricordò
dolorosamente Anastasia da ragazzina.
"Sei carino, e sei stato gentile sul metrò".
"Potrei quasi essere tuo padre, avrai la metà dei miei
anni".
Il suo volto si rabbuiò, la sua bocca si incurvò verso
il basso mentre si mordicchiava l'interno del labbro
inferiore.
"Mio padre non è carino né gentile, è un bastardo sempre
ubriaco".
"E tua madre?".
Si pentì della domanda nel momento in cui la formulava.
"Morta", disse quasi sputando le parole.
Si passò una mano sul viso giocando con i corti peli del
pizzetto, come faceva naturalmente quando pensava,
quindi fece ancora un lungo tiro e buttò la sigaretta.
"Hai ancora fame?".
Lei annuì due volte, tornando a sorridergli.
"Dai andiamo, muoviti", le disse girandosi e avviandosi
verso il centro.
Lei lo seguì rapida, affiancandolo. Camminarono in
silenzio alcuni minuti, finché giunsero di fronte a un
Irish pub.
Spinse la pesante, consunta porta di legno scuro e le
fece cenno con la testa di entrare, quindi la seguì nel
locale. Si sedettero a un piccolo tavolo d'angolo, di
legno massiccio, la cui superficie era intensamente
incisa da anni di scarabocchi, disegni e nomi di persone
passate di lì.
Quasi subito si avvicinò una ragazza vestita di nero,
con una maglietta troppo attillata e un interminabile
numero di piercing su orecchie, labbra, naso e
sopracciglio. La cameriera li squadrò un poco,
commentando con lo sguardo le evidenti incongruenze
della loro presenza insieme, quindi chiese cosa
volessero ordinare.
Bores disse solo: "Una Guinness".
La ragazza osservò per un attimo la lavagna appena alla
trave centrale del locale, quindi ordinò: "Prendo una
coca e un hamburger con patate".
La cameriera prese nota su un piccolo blocchetto, quindi
si allontanò ritornando dopo breve attesa con la coca,
la Guinness e una ciotola di pop-corn. Lei ne afferrò
subito una manciata, iniziando a sgranocchiarli e
guardandolo un poco di sbieco. Un movimento che a lui
ricordò l'espressione del cagnolino che aveva avuto da
bambino, tipica di quando lui gli parlava in modo strano
e il cane pareva non capire, dimostrandolo con quella
buffa oscillazione laterale della testa.
Poi, quasi avesse riflettuto intensamente, lei iniziò a
parlare con la bocca piena.
"Quanto ti fai pagare di solito?".
La guardò un po' perplesso.
"Pagare? Per cosa?".
"Per scopare no? E' quello che hai fatto prima in quella
villa".
Bores inarcò il sopracciglio sinistro e gli si formò in
viso un'espressione assolutamente stupita.
"Ma tu cosa puoi saperne di ciò che ho fatto prima?".
"Conosco l'espressione che avevi quando sei uscito, un
misto tra il soddisfatto, il sollevato e quasi
disgustato, e poi che hai scopato si vedeva, capelli un
poco spettinati, pantaloni e camicia spiegazzati.
Inoltre, sei stato dentro troppo poco tempo perché fosse
piacere, quindi era dovere. Quanto ti ha dato quella? O
quello?".
E sull'ultima domanda fece un sorriso obliquo e arricciò
involontariamente il naso, finendo nel contempo gli
ultimi pop-corn della ciotola.
Bevve un lungo sorso di Guinness senza distogliere lo
sguardo dai suoi occhi. Poi posò lentamente il
bicchiere.
"Mille euro. Era una donna, e molto bella", disse,
chiedendosi nello stesso momento perché mai l'avesse
detto.
Lei emise un fischio, ammiccando.
"Devi essere proprio bravo, mio padre lasciava che mi
scopassero anche solo per venti".
"Tuo padre?".
"Gran bastardo, eh? Già, lui lo faceva ogni volta che ne
aveva voglia e non era troppo ubriaco perché riuscissi a
scappargli, poi ha scoperto che così poteva anche
guadagnarci qualcosa, almeno finché non ho deciso che
potevo tenermi i soldi e me ne sono andata".
L'espressione triste negli occhi di Bores la irritò un
po'.
"Tuo padre sarà stato un santo, immagino; chissà come
sarebbe dispiaciuto se sapesse che suo figlio è
diventato una puttana".
Lui sussultò con una lieve risata nasale.
Ripensò a suo padre, al giorno in cui, nascosto in un
armadio, lo sentì litigare l'ennesima volta con mamma.
Quindi lo vide prendere la pistola che portava sempre
con sé e spararle in testa. Un solo colpo. Il rumore
secco e sordo dello sparo lo tormentava ancora, certe
notti.
Quando lo guardò non c'era traccia di vergogna o rimorso
nel suo sguardo. Gli urlò solo, con la sua voce dura,
perentoria, che non aveva mai ammesso repliche da
nessuno e di tornare in camera sua. Il sangue di sua
madre, calpestato nel lasciare il salone, lasciò una
macchia sulla scarpa destra. Le aveva conservate poi per
anni nascoste in soffitta.
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