
Dall'alto
un angelo dal viso di zefiro la osservava
di Leila De Rocchi
La guardava dalla poltrona
stropicciando il suo corpo diafano con lo sguardo.
I suoi occhi affamati di uomo perverso la
scrutavano violandole ogni minimo anfratto.
Lei donna a pagamento pronta a soddisfare
le sue voglie solo con un cenno, di lei non sapeva
nemmeno il nome, non gli interessava, non glielo aveva
chiesto quando era entrata a casa sua, con la gonna
attillata e stretta al punto che l’immaginazione non
aveva bisogno di volare, tutto era lì davanti a lui, a
sfogo perverso della sua necessaria libidine.
Ora lei si contorceva sul candido letto
fatto di lenzuola di seta bianca, un angelo dal viso di
Zefiro la osservava da sopra la spalliera del letto, con
un sorriso sornione in attesa di giochi ben più
blasfemi.
Le calze a rete nere con debole pizzo
lottavano contro i suoi movimenti frenetici, indecise se
cedere totalmente alla pressione della pelle e cedere
fino alle caviglie o resistere sulla coscia liscia e
morbida.
La osservava in silenzio, lasciando che i
suoi occhi scendessero sulle morbide curve, indugiassero
sulla linea spugnosa del pube, sulle dita bagnate di
ambrato desiderio.
La osservava e basta, mentre lei si
contorceva nel suo personale, intimo delirio carnale.
La osservava e nell’aria respirava
l’odore acre del sesso che si alzava delirante dal suo
corpo, quasi lo vedeva lo spettro del folle peccato
carnale indugiare su quel corpo d’angelo e poi guardarlo
ammiccante con aria di sfida.
Lo sfidava ad aumentare i suoi tormenti
con le sue dita di uomo, con il suo corpo di uomo, ma
lui la osservava e basta, umettandosi le labbra aride di
desiderio con la lingua ruvida.
No, non era il momento, il demone alato
che gli stringeva la gola maligno doveva ancora
attendere, lui non poteva ancora raggiungerla.
No, quello non era il momento, aveva
imparato che dall’attesa del gesto nasce la vera demenza
carnale, la vera voluttà stava nell’attendere il
godimento, non nell’averlo in un perverso soddisfacente
secondo.
Il limbo era il vero orgasmo, l’attesa
perversa, la vista che viola, l’udito che ascolta i
frementi battiti del cuore che accelera, il gusto della
pelle diafana sulla lingua immaginato, non sorbito, il
leggero sentore aspro del sudore che le imperlava già il
corpo violato in perverso momento di materiale desiderio
e l’olfatto che respirava nell’aria il suo sospiro fatto
di leggere ali di farfalla che si consumavano nell’atto
stesso del momento che sarebbe giunto.
No...
No...
Il vero gioco era attendere l’apprestarsi
del momento, non raggiungerlo subito.
O certo sarebbe stato facile allungare la
mano e affondare le dita nella languida intimità nera
che lo attendeva in ammiccanti sussulti contorcendosi
fra movimenti convulsi, ma quello non era il momento.
Quasi sentiva il maledetto senso del
tempo che passava davanti a quel gioco dannato posarsi
rovente sulla pelle, il suo desiderio che fremeva
l’affondo fra le cosce candide e madide di ludibrio
atteso, ma non era il momento.
Attendeva che il desiderio fisico
diventasse dolore, ammiccante piacere confuso col dolore
stesso, guardare e attendere che la carne bruciasse al
contatto con il corpo della donna da diventare
sfrigolante terrore sulla pelle il pensiero di non
soddisfarlo.
Guardava quel corpo etereo, niveo
violarsi sul suo letto fatto di candide lenzuola di seta
fredda e aspettava che la doglia del corpo che anelava
il contatto della pelle morbida diventasse
insostenibile.
Sentiva i suoi sospiri alzarsi nell’aria
mentre con le dita indugiava fra le sue cosce, eseguiva
i suoi ordini, glieli aveva sussurrati all’orecchio
profumato di rosa come era entrata dalla porta: "Non ti
rivolgere a me, vai sul letto e inizia a masturbarti, io
ti guarderò, fai del tuo meglio per farti raggiungere".
Lo aveva guardato sorridendo, tirando in
un blasfemo sorriso quelle labbra laccate rosse d’angelo
profano, si era svestita come fosse stata sola, facendo
scivolare sulla sua pelle voluttuosa le leggera e
succinta stoffa della gonna e della blanda camicetta.
La linea perfetta della sua schiena fatta
di marmo candido, il desiderio perverso di graffiarla,
di segnare quella pelle di dea con solchi rossi e lunghi
lo aveva invaso subito, ma si era trattenuto lasciando
che lei completasse il rituale che lui le aveva
indicato.
Aveva eseguito la sua richiesta in
maniera idillica, statua di dea greca profanata dal suo
sguardo maligno, tesa sul letto si era appoggiata come
una tigre languida, le membra perfette morbide verso di
lui, le cosce aperte e le sue dita che giocavano, il suo
pube rasato ammiccante vogliosi affondi, il suo seno
grondante sudore di delirio necessario, rotondo e sodo
aspettava i suoi morsi, sentiva perfino le labbra dolere
dal necessario tormento di baciare quei capezzoli scuri
spinti verso il cielo.
Lei si contorceva e l’angelo sopra il
letto dal viso di Zefiro sornione assisteva, lui la
osservava spiando il suo personale tormento.
I suoi gemiti gli lambivano le orecchie
come canto di sirena ingannatrice, no, attendi ancora
mia ninfa perversa, non è il momento, l’angelo dalle ali
nere non deve ancora calare sul tuo corpo...
Attendiamo... mia languida sirena... Attendiamo.
Il corpo di donna si muoveva seguendo la
musica imposta dalla sue dita, loro danzavano su di lei
e lei ne seguiva la musica calda e tremenda che saliva
fino a lui, lui ne godeva l’attesa.
Gocce di luce, provenienti dalla lampada
in vetro di Murano, in piccoli prismi esplodevano in
arcobaleni mignon macchiando la sua pelle tersa di
sudore, le dita sottili lo invitavano a giochi lontani,
bagnate di liquido maligno attendevano il suo profano
corpo di uomo.
Perverso e perfetto il suo corpo blasfemo
tirato in respiri di godimento lo aspettava gemendo.
Il demone dalle ali nere attendeva che
lui la raggiungesse per godere dello spettacolo del loro
incontro, lo vedeva appollaiato sul telaio di ferro del
letto, sornione lo derideva, sapendo che avrebbe ceduto.
Lo vide battere le ali nere in un incanto
di piume demoniache lambire la candida pelle della
donna, il rumore delle ali fu come un lacerante
avviso...
Il momento era giunto. Si alzò lento
dalla poltrona di velluto rosso dove aveva lasciato che
il suo corpo diventasse lacerante dolore, in silenzio si
spogliò, la pelle rovente a contatto con l’aria che lo
circondava.
Lui si sarebbe unito alla donna, l’attesa
fatta di doglia era finita, il corpo sfrigolante dolore
dal desiderio si sarebbe congiunto all’origine della sua
necessaria e imposta sofferenza.
Sarebbero stati una carne sola in un
corpo solo.
Il limbo maligno era finito, ora sarebbe
stato carne, voluttuosa, delirante carnale unione.
Salì sul letto, affondò lentamente nel
desiderio del corpo madido di desiderio ambrato.
Dall’alto un angelo dal viso di Zefiro li
osservava godere. |
|
|




|
|