
Come
sale sulle ferite aperte
Sono a casa mia, stesa a letto a pancia
in giù, con la testa sul cuscino.
Fisso la porta scorrevole in legno senza un reale
motivo. Provo a chiudere gli occhi, a dormire, ma non
riesco. Così li riapro, con gli occhi vago per la stanza
buia, cerco di riconoscerne i contorni.
Solo qualche ora fa ero nella stessa identica
posizione. Lui era steso su di me, sentivo premere il
suo corpo sul mio, nudo. Le sue mani - entrambe -
tenevano le mie ferme sul materasso all’altezza delle
spalle.
La sua bocca sussurrava lenta cose sporche
nell’orecchio destro, poi si apriva in un morso famelico
che mi faceva urlare.
Nello stesso identico istante, l’orgasmo arrivava senza
preavviso prendendo strade inattese e mi squarciava il
ventre.
Riaprivo gli occhi solo qualche secondo dopo e vedevo
il sangue colarmi in una linea contorta giù, lungo la
spalla.
Lui usciva da me scostandosi di lato sul letto.
Allontanarmi dal suo corpo mi faceva sentire freddo e mi
coprivo in quel momento con una coperta rossa e morbida.
Lui mi abbracciava carezzandomi la pelle rovinata e
diceva che mai e poi mai sarebbe morto senza averlo
fatto per l’ultima volta.
“Fatto cosa?”, chiedevo ingenuamente provando a
voltarmi.
“Fatto te”, rispondeva con voce roca.
Poi mi diceva di star ferma.
“Non muoverti, non ti girare ora”, diceva.
La schiena mi faceva male, un dolore sopportabilissimo,
ma lungo e continuo.
Poi tornava a schiacciarmi, tornava sopra di me e io
non avevo più freddo.
Il suo cazzo era infilato proprio tra le mie natiche,
che lui prontamente teneva divaricate, aperte con le
mani. Appoggiava la punta del cazzo sull’entrata facendo
leva con le mani piantate sul materasso vicino alla mia
testa. Io piegavo le ginocchia e le allargavo mentre lui
mi entrava dentro.
“Non parlare”, diceva.
E affondava lento.
Sentivo il suo petto largo sulla mia schiena, il sudore
bruciare come sale sulle ferite aperte.
“Non parlare”, diceva ancora.
Poi mi baciava, leccando i graffi diventati gonfi.
“Ti amo”, sussurravo io.
Non glielo avevo mai detto. Mai.
A quelle parole lui si irrigidiva dentro di me per un
attimo, poi succhiava il lobo del mio orecchio destro e
mi ripeteva che ero stata brava, che non mi ero
lamentata. Che solo io...
“Solo io?...”, chiedevo.
“Solo tu sai quello che voglio”, diceva.
Poi avevo un orgasmo così pieno che sembravano due e
che arrivava nello stesso istante in cui lui veniva
dentro di me.
E in quel momento - mentre giuravo a me stessa che per
l’ultima volta mi sarei trovata in quella situazione -
sentivo, insieme al dolore pungente alla schiena, un
bisogno reale di quello stesso identico dolore.
Quando avevo citofonato quel primo pomeriggio, lui -
invece di rispondere - si era affacciato dal balcone e
aveva guardato in basso. Sul viso, poco prima che
rientrasse in casa, avevo notato un sorriso malizioso.
Poi avevo atteso qualche secondo e il portone si era
aperto in un rumore lungo e fastidioso.
Avevo fatto le scale lentamente fino al secondo piano,
dove la porta dell’appartamento era socchiusa.
Lui, pur non essendo in casa sua, si muoveva come se
l’ambiente gli appartenesse.
Ero entrata accostando la porta alle mie spalle e lui
subito mi era venuto incontro. Poi mi aveva afferrato il
viso tra due mani e, solo dopo un secondo di esitazione,
mi aveva dato un bacio convinto sulle labbra.
Bacio.
Bacio.
Lingua appena sui contorni della bocca. Lingua dentro.
Sui denti. Sul palato.
Lingua su lingua. La sua era caldissima, morbida
appoggiata, avvolta alla mia.
Lingua ancora.
Poi si era staccato appena, aveva afferrato tra i denti
il mio labbro inferiore. Aveva stretto un po’. Piano,
prima. Poi aveva stretto di più, lo aveva succhiato e
tirato appena verso di lui. Avevo sentito tagliarsi le
labbra, un bruciore acuto, e avevo visto il mio stesso
sangue sulla sua lingua mentre si ritirava.
Avevo sentito fremere la schiena, le gambe quasi
avevano ceduto, ma avevo resistito. Mi ero aggrappata a
lui, con le mani sulle sue spalle larghe coperte da una
t-shirt blu.
Mi era arrivato al naso il suo odore che mai
dimenticherò, nemmeno fra cento, mille anni.
Quell’odore mi aveva fatto venire i brividi proprio
come avevano fatto i suoi baci.
Le sue mani intanto erano salde sulla mia vita,
l’avevano stretta. Erano passate dietro, sulla schiena,
in una sorta di carezza e lì si erano fermate. L’avevo
sentito aprire i palmi, lisciare la maglia leggera di
cotone alla ricerca di qualcosa.
Io avevo provato a staccarmi, ma i miei movimenti erano
stati poco convinti, così lui aveva fatto solo una
leggera pressione e io avevo desistito.
Desisto. Desisto sempre quando ho lui davanti.
Mi aveva baciato ancora, più lentamente. Ormai ero lì,
ero sua. Non era necessario mi afferrasse. In fondo in
fondo, mi aveva già presa.
Non avevo opposto resistenza, non lo faccio mai con
lui.
Mi aveva morso la mandibola, il mento. Mi aveva leccato
il collo. Avevo visto con la coda dell’occhio la sua
lingua rossa passare sulla mia guancia, poi era sparita
dietro l’orecchio.
Avevo avuto un brivido e quella volta avevo sentito lo
slip appiccicarsi alla pelle e smuoversi qualcosa, lì
sotto.
Poi lui finalmente si era staccato, mi aveva guardato e
aveva sorriso. Aveva le labbra umide, lucide di saliva.
Io mi sentivo calda, caldissima. Pareva che le guance
mi stessero per prendere fuoco.
Quel bacio così animale, silenzioso eppure fitto di
parole mute, erano il preavviso a ciò che sarebbe
successo di lì a poco. Io lo sapevo già.
“Hai sete?”, mi aveva chiesto.
Avevo fatto no con la testa. Non riuscivo nemmeno a
parlare.
Me ne stavo in piedi, impalata davanti alla porta
ancora socchiusa, impacciata come fossi al primo
appuntamento.
Poi gli aveva squillato il cellulare e lui aveva
risposto, parlava di cose che non so, di lavoro, di
appunti e articoli, di recensioni. Parlava di soldi e di
contratti e io intanto mi ero voltata verso il muro e
avevo iniziato a guardare i quadri appesi alla parete
del soggiorno. Ce n’era uno che mi piaceva, molto scuro,
con una ballerina al centro. Mi ero accostata, l’avevo
guardato da più vicino. Tutto a un tratto lui mi era
dietro. Parlava ancora al telefono, ancora le stesse
cose. Però era dietro di me, vicinissimo. Mentre parlava
avevo sentito il suo fiato caldo accarezzarmi una
spalla. Allora avevo fatto per voltarmi ma lui mi aveva
pressato, i suoi piedi avevano bloccato i miei, con le
ginocchia quasi mi aveva spinto contro il mobile in
legno. Aveva salutato e chiuso la conversazione e subito
dopo avevo sentito il suo cazzo duro attraverso i jeans
spingere all’altezza del mio culo. Poi le sue mani erano
risalite dalla vita verso l’alto sulla pelle portandosi
dietro, in un fruscio, la maglia di cotone.
“No”, avevo detto solo.
Lui si era fermato, mi aveva baciato le spalle.
“Lasciami fare”, aveva bisbigliato.
E io avevo desistito ancora una volta. L'avevo lasciato
fare.
Mi aveva sollevato la maglia fin sulle scapole ed era
rimasto così qualche secondo, osservando la pelle nuova
della mia schiena.
Poi aveva passato un dito in basso, all’altezza delle
reni. In un punto ben preciso.
Lì c’era la cicatrice, la prima che lui mi aveva fatto
molti anni prima. Sapevo senza vederlo - ed ero
fermamente convinta - che il suo dito fosse poggiato
esattamente lì. Ed ebbi paura.
In quel momento lui aveva sorriso, poi era sceso con le
mani – entrambe – e mi aveva afferrato i glutei con
decisione.
Avevo chiuso gli occhi e avevo giurato a me stessa,
mentre con una mano mi sollevava la gonna chiara e si
insinuava con le dita sotto lo slip, che per l’ultima
volta mi sarei trovata in quella situazione.
(dedicato) |
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2 Commenti:
Madeleine
26/10/2010
Mi complimento... solo ora mi è stato possibile leggerti e
mi pento di non aver avuto il tempo finora. Sei molto brava, sai
descrivere le sensazioni alla perfezione. Mi piace molto |
M0rgause
18/10/2010
Cannibalismo della mente e della carne: una catena
ferocemente tesa. Ottima prosa che induce il lettore in una
dimensione alternativa e per molti aspetti surreale |
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