
Canard
de rive
di Thierry59
Uscì
in terrazza senza nulla addosso.
Un filo di perle, una sigaretta fra le
dita... sola, offesa. Pensieri nella testa e pelle
d’amante che da troppo tempo devotamente si dona.
Incomprensibile.
Non mi avrà mai più... non così, non più
qui. La Senna silenziosa mostrava ombre inconsuete,
lente, eleganti come le anatre dalla testa di velluto
verde che, notturne, scivolavano nell’acqua come antichi
ricordi. Amava Parigi e quella sua aria trasognata di
chi non c’è ma risponde attenta a tutti richiami della
vita e sente costante quel rumore quotidiano che arriva
dritto al cuore di tutti gli amanti, la voce che arriva
dai sensi accesi dal suo solo sguardo. Rientrò.
I bicchieri vuoti, le luci soffuse, il
sassofono di Charlie Parker ancora nell’aria...
Perdutamente e irrimediabilmente lei. Lei
che bussa alla sua porta femminile rubandole ogni volta
un piccolo pezzo di cervello e di cuore, complice la
passione e lo sdegno. Perché non chiudere fuori i suoi
occhi viola, il suo fare dannato, le sue dita affusolate
maestre di tanti orgasmi dipinti di sospiri e speranze.
Perché.
Ancora una sigaretta, l’ultima per questa
notte. Il suo odore nelle pareti, il suo urlo di piacere
ancora sopra al suo seno e l’ennesimo senso di
smarrimento appena se ne va. Perché. Eppure non aveva
giurato amore eterno, né pace, né fedeltà e purezza...
nulla. Ma si sentiva attratta da quei suo modi
oltraggiosi di chiederle l’amore, lei, così semplice e
fragile da apparire quasi trasparente, a suo cospetto
diventava la donna del peccato eterno.
E ogni volta giurava a se stessa che
sarebbe stata l’ultima e, mentre la carnalità la
trascinava in spirali di piacere supremo, pensava che
avrebbe regalato alla sua bocca avida le ultime gocce
del suo godere, schiava di silenzi fatti di rime folli,
dove anche il più intimo desiderio veniva appagato con
incalzante e irriverente maestria.
Ma ancora una volta disse si, firmando
devozione al sesso che sa di vino rosso e mandorle
dolci, nella sua casa che affaccia sulla Senna. Infilò
la vestaglia e preparò la vasca con profumi avvolgenti,
dopotutto era da lei che veniva e da nessun altro. Mai
avrebbe ricevuto in regalo ore d’amore di tale superbia
e alterigia come fra le sue gambe che lente spingevano,
natiche e falli da togliere il respiro. Il suono della
sua lingua, il seno che sfrega il suo sesso, la schiena
inarcata che riceve il piacere lento e violento che
racchiude tutta la voglia pronta a esplodere su di
lei...
Poteva abbandonarsi in fantasie senza
limiti, in orge di profumi e di occhi verdi, in immagini
viste da angolature e riflessi di specchi, in giochi
erotici e travestimenti sempre più scabrosi, solo lei...
solo con lei.
Ecco il Danno.
S’immerse nella vasca d’acqua di
gelsomino, chiuse gli occhi, respirò profondamente. Ecco
il Danno.
Capì che l’amava, ma ne era schiava. E
amava le sue mani sapienti che sapevano dove toccarla,
dove diventare irriverenti e cattive, dove insinuarsi
per poi perdersi nel liquido dolce del suo piacere
adulto. E amava il suo volto così maschile, così
sensuale, così libero. L’espressione della sua bocca e
la sua voce dai toni volutamente dispettosi.
Sapeva che sarebbe finita, che doveva
finire. sapeva e taceva. Sapeva e aspettava.
Il desiderio di lei era sempre più forte
e cresceva con impeto e la bagnava nell’attesa, il Danno
era fatto. Impossibile resistere a quelle notti francesi
così perfette nel loro delirio e a quei racconti d’amore
che solo loro sapevano scrivere con la mano del peccato.
Era la sua amante proibita, nascosta, giovane, tenebrosa
e maledetta. La conosceva da sempre, perché da sempre
faceva parte della sua vita... la nipote prediletta, la
figlia del suo unico fratello maschio. Magia e follia.
Si asciugò, indossò il suo pigiama di
seta blu, slacciando la collana che nel mentre si ruppe
spargendo il tappeto di piccole gocce d’avorio. Si chinò
con disappunto per rincorrere le perle ovunque,
infastidita e stanca.
Il suono del campanello la spaventò, uno
sguardo rapido alla stanza quasi per capire chi potesse
essere, e aprì.
Lei.
In mano una piccola perla d’avorio.
"L’ho raccolta per te", disse.
Incredula, con la voce rotta
dall’emozione, non trovò parole per risponderle. La
collana... non aveva senso, come avrebbe potuto?
Entrò, la strinse a sé e la baciò con
passione. Un bacio lento, profondo, inequivocabile.
La guardò negli occhi, puntuale come
sempre, e le sorrise.
Le sue parole in un soffio: "Moi et le
femmes comme moi, attendent des miracles...", disse.
Le sfiorò il seno e la baciò ancora più
profondamente. Poi se ne andò, portandosi via tutte le
sicurezze che lei credeva di possedere, e sparì nella
notte parigina che si affacciava sulla Senna.
Una lacrima sul suo volto e il suo
sorriso ancora negli occhi.
L’amore per lei era immenso e viscerale,
e mai l’avrebbe abbandonato. Era perduta ormai e felice
di esserlo.
Spense la luce. Anche le piccole anatre
dalla testa di velluto verde ora dormivano, accoccolate
una vicina all’altra in riva al fiume.
Moi et le femmes comme moi, attendent des
miracles...
La sua voce in un soffio.
La sua mano che stringeva una piccola
lacrima d’avorio.
Il Danno era fatto... et je suis à toi. |
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