Gita al parco



    
“Ti ricordi cosa abbiamo fatto l’ultima volta che siamo venuti qui?”, mi chiede sorridendo.
     Dall’ultima volta è passato già qualche mese. Sono le sette di un sabato sera. Non c’è molta gente.
     Siamo usciti di casa in scooter, per approfittare dei primi caldi concessi da una stagione fin troppo strana, pensando di fare un giro in centro e prendere un aperitivo prima della cena.
     Ma poi l’aria era così calda e invitante che abbiamo allungato di qualche chilometro pensando di fare quattro passi sul lago e tornare in quel parco silenzioso.
     La riva è sommersa dai canneti. Un percorso in mattoni malconci e rialzati dalle radici degli alberi che forzano sulla terra costeggia i campi da tennis deserti e si allunga fino alla fine, dove il parco diventa boscaglia ed è chiuso da una rete. Poi fa una larga curva verso sinistra e torna indietro, costeggiando il lago.
     Qualche bambino gioca vicino l’entrata, su uno scivolo colorato. L’unico bar, una piccola casetta in legno rialzata su alcune assi, avrebbe aperto solo a maggio.
     Camminiamo per un centinaio di metri lungo il percorso, sedendoci poi su una panchina dove qualcuno aveva lasciato una ghirlanda di margherite e promesse d’amore intagliate nel legno.
     “Ti ricordi cosa abbiamo fatto l’ultima volta che siamo venuti qui?”, mi chiede sorridendo.
     E' ovvio che me lo ricordo.
     Non potrei mai dimenticare quando, sdraiati sull’erba di quel parco, abbiamo fatto l’amore in fretta e furia per paura che qualcuno ci vedesse.
     Butta la sigaretta a terra e sorride.
     Il lago è calmo e tra i canneti un cigno nasconde il becco tra le piume.
     Mi sono sempre chiesta come facciano, i cigni, a dormire in quella posizione.
     Si sentono i grilli cantare tra gli alberi.
     “Era tanto che non sentivo i grilli”, mi dice. “Mi ricordano il mare”.
     Ed è vero.
     Se non fosse per quei moscerini che, mentre parlo, ogni tanto mi si infilano in bocca, tutto è perfetto.
     “Andiamo? E' quasi ora di cena”.
     Raccolgo borsa e casco e proseguiamo fino alla rete. Il percorso qui svolta a sinistra e forma una specie di ellisse, girando intorno ad alcune piante basse e folte e tornando indietro.
     Cammino davanti stando attenta a dove metto i piedi.
     Lui, proprio mentre passiamo intorno a quelle piante come un giro di boa, mi afferra il braccio.
     Mi fermo e lo guardo.
     Il suo sorriso mi dice più di cento parole.
     Tira giù la zip dei jeans e fa uscire il cazzo dall’apertura.
     Lo prendo tra le mani. E' caldo.
     Mi alzo sulle punte dei piedi per guardare oltre la siepe, per cercare di vedere se sta arrivando qualcuno dal sentiero che abbiamo da poco abbandonato, ma non riesco a sollevarmi così tanto.
     Facciamo qualche passo ancora e ci mettiamo sulla via del ritorno, al limite delle piante. Da lì, se faccio attenzione, posso riuscire almeno a vedere qualcosa.
     Lui tira giù la mia zip e infila due dita nei miei pantaloni. Le tiene unite e spinge sul clitoride, muovendole verso il basso e premendo sull’entrata da sopra il tessuto degli slip.
     Non ci metto molto a venire.
     Mi tocca e, mentre lo fa, ogni tanto lo vedo guardarsi in giro. La cosa mi eccita terribilmente.
     Godo soffocando i gemiti nella sua bocca.
     Mi piego verso il basso e tiro fuori la lingua leccandogli il membro teso e costretto nel poco spazio della zip.
     Mi piace tirare indietro la pelle con la mano e sentire sulla lingua la punta liscia gonfiarsi.
     Adesso nessuno guarda più se sta arrivando qualcuno. Io sono troppo in basso per poter vedere. E lui addirittura dà le spalle al sentiero.
     I mattoni ruvidi mi fanno male sotto le ginocchia e la giacca della moto piena di protezioni è troppo scomoda per qualsiasi movimento.
     Ma mi piace vederlo così. Dal basso.
     Socchiude le labbra e gli occhi all’unisono e respira forte.
     Mi eccita.
     Sentiamo dei passi avanzare lenti. Sembrano tacchi da donna ma c’è anche qualcun altro. Si sentono delle voci.
     Io mi alzo ma lui, con le mani sulle mie spalle, mi fa capire che non devo.
     Mi inginocchio ancora.
     Lo tocco velocemente ora e con gli occhi cerco di traforare quelle piante e vedere se c’è qualcuno oltre la siepe, ma non riesco. L’erba è troppo fitta e folta, soprattutto all’altezza dei miei occhi.
     Guardo verso l’alto.
     “Sta arrivando qualcuno”, gli dico quando le voci si sentono più chiare.
     Ma non posso fermarmi ora. Penso che, se mi fermassi, mi rimarrebbe un sapore amaro in bocca che poi sarebbe difficile da togliere.
     Penso a cosa succederebbe se qualcuno sbucasse dal sentiero.
     Credo che la posizione che ho in questo momento non possa essere fraintesa. Sono inginocchiata a terra. C’è poco da fraintendere.
     Allora immagino che, se qualcuno arrivasse proprio ora, potrei alzarmi di scatto. Anche se sarebbe inutile.
     Lui infila una mano nella tasca della giacca e tira fuori il cellulare.
     Alzo gli occhi e guardo verso l’obiettivo con la lingua attaccata al suo cazzo rigonfio.
     Mi piace essere fotografata. Mi piace riguardarmi per vedere la scena dal suo punto di vista.
     Lo sento respirare più forte, ora, e lo sento tendersi e contrarsi sotto le dita.
     Le voci sono a due passi da noi. Ora riconosco un uomo e una donna che ride di gusto.
     “Non rideresti così se oltrepassassi questa siepe…”, penso.
     Sento le fronde muoversi e vedo qualche foglia cadere giù.
     Sono esattamente dove siamo noi, separati solo da questa pianta che, se potesse parlare…
     Il mio uomo mi prende la nuca tra le mani e mi spinge a sé.
     Lo succhio, lo mangio, lo ingoio.
     Viene in un rantolo che soffoca in gola e tra i denti.
     Ancora con i suoi spasmi in bocca mi accorgo di un cane dietro di noi, oltre la rete. Non riesco a vederlo ma so che è lì, lo sento abbaiare forte.
     Mi alzo, lo bacio sulle labbra.
     Mi piace baciarlo, ha le labbra morbide.
     Lui rimette il cazzo nei pantaloni con una fatica estrema e nel farlo sporca un poco l’orlo della giacca.
     Sorride.
     Di un sorriso meraviglioso da paragonare a tutto ciò che di più bello c’è al mondo.
     Strofino la mano su un fazzoletto e pulisco gli anelli che si sono imbrattati di sperma nel toccarlo.
     Tiro su da terra il casco e la borsa che avevo abbandonato in un angolo e mi volto.
     Una coppia è dietro di noi e ci guarda con occhi strani.
     Non ci faccio caso.
     Proseguiamo per il sentiero e ci dirigiamo verso l’uscita, ripassando davanti ai giochi dei bambini e a quel bar che aprirà solo a maggio.
     I grilli non si sentono più, chissà perché.
     Oltrepassando il cancello noto un cartello che dice che il parco è sottoposto a videosorveglianza. Sorrido.
     E penso a quando torneremo qui di nuovo e lui, sorridendo, mi dirà “Ti ricordi cosa abbiamo fatto l’ultima volta che siamo venuti qui?”.

     (dedicato)






6 Commenti:
Stefano M.     09/12/2011
Che belle le gite nel parco, o negli spazi verdi in generale... stradine isolate, campi di granturco che abbracciano e nascondono... che bello l'amore a contatto con la natura... :-)
Silverdawn     27/08/2011
Sono sempre molto belli, i tuoi racconti. C'è una poetica straordinaria nel tuo leggero parlare, un erotismo che seduce per naturalezza, levità. Sei sempre tra le mie autrici preferite. Lucabalducci
Marzio          04/05/2010
Mi ha incuriosito parecchio questo sito. Ho letto le tue storie con passione. Anche io ho un "diario segreto". Ci si legge
Beerth     01/05/2010
Perché l'erotismo dev'essere un'arte raffinata? Quando la passione è vera non c'è tempo per badare alle raffinatezze... forse riesci a modulare il tuo grido di piacere? Se sì, allora cerca una passione più forte e vera
Valeria          09/06/2009
Grazie del tuo parere Lella, che essendo del tutto personale e dato da chi, si nota, legge molto, non può che fare bene al sito. Qualche tempo fa un mio amico scriveva: "Basta. Più non se ne può. Del dire e non dire. Del vestire di ombra l'ombra. E' ora di chiamare la fica col suo nome, quando si scrive. E l'amore amore, il dubbio dubbio. E' tempo, è ora, è vita vera. Che il corpo vesta il corpo, le parole siano specchi fedeli, e che nessun pudore, nessuno, faccia da mantello allo scrivere, al dire, al mostrare. Che il corpo goda con odore. Con sudore. Con rumore. Con rantoli di morte e di vita, con sperma che coli. Con labbra gonfie, tumide, squarciate dall'umore. E' tempo, è ora, di scrivere come si vive". Il sesso e l'erotismo a mio parere sono fatti anche di questo, di parole crude e forti, perché è così che è da sempre. Il sesso. E anche l'erotismo. Grazie :-)
Lella     09/06/2009
Questo racconto, a mio incompetente parere, è piacevole, soprattutto perché non incorre nella volgarità. Però anche qui, come ormai in quasi tutti i racconti moderni, si fa uso di termini grossolani (come ad esempio "cazzo") più adatti, secondo me, al vocabolario di bulletti quindicenni che alla raffinata arte dell'erotismo, o a termini "tecnici" - es. clitoride - che ricordano un manuale di ostetricia e, sempre secondo il mio parere, sminuiscono il valore degli scritti. Con i miei più cordiali saluti. Lella





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