
Con
gli occhi chiusi (part n.1)
Cosa ti succede quando la lussuria non
giace più quieta, ma si risveglia dal suo torpore?
Quando si affievolisce quell’assuefazione data dai gesti
quotidiani, dai soliti amplessi, cosa ti succede? Quando
il pulsare di un semplice orgasmo non basta a drogarla e
a farla impigrire?
Io mi sdraio.
Le lenzuola bianche e sfatte mi fanno da cornice.
Il viso rivolto verso l’alto, le braccia lunghe dietro
la schiena. Le ginocchia piegate e leggermente aperte.
Nuda.
Solo sottili mutandine nere a spezzare la carne bianca
del mio corpo. Non le tolgo perché mi piace il gesto di
farmele tirar via. Dita ferme che sfiorano la pelle
afferrandole. Facendole scivolare fino alle caviglie.
Chiudo gli occhi.
Ti penso sai?
Penso che se fossi lì, in piedi accanto al letto, mi
guarderesti serio mentre infilo due dita sotto il
tessuto degli slip. Mi guarderesti senza dire una
parola. Senza toccarmi, prima, per assaporare e farmi
assaporare in silenzio quei miei momenti di solitario
piacere. I tuoi occhi umidi, attenti, seguirebbero e
rincorrerebbero ogni mio gesto. Le labbra schiuse e
ammorbidite, ogni volta, dal passaggio della lingua. Le
mani nervose. Impacciate.
Ti immagino come un ombra nella stanza che poco a poco
prende forma. Come un capriccio senza volto che
lentamente prende colore.
Con gli occhi chiusi insistentemente continuo il mio
viaggio verso il punto più caldo. Lo sento pulsare ed
agitarsi sotto il palmo, tra le dita. Trovo quel piccolo
sesso sporgente docile e cedevole sotto i polpastrelli.
Nell’istante stesso in cui lo sfioro un tremito mi fa
vibrare.
Le dita percorrono la fica nella sua lunghezza,
arrivando all’ingresso. Sfiorano, lambiscono, rasentano.
Premono ed entrano per pochi attimi prima di uscire
ancora portandosi dietro i primi umori. Poi ripercorrono
veloci la strada al contrario. Passano sul ventre, sui
seni. Le labbra si schiudono al loro avvicinarsi. La
lingua esce a cercarle, va incontro alle dita. Le infilo
in bocca, arrivando fino in gola. Le lecco intorno, in
mezzo, come un serpente che insidia ed avvolge la sua
preda. Le succhio leggermente, con gli occhi chiusi,
dissetandomi di un’acqua primitiva. Poi tornano ad
esplorare colanti di saliva la fica aperta. Le appoggio
di piatto come una lingua tra le cosce. Le muovo avanti
e indietro come un cazzo che cerca di entrare.
Con gli occhi chiusi ti vedo lì, avvezzo dal momento.
Inerme come un bambino davanti una vetrina che brama il
suo giocattolo preferito.
Noncurante dei tuoi sguardi proseguo il mio gioco. Le
dita sono già pregne dell’orgasmo che deve ancora
arrivare. Le muovo più velocemente. Non voglio farti
aspettare troppo. Voglio farti gustare la scena.
Mi sembra quasi di sentirti. Con gli occhi chiusi il
tuo profumo, adesso, mi violenta le narici. Sento il tuo
respiro farsi caldo, incalzante. Segue il mio con lo
stesso ritmo, cerca di starmi dietro.
Con gli occhi chiusi ti vedo. La bocca aperta come se
qualche goccia del mio sperma ti fosse arrivata alle
labbra. Passi la lingua e ne segui il contorno. Le tue
mani iniziano a cercarti sotto i pantaloni. Sento il
frusciare della stoffa flebile ma veloce.
Godo.
Con gli occhi chiusi.
La schiena si inarca, la testa rivolta all’indietro. Le
mani entrambe tra le cosce accolgono i succhi del mio
piacere. Le tengo lì, con il palmo che preme lievemente
sulla fica aperta, fino a che l’ultimo spasmo non se n’è
andato. Finché non smetto di tremare.
Ho macchiato il letto. Le lenzuola bianche.
Sei lì, in piedi, ai bordi del letto. Le tue mani
cercano docilmente di liberare il cazzo costretto
dall’elastico. Mi guardi mentre ti guardo.
Chiudo gli occhi. Faccio finta di dormire.
Io mi inginocchio. Di fianco al letto.
La piccola ha spremuto il succo per il suo padrone.
Seduto sulla sedia, lei gli si è offerta.
Ha fatto danzare su di sé le dita. Fino a far svanire
in onda di eco il ritornello dell’orgasmo, il disco lì
si è perso a sfumare ed è svanito.
Era un regalo e un punto di domanda.
Seduto sulla sedia sapevo che anche a occhi chiusi nel
momento del piacere tu vedevi la mia mano. Potevi
aprirli e averne certezza.
Del risultato su di me del tuo gioco. Del regalo che
sapeva alla mia bocca, mentre mi passavo la lingua sulle
labbra guardandoti, di provocazione e di fica.
Potevi avere certezza aprendo gli occhi anche un
istante solo, di come quelle cosce sollevate e
l’esplosione della tua fica, frutto maturo aperto dalla
voglia, lì, stampata tra le cosce larghe e sollevate,
offerta per essere toccata solo dai miei occhi, avessero
sortito totale inequivocabile effetto e mosso la mia
voglia.
Non li hai aperti perché sapevi che non serviva.
La mano mia sfregava sui pantaloni, lentissima. Senza
alcun rumore.
Un sesso che cresce sotto il ripetersi di una carezza
non grida.
Senza voler anticipare nulla, era quasi meccanico il
mio gesto, comandato non da me ma dal capriccio abile su
di te delle tue dita.
Lunghe, con le unghie lucide di latte caldo.
Quante volte si è masturbata così la mia donna?
Quanto ha esplorato se stessa per scoprire ogni ansa
del percorso, dal pensiero all’approdo? Quando fu la
prima volta?
Sei stata dolce e comprensiva.
Non doveva essere una mia tortura. Era un regalo, il
tuo.
Farti giocattolo erotico per me.
Il mio film privato.
Godere solo per i miei occhi, farmi vedere quello che,
scopandoti, tutto è impossibile che io veda.
L’incrocio in punta di dita della mia piccola ragazza
con la più seducente spudorata puttana. Unite in me
indissolubilmente, come quelle due dita fradice con cui
ti sei scavata.
La tua fica aveva un sorriso strano. Ammiccava.
Provocava. Lambiva.
Restava aperta dopo ogni carezza come se fosse stupita.
Ho trattenuto le parole più dure e più taglienti, un
omaggio che si vestirebbe da offesa se fosse espresso
mai disgiunto dall’eccitazione e dal desiderio, quelle
con cui ti chiamo quando mi sconvolgi e sei per me
soltanto la mia fica calda, il mio guanto di pelle
rivoltata, il calco del mio cazzo in cui cerco la vita.
Se tu avessi rallentato ti avrei chiesto di andare
oltre, di accelerare, di farla finita, di venirmi in
faccia, con le parole più crude di chi regge ancora solo
per poco l’attesa.
Non hai rallentato ma hai pompato me di voglia senza
sosta, incantato a leggerti le dita. Cosa scrivevi lì
sulle tue labbra?
Quando le intingevi a rinnovarne inchiostro caldo.
Cosa disegnavi sul tuo seno umido di cerchi e righe. Di
soste e punti di sospensione quando assaporavi coi
capezzoli la minuta, fragile e poi irruente scrittura…
Mi sono perso nel guizzo delle tue cosce quando sei
venuta. Le hai contratte poi rilasciate lunghe, quasi
violentemente tendendone i muscoli, sul lenzuolo. Tese
sulle tue dita strette al centro del compasso accostato,
mentre inarcavi la schiena.
Ora io sono in ginocchio.
Di fianco al letto, le cosce superano di poco l’orlo
del lenzuolo e l’inizio della sua discesa a lato del
materasso. Ti sono vicinissimo, tu sei sdraiata.
So che non dormi.
Sotto le palpebre assapori. Prima il rumore della
lampo.
Poi il piccolo ansimare con cui faccio saltare, quasi
goffo perché l’asola è stretta e lui non ne vuol sapere
di sfuggirle, il bottone di metallo in cintura.
Il fruscio impercettibile della camicia tirata fuori e
lasciata cadere come un tendaggio.
Con la sinistra serro il cazzo. Sono vicinissimo al tuo
cuscino e all’altezza giusta perché se tu volessi, in un
attimo solo potresti farne in gola un sol boccone.
E’ caldo in mano e dopo un istante trova piena vita.
Scopro la testa perché il taglio in punta, sopra il
triangolo di carne rosa, possa respirare.
Vorrei dirti di aprire gli occhi.
Di guardarlo lì in punta, così da vicino, quel taglio
di uomo che sembra una piccolissima fica.
E’ schiuso come ti schiudi tu. Come ti sei schiusa
prima.
Solo, lui non suda la voglia.
Devo bagnarmi io la mano di saliva per renderlo lucido
come le tue labbra e, verniciandolo, dargli una tregua
all’arsura.
Bagno di saliva il palmo e lì lo racchiudo. Stendo la
saliva nascondendolo nel cappuccio delle dita.
Aprili quegli occhi, guardami negli occhi mentre mi
faccio replica di te. Vorrei chiedertelo ad alta voce.
Ma questo silenzio mi fa gola, mi accresce la
percezione di ogni mio gesto qui davanti a te, per cui
taccio.
Non lo faccio, non te lo chiedo, ma come se tu avessi
letto attraverso gli occhi socchiusi il linguaggio dei
muti delle mie labbra mentre lo pensavo, sei tu che li
apri da sola.
Mi guardi in viso, sembri aprirmi gli occhi, vediamo
chi li abbassa prima…
Comincio a far correre in modo inequivocabile la mano
serrata all’asta.
Senza distogliere lo sguardo dal tuo.
So che vuoi leggermi negli occhi quel che sento e che
vuoi che io mi senta osservato fino al midollo della
schiena.
Rarefacendomi il fiato a ogni discesa e risalita.
La moquette mi morde le ginocchia, me ne rendo conto
solo ora che per aumentare il piacere della corsa della
mia mano le ho allargate senza sollevarle dal suolo. I
pantaloni sono tesi tra le gambe fin dove la lampo lo
consente.
Il cazzo sfiora quasi il cuscino con la punta quando lo
dimeno ora.
Con una mano scendo sotto l’asta. A spremermi lì dove
nascondo il mio sperma, e carico per la fuga verso di te
i miei umori.
Tu nuda, sul letto che accoglie la tua impronta sul
lenzuolo stropicciato, mi guardi.
Scendi con lo sguardo quasi a controllare la mano che
mi stringe il sacco corrugato e stretto. E l’altra.
Che sale e scende. Accelera e io mi sento quasi
giungere alla fine.
Poi rallenta.
Carica la molla come un orologio. Un giro e poi più
stretta un altro giro.
A ogni giro, a ogni corsa lungo il cazzo, la molla si
stringe. Si carica di pressione. La sento quasi vibrare
sotto, molla invisibile tra culo e coglioni.
Tu mi guardi in viso e sorridi.
Sembri quasi dirmi Aspetta. Ti voglio dare io il via.
Il permesso di porre fine al mio spettacolo da letto.
Sono affannato e teso nelle reni. Respiro di diaframma,
respiro corto come corto è l’intervallo adesso tra il
raggiungere la cima e battere scendendo contro l’altra
mano che mi serra i coglioni.
Sussurrerei ti amo con la voce che non riuscirebbe a
farsi suono ma solo ritmo del respiro.
Dimmi che posso. Che posso ora.
Che posso dare gli ultimi violenti colpi, essere pari
con il tuo piacere, poi fermarmi al salirmi dell’onda e
poi ancora. Due, tre, quattro volte a farla correre
calda, risalire a getto, aprire l’occhio in punta.
Onde successive, un orgasmo a trattini come un SOS,
sempre più corti a morire sull’orlo del lenzuolo.
Non parli. Ti prendi lo spettacolo che ti sto rendendo
io.
Hai una mano tra le tue cosce adesso, come prima
l’avevo io sul cavallo dei miei pantaloni.
Accavalli e incroci le gambe sdraiata sul lato.
La mano è nascosta fino al polso. Passi la lingua tra
le labbra. Lentamente, fissandomi quasi per sfida.
Lo sai che se mi guardi così io mi dissolvo. Che non ho
più alcun freno.
Che hai girato l’avviamento, schiacciato a chiodo,
rotto ogni freno.
Una volta. Poi dopo un impercettibile istante. Due.
Tre.
Bagno due volte il lenzuolo dopo aver toccato te sul
seno col primo getto.
Carezzi il fianco, poi sali al seno dove ti ho bagnata,
con la mano che hai liberato dal morso delle tue cosce.
Stendi il tuo piacere mescolandolo al mio sulla tua
pelle.
Poi, senza lasciare i miei occhi, mi carezzi il viso.
Posi la mano piatta, umida, sulle mie labbra.
La bacio e la carezzo con la lingua, leggo la tua linea
della vita. Seguo la mano col mio bacio mentre la
ritrai, senza scostare le labbra. Come se guidasse lei
il sollevarsi delle ginocchia rosse di moquette sfregata
e la mia risalita.
Sono sul letto ora. Vestito, coi pantaloni ancora
aperti in vita. Di fianco a te.
Riprendo il ritmo normale della vita e del respiro.
Tu ti rannicchi sulla mia spalla, affondi la testa
trasformandola in guscio e cuscino. Ti rannicchi sul
fianco, alzi le ginocchia, sembri un’ecografia felice,
persa nel ventre di tua madre, e ti lasci stringere dal
braccio che ti accoglie fino ad aderire col seno al mio
costato.
Io ti proteggerò.
Io sono l’acqua dove navighi e ti vedi rispecchiata.
Sono il porto dove ora puoi dormire.
Lo sai in quell’abbraccio che ti tiene e in cui ti
lasci dormire. Se già non lo sapevi. Prima.
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