
Chiamami
di Ucronia
Non
conservo memoria di prima, prima del momento in cui mi
sono risvegliato da un sonno senza sogni. Non conoscevo
il mondo di oggi, e del passato conservo un’idea vaga.
So cosa sono, mantengo sempre la consapevolezza della
mia natura, ma i ricordi delle vite vissute non
perdurano oltre il tempo prescritto. Poi ritorna il
sonno, l’immobilità, l’oblio e il buio per decenni o
secoli.
Sono finito tra le sue mani poco tempo
fa, un tardo pomeriggio di fine estate, il souvenir di
viaggio portato da un’amica. Scelto tra decine di
oggetti usati, gettati alla rinfusa sulla bancarella di
un mercatino. Quando è rimasta sola con il suo regalo,
mi ha tenuto in mano e il suo calore aveva già iniziato
a fare effetto, sentivo i suoni provenire dall’esterno.
Mi desiderava, voleva dal profondo del suo essere che le
fiabe ascoltate nell’infanzia diventassero realtà. E
forse mi avvertiva già, ma non ne sono sicuro. Nel
frattempo accarezzava i fianchi anneriti della mia
lampada di bronzo, la mia casa e il mio sepolcro, legato
a essa per l’eternità. Il calore è aumentato con lo
sfregamento finché all’improvviso non sono esploso dal
beccuccio in una nuvola di vapore bianco e ho iniziato a
prendere forma concreta davanti ai suoi occhi increduli.
Ho chiamato a raccolta le particelle di materia che,
attratte dalla mia forza come da una calamita, si sono
unite alla mia essenza e mi hanno dato un corpo.
L’energia che sprigionavo dopo il lungo letargo era
immensa, riempiva la stanza e impregnava l’aria come
nebbia densa.
Mentre mi crogiolo nel ricordo della
prima volta che mi ha evocato, cerco di immaginarla ora.
E spero che mi chiami presto, sono impaziente, fremo al
solo pensiero.
La sua faccia stupita, la sua risata
coinvolgente; mi aspettavo grida di paura, imprecazioni,
e invece mi ha sorpreso urlando di gioia. Ripeteva "Lo
sapevo! Lo sapevo", e saltava sul divano ridendo e
agitando le braccia come se avesse le ali. L’ho amata da
subito. È la mia padrona e la amo come non posso neanche
ricordare di aver fatto con i miei precedenti padroni.
"Dimmi quali sono le regole", dopo i
primi attimi di esultanza è andata subito al sodo e ha
voluto sapere quali fossero i limiti del mio potere e
dei suoi desideri.
"Sei la mia padrona. Non posso cambiare
il passato. Non posso prevedere il futuro. Non hai
limiti di desideri".
"Nessun limite?".
Era esitante, la realtà non corrispondeva
ai racconti da mille e una notte che aveva sempre
sentito da piccola e poi nei film e nei cartoni animati.
Non si rende conto che realizzare i propri desideri non
coincide sempre con l’essere felici. Arrivano la noia,
l’abitudine, l’insoddisfazione.
Ecco che mi chiama. Ha appena allungato
la mano verso la lampada e con l’indice ne ha sfiorato
il fianco. Faccio capolino dal beccuccio restando
incorporeo. Nella penombra la fisso, è seduta davanti a
me. I suoi occhi sono chiusi, le labbra semiaperte. La
lampada è poggiata sul tavolino di fronte al divano di
pelle nera su cui è seduta. Che visuale impeccabile mi
ha scelto. La vedo dondolarsi adagio. Finalmente apre
gli occhi, sorride e si piega indietro, si appoggia e li
chiude di nuovo. Ormai capisce quando ci sono anche se
non sono visibile. È certa del mio sguardo. Lui no.
Lui non immagina per nulla di essere
osservato. Affondato nello stesso divano, sotto di lei,
è concentrato sul suo piacere. Vedo solo le sue gambe
nude spuntare tra quelle di lei; sembrano bambini che
giocano a cavalluccio. Non mi ha fatto assistere ai
preliminari di quella scena, non lo fa mai, non so mai
chi sia l’uomo con cui la vedrò. Come al solito mi ha
messo a portata di mano solo quando le cose sono andate
oltre. L’uomo che oggi si è portata a casa non è lo
stesso dell’altra volta. E' uno qualunque, conosciuto
chissà come.
"E' un gioco", mi ha detto la prima
volta, indecisa se confidarsi con me.
"Io sono solo un genio", le ho risposto,
"non un giudice; tu sei la mia padrona e io sono qui per
esaudire i tuoi desideri". E per amarti, pensavo tra me,
anche se amare un padrone non fa parte delle regole. Non
dovrebbe succedere, ma non posso e non voglio fermare
questo processo, questo coinvolgimento che mi ha
condotto a condividere la sua intimità.
"Come devo chiamarti, genio?".
"Chiamami come desideri, io saprò sempre
che sei tu, non sentirò nessun’altra voce se non la
tua".
Avevo un nome, che non ricordo più. Jinn
mi chiamavano gli antichi.
"E tu vuoi conoscere il mio nome, genio?
Non voglio che mi chiami padrona, mi fa ridere".
"Ma tu sei la mia padrona, è innegabile".
Quanta ingenuità. Sembra una bambina
cresciuta in fretta. Un essere tutto ossa e cervello, un
fragile connubio di razionalità e passione. Mi sono
abituato ai suoi scoppi improvvisi di ilarità e ai suoi
pianti. Le ricordo spesso che non sono il suo animaletto
di
pezza a cui confidava i suoi segreti da piccola. Io sono
il suo genio! Dimentica che può chiedermi di esaudirla.
Sembra quasi che abbia rinunciato ai suoi desideri o che
abbia dimenticato come si fa ad averne.
Continuo a guardarla. E' nuda, i seni
coperti dalle mani di lui, che non riesco a vedere del
tutto perché nascosto dal corpo della mia padrona. Mi
concentro su di lei, solo lei. Guardarla è per me fonte
di un piacere misterioso. Alla fioca luce del sole che
tramonta, vedo i contorni del suo bacino, le cosce
aperte, le gambe piegate sotto quelle dell’uomo, le
caviglie agganciate come uncini. Con le mani fa leva
contro i fianchi di lui. Vedo i loro sessi incastrati
uno dentro l’altro, lucidi. Percepisco il profumo dei
suoi umori. Ho imparato a riconoscerlo. Non si ferma,
riapre gli occhi ma non mi scorge, non ancora. Pronuncia
in silenzio il mio nome, mi sussurra vieni, e io esco
del tutto dalla lampada. Sono vapore denso ma
invisibile. Le tende ondeggiano leggere, io aleggio di
fronte a lei, ma non posso rischiare di farmi vedere da
un estraneo.
I suoi desideri sono stati sempre facili
da realizzare. Quando le richieste materiali sono
finite, io sono rimasto. Sono sempre qui, tutti i
giorni, mi chiama, vuole qualcuno che l’ascolti e io ci
sono.
Mi ha raccontato degli studi, degli
amici, della famiglia. Mi ha raccontato anche dei suoi
uomini, delle delusioni, della rabbia, della solitudine.
Delle mani che arroganti e prevaricatrici l’hanno
toccata quando non era lecito. E allora, dopo averla
amata senza saperne la ragione, ho iniziato ad amarla
perché la capivo e la conoscevo. Non ricordo come sia
iniziato né quando. Non ha più importanza, sono qui, mia
padrona.
Scivolo tra le loro gambe attento a non
sfiorare lui, risalgo verso il punto in cui sono
incastrati.
Il suo sesso è aperto, accoglie dentro di
sé l’uomo, lo bagna, lo inghiotte, lo nasconde
completamente alla vista per poi lasciarlo quasi andare,
ma mai del tutto. Lei sa che sto guardando e rallenta il
movimento per me, per darmi il tempo di assaporare ogni
gesto. Sono così vicino che riesco quasi a sfiorare il
suo ventre. Al mio comando raggruppo le particelle del
mio spirito, ordino loro di prendere consistenza quanto
basta per far sì che lei mi percepisca sulla pelle. Come
se fossi delle enormi dita, scorro dai seni
all’ombelico, giro tutto intorno a quelle carni che
sembrano fuse, ma non lo sono. La mia padrona mi sente e
chiude gli occhi: sono come il piacere solitario o come
uno sogno erotico.
Ed è il momento del piacere, dei sessi
che gemono, del suo fiato che si mischia con il mio
spirito.
E' il momento di lambirla come solo io
posso fare, di essere dappertutto nello stesso tempo, di
solcare il suo corpo umido di sudore, di soffermarmi
sulle orecchie, di sfiorarle le palpebre e la fronte, di
entrare nella sua bocca, farmi respirare da lei e
rigettare con forza dai polmoni. Il ritmo è aumentato.
Vieni, continua a sussurrarmi, entra anche tu. E mi
intrufolo nella carne, tra sesso e sesso e nell’oscurità
sogno che diventi lei la mia lampada di sangue e pelle.
Non potrei essere più felice di così, ma dura poco, con
un sibilo mi ordina di tornare nella lampada che mi
risucchia senza pietà.
Buio e silenzio. Minuti interminabili.
Non mi fa assistere al suo piacere ultimo. Non vedo mai
gli schizzi di sperma sul suo corpo. Non so mai come
riesca a mandare via questi uomini, cosa dica loro.
Minuti e ancora minuti. Attesa. Eccola, sento il calore
della carezza e la sua voce: "Genio".
Esco e prendo forma, piano piano mi
ricopro di materia. E' seduta sul divano, è sola, nuda,
si circonda con le braccia le gambe piegate contro il
petto. Il suo odore impregna l’aria. Mi sorride e so già
che mi chiederà di soddisfare l’unico desiderio che non
potrò mai esaudire: diventare un uomo, il suo uomo in
carne e ossa. Lo fa sempre dopo, spera che un giorno io
acconsenta, come se
dipendesse da me. O che si avveri così, per magia, ma la
magia ha i suoi limiti e questa è l’unica forma di vita
che mi sia concessa.
Per consolarla, ora che sono visibile e
solido la abbraccio. Accolgo in me la forza del suo
piacere e la debolezza della sua solitudine. La cullo,
le canto una ninnananna in una lingua antica. |
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4 Commenti:
Bumu
18/02/2011
Sognante. Mi piace :-) |
Ucronia
01/01/2011
Grazie ^^ |
Sylvie
28/12/2010
Bello, come una fiaba... |
Laika

21/12/2010
Io l'ho trovato... bellissimo. Originale e così ben
scritto. Complimenti. Davvero |
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