
C'era
una volta
di Ucronia
C’era
una volta una fatina. Era nata una mattina d’estate da
un enorme papavero dai petali vermigli vellutati e
carnosi. Non ricordava nulla della sua vita precedente,
ma il grande papavero le raccontò che il suo piccolo
spirito scarlatto pochi giorni prima lo aveva fecondato,
i suoi petali si erano richiusi sulla piccola scintilla
che si era accesa e, tenendola dentro come in un utero
materno, l’aveva custodita.
Il papavero, stremato, prima di andarsene
per sempre le regalò i suoi petali e le sue foglie. La
fatina accolse con gratitudine i doni preziosi con i
quali ricoprì la nudità innocente del suo corpicino, le
gambe sottili, le spalle esili, i seni acerbi e i
minuscoli piedi. Diede un ultimo saluto a ciò che
restava del suo papavero, dispiegò le tenere ali e si
diresse in volo verso il bosco che cingeva il campo,
un’interminabile distesa di rosso oscillare.
Il giorno era appena iniziato, la fatina
non sapeva dove andare, non sapeva perché il suo spirito
si fosse incarnato. Però era felice. Continuava a girare
intorno agli alberi, vorticava tra i rami, risaliva
incontro ai raggi di sole che imperterriti foravano le
fronde, e scendeva in picchiata verso l’erba per poi
virare all’ultimo momento di nuovo verso l’alto.
Era davvero raggiante. Ed era sola. Non
conosceva nessun'altro essere fatato, ma sapeva che il
bosco doveva esserne pieno. Sentiva ogni tanto
echeggiare delle vocine in lontananza, ma non aveva
fretta di raggiungerle. Voleva godersi il bosco, i suoi
odori intensi, la resina che colava lungo i tronchi
nodosi, gli animali che scappavano furtivi a ogni
piccolo rumore.
Era passato da poco mezzogiorno quando,
nel suo gironzolare, scorse un ruscello che scorreva
silenzioso tra un gruppetto di giovani querce.
Decise che voleva guardarsi. Si
inginocchiò vicino al ruscello e si protese abbastanza
da scorgere quel visino dagli immensi occhi nocciola che
la fissavano. Si vide piccolissima e si mise a ridere
così forte che lo scampanellio provocato del battere
delle sue ali raggiunse i rami più alti delle querce che
dondolarono all’unisono, colme di gioia.
Guardarsi fu sorprendente. Si toccò le
guance pallide e lisce, con le dita seguì le linee delle
sopracciglia che le ornavano gli occhi. Aggrottò la
fronte e una piccola ruga le si formò in mezzo agli
occhi. Rise di nuovo e la ruga sparì. Si sorrise, si
imbronciò, si fece le smorfie mentre le sue ali
sfarfallavano trillando dietro di lei. Si sfiorò le
orecchie, piccole, nascoste dietro ciocche di capelli
scuri e folti. Con le dita disegnò due piccoli sentieri
che dalle orecchie scendevano e si riunivano sotto il
collo. Tolse il petalo del papavero con cui si era
coperta il torace fino all’ombelico e quello che vide
specchiandosi ancora la riempì di un desiderio inatteso.
I piccoli seni erano rotondi come due nocciole, e
pallidi. I capezzoli invece erano scuri, due chiodi di
garofano che chiedevano solo di essere assaggiati. Li
sfiorò e vide i due esserini svegliarsi e pretendere
attenzione. La fatina non si fece pregare, li accarezzò
e ci giocò e il piacere le salì verso il viso, le
imporporò le guance e le fece vibrare nuovamente le ali.
La fatina ora non si stava specchiando
più, era assorta a guardare il suo corpo e le sue mani
che indecise le avvolgevano il pancino soffice. I
capelli le scendevano sul viso e glielo nascondevano
come una tenda di seta scura. Le querce rivolsero i rami
verso il sole, confuse e turbate da quello scampanellio
insistente.
La fatina era ormai presa da un desiderio
incalzante di cui il suo spirito forse aveva memoria
dalle vite precedenti, ma che il suo corpo stava vivendo
con un’intensità che non poteva ricordare.
Decise di togliere anche l’altro petalo
del papavero che le cingeva la vita. E si sedette, le
gambe incrociate. Le mani, ansiose di scoprire cosa
ancora potessero suscitare, accarezzarono le gambe,
risalendo dalle ginocchia verso su, fermandosi timorose
all’incrocio dove un altro fiore, ancora chiuso, anelava
di essere sfiorato. Con la mano accarezzò la leggera
peluria rossiccia che ricopriva i due petali più grandi.
Le ali fremettero e tintinnii acuti si diffusero per la
radura. Piano piano con le dita separò i due lembi e
provò a sondare l’entrata umida di quell’anfratto. Non
appena lo dischiuse, emanò una fragranza di erba
tagliata di fresco. Continuò le sue carezze, mentre una
delle dita blandiva la parte morbida e interna del
piccolo fiore che lentamente si apriva e si imperlava e
provò il desiderio irresistibile di conoscerne il
sapore. Assaggiò il dito e, con uno scampanio di
eccitazione improvvisa, richiamò ancora una volta
l’attenzione delle querce che da quel momento furono
conquistate da quella vista. Sapeva di mandorle tostate.
Aveva la dolcezza salata del vento di scirocco e la
consistenza del miele. Si passò la lingua sulle labbra e
rise di gioia, si sentiva libera e spensierata.
Continuando a deliziarsi di se stessa, la
fatina rimise il dito dentro quel vasetto di bontà e
stavolta le sue carezze divennero più decise. Il dito
non lasciò più quel luogo morbido e umido, anzi andava
sempre più a fondo mentre l’altra mano solleticava e
stuzzicava il bocciolo rigonfio da cui a ondate
arrivavano scariche di piacere. I movimenti delle dita e
della mano accelerarono, la fatina rovesciò la testa
indietro e la sua risata unita allo scampanio, ormai
incontrollabile, rimbalzò di ramo in ramo e di foglia in
foglia e raggiunse il cielo terso del pomeriggio. Ormai
pervasa da quelle sensazioni si distese sull’erba,
allargò ancor di più le gambe mentre le carezze profonde
delle sue mani la incalzavano.
La vita nella radura sembrava essersi
fermata, ascoltava e osservava quello spettacolo
meraviglioso di un essere fatato intrappolato
nell’estasi. Anche l’acqua del ruscello parve rallentare
il suo corso, insetti curiosi si posarono sulle
margheritine che circondavano la fatina, coccinelle,
libellule frementi, piccoli grilli e anche una cicala
che iniziò a frinire eccitata dal trillo continuo delle
ali della fatina. E lei andò avanti, tanto che rivoli di
quella linfa preziosa stillarono sulla terra e la
fecondarono.
Quando il piacere divenne insostenibile
da trattenere, la fatina strinse tra le dita il bocciolo
impaziente e fu investita da un’ondata di piacere che la
raggiunse intensa, calda, dalla nuca fino alla punta
delle dita dei piedi, e risalì di nuovo, le attraversò
il ventre ancora una volta ed esplose sotto le palpebre
e dietro la schiena, inarcata come scossa da una scarica
elettrica. Aprì gli occhi e li richiuse, strinse le
gambe imprigionando le sue stesse mani come dentro una
morsa, e poi lentamente i muscoli del corpo si
rilassarono. Allora si girò su di un fianco e si
addormentò, felice.
Le querce trattennero il fiato e poi
silenziose lasciarono cadere un tappeto di foglie
attorno alla fatina esausta, per coprirla e proteggerla.
Gli insetti volarono via e i fiori cominciarono a
chiudersi di nuovo, man mano che il giorno volgeva al
termine e le ombre si allungavano nella radura attorno
al ruscello.
La quiete tornò a regnare e custodì il
sonno della fatina. |
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4 Commenti:
Ucronia
02/01/2011
@Sylvie: Quella che è in me continua a stupirsi sempre! |
Sylvie
28/12/2010
E' una bella fiaba, scritta bene... per il bambino/a che è
in noi... sperando non cresca mai e continui a stupirsi... |
Mr. Fungo
11/10/2010
Sì, proprio una fiaba per bambini. Ucronia, complimenti,
molto eccitante come storia. Caldi baci |
Hancor
04/10/2010
Bella la scrittura... e la trama... forse un fantasy molto
semplice da racconto per bimbi, in effetti è una fiaba... nel
complesso gradevole, che si fa leggere... Mi è proprio piaciuto |
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