Candido pizzo, fredde forbici (part n.1)
di Leila De Rocchi



    
Lo sentiva nella pelle e nella carne, ogni volta che lo vedeva le si muoveva qualcosa dentro. Qualcosa di feroce e tremendamente violento le si muoveva nell'anima lasciandole un languore insoddisfatto che la rendeva inquieta e incapace di essere felice.
     Quei suoi maledetti occhi verdi screziati di pagliuzze ambrate la ossessionavano perfino durante i suoi sogni.
     Come poteva essere che una trentacinquenne, professionista affermata in una ditta che si occupava di vestiti per bambini, finisse col reagire come un'adolescente in calore ogni volta che quei maledettissimi occhi verdi entravano nel suo ufficio?
     Inutile domandare, tanto non c'era una risposta.
     Il problema era la sua vita. Lei era sola. Miserabilmente sola dopo un feroce divorzio, nel quale i colpi sotto la cintura erano stati all'ordine del giorno, si era ritrovata con un mutuo enorme da estinguere e una vita da reclusa per sostenerlo. In pratica per lei esisteva solo il lavoro, usciva solo per lavorare, il resto non esisteva più.
     Ma quando quell'uomo, da poco assunto nella ditta come responsabile alle vendite, entrava nel suo ufficio, tutto sembrava illuminato da una luce diversa.
     Non aveva scambiato con lui che poche parole, ma ogni volta che il suo alito caldo l'aveva sfiorata portando con sé deboli sentori di menta e caffè, le farfalle avevano preso a muoversi nella pancia. Uno sfarfallio che le ricordava di essere viva e, prima ancora, di essere donna. Donna, un'esplosione feroce di languido e morbido liquido che le inondava il basso ventre strappandole il respiro, questo voleva dire essere donna? Guardarlo e desiderare quel corpo di uomo dentro di lei?
     Aveva dimenticato cosa significasse desiderare di essere sfiorata del caldo e feroce soffio di un uomo. Ma lei lo voleva ancora. Suo marito con il suo maledetto divorzio non glielo aveva strappato. Non le aveva strappato il suo desiderio, ed erano due splendidi occhi verdi a ricordarglielo ogni volta che la guardavano.
     Il suo corpo vibrava a quello sguardo.
     Il suo corpo alto e rotondo, con uno splendido seno rigonfio di sensuale femminilità suonava alla musica cantata in silenzio dagli ormoni di maschio che si muovevano nella stanza.
     Lo guardava silenziosa sperando, senza ammetterlo, che lui notasse il suo vestito, magari troppo scollato per essere del tutto adatto all'ufficio, o la gonna corta, forse troppo provocante per il lavoro. Sperava in silenzio, senza ammettere, che faceva tutto per lui, poiché farlo avrebbe voluto dire soffrire terribilmente se lui non l'avesse notata, e lei di lacrime per gli uomini ne aveva già sparse abbastanza.
     Lasciava che i vestiti le cadessero addosso, ricercati nell'armadio senza ammettere che era per quegli occhi verdi che passava ore davanti allo specchio.
     Certo lei, Manuela, non era brutta, un corpo burroso dentro al quale si sarebbe inabissato volentieri qualsiasi uomo, ma aveva così tante paure che perfino il suo sorriso a volte faticava a risplendere sul viso. Due occhi, forse perennemente tristi, neri come il carbone, brillavano feroci su un volto con labbra succose e polpose; no, decisamente non era brutta.
     Ma allora perché era finita con lo sposare l'uomo sbagliato? Perché l'unico uomo che l'aveva voluta era poi quello che l'aveva lasciata, abbandonandola come una scarpa vecchia? Non che se ne dispiacesse, lasciarla era l'unica coda giusta che Paolo aveva fatto per lei.
     Aveva appena iniziato a vivere e aveva incontrato Paolo - perfino il suo nome ora le feriva l'anima - e con lui al suo fianco aveva smesso di respirare. Proprio quando aveva imparato ad aprire i polmoni all'aria, quell'aria era diventata malsana, avvelenata da un uomo sbagliato e pieno di fiele.
     Decisamente non sapeva come si facesse a vivere.
     Mentre quando vedeva Lorenzo, con quel suo modo di fare, violentemente sicuro di sé, leggermente bohemien nel suo modo di avvicinarsi alle colleghe, impazziva di follia carnale e vitale. Tutto di lui l'attirava: dal sorriso apertamente tracotante sicurezza ai suoi maledetti ricci biondi che gli cadevano davanti agli occhi ogni volta che muoveva la testa.
     Il suo collo poi, con il pomo d'Adamo leggermente proteso in avanti, la faceva impazzire, avrebbe volentieri affondato i suoi denti bianchi in quella carne dalle tinte ambrate, lasciando magari un chiaro marchio del suo morso, tanto per segnalare che lei su quella polvere di luna aveva lasciato il segno.
     Le piaceva da matti al di là di ogni chiara ragione logica, l'attrazione che provava per lui era spudoratamente chimica, una mistura di odori e suoni che produceva quel maledetto corpo di uomo.
     Quando Lorenzo entrava nella stanza lo sentiva immediatamente, era come una magia antica che le si dipanava davanti senza comprenderne bene il significato logico, qualcosa di insinuava sulla sua pelle lacerandola di desiderio.
     Desiderio che non si acquietava nemmeno di notte, aveva perso conto ormai dei sogni bagnati in cui lui era l'unico protagonista, si trovava di mattina fradicia di sudore dalla testa ai piedi, per non parlare poi del liquido viscido e profumato che si ritrovava fra le gambe e di cui erano completamente intrise le sue mutandine.
     Il tempo passava, i suoi occhi finivano inevitabilmente nei suoi e poi sfuggivano spaventati, intimiditi da tutto quel verde che sembrava simile alle profondità delle foreste amazzoniche, inutile dire che tremava di paura all'idea di perdersi in mezzo a tutti quegli alberi, ma la domanda tremenda e reale era: se lei già si fosse irrimediabilmente persa in mezzo a tutte quelle meravigliose foglie screziate di diversi verdi?
     Solo l'idea di poter finire fra le braccia di un altro uomo tremava di paura, il terrore puro le accarezzava le membra lasciandole sciogliere in una sanguinea marea di lacrime già versate. Non avrebbe voluto mai più provare quello che provava ora per quel maledetto uomo che le si muoveva davanti giorno dopo giorno, provocandola inconsapevolmente. Faceva troppo dannatamente male provare quelle sensazioni che poi finiscono per entrarti talmente in profondità nella carne da lasciarti ferite visibile e troppo dolorose.
     Ci aveva provato, aveva provato a resistere a quello che il suo corpo le gridava prepotentemente nella testa, aveva smesso di contare le volte in cui aveva ripetuto al suo cuore dannato: "Smettila di sussultare, non sei il cuore di un'adolescente in calore"; ma la realtà era ben diversa, lei, con l’incantesimo che le aveva gettato nella carne Lorenzo, era tornata peggio che adolescente.
     Smetteva di ragionare per essere solo odore, carne e brama incontrollata, fame insaziabile, ingorda di sesso. Viveva solo di attimi fuggevoli in cui, quegli occhi, consapevolmente o meno, si posavano su di lei.
     Allora la sua carne bruciava, tutto di lei risuonava in musica festante. Perfino nella bocca sentiva il sapore del suo essere uomo e non riusciva a smettere di pensare di avere in lei, in ogni parte di lei, quel membro duro e forte che traspariva dalla tela dei pantaloni.
     Un mattino come tanti altri, un giorno come tanti altri, mutuo da pagare, spese da sanare, un vestito indossato inutilmente, poiché lui, esattamente come le altre volte, non l'avrebbe degnata di uno sguardo in più... fame incredibile di essere donna sprecata per chi nemmeno la vedeva. Di nuovo stupida... spreco incredibile di tanta energia per nulla più che un sogno.
     Ma poi accadde... Accadde qualcosa in cui aveva smesso di sperare, di credere, di desiderare...
     Lui entrò, col suo incedere felino simile a quello di una pantera, passi lenti dinoccolati verso di lei, i suoi occhi più scuri del normale, un verde oppressivo, caldo, soffocante. La sua voce ruvida sulla pelle pronta a sussultare. Il suo caldo alito fatto di vento, fatto di menta, sulla sua bocca... le sue parole strane, temute, sperate e finalmente vere.
     "Ho bisogno di te Manuela, vieni nel mio ufficio".
     Le sue braccia muscolose appoggiate sulla scrivania, mani screziate di venature azzurre, maschio fine dentro nel sangue.
     D'improvviso il cuore che pulsava maligno nelle orecchie, esplosione chiara del suo bisogno. Del bisogno di sentirlo addosso, di sentirlo dentro, brutale, indelicato, famelico. Bisogno di sentire quelle mani ambrate sulla sua pelle diafana, di sentire le unghie strapparle la pelle.
     Fame, aveva fame di lui.
     Si alzò dalla sedia con la sensazione sulla pelle che l'aria si fosse fatta pesante, pressante su di lei, umida nell'incredibile desiderio di essere sola con lui, con i suoi ricci biondi in bocca mentre languida gli bramava sotto.
     Un liquido dolce di miele le inondò violento il ventre, lo sentì sciogliersi caldo sulle mutandine, scivolò sul suo pelo morbido.
     Lo seguì in silenzio. In silenzio lungo il corridoio bianco simile a quello di un ospedale. Lo seguì in silenzio nel suo ufficio, lo superò senza guardarlo, mentre lui le teneva la porta, cazzo, cavaliere fin nel midollo.
     In silenzio mentre ascoltava il lento scattare della serratura alle sue spalle. In silenzio solo col feroce battito del suo cuore e il lento scivolare del suo miele lungo la sua natura calda e grondante.
     Lei alle sue spalle.
     Silenzio fatto di respiri, di attesa, l'odore ammorbante del loro desiderio che bramante aspettava solo di uscire nell'aria calda, rovente dell'ufficio.
     Sentiva il loro bisogno spingersi rovente fra di loro, uscire da loro, sormontare le loro teste e abbattersi feroci nello spazio che li divideva, il loro desiderio caldo liquido reale, desiderio di essere accovacciati uno addosso all'altra, due felini neri che si strofinavano fra loro in attesa che anche i loro corpi finalmente si toccassero.
     Poi lo sentì, sentì i suoi passi lenti verso di lei, la sua mano sulla spalla, la calda mano del desiderio che la travolgeva completamente.
     "Lo vuoi?", le chiese mentre appoggiava le sue labbra calde lungo il suo collo scoperto.
     Si era raccolta i capelli apposta, perché lui notasse il leggero segno delle vene azzurrine in chiaro contrasto con la sua pelle fatta di luna.
     Le sue labbra le ustionarono la pelle.
     Sussurrò con il dolore lancinante dell'attesa addosso: "Sì".
     Avrebbe detto sì a qualsiasi cosa lui le proponesse, a qualsiasi cosa lui volesse farle, e in quel momento - mentre labbra di pantera le strofinavano la pelle con la barba rasata il giorno prima - desiderò che lui davvero volesse farle di tutto. Desiderò che lui la riempisse di tutto il suo mascolino, enorme, proteso, corpo.
     Le lunghe dita di uomo presero a sbottonarle il vestito indossato apposta per quello. Lenti gesti languidi, sicuri, misuratamente eleganti perché fossero perfetti per entrambi. L'attesa della nudità e del suo caldo abbraccio, dolore nelle loro carni.
     Il vestito scivolò lungo i suoi fianchi morbidi e sensuali, un brivido le percorse la schiena.
     Lì, nuda, con solo il leggero pizzo candido delle mutandine e degli slip, voleva essere divorata da quella pantera, essere brutalmente inforcata da quel carnivoro feroce e spietato.

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