
Gli
teneva stretta stretta la mano
Gli teneva stretta stretta la mano, le
dita erano diventate viola per il freddo e per il sangue
che non scorreva più da ore, i polpastrelli erano ormai
bianchi e raggrinziti e sembravano spugne di mare
seccate dal vento. Le dita erano chiuse attorno al palmo
di lui come una morsa tenace, chiuse come un pugno,
serrate attorno alla mano di lui che invece era rimasta
aperta, le dita larghe a formare petali di fiore.
Lei gliel’aveva stretta, quella mano, poco prima di
buttarsi.
Si era avvicinata al ciglio, poggiando i piedi nudi
sull’ultimo scoglio prima del dirupo affacciato sul
nulla, si era sporta un po’ in avanti guardando verso il
basso e un brivido le era corso veloce su per la
schiena. Poi si era voltata verso di lui che era rimasto
indietro di qualche passo. E la guardava.
"Dai vieni", gli aveva detto lei gridando perché il
vento forte copriva la sua voce e le scompigliava i
capelli.
Non aver paura.
Lui non ne aveva mai, a dir la verità. Così lei
credeva.
Si era sempre, lui – da quando la conosceva – spinto un
poco oltre il limite della coscienza, sempre un poco più
in là della volta precedente.
Sempre assieme a lei.
Lei era la compagna perfetta, per questo genere di
cose. Lui gliel’aveva detto spesso, tra un sussurro e
l’altro mentre facevano l’amore. Era quella scintilla
negli occhi di lei, in quello sguardo così brillante e
temerario, audace mentre lei gridava e non sapeva più se
dal dolore o dal piacere, a portare lui oltre le
barriere che da sempre si era autoimposto.
Con lei, tutte le recinzioni che contenevano i suoi
pensieri crollavano in un fragore che copriva ogni
rimorso o senso di colpa.
Adesso, lei gli stringeva forte la mano sinistra. I
loro vestiti erano in sacchetti di plastica trasparente.
I corpi erano stati messi su due lettini uno di fianco
all’altro.
"Non si staccano", aveva detto con un’alzata di spalle
il tecnico di sala settoria quando era entrato il medico
e li aveva visti così, con le mani strette l’una
nell’altra, i due corpi viola distesi vicini.
Si era accostato alle barelle d’acciaio toccandosi il
mento. Poi aveva preso, con pollice e indice della mano
destra, la mano di lei. Aveva cercato di divaricare
quelle dita premendo un po’ sulle giunture irrigidite,
aveva provato a distenderle per liberare la mano di lui
che lei teneva stretta. Ma niente.
"Va bene, intanto inizia così", aveva detto con voce
grave facendo ricadere dolcemente la mano di lei sul
piano di ferro.
Lei aveva preso la rincorsa, l’aveva afferrato per la
mano, aveva corso tirandosi lui dietro di sé e cercando
di non guardare in basso man mano si avvicinava al
ciglio, poi si era lanciata verso il vuoto con un grido.
Il volo sembrò interminabile.
Una discesa così lunga che lei si ritrovò a pensare a
tutti gli errori commessi, agli sbagli cercati, a quelli
compiuti e a quelli mancati mentre la gonna di cotone
svolazzava intorno alle cosce e le si arrotolava sui
fianchi.
Gridò. Non appena i suoi piedi si staccarono da terra
lei gridò, gridò come poche volte aveva fatto e gridò
così tanto che la gola sembrò strapparsi durante la
discesa.
E lui, nella discesa folle verso il niente, le strinse
forte la mano come quando erano insieme, come quando
facevano l’amore. Lui prendeva le mani di lei tra le sue
e le stringeva, mentre le si conficcava dentro con foga.
Il sesso tra loro era sempre stato così, proprio come
buttarsi giù da una scarpata; era come un lancio in un
burrone, qualcosa di pericoloso, di imprudente e
azzardato, qualcosa di cui aver paura, da cui prendere
le distanze. Qualcosa che fa male ma che è bello, è
bello comunque.
"Guidami, istruiscimi", gli aveva detto lei un giorno,
la prima volta che fecero l’amore, quando lui appena
l’aveva scoperta dei vestiti leggeri, sfilandole dalla
testa come una bambina ubbidiente il vestito chiaro di
cotone. "Ammaestrami, addestrami ad amarti", aveva
ripetuto lei quando entrambi erano giù nudi, seduti uno
di fronte all’altra.
Lei gli aveva offerto il polso nudo, sollevandolo
davanti agli occhi di lui, e con lo sguardo gli aveva
chiesto di afferrarlo e di guidarla nei movimenti che a
lui piacevano di più.
Così lui le aveva preso la mano con delicatezza,
guidando le dita esili prima sulla pancia, attorno
all’ombelico, poi verso il basso sul ventre, lungo
l’addome, sulla rigidità del suo cazzo.
Lei si era lasciata guidare, imparando come fosse la
prima volta i punti di lui più sensibili, seguendo le
sue indicazioni come se leggesse una mappa, assorbendo
dalla voce di lui ogni modulazione di godimenti e
orgasmi.
L’ultima cosa che lei vide prima di immergersi – in
un’istantanea pochi attimi prima di toccare l’acqua
fredda con i piedi mentre ancora cadevano verso il basso
– furono gli occhi di lui. Sbarrati, gelidi, profondi
come l’acqua che li aspettava.
L’ultima cosa che vide lui, invece, fu il vestito di
lei a fiori rossi e bianchi stagliarsi contro il blu del
cielo.
Poi in picchiata contro la superficie azzurra, un tuffo
che rimbombò nelle orecchie di entrambi non appena
attraversarono il pelo dell’acqua.
La velocità con cui erano scesi li portò giù di
parecchi metri, un abisso sufficiente a far diventare in
un attimo tutto buio e cupo. E per un po’ i loro corpi
si lasciarono trasportare verso il basso.
Sempre mano nella mano.
Lui si accorse presto che i suoi jeans si erano fatti
pesanti, tutto a un tratto l’aria gli mancò. Fu quasi
come se mancasse all’improvviso, come se i polmoni
venissero schiacciati, compressi e svuotati tutto
insieme e in un unico istante.
Lei lo guardò. Vide la paura negli occhi di lui, vide
la voglia di tornare in superficie mentre con l’unica
mano libera cercava di nuotare verso questa, ovunque
questa fosse. Non c’erano più punti di riferimento, non
c’era più un cielo, un orizzonte, un alto o un basso.
Tutto era nero e freddo. Tutto era buio.
Lei gli strinse la mano ancora più forte nella sua
cercando di trattenerlo a sé, cercando di portarlo con
sé verso un letto di sabbia.
Lui la guardò, per un’ultima volta la guardò prima di
morire. Vide i fiori rossi del suo vestito diventare
neri, vide lei sorridergli amabilmente mentre veniva
trattenuto sul fondo.
Ripensò a quanto la sensazione che provava mentre
faceva l’amore con lei era simile alla sensazione che in
quel momento sentiva. Una sensazione di calore
avvolgente, non un rumore, una luce, nessun bagliore.
Una sensazione di pace così totalizzante che forse solo
chi aveva visto la morte in faccia aveva provato.
Trovarono le scarpe di entrambi sul margine del dirupo
che sovrastava le loro teste, a un paio di metri dal
ciglio. Avevano preso la rincorsa, prima del tuffo.
Quando li tirarono fuori dall’acqua, avevano trovato
lei con gli occhi chiusi, le palpebre abbassate,
rilassate, le labbra viola, sottili, allungate in un
accenno di sorriso.
Erano vicini e li avevano tirati fuori così, uno
attaccato all’altra tanto che la massa scura che avevano
trovato sul fondo non sembrava nemmeno appartenere a due
esseri umani.
Lui teneva gli occhi aperti, sbarrati, le pupille
dilatate e nere.
Lei, di fianco a lui, gli teneva stretta stretta la
mano.
(dedicato) |
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2 Commenti:
Valeria
26/11/2011
Grazie, sei molto gentile. Mi ha fatto piacere il tuo
commento :-) |
Stefano M.
26/11/2011
Ho letto pochi racconti carichi di una tale intensità.
Coinvolgente, sentito, triste e disarmante. Infinitamente dolce
e malinconico. Complimenti!!! |
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