
Espiazione (part n.1)
di Deborah Gambetta (dall'antologia
Ragazze che dovresti conoscere. The sex anthology)
E' una
cosa che non si può spiegare, che non si dimentica.
Lascia segni indelebili, bruciature.
Loro sono lì, a qualche metro di distanza. Sono dentro
un cono di luce. Luce sporca, guasta, malata. Le ombre
slittano, si annidano nel tessuto della pelle, incidono
angoli, scavano solchi.
Niente dolcezza. Solo una ruvidità da animale,
tagliente.
Rimangono immobili un istante, carponi. Uno sopra
l'altra, uno dentro l'altra, incastrati come pezzi di un
gioco per bambini.
Respira su di lei, sulla sua nuca. Sulla sua schiena
cadono gocce di sudore, un fiotto bianco di sperma.
Colloso, lungo come un verme.
Lui sorride. Confonde con una mano lo sperma e il
sudore.
Adesso che è tutto finito e lei si è addormentata
spengo la luce e mi metto davanti alla finestra.
Appoggio la fronte al vetro e sto così, in attesa, in
bilico tra il buio fuori e quello di questa stanza.
Immobile.
Come sul bordo di un precipizio.
Lo faccio sempre, ogni volta. Fumo un paio di
sigarette, bevo e aspetto che tutto si diluisca, si
sciolga fino a scomparire. Che questo veleno che ho
dentro svapori, si riassorba come un'infezione.
Che tutto, in un certo senso, torni a posto.
Lei no. Lei non ama il buio. Il buio la spaventa. Dice
che si sente soffocare, sprofondare, come fosse
sottoterra. La percezione dello spazio, delle distanze,
si annulla. Il buio è una coperta stretta attorno alla
gola e sugli occhi che la uccide.
Ma adesso. Da quasi un anno e mezzo. Prima no. Prima
era diversa.
Sono io il colpevole.
E' così che dice.
Ecco come ha fatto. Si è inginocchiata di fronte
all'uomo seduto sul bordo del letto e gli ha tirato giù
la lampo dei pantaloni. Le mani dell'uomo sono rimaste
ferme qualche secondo sulle sue spalle, incerte, poi
lentamente hanno cominciato a muoversi, a scendere.
Erano carezze goffe, pastose. Le ha sfiorato il seno
attraverso la stoffa del vestito, ha premuto le sue dita
sulla punta dei capezzoli poi è salito di nuovo, lento,
lungo le spalle, sul collo, fino alle tempie. Mentre lui
le teneva la testa lei ha stretto le dita attorno al suo
sesso eretto, ha fatto scorrere la mano avanti e
indietro sulla pelle tesa e lucida e ha chiuso gli
occhi. Ha spinto la testa verso il suo inguine e ha
aperto la bocca per riceverlo.
L'uomo teneva le labbra serrate e gli occhi spalancati,
fissi sul volto di lei. Di certo qualcosa doveva
tremargli dentro, una specie di paura, o di incredulità.
Reagiscono tutti così, all'inizio. Se ne stanno con la
schiena rigida e i muscoli del collo contratti, tesi,
incapaci di qualsiasi movimento. E' la mia presenza a
destabilizzarli, il mio sguardo che preme, che non li
molla, che non può, non deve.
Devo guardare. Sempre.
E' questo che vuole lei.
Seduto su una poltrona nell'angolo più nero della
stanza guardo mia moglie insieme ad altri uomini.
Fuori, oltre il giardino, il manto nero della campagna.
Ci sono i fari delle auto che di tanto in tanto la
attraversano, le schegge di luce smorta di alcuni
lampioni sulla provinciale, le insegne al neon delle
fabbriche, il bagliore lontano, giallo, dell'autostrada
e quello metallico dei tralicci dell'alta tensione.
Stare davanti a questa finestra, al buio, è diventato
una specie di rito, di corollario inevitabile. Lo
sguardo puntato in avanti, scavato nella notte e la
solita sequenza di immagini. Ci sono voluti mesi di
esercizio per rendere la mia mente bianca, silenziosa,
per svuotare queste immagini di ogni senso, per renderle
asettiche, innocue. Mesi e mesi per annientare il
dolore, per estirparlo sul nascere.
Ma questa notte è diverso. Tutto è più cupo, là fuori,
spettrale. Il cielo è coperto di nuvole e il nero dei
campi sembra ancora più profondo e denso. Un buco senza
fondo, un mare spesso e fangoso che invita a lasciarsi
andare. Lo stesso buio fermo e trattenuto che inghiotte
questa casa adesso che il silenzio è calato. Una
presenza solida che occupa tutto lo spazio. Il vuoto.
Questa notte i pensieri si fanno più feroci, i ricordi.
C'è questa immagine che non mi dà pace. Una cosa
strana, che non riesco a togliermi dalla testa e che mi
tiene qui, di nuovo dopo tanto tempo con la mente in
subbuglio e il cuore stretto come un pugno.
C'è uno specchio, in questa camera, di quelli molto
grandi, senza cornice. E' fissato alla parete di fianco
alla porta. Questo specchio ha una ragnatela di crepe
che si allarga all'angolo in alto a sinistra e scende
verso il centro. Questa sera, mentre lui cominciava a
spogliarla, lei ha girato la testa verso di me e mi ha
guardato. I suoi occhi, come sempre, erano fermi e duri,
due scaglie di metallo opaco, senza luce. E' stato
allora che ha fatto quel movimento strano con la testa.
Ha spinto il collo indietro e dentro lo specchio il suo
volto si è spaccato. La ragnatela di crepe, per un
istante, l'ha catturato e scisso, scomposto in decine di
frammenti mostruosi, di riflessi sghembi,
inconciliabili. E' stata come una rivelazione. Quello
che stavo guardando non era più il volto di mia moglie.
Era qualcos'altro. Quello che avevo di fronte era
l'esatta immagine del groviglio di sentimenti ed
emozioni che per tanto tempo ho cercato di soffocare.
L'esatta immagine di quella che è diventata la mia vita.
Mi allontano dalla finestra. Ho bisogno di darmi tempo,
di bere. Un dito di whisky, di gin, di rum. Qualcosa di
forte che mi stordisca, che mi annebbi la mente almeno
un po'. Questa notte i pensieri mi assalgono da tutte le
direzioni e non riesco a controllarli.
Esco dalla camera e scendo le scale. Una volta di sotto
percorro il corridoio che porta alla cucina. Faccio
tutto questo sempre al buio. Non ho bisogno della luce.
Questa casa la conosco a memoria e poi ci sono cose che
non voglio vedere, specie le fotografie appese alle
pareti.
In cucina, muovo le mani dentro il lavello e cerco un
bicchiere tra quelli sporchi, lo sciacquo sotto il getto
d'acqua del rubinetto e mi verso da bere. Butto giù
tutto d'un fiato e poi rimango qualche istante così, al
centro della stanza, a occhi chiusi.
Ma questa cosa che mi si muove dentro è ancora lì,
tenace e cattiva.
Apro gli occhi di colpo. Esco dalla cucina e rifaccio
tutto il percorso a ritroso.
Torno in camera, davanti alla finestra.
Le nuvole in cielo si sono addensate. Adesso hanno
riverberi viola che ne deformano i contorni. E' un
immenso tappeto bitorzoluto che si muove e si gonfia
come se respirasse, come qualcosa di vivo che di colpo
si risveglia. Le nuvole, in questo lento contrarsi e
distendersi per un istante si aprono e lasciano
intravedere uno spicchio morsicato di luna. Ma è appena
un accenno, e dura lo spazio di un niente.
Il primo uomo che è entrato in questa casa era un
ragazzino. Non doveva avere più di ventidue, ventitre
anni. Appena hanno varcato la soglia insieme ho capito
tutto. Ho capito che questo era solo l'inizio di
qualcosa, la nuova direzione non solo della mia vita ma
anche di quella di mia moglie, il punto di partenza di
un gioco al massacro che avrebbe lasciato sul campo solo
devastazione.
Le parole ci avevano già abbandonato. Fuggite via,
risucchiate, svuotate di ogni senso e potere. Rimanevano
gli sguardi. E i silenzi. Questa nuova cosa che accadeva
era solo per me. Il mio tribunale, il mio sadico e
inevitabile processo di accusa.
Ho visto il seno di mia moglie ondeggiare sopra la
faccia di lui, la curva soda delle gambe attorno a quel
corpo che non era il mio. Ho visto la sua schiena
inarcarsi, le natiche spingere indietro, abbassarsi di
colpo e il suo sesso aderire, sfregare contro il sesso
di lui. Il ragazzo se ne stava abbandonato sul letto,
immobile, impacciato. Aveva gli occhi chiusi e il labbro
inferiore stretto tra i denti. Lei no. Lei teneva gli
occhi aperti, concentrati. Un angolo di luce spezzata
dentro le pupille e le labbra tese, rapprese in una
linea ferma e gelida. Poi, tutto è cambiato di colpo,
rapido. Ha girato la testa e ha puntato lo sguardo
attraverso la fessura della porta. Sapeva che ero lì. Lo
sapeva ancora prima di sapere. Mentre mi guardava la sua
mano si è mossa con una lentezza esasperante lungo il
petto del ragazzo, giù, fino all'inguine. Poi ha aperto
la bocca per dire qualcosa, una parola, una frase, ma
non ha detto niente. Le sue labbra si sono modellate
attorno al silenzio e poi si sono arricciate in alto,
fino a scoprire i denti.
Mi ha sorriso.
Un sorriso cattivo, quasi una smorfia.
E' stato quello il momento in cui ha guidato il sesso
del ragazzo dentro di lei. Quello, il momento in cui
tutto si è definitivamente perso.
Mi accendo una sigaretta. Il fumo si attorciglia
davanti al mio volto in una spirale azzurra, sale in
alto, si slabbra. Chiudo gli occhi, faccio un lungo
respiro, dilato la mente. Ma non serve, non stanotte. Il
suo volto devastato dentro lo specchio ha scatenato cose
che non riesco a controllare, ha dato nuova linfa ai
ricordi. E adesso arrivano tutti insieme, si mescolano e
spingono. Anche quelli che non voglio, quelli che non mi
servono, quelli insostenibili. Cerco di scartarli, gli
ordino di sparire, di andare via. Devo picchiarmi le
tempie con i pugni.
Ma loro restano. E continuano a rotolarmi dentro come
grosse pietre, a cozzare tra loro, a gridare.
Di tutti gli uomini che sono entrati in questa casa ho
perso il conto. Nessuno di loro è mai tornato una
seconda volta. I loro volti, poi, credo di non
ricordarmeli nemmeno. Si sono fusi, impastati tutti
insieme in un'unica chiazza sfuocata. Ricordo dettagli,
ecco. Porzioni di corpo, labbra che si tendono in un
bacio, una mano che preme, un gemito. Uomini vecchi e
giovani, muscoli tesi e pance prominenti. I modi sempre
diversi in cui i loro sessi entrano nella carne e
sembrano spaccarla.
Chiudo gli occhi, mi passo una mano sul volto. Li
riapro e torno a guardare fuori.
Il buio, oltre la finestra, si è fatto più compatto.
Penetra dentro la stanza in ombre taglienti che si
allungano tutte intorno, sulle pareti e sul pavimento e
sono nere come lividi.
Comincia a piovere. Sono gocce rade, leggere,
minuscole. Sono fatte di niente. Piccole scintille
liquide contro il vetro della finestra, pioggia sottile
che batte l'erba dei campi, il tetto della casa, la
ghiaia del vialetto con un ritmo lento e metodico.
Seguo la direzione delle gocce e i miei occhi
inquadrano il giardino. Poi il mio sguardo si piega,
inevitabile, catturato dal riverbero metallico dei sassi
bianchi che delimitano quella che una volta era
un'aiuola. Era. Perché adesso non è più niente. Una
volta, in primavera e in estate, ci crescevano rose
bianche, gladioli e viole di tutti i colori, ma adesso è
solo un cerchio di terra smossa e arbusti marci che si
arrampicano nell'aria come braccia malate e scorticate.
Quest'aiuola l'avevamo costruita io e lei l'estate di
quasi sei anni fa. Per diversi giorni avevamo discusso
sulla posizione, su quanto dovesse essere grande e quali
fiori piantarci. Lei girava scalza per il giardino con
un metro in mano e prendeva misure su misure. Era
incinta di quattro mesi, allora, io non volevo che si
stancasse e così le dicevo che avrei fatto tutto io, che
lei doveva solo sedersi e guardarmi.
Faceva caldo. Lavoravo in ginocchio a petto nudo. Il
sole mi batteva sulla schiena e mi faceva sudare. Mi
passavo il dorso della mano sulla fronte e ogni tanto mi
voltavo verso di lei. Lei stava seduta al tavolo da
giardino sotto l'ombrellone e sorrideva. Era bellissima,
la pelle leggermente abbronzata e la pancia che già
cominciava a intravedersi sotto la maglietta aderente.
Di notte, poi, quella piccola rotondità diventava il
luogo dove finivano le mie carezze. Si sdraiava nuda sul
letto e io facevo scorrere le mani sul suo corpo,
seguivo le curve dei seni e dei fianchi, tracciavo linee
immaginarie, circoscrivevo spazi sempre più ristretti
finché le mie dita non rintracciavano quel luogo
misterioso e nascosto dove nostra figlia giorno dopo
giorno cresceva e si sviluppava. Posavo l'orecchio sulla
sua pancia, cercavo di catturare ogni minima variazione
e sussulto, ogni più piccolo rumore o respiro. Quella
cosa minuscola che viveva dentro di lei era l'ultimo
segmento di ponte che ci avrebbe unito per sempre. Lei
faceva scorrere le dita fra i miei capelli e stavamo
così, sospesi in questa calma perfetta, in questo angolo
di vita in cui tutto, il meglio, eravamo certi doveva
ancora accadere.
Spingo questo ricordo lontano, lo ricaccio indietro.
Spengo la sigaretta nel posacenere sul davanzale e me ne
accendo un'altra. Fumo nel silenzio. Inspiro ed espiro.
Ma la memoria gira impazzita, accelera e rallenta, crea
collegamenti, salta passaggi. Tutto, dentro me, si
contrae. E' sabbia che mi scorre addosso, e che gratta,
mi scortica.
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