
Helori,
storia di una guerriera (part n.1)
di Valeria e Luca Ducceschi
L’aveva
colpita in piena faccia sporcandole di terra e polvere
la guancia sinistra. Non l’aveva colpita con il collo
del piede, ma furiosamente con la suola, caricando il
calcio dopo aver portato il ginocchio fin quasi al petto
per scaricarle poi il colpo con lo stivale in pieno
viso. Maeve barcollò per un microsecondo sui talloni,
gli occhi rivolti verso la sua nuova carceriera in uno
sguardo fiero ma sgomento, quasi incredula della
situazione in cui era finita; poi rovinò a terra,
battendo il culo sul pavimento lercio di piscio e
picchiando disastrosamente i gomiti sul lastricato
pietroso della cella. Una scossa che le partì dal gomito
per correre fin sulla spalla la fece guaire con una
smorfia di dolore.
Da quando le avevamo catturate, Leah non faceva altro
che passeggiare avanti e indietro lungo il corridoio del
carcere, proprio di fronte alla cella di Maeve e delle
sue ancelle,
insultandole gratuitamente non appena incrociava i loro
sguardi,
per poi picchiarle senza spesa non appena ne aveva
occasione.
Prendere a schiaffi le donne che per anni erano state la
sua
ossessione ultimamente era diventato il suo miglior
passatempo.
Quella mattina la vidi entrare, portare nella cella una
ciotola
piena di acqua e posarla con fare brusco a terra. Le
piaceva vedere
Maeve bere come fosse un cane. Ed era proprio mentre Maeve
beveva, piegandosi in quell’ignobile posizione
accucciata a terra,
che Leah le aveva sferrato quel calcio sotto il mento.
D’istinto, portai una mano a coprire la mia bocca
spalancata.
Quasi mi parve di sentirne io la sofferenza, lo
scricchiolare della
mascella sotto il colpo, il sapore metallico del sangue
sulla lingua.
Doveva fare un gran male, la sua bocca si era deformata
per la
fitta di dolore.
Maeve invece non fece una piega. La bocca si torse in
una
smorfia dalla quale sputò, sul pavimento a un passo dai
piedi di
Leah, sangue misto a saliva. Ma non le diede la
soddisfazione di
urlare e farle capire che le aveva fatto male.
Leah le sorrise affabilmente, poi si voltò e richiuse la
cella alle
sue spalle. Quella sordida parola arrivò alle sue
orecchie ma lei
fece finta di non aver sentito nulla.
"Puttana. Sei una puttana
schifosa...".
Maeve glielo disse mentre si ripuliva la bava dalla
bocca con il
dorso della mano.
Leah non rispose. Avere quelle donne chiuse in gabbia
era stata
la sua aspirazione per anni e nulla, adesso, poteva distoglierla da
quella soddisfazione, una soddisfazione che sentiva
crescerle
dentro ogni qualvolta le vedeva soffrire.
So cosa aveva provato, il senso di frustrazione per non
riuscire
nell’impresa che si era prefissata da tempo. E' un dolore
che
corrode dentro, un’impotenza che ti uccide. Avevo
lottato con lei
per mesi cercando di acchiappare quella spregevole banda.
Abbiamo visto morire persone innocenti davanti ai nostri
occhi,
tra le nostre braccia. Ho sentito anch’io, come lei,
gente
supplicante chiederci di fermarle, di fare qualcosa che
potesse
mettere fine a quell’orda di distruzione. Le lacrime
delle persone
che avevano perso i loro cari erano pugnali di ghiaccio
nei nostri
cuori. E noi avevamo promesso con eroismo e decisione,
pur
sapendo in cuor nostro che non sarebbe stato facile
fermare
quell’orda di streghe.
E la notte in cui finalmente Maeve e le sue ancelle
erano nelle
nostre mani è stata memorabile. Con un tranello eravamo riuscite
a separare Maeve dalle altre, cosicché lei si trovò
vulnerabile
davanti a noi. Leah era riuscita a bloccarla e, mentre
la teneva
ferma, mi gridò di legarla per evitare che scappasse. E
io la legai,
dopo averle dato tavor in quantità – gliel’avevamo
infilato in gola
costringendola a mandarlo giù – e averla costretta a
sedersi su una
sedia. Le corde che le avevo annodato erano così strette
intorno ai
polsi e alle caviglie che, dopo un paio di minuti, il
sangue iniziò a
scendere in un rivolo sottile rosso scarlatto lungo le
sue braccia e
fino a terra. Eravamo in un vecchio capanno in disuso
che era
stato dedicato in passato alla raccolta del mangime e i
soffitti
erano così alti e l’ambiente così vuoto che, quando
Maeve urlò dal
dolore, le sue grida riecheggiarono per tutto lo
stabile. Leah mi
guardò e io pensai che fuori, qualcuno, avrebbe potuto
sentirla.
Annodai forte un fazzoletto attorno al volto di Maeve
infilandole
un capo di questo in bocca in modo tale che non
riuscisse ad
aprirla. Maeve comunque urlò con quanto fiato aveva in
gola, le
lacrime iniziarono a scenderle copiose lungo le guance anche se
lei aveva fatto di tutto per non piangere.
Ma il dolore era forte, nessuno avrebbe resistito. Lei
aveva
spalancato gli occhi mentre le venivano stritolate due
dita e, nello
stesso momento, lanciò un urlo che mi gelò il sangue.
Leah le
aveva schiacciato una mano con un vecchio arnese che –
da quel
che avevo capito – serviva a chiudere ermeticamente i
tappi di
ferro sulle bottiglie di vetro. Leah aveva infilato le
dita inermi
della nostra nuova prigioniera in quest’affare, poi
aveva stretto –
gradualmente – finché il dolore e la morsa pressante non
avevano
costretto Maeve a sottostare alle nostre regole: doveva
portarci nel
loro covo e fare da esca, cosicché avremmo potuto
stanare le due
donne, Rowan e Sheridan, che erano al suo fianco.
Non che ci preoccupassero poi così tanto, loro: in fondo
erano
solo due povere pedine nelle mani di Leah. Ma avendo
l’aiuto
della loro comandante, sarebbe stato comunque
interessante averle
tutte in pugno ed evitare che un giorno tornassero alla
ricerca del
loro capo.
Così Maeve, dopo una estenuante difesa a tutela della
sua
banda, fu costretta a parlare quando sentì rompersi il
primo dito.
Ci disse, impastando dal dolore le parole, dove si
trovavano
Rowan e Sheridan e i punti deboli di ognuna. Poi ci
chiamò
puttane e sputò addosso a Leah un grumo scuro di saliva.
Mi
voltai per non guardare mentre sentivo rompersi le sue
ossa in uno
scricchiolio che mi sembrò assordante. Leah rideva,
rideva coi
suoi denti bianchi e perfetti buttando la testa
all’indietro in un
dondolio di capelli biondi e lucidi.
Io non riuscivo a guardare quella scena.
Mi chiedevo come mai avesse scelto proprio me. Perché
aveva
pensato che io fossi così adatta a seguirla e ad
aiutarla in
quest’impresa, già folle di per sé? Ero stata
coraggiosa, è vero. Le
avevo detto io stessa che ero disposta a tutto per
fermare la donna
che aveva ucciso mio fratello. Ma per tutto intendevo
questo?
Volevo veder soffrire come un cane un essere umano, pur
trattandosi di una donna così vile e meschina,
un’assassina? In
fondo, non ne ero proprio sicura.
Ma d’altro canto, non volevo deludere Leah. Lei era
molto più
motivata di me, in fondo. Lei aveva sulle spalle le
aspettative di
tutta una città che premeva per la cattura di Maeve e
della sua
banda. Non poteva arrendersi di fronte all’opinione
pubblica. Ne
valeva del suo orgoglio e di tutto il suo futuro.
Era bella, Leah. Era di una bellezza algida, distaccata.
I capelli
biondi come grano, le labbra carnose, polpose e rosse
come mele
contrastavano con la cattiveria e la freddezza che
dimostrava
avere il suo cuore. Era comunque una bellezza che non
avevo mai
trovato in nessuna donna conosciuta. Lo sguardo fiero
dietro quei
suoi occhi chiari palesava un passato poco facile, un
passato che
aveva temprato il carattere di quella ragazza
trasformandola in una
vera macchina da guerra. Le ingiustizie che aveva subito
da
ragazzina, quando ancora il seno non premeva contro la
stoffa
della maglietta, l’avevano portata a studiare arti
marziali prima e a
entrare in una squadra speciale poi. Una squadra che le
aveva dato
il compito di catturare la banda che più di tutte in
quel periodo
minacciava la sicurezza della città: Maeve e le sue
ancelle.
Adesso, il seno prosperoso era compresso e premeva
contro la
stoffa della sua divisa. Leah era cresciuta e quella
crudeltà verso
la sua prima nemica la rendeva ancora più affascinante
ai miei
occhi di allieva.
Io... io ai tempi non ero così. Più piccola, più minuta.
Un seno
quasi acerbo che mirava sulla maglia con i suoi
capezzoli
appuntiti come fossero due armi, le gambe magre – non
poderose
come quelle di Leah – le braccia snelle e quasi gracili.
I miei
capelli erano corti e scuri in un caschetto severo, non
lunghi e folti
come quelli di lei, e le mie labbra più sottili e rosee.
E oltretutto io, a differenza sua, non ero ancora
abituata a veder
malmenare così un essere umano. Io, che avevo sempre
vissuto in
un modo così anonimo e solitario, adesso mi trovavo
faccia a
faccia con delle criminali e non riuscivo a tener loro
testa. Davanti
– certo – tentavo con non so quanto successo di recitare
la parte
della dura. A volte, sotto incitamento di Leah, mentre
lei la teneva
ferma, avevo schiaffeggiato Rowan – una della banda di
Maeve –
finché non era svenuta sotto le mie mani. La bava colava
agli
angoli della sua bocca, gli occhi erano rivolti in alto
e io mi
accorsi solo in quel momento di averle fatto male sul
serio.
Adesso erano tutte e tre chiuse in una cella. Leah aveva
scelto
per loro la prima tra tutte le stanze libere, la più
vicina alla
guardiola in modo da poterle tenere sempre sotto
controllo. Era
buio lì dentro. E molto umido. I passi di Leah,
cadenzati dal ritmo
della sua camminata così inconfondibile, sempre sicura e
ferma
quasi fosse una marcia funebre, si sentivano tuonare da
tutto lo
stabile mentre percorreva il corridoio. Era un piccolo
carcere
malmesso, poco curato e ancor meno usato. Era stato
mantenuto
in vita e attivo esclusivamente per alcuni detenuti
cosiddetti
speciali, detenuti cioè che non dovevano dare nell’occhio. Persone
delle quali, se fossero scomparse in circostanze
misteriose,
nessuno avrebbe mai sentito la mancanza.
Sapevamo di non poterci fidare e sapevamo anche che
dovevamo fare sempre un passo in più rispetto a loro. In
Maeve
non si poteva confidare e noi non potevamo permetterci
di fare
alcun errore.
Da parte mia sapevo di dover tener duro. Una volta,
qualche
giorno dopo la sua cattura, Maeve mi aveva chiamato a sé
facendomi cenno con la mano di avvicinarmi alle sbarre.
Non sono così stupida, sia ben chiaro. Sapevo di dovermi
tenere a distanza perché da sola – ne ero certa – non
sarei riuscita
a combattere e a vincere contro nessuna di loro. Ero
debole,
dovevo prenderne atto. Non ero abbastanza matura e
pronta per
affrontare una situazione del genere e per questo dovevo
stare
ancora più attenta.
Ma lei lo sentì. Sentì l’odore della paura che mi
attraversava le
vene e, quando fui abbastanza vicina alla cella da
sentirne la
puzza di muffa, mi disse una cosa che mi raggelò il
sangue: "Lo
sai cos’ha fatto tuo fratello prima di morire? Ha
chiesto pietà a
mani giunte".
Poi rise. Allungò un braccio attraverso le sbarre e mi
piantò
una mano sulla fica. Me la strinse. Mi strinse le labbra
tra le dita e
non potei fare a meno di rabbrividire.
Mi scansai furiosamente.
"Sei una bastarda", riuscii solo a dirle.
Poi con il manganello le colpii il polso che ancora era
fuori
dalle sbarre, schiacciandoglielo contro di esse.
Lei tossì e cadde in ginocchio, piegando il busto in
avanti e
poggiando i palmi a terra per non cadere. Capii di
averle fatto
male e me ne compiacqui in quel momento.
Nello stesso momento percepivo di essere la più debole
perché
lei riusciva a mettermi in ginocchio con una semplice
frase, con
uno sguardo. A me invece serviva il manganello. Maeve
non
aspettava altro che carpire il nostro punto debole. E
quello, mio
malgrado, ero proprio io. Presto me ne sarei resa conto.
"Devo pisciare".
La voce fredda e autoritaria di Maeve mi fece
sobbalzare. Una
repentina ondata di panico e vergogna, derivante da un certo senso
di colpa, mi avvolse rapidamente il cuore come le spire
di un
serpente. Stavo per addormentarmi. Un errore imperdonabile
sebbene le tre fossero sempre chiuse in cella. Leah era
assente e,
in sua assenza, la responsabile ero io.
"Mi senti, zoccoletta?".
"Vengo", quasi balbettai.
In quell'attimo mi odiai. Erano quelle tre meschine
dietro le
sbarre a dovermi temere e portare rispetto, non il
contrario.
Eppure tutto in me tradiva insicurezza e timore
reverenziale. Forse
per un attimo odiai anche Leah per avermi condotto sino
a quel
punto. Come aveva potuto lasciarmi lì, da sola, a badare
a quei tre
mostri? Come aveva potuto pensare che sarei stata in
grado? Era
stata un’incosciente, me ne rendevo conto.
Giunsi dinanzi alla loro cella camminando piano, a ogni
passo
cercavo di fare un respiro profondo che mi aiutasse a calmarmi, a
mantenere il controllo sui miei movimenti e sulla mia
voce. Il
pavimento sudicio, l'aria umida, le pareti scrostate; ogni cosa in
quel luogo puzzava di decadenza. Ebbi la sgradevole
impressione
di specchiarmi in quel lordume mente Maeve, in piedi
dietro le
sbarre a pochi centimetri da me, fiera e spocchiosa, si
teneva una
mano stretta sulla fica come a sottolineare il suo
bisogno. O il suo
desiderio.
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