Da moglie per bene a femmina scatenata (part n.1)
di Valeria e Luca Ducceschi



     Staccò metà gamberetto con i denti prendendolo per la coda con pollice e indice, poi si guardò intorno annoiata. Le cene tra ex colleghi possono essere uno spasso ma, a volte, possono anche risultare noiose e monotone se la gente che hai vicino non ha niente a che spartire con te.
     Le donne erano tutte più o meno della sua età, sulla cinquantina. Quasi tutte sposate e con figli a carico; un paio avevano invece alle spalle un matrimonio finito in separazione e ora si godevano una nuova vita da single fatta di uscite serali e gambe fasciate da velate calze bianche.
     "E tu? Sei ancora sposata?", le chiese Marta, ex insegnante di storia dell’arte che aveva condiviso con lei un paio di classi, quasi quindici anni prima.
     Aveva un sorriso malizioso, Marta, che le piegò gli angoli della bocca verso l’alto mentre le faceva quella domanda.
     Franca bevve un sorso di vino dal bicchiere e ingoiò il tutto con una smorfia. Non era abituata a bere e aveva già deciso da tempo che quella sera avrebbe fatto un’eccezione.
     "Sì sì", rispose con poca enfasi.
     Cercò di sorridere e poi abbassò lo sguardo per evitare altre domande sul suo matrimonio.
     Non che non fosse felice o che volesse evitare l’argomento per qualche motivo. Era solo che parlarne con qualcuno che non vedeva da così tanto tempo la metteva in uno strano imbarazzo.
     E poi felice... chi può dire di esserlo ormai?
     Con suo marito stava bene, era un bravo padre e un marito attento.
     Pensava, Franca, che fosse normale, comunque, che dopo tanti anni di matrimonio andasse sparendo e affievolendosi quel pepe, quel pizzico di malizia e brio che caratterizzava sempre i primi anni di fidanzamento.
     Il sesso tra loro era comunque buono, se per buono si intendevano tre o quattro incontri al mese, svolti solitamente nel loro letto matrimoniale. Era raro che suo marito la prendesse, chessò, in piedi davanti ai fornelli mentre cucinava la cena, oppure in macchina mentre tornavano magari da una serata con gli amici o da una passeggiata. Sembrava fossero passati secoli dall’ultima volta che avevano fatto acrobazie sul sedile posteriore di un auto. E come avrebbe fatto, poi, adesso che le aveva comprato la Smart? Di sicuro il cambio o il volante avrebbe impedito qualsiasi manovra d’approccio.
     Di solito facevano l’amore dopo cena, quando i figli – ormai grandi e ben oltre l’adolescenza – uscivano o erano già andati a letto.
     Si sdraiavano l’uno accanto all’altra nel loro letto, poi suo marito iniziava lentamente con l’accarezzarle le tette da sopra la maglietta del pigiama – sempre con non eccessiva impetuosità – prima di abbassarle i pantaloni e infilarle una mano negli slip.
     Il tutto, ovviamente, con la luce spenta.
     Le toccava la fica in modo sempre uguale, sfregando il clitoride con le dita in modo sempre abbastanza rapido e superficiale, prima di infilarle dentro due dita e scoparla così per qualche minuto. Franca ormai aveva imparato a usare la fantasia per quel che riusciva e, spesso, arrivava all’orgasmo pensando a questo o a quell’altro uomo incontrato magari per caso in coda al supermercato o nel bar sotto casa.
     I loro rapporti alla fine non erano mai niente di eccezionale o particolare, sempre con poca fantasia e molta fretta.
     Franca sospirò leggermente quando pensò all’ultimo rapporto che avevano avuto.
     "Professoressa!".
     Un ragazzo era seduto solo un tavolo più in là, a pochi metri da Franca, e la guardava con un largo sorriso stampato sulla faccia. Si alzò e le andò incontro.
     La donna si alzò anch’essa e aspettò che l’uomo si avvicinasse.
     "Professoressa!", ripeté il ragazzo.
     Franca lo guardò a lungo mentre lui la baciava goffamente su una guancia e le stringeva la mano.
     "Si ricorda di me?", le chiese.
     Lei, per riuscire a guardarlo meglio, lo allontanò di qualche centimetro afferrandolo per le spalle.
     Era sulla trentina, con i capelli castani e gli occhi chiari. Franca cercò di ricordare tra i suoi alunni chi potesse avere quegli occhi così verdi, poi a un tratto gli si illuminò il volto e grido "Fabio!", stringendolo a sé timidamente e dandogli un paio di pacche sulla spalla. "Quanto sei cresciuto! Sei un uomo ormai".
     "Professoressa, gli anni passano! Lei, invece, è sempre uguale. Sembra una ragazzina!".
     Franca arrossì, portò una mano sulla guancia e la sentì scottare.
     "Ma che dici...", disse scuotendo la testa. "Anzi, dammi del tu che altrimenti mi fai sentire vecchia".
     "Va bene, come vuoi", e le strizzò l’occhio. "Come stai?".
     "Io sto benone. Tu piuttosto... che hai combinato durante tutto questo tempo? Sono passati quindici anni! Mamma mia, un’eternità".
     Fabio rise. Si aggiustò la cravatta e passò le dita tra i capelli folti.
     "Lavoro come mediatore immobiliare, ho un’attività che fortunatamente va abbastanza bene. Che laurea e laurea, Francesca... non te lo ricordi che a scuola ero un disastro?".
     Franca rise. Nessuno la chiamava più Francesca da tempo. Ormai per tutti era Franca.
     "Avrai altre qualità!", gli disse. "Però mi ricordo che in alcune materie andavi bene, tipo italiano o storia dell’arte...".
     "Sì sì, studiavo ciò che mi interessava, anche se avevo altro per la testa".
     "Eh già, pensavi troppo alle ragazze mi sa", azzardò Franca.
     Fabio rise e sganciò il primo bottone della camicia. In quel ristorante sembrava far più caldo di quando erano arrivati solo un paio d’ore prima. Franca non lo sapeva, ma per lui aveva rappresentato il sogno erotico per eccellenza, ai tempi della scuola.
     Un giorno l’aveva incrociata all’uscita dei bagni. Lei aveva la camicetta – rigorosamente nera e chiusa fino all’ultimo bottone – leggermente sollevata sulla pancia e si stava tirando su la zip della gonna, lunga fino a coprirle le ginocchia.
     Quando lo aveva notato, Franca aveva fatto finta di niente ma la zip le era rimasta lievemente aperta e Fabio aveva fatto cadere lì l’occhio, per poi distogliere lo sguardo subito dopo.
     Quando poi la professoressa si era allontanata, lui era entrato nel bagno dal quale lei stessa era uscita.
     Lì, chiuso tra le quattro pareti minuscole e umide di quel cesso, seduto sul water si era toccato il cazzo. Lo aveva fatto all’inizio lentamente, prima da sopra i jeans, poi li aveva slacciati e lo aveva tirato fuori, menandoselo sempre più voracemente con il testa il sogno della carne morbida della sua professoressa di matematica.
     Aveva sborrato sulle piastrelle grigie della parete, pulendosi poi con uno strappo di carta igienica che aveva gettato bruscamente nel water.
     Dopo quel giorno, Franca era stata spesso presente nei suoi sogni a occhi aperti, alla scoperta di un sesso nuovo e più feroce, animalesco.
     Adesso, vederla lì aveva risvegliato in lui i sentimenti caldi di molti anni prima.
     "C’è una mostra a Milano la prossima settimana. Perché non mi accompagni?", esordì Fabio.
     Franca rimase stupita della proposta, tentennò qualche secondo mentre giocherellava con il filo di perle che aveva al collo.
     "Eh, non lo so...".
     "E' una mostra sull’impressionismo. Guarda che rimane qui solo per altri dieci giorni. Mica ce la vogliamo far scappare così? Ho un biglietto in più, un mio amico ha avuto un contrattempo e non potrà venire. Non farmi buttare il biglietto...".
     Franca sorrise. Guardò verso il suo tavolo ma nessuno sembrava far caso a lei e al suo nuovo interlocutore.
     "Ma sì, perché no. Tanto non ho impegni e mio marito arriva sempre tardi dal lavoro".
     Fabio rise e le prese la mano. Gliela strinse con abbastanza convinzione da farla sussultare leggermente, ma non così tanto forte da farle pensare che fosse un gesto fatto con malizia. Gliela strinse come fanno gli adulti, anche se lui aveva quasi vent’anni meno di lei e le aveva dato del lei solo fino a qualche minuto prima.
     Franca non poteva crederci, le sembrava tutto così assurdo! Un alunno che aveva rimproverato più volte perché arrivava tardi alle lezioni o perché non aveva studiato, adesso la invitava a una mostra d’arte!
     Se da una parte la cosa le sembrava strana, dall’altra pensava però che doveva smetterla di vivere nel passato. Fabio era un uomo che le aveva proposto una cosa interessante da vedere. Che male c’era?

     L’incontro era per il giovedì seguente. Il museo apriva alle 15.00 e Franca pranzò velocemente quel giorno, prima di infilarsi sotto la doccia.
     Si lavò con cura, insaponò bene i capelli. Poi, una volta uscita, spalmò su tutto il corpo una crema al profumo di lavanda, dalle caviglie fino al collo.
     Si guardò allo specchio. Non si faceva impazzire, doveva essere sincera. Il suo corpo il più delle volte le sembrava troppo rotondo, i fianchi troppo formosi, il seno troppo pronunciato. Suo marito continuava a dirle che, comunque, non poteva lamentarsi, che andava bene così. Ma lei non sempre era disposta a credergli. Si toccò i seni con entrambe le mani, calibrandoli nei palmi. Li sentì pesanti e li sollevò un poco. Piegò la testa da un lato.
     Se fossero solo un po’ più alti... disse mentre si guardava riflessa. Ma la pienezza di quelle curve aveva anche il suo contro e la forza di gravità non aveva pietà per nessuno.
     Indossò il reggiseno e già la forma cambiò, facendola sentire un po’ più soddisfatta. Uscì dal bagno e aprì l’armadio.
     La scelta degli abiti risultò più difficile del previsto. Ogni gonna che indossava le sembrava o troppo corta o troppo lunga. Le maglie o troppo scollate o troppo coprenti.
     Non voglio sembrare sua nonna, ma neanche una puttana, sbottò.
     Non era abituata a ricercare cose troppo particolari nel vestire. Aveva sempre optato per un abbigliamento sobrio, non troppo appariscente o pomposo. Non era abituata a ostentare e pavoneggiarsi, né a far sfoggio di particolari esibizioni.
     Dopo parecchi minuti di prove, sembrò trovare un compromesso e scelse una gonna lunga fino al ginocchio di un marrone chiaro da abbinare a una camicetta bianca della quale lasciò aperti i primi due bottoni.
     Non si rese conto, Franca, a quale lunga preparazione si era sottoposta in previsione di quel pomeriggio. Non pensava a Fabio come a una “minaccia”, né lui le aveva fatto intendere che cercasse qualcosa in più di una compagnia per la mostra.
     Semplicemente, era qualcosa di diverso che raramente le capitava. Le amiche che frequentava la chiamavano a volte per fare shopping o per andare al cinema; non le capitava spesso di ricevere inviti per eventi culturali e intellettuali, e la cosa la elettrizzava parecchio.

     Arrivò davanti al museo e vide Fabio in attesa vicino all’entrata. Vestito così casual, con un paio di jeans e una t-shirt, le sembrava ancora più giovane di quando l’aveva incontrato al ristorante.
     A un tratto, Franca si sentì terribilmente vecchia e per un attimo si chiese cosa diavolo ci facesse lì. Era quasi decisa a girare i tacchi e tornarsene a casa, quando Fabio la vide e la chiamò.
     Franca gli sorrise e gli andò incontro.
     Si salutarono come due vecchi amici, con due baci sulla guancia dati di traverso e un cordiale sorriso.
     "Pronta? Se ci sbrighiamo non faremo nemmeno troppa fila...".
     "Andiamo!".

     In effetti, in pochi minuti arrivarono davanti alla biglietteria e si ritrovarono subito dopo in un’enorme sala con alle pareti decine di quadri delimitati da cordoni rossi di velluto.
     Il giro durò quasi un’ora e mezza. Discussero parecchio sugli stili di pittura dei primi del novecento, poi commentarono le opere di Seurat, Cezanne, Monet fino ad arrivare ai lavori cubisti di Braque e Picasso.
     Risero spesso e la conversazione risultò per entrambi scorrevole e piacevole. Fabio aveva un modo di fare molto spigliato e disinvolto e Franca si sentì comunque, contro ogni previsione, sempre a proprio agio.
     "Ma dai!".
     Fabio si era fermato davanti al portone d’entrata. Franca gli si avvicinò.
     "La prossima settimana c’è una mostra sulle stampe erotiche giapponesi...".
     Si avviò verso la biglietteria.
     "Ma che fai?", gli chiese lei.
     "Prendo i biglietti. Guarda che non è facile che ci siano ancora".
     Lei scosse la testa ridendo.
     Quando uscirono, il sole li colpì in pieno viso.
     "Ti va un the o devi tornare a casa?".
     Franca guardò l’orologio che aveva al polso e finse di pensarci un attimo.
     "Ma sì, beviamoci qualcosa".
     Ormai tutte le remore e le titubanze che aveva avuto all’inizio erano sparite. Fabio era un ottimo compagno di conversazione e non aveva più il minimo sentore di trovarsi fuori luogo. Era stato dall’inizio alla fine un vero gentiluomo. E cosa le veniva in mente, poi? Un uomo giovane e piacente come lui poteva forse perdere tempo e sentirsi attratto da una donna come lei?
     Non che Franca fosse una brutta donna, anzi. Aveva cinquant’anni che portava comunque discretamente bene, anche se aveva qualche chilo di troppo e qualche ruga in più di vent’anni prima. Però si sentì una stupida per aver pensato che, forse, Fabio avesse potuto avere un motivo per invitarla alla mostra che fosse diverso dal bisogno di una semplice compagnia.
     Si sedettero a un tavolino vicino a una grande vetrata. Ordinarono un the e dei biscotti che mangiarono entrambi a piccoli morsi. Parlarono del più e del meno e Fabio le chiese di suo marito, dei suoi figli e di come aveva concluso la sua carriera.
     Franca parlò liberamente, molto più di quanto si sarebbe mai immaginata di fare. Non le succedeva spesso di potersi liberare delle noie e delle grane della vita quotidiana e fu come se – una volta aperte le dighe – tutte le parole uscissero fuori senza controllo. Raccontò a Fabio del suo lavoro ricordando i vecchi tempi della scuola, poi gli disse di quando aveva deciso di andarsene in pensione – seppur giovane – per accudire marito e figli, e dei piccoli hobby che si era creata per occupare i lunghi pomeriggi sola in casa.
     Fabio l’ascoltò attentamente, sorseggiando il suo the e mangiando un paio di biscotti al burro.
     Poi a un tratto, senza un reale preavviso, sfiorò la mano di Franca con la punta delle dita. Lo fece mentre si allungava sul tavolo per prendere un coltello con cui spalmare del burro su delle fette di pane.
     Franca trasalì. Lui l’aveva appena sfiorata e sembrava anche averlo fatto senza intenzione, solo l’aveva toccata distrattamente, delicatamente sul dorso della mano. La donna sentì un brivido percorrerle la spina dorsale mentre incrociò, con i suoi, gli occhi di Fabio.
     Nessuno dei due disse niente. Lui sembrò non notare la cosa e si alzò per pagare. Franca lo aspettò davanti alla porta d’entrata, stretta nel suo cappotto. Guardò l’orologio che aveva al polso e gli disse che si stava facendo tardi.
     "Ho l’autobus tra dieci minuti, meglio che mi avvii verso la fermata", gli disse.
     "Sei con i mezzi pubblici?".
     "Sì, è bestiale come qui non si trovi mai parcheggio".
     Poi gli sorrise.
     Fabio le sorrise a sua volta, poi le appoggiò una mano dietro la schiena mentre si accingevano ad attraversare la strada. Per quanto fosse un gesto molto premuroso e attento, Franca non poté non chiedersi – all’inizio – cosa ci fosse dietro a tutta quella gentilezza. Poi, però, pensava con occhio critico alla situazione e scuoteva la testa, dicendosi che per nulla al mondo un ragazzo così giovane e bello poteva trovare un puro piacere sessuale nello stare accanto a una donna come lei.
     Sorrise di se stessa e di quei pensieri poco puliti, mentre lui tirava fuori dalla tasca dei jeans le chiavi della macchina.
     "Ti accompagno, se vuoi".
     Franca si fermò, stordita.
     "Oh... no, no! Non ce n’è bisogno, davvero!".
     Scosse la testa in modo poco convincente.
     "Dai, Franca, ho la macchina proprio qui e tanto sei di strada. Non mi hai detto che abiti in zona Fiera?".
     "Sì, ma...".
     "Allora, ci passo davanti".
     Fabio le aveva già aperto la portiera facendole cenno di salire.
     "Dai, non preoccuparti, non ti mangio mica", e rise.
     Anche Franca sorrise.
     Fece un cenno deciso con la testa.
     "Torno con i mezzi, sul serio. Devo fare altri giri".
     Fabio allargò le braccia sconsolato, ma sorrise perché sapeva che l’avrebbe vista di nuovo.


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3 Commenti:
Carla.tremaglio          01/03/2012
Molto intrigante. C'è sempre da imparare qualcosa. Carla
Luca Ducceschi          14/10/2010
...e chissà come continua! :-)
Antonio          14/10/2010
Mi piacerebbe che fosse mia moglie al posto di Franca, a pensarci mi sono eccitato





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