
Con
la complicità di W. Shakespeare (part n.1)
di Elisa G.
E' sera.
Una di quelle sere in cui hai voglia di stare da sola,
preparare la vasca per un rilassante bagno caldo per poi
immergerti fino alle labbra e sentire il calore
dell'acqua anestetizzarti i nervi. Ho voglia di stare
sola con me stessa. Sento l'irrefrenabile desiderio di
fare chiarezza dentro al mio cuore ma, ogni volta che ci
provo, le fantasie mi portano lontano dalla realtà.
Di me si può dire che sono la classica ragazza della
porta accanto, quella che si trucca appena perché la sua
pelle e il suo viso è già luminoso e perfetto così,
senza avere il maniacale bisogno di correggere i segni
del tempo. Sono la figlia, la sorella, la fidanzata
perfetta, quella che ama prima tutti gli altri e poi se
stessa, quella che pensa sempre a tutto prima di muovere
un passo. Amo organizzarmi la vita anche se la vita
stessa mi ha fatto capire - con i suoi innumerevoli
imprevisti - che tutto si può fare tranne programmarla,
perché quando meno te l'aspetti, un attimo ti stravolge
la vita.
Ho trentacinque anni e mi sono invaghita di un ragazzo
di vent’anni. Il migliore amico di mio fratello Giacomo,
Leonardo. Il buffo della situazione è che io sono stata
la sua babysitter e un po', anche per lui, una sorella
maggiore, visto che era quasi sempre a casa nostra dopo
la scuola.
Poi i suoi genitori si sono trasferiti in Francia per il
lavoro di suo padre, Leonardo aveva solo dieci anni
quando partì una domenica mattina di un giorno di metà
marzo e, da allora, io e Giacomo non ne abbiamo più
saputo niente fino a un mese fa. Quando l'ho visto
stentavo a credere che fosse quel bambino magro come un
chiodo e insicuro, quel piccolo amico di mio fratello si
era trasformato in un bellissimo ragazzo muscoloso e
robusto. Un giovane uomo affascinante.
Stasera vengono a cena da me, quando io avrei preferito
stare lontana da lui anni luce.
Volevo disdire ma poi Giacomo mi ha supplicato di non
farlo, ovviamente lui non sa nulla della mia piccola
follia.
Faccio appena in tempo a indossare il vestito nero e a
chiudere la cerniera di lato che il citofono sputa il
suo solito suono stridulo, rendendomi ancora più
nervosa.
Saltellando, cercando di mettermi le scarpe col tacco
alto che ho comprato sabato scorso apposta per questo
momento, sento aprire la porta.
"Se aspettiamo te diventiamo vecchi".
Entrambi scoppiano a ridere mentre mi vedono. Sono
piegata in avanti, con alcune ciocche di capelli che mi
coprono l'occhio destro e con un piede scalzo.
"La solita imbranata. Vado un attimo in bagno".
Salutandomi con la mano scompare nel lungo ingresso per
poi entrare nella terza porta a destra. Sento la chiave
della serratura del bagno girare mentre il silenzio,
lentamente, avvolge il mio corpo timido.
Abbasso la testa per controllare che tutto in me sia in
ordine. Noto che lui indossa un paio di scarpe da tennis
bianche un po’ slacciate, un paio di jeans scoloriti e
una camicia bianca, tenuta in disordine fuori dai
pantaloni. Il candido tessuto è un contrasto con la sua
pelle color cioccolato al latte.
"Ciao Viola".
Leonardo è davanti a me e sorridendo mi prende una mano.
Io mi raddrizzo sistemandomi sbadatamente il vestito
mentre lui timidamente mi abbraccia.
"Sei sempre più bella".
"Anche tu non scherzi. Come stai?".
"Bene, non posso lamentarmi. E tu come te la passi?".
"Idem. Sto bene e il lavoro procede bene".
Sento le sue mani sulla mia schiena e le sue labbra
appoggiate delicatamente al mio orecchio destro. Il suo
respiro bollente mi accarezza il collo mentre la barba
mi solletica il lobo un po' appesantito dall'orecchino.
Mi stacco da lui prima che Giacomo esca e fraintenda il
nostro innocente abbraccio. Appena mi allontano, sento
lo spasmodico bisogno di ritornare tra le sue braccia.
"Accomodati. Vuoi un bicchiere di vino o preferisci una
birra?".
"Il vino va benissimo grazie".
Leonardo si siede sul divano rosso e prende dal tavolino
di vetro davanti a lui il mio blocco da disegno.
Maledizione. Ho dimenticato di rimetterlo a posto.
"Posso?", domanda sorridendo.
"Non sono ancora finiti", urlo dalla cucina.
"Non importa, voglio solo dare un'occhiata. Sai che mi
piacciono i tuoi lavori".
Riemergo dalla cucina con in mano due grossi calici di
vino rosso, li poso sul pavimento e li prendo
bruscamente l’album.
"I capolavori si vedono solo quando sono finiti".
Gli faccio l’occhiolino e in quel momento ritorna
Giacomo dal bagno, scompare in cucina. Sento aprire la
porta del frigorifero, un rumore di vetro e poi eccolo
davanti a noi con in mano la sua bottiglia di birra
gelata.
Si siede in mezzo a noi e io gli prendo furtivamente la
birra con la sua mano attaccata alla bottiglia,
rubandogli tre lunghi sorsi.
"Ho una fame da lupi. Cosa hai preparato?".
"Risotto ai frutti di mare con zucchine tagliate alla
julienne, orata al forno con patate novelle e, come
dolce, fragole con succo di limone e panna".
"Hai imparato a cucinare, Viola?".
"Sì. Sono passati dieci anni Leonardo e tante cose sono
cambiate e migliorate. Tra cui la mia cucina".
Rido.
"Ricordo che riuscivi persino a bruciare il caffè e
l’acqua della pasta che si prosciugava nella pentola".
Ridono entrambi.
"Stavo sperimentando... Ora sono bravissima e poi la
cucina è complice di tante cose. Unisce, coinvolge,
incanta i sensi, è estasi pura".
Mi alzo e vado in cucina. Accendo il fuoco per
riscaldare lentamente le pietanze. Il forno è acceso da
un’ora e l’orata si sta scaldando lentamente,
rilasciando nell’aria quell’odore di mare abbrustolito
con le erbe della terra.
La cena procede bene. Siamo arrivati al dolce tra
battute, racconti presenti, ricordi passati e
barzellette spinte. Stiamo tutti assaporando le fragole
quando suonano alla porta. Guardo entrambi sorpresa e
velocemente mi alzo. Quando apro la porta mi ritrovo
davanti una bellissima ragazza dalla pelle ambrata,
occhi scuri come una notte senza stelle e un corpo
snello e tonico nascosto da una tunica un po’ larga dai
colori sgargianti.
"E’ qui Leonardo?".
Leonardo è dietro di me, sento le sue mani sui miei
fianchi e delicatamente mi spinge di lato. Abbraccia la
ragazza e la bacia sulla guancia destra.
"Viola, lei è Leila, la mia futura moglie".
Noi donne dalle sofferenze create per noi dagli uomini
abbiamo imparato alla perfezione a fare una cosa:
fingere. Fingere per non soffrire e per non farci vedere
fragili, è l’unica armatura che possediamo per non
ricadere nel vuoto senza fine di un'illusione.
"Piacere di conoscerti Leila. Accomodati se vuoi".
"Grazie, sei gentile, ma devo scappare. Sono passata
solo per salutarlo, ho saputo dai sui genitori che era
qui e, visto che ha il cellulare staccato, ho pensato di
venire un secondo. Ho l’aereo per la Francia che parte
tra tre ore".
"Ho capito. Ti auguro un buon viaggio. Piacere di averti
conosciuta".
Lascio Leonardo e Leila a parlarsi e mentre ritorno in
salotto, li vedo baciarsi dolcemente ma noto che è un
bacio senza passione, senza quell’eccitazione che solo
due che si desiderano hanno, anche solo con uno
sfioramento di labbra.
"Hai visto che figa?".
La voce di Giacomo mi salva dai miei pensieri malsani.
Io e lui abbiamo sempre avuto un buon rapporto, sempre
libero, sincero e senza volgarità, anche perché penso
che la volgarità esiste solo negli occhi di chi la vuole
vedere, e io non la vedo.
"Chi?", domando.
"Leila!".
"Bella ragazza".
"Già. Chissà a letto com’è. Dicono che quelle di colore
sono delle bombe sotto le coperte".
"Chiedilo a Leonardo".
"Già fatto. Non hanno mai scopato".
Mi siedo davanti a lui e, fingendo disinvoltura, prendo
il mio calice di vino per bagnarmi la bocca secca.
"Il loro è un matrimonio combinato. Sai, i loro
genitori, amici dai tempi del liceo, hanno già scritto
il loro futuro senza chiedergli il permesso".
"Brutta storia. Io penso che ognuno di noi debba
decidere liberamente di chi innamorarsi".
"Abbiamo culture diverse. Ricordi, loro sono musulmani,
noi cristiani. Leonardo è costretto a seguire le regole
della sua religione e di rispettare la decisione di suo
padre".
Ho bisogno di bere, di bere tanto, di annegare nel vino
non i miei dispiaceri ma tutte le mie false speranze e
le mie ipocrite fantasie adolescenziali. Ormai sono
passati tanti anni dalla mia adolescenza e, molte volte,
mi sento come una ragazzina di sedici anni.
"Volevo chiederti un favore se posso".
"Spara".
In quel momento entra Leonardo, ha un espressione
imbarazzata e seria, come se qualcuno lo avesse beccato
a rubare qualcosa.
"Non mi va di farlo andare in albergo, potresti
ospitarlo tu?".
"Solo se puoi, Viola. Io non voglio obbligarti ma
Giacomo ha insistito per parlartene".
I suoi occhi non riescono a tenere il confronto con i
miei e cadono sulla tovaglia rossa. Si versa
sbadatamente altro vino e mio fratello mi guarda con la
sua espressione supplicante che tanto mi fa innervosire
quanto mi fa sorridere.
"Va bene. Una notte?".
"Sì. Domani parto anch'io. Ho l’aereo a mezzogiorno".
Parla meccanicamente come se fosse un robot.
"Ho promesso alla mamma di rientrare a un’ora decente.
E’ l’una e tolgo le tende. Ti vengo a prendere domani
verso le nove e ti porto all’aeroporto".
Leonardo si alza mentre Giacomo prende il suo giubbotto
di pelle scura sul divano. Si salutano come quando erano
piccoli, un gioco di mani, uno schioccamento di dita e
una spinta con la spalla mentre si abbracciano e si
danno una pacca sulla schiena.
"Notte sorellina".
"Ciao. Fammi uno squillo quando arrivi".
"Okay capo".
Ecco, ora che la porta si sta chiudendo cosa faccio - o
meglio, cosa facciamo? Non è più un bambino che con un
foglio bianco e dei pastelli si perdeva ore prima di
rivederlo davanti a te. Ora è un giovane uomo e se ne
sta lì, impalato, con le braccia allineate ai fianchi in
una postura severa e surreale.
"Posso darti una mano a sparecchiare?".
"Non ti preoccupare, faccio io".
Sorrido. Leonardo però storce il naso e prende i piatti
sporchi per poi scomparire in cucina. Ricompare e prende
i bicchieri e, mentre li porta di là, mi strofina il
gomito contro il fianco. Io lo guardo e lui sorride
complice. Ho aspettato questo momento da mesi, un attimo
per stare io e lui da soli ma ora, adesso, non ho voglia
di giocare. Vorrei solo scappare in camera mia,
sdraiarmi sul letto e coprirmi con le coperte fin sopra
la testa come fanno i bambini quando hanno paura del
buio.
"Ahimè, perché l’amore, di aspetto così gentile è poi,
alla prova, così aspro e tiranno?", si siede sul divano
e mi fissa serio negli occhi. Ora non li abbassa, anzi,
ha tutte le intenzioni di continuare a fissarmi. "Io
desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il
mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il
mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno
e l’altro sono infiniti".
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5 Commenti:
D.
09/04/2011
Una vera scoperta |
Luca G.
04/03/2011
Brava, bravissima Ely, come sempre!!! |
Caliban
14/02/2011
Bellissimo davvero, adoro Shakespeare, poi lo trovo
deliziosamente perfetto ;-) |
Elisa G.
14/02/2011
Grazie mille Valkiria! Spero che continuerai a leggerli ;-)
sperando sempre di emozionarti |
Valkiria
13/02/2011
Bellissimo anche questo, come tutti gli altri tuoi racconti
che leggo sempre con molto interesse! |
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