
Euridice
dalle dita d'argento
di Orchideanera
Sono pietra, dicono, roccia,
e a volte anche io lo credo.
Quando assisto ai sogni senza avere la chiave dello
scrigno, io e la mia terra bassa, tenuta insieme da
alberi precari, modellata continuamente dal vento.
Piccola, oziosa, con una sola strada, l’andata e il
ritorno. Una foschia a doppio senso che si sposta tra le
case tormentate di neve, nella piena solitudine
dell’inverno. I sogni concepiti di notte brillano
all’alba. Opposti al sole, soddisfatti da eterni
desideri di incostanza. E’ colmo di una bianca
incandescenza il mio paese, la luce che cade obliqua sui
prati d’inverno e sulle timide facciate delle case,
immobile, bianca di marmo. Una piccola chiesa con gli
occhi chiusi, con la pace dei perdenti, l’arroganza dei
vinti, il broncio di un assorto dolore.
Io sono nata qui. Ho navigato per questi sentieri con
barchette inadeguate, ho sentito il canto dei passeri,
dei merli la voce. Ho seminato l’amore a mani distese
come in certi quadri sovrapposti. Un cappello di paglia
per non disturbare la quiete dei prati, con le campane
dell’unico diacono che rintoccavano a festa, riempivano
di suoni gli orti e i mercati. Mi rivedo negli occhi di
papaveri neri, nelle margherite di campo offerte ai miei
amanti, al primo amore, ai cimiteri deserti.
Ho vissuto qui, immersa nell’inconscio, in precario
movimento, scivolando su morbidi abbracci. Mi sentivo
invincibile e forte mentre l’edera scura affondava
radici e si intrecciava alle mie braccia, portando ogni
anno qualche nuova assenza. E intanto brillava una
silenziosa luna in cielo, figlia di Ecate, regina delle
ombre.
Sono cresciuta tra rovi e castagni, tra volpi e
faine, cogliendo il sentore dell’uomo che si fa lupo,
con le madri che placavano al seno il pianto dei loro
bimbi, tra croci di ferro e angeli dalle ali spezzate.
Le nuvole che si accavallavano in questa terra di
confine tra veglia e sonno. Mi sono spuntati i seni
mentre scrivevo parole effimere, destinate a racconti
mai nati, senza forza né ragione, piccoli moti del cuore
che si diluivano nei miei occhi tristi di bambina.
Sono scivolata a valle, con immensi paesaggi di
silenzio alle spalle, con porte aperte sul divenire,
interrogando un Dio nascosto nel buio, inciampando nelle
sere di quiete persa. Sedotta da canti gratuiti, da
desideri senza prezzo, arresa alla stanchezza. Ho
nuotato contro corrente, cercando di vedere le stelle
più lontane in anni gonfi come il pane, il cielo troppo
basso, i miei desideri troppo audaci... Ho danzato a
piedi nudi intorno al fuoco, tra canti e tamburi, le
fiamme che stavano lentamente morendo, unendo i puntini
della settimana enigmistica, tracciando linee incerte.
La vita che camminava veloce. Io che dovevo fare più in
fretta.
Ho chiuso cerchi, pianto vedendo film d’amore,
cercando tra i rami secchi nidi d’uccelli. Troppi rumori
a coprirmi la bocca, troppi colori a saturarmi gli
occhi. La voglia di voler scappare mentre la musica di
Mozart riempiva le stanze, in un preludio in
clavicembalo. Intorno mille dita innamorate mi
accarezzavano. Si spogliava piano quel tempo grigio
azzurro di fondo, neutro, ripartendo sempre da zero,
creando angoli e disegni irregolari. Sono rimasta solo
per lui.
Con il mio dolore che dormiva al piano terra sotto il
suo cuscino. Delicato, scendeva le scale e raccoglieva
la polvere intorno; peculiare, imprevedibile cercando
quella donna che non aveva ancora incontrato, quella
donna che non ero io.
Si fermava accanto a un uomo dagli occhi neri che
ronzava tra i fili dei miei capelli, che entrava nella
mia mente con il suo corpo monocolore e giocava con la
mia vita come il gatto gioca col topo.
Sono diventata donna con lui.
Io fragilissima e lui troppo pesante in un cammino di
rette perpendicolari senza incontro. Sulla nostra porta
un insegna dorata, un accesso al paradiso che per me era
solo un inferno. La sua bocca che mi risvegliava da
sensazioni sopite. Le nostre orge d’inverno che
tendevano alla morte, le sue mani che mettevano radici
nel mio ventre, legandosi al mio cuore in un filo
fittizio che era seme. Il mio inizio e la mia fine.
Io lo amavo, quando in un gioco crudele mi legava al
letto leccando piano piano le mie ferite, poi le
riapriva per farle bruciare ancora, facendomi entrare in
una voragine di dolore senza senso. Il buio oltre le
finestre veniva interrotto dai fari di qualche luce di
passaggio, il televisore proiettava una fioco lume
azzurro, e io restavo impigliata alle lenzuola bianche,
sognando steli di fiori che gocciavano sangue.
Alla mattina i suoi occhi ricominciavano a
violentarmi, in giornate dove da parte sua c’era tutto
eccetto l’amore. Era un continuo violento muoversi, il
sesso che facevamo in tutte le posizioni, il mio viso
che si trasformava in pianto, il vino rosso che
diventava purpureo sulla mia pelle, la sua lingua che
ritmava mille centri concentrici, le mie lacrime che
sgorgavano a fiotti.
Un piccolo uomo, una tenia insinuata di soppiatto in
una casa piena di spifferi, che si affacciava come fosse
mio padre alle finestre sul cortile, in un movimento
oscillatorio, tra l’oscurità delle sere di novembre e
giornate calde del frinire delle cicale.
Le sue piccole lezioni incise sul cuore, le piccole
nostalgie da spengere in sere pallide. Il mio corpo
soffice diventava creta sotto le sue mani possenti.
Ricordo solo la sua voce che mi portava a letto
dicendomi sempre che ci sarebbe stata un’alba rosa ad
aspettarci. Lo ritrovavo al mattino, in quel viaggio che
aveva destinazioni sconosciute e spine tra fili d’erba.
Poi restano solo ricordi, una panchina nel parco,
passi svogliati di zoccoli verdi e bianchi, una
sigaretta che si accendeva, tanta gente barcollante e il
fruscio di un bruco che camminava sopra il cuore. Una
bruma mattutina, la notte di Halloween chiara come una
lacrima, un dolore rosso che mi accarezzava. Un silenzio
irreale, io che sognavo solo la sua bocca sulle mie
labbra, il suo fare l’amore senza scampo. Sapeva essere
beffarda la mano del creatore in quella luce di sangue.
Lui se ne andava con le mie preghiere, giocando a
nascondino, io restavo, diluita in un acqua del cuore,
in una notte scura, cercando di vedere la stella più
lontana.
Quella di tutti.
Quella che nessuno possederà mai.
Non sono più pietra, né roccia.
Solo gesso.
La vita non ha ammesso repliche, né discussioni, è
diventata un leggero bacio sulla bocca. Ha realizzato
incantesimi in pochi minuti, ha spazzato via anni
d’amore.
E’ diventata nomade, ferma al mutare delle
circostanze. E’ cambiata nelle cose non dette, lucidata
a piombo, ha messo radici optando per nuove partenze.
Io ho continuato il mio cammino, sentiero dopo
sentiero, ho preso una strada, un’altra ancora. La sosta
è stata solo un modo per riprendere fiato, facendo finta
che da qualche parte esistesse una meta, una qualsiasi.
Sono diventata una piccola Euridice dalle dita
d’argento, un piccolo elfo dei boschi in cerca di altri
sortilegi sconosciuti.
Non si può inseguire nessuno troppo lontano, e io non
so ritornare indietro dalla leggerezza dei sogni. Il
vento mi conta il tempo, mi rappacifica il cuore.
Aspetto l’alba in questo silenzio notturno, la
luminosità della neve che oscura quella delle stelle, ho
freddo, la luna sta per tramontare, corro a lungo finché
alle spalle non resta più niente che valga la pena di
voltarsi a guardare. Neanche i suoi giochi profumati di
un indecente respiro.
|
|
|




|
|