
Il
gioco della lingua e del respiro (part n.1)
Il gioco della lingua e del
respiro.
Annodati.
Un bacio comincia ad almeno dieci
centimetri di distanza. Con quel formicolio al naso,
l’aria si satura di elettricità e sembra far friggere in
modo impercettibile quasi la pelle. Assaporando
lentamente la marcia di avvicinamento del respiro.
Che si fa trattenuto, prima di affondare
l’apnea vorace.
Esiste un attimo in cui l’aria tra le
bocche sembra sospesa.
Poi inghiottita, compressa, fatta
prigioniera. Le labbra si sono trovate.
Si adagiano, cercano il miglior cuscino,
sprimacciano l’un l’altra aderendo in progressione.
Se una bocca si apre l’altra la segue
docile in questa prima danza. Poi inevitabile il
respiro. Il primo.
Prima ancora che la lingua si muova e
cominci a rubare saliva, l’uomo le sta rubando il
respiro.
Sale da dentro le viscere caldo.
Umido di bocca che si bagna come
un’anteprima della fica. Profonda aria scavata via come
a unire già lì due corpi in uno.
La donna cede il caldo della sua gola ma
subito si rimpossessa di ciò che aveva ceduto. Riprende
due fiati mescolati, e cominciano a mangiare un’aria
sola, due bocche a cedersi un solo boccone, a farlo
girare, penetrare, riempire e colmare. In transito fino
a diventare un fiato solo.
Spinto dal respiro e dalla lingua.
Si incontrano a mezz’aria. Di punta.
Si studiano, solleticano, carezzano con
la sensibilità acuita di un contatto nuovo. Quale delle
due interromperà lo studio e questa danza e si farà
violenta e orgogliosa? Spostando, comprimendo, facendosi
strada fino a volersi quasi staccare dalla gola.
Il respiro non è solo aria. È vigore. È
la passione che esce fuori, come vapore acqueo di una
pentola sul fuoco. Il respiro è la linfa vitale. È come
un battito che scandisce ogni movimento.
Le lingue che si toccano, si assaggiano
timorose di una vicinanza troppo aderente. Iniziano a
conoscersi in un ballo arroventato. Basta poco, e quel
contatto di cognizione diventa in pochi attimi un
mangiarsi a vicenda. Come voler gustare dell’altro ogni
più piccolo segno di dolcezza.
Si uniscono fino a diventare esse stesse
corpi in cerca di contatto, in cerca di liquidi dolci
che arrivano dal fondo.
Le mani stringono il resto, per paura di
farlo scappare. Stringono la vita, sollevano glutei.
Viaggiano su seni seguendone le curve. Tengono il viso,
che fa da contorno alle labbra di miele, alla lingua
incendiata. Le mani navigano su tutto ciò che del bacio
è cornice.
E mentre le palpebre abbassate sono
ouverture di vestiti sul pavimento, il respiro torna su,
torna dal profondo.
Se chiudi gli occhi puoi quasi ascoltarlo
quel respiro. Un suono violento, rabbioso. Come l’onda
che si scontra con la riva. E poi si ritira.
Le lingue si scindono, i respiri si
ritraggono. Concedi all’aria un po’ della tua attenzione
e annusa. Riesci a sentirlo?
Chiudi la bocca. Assaporala. Passa la
lingua tra i denti. Passala sul palato. Cerca la gola.
Lo senti? Questo è il sapore. Il sapore caldo del tuo
respiro. Come sperma che rimane sulle dita. E che
vengono, poi, portate alle bocca.
Lo faccio sempre, dopo l’amplesso. Cerco
di conservare, stivare, immagazzinare. Cerco di tenerlo
dentro di me perché inizi a farne parte.
Il respiro è solo il primo accenno.
Le mani scendono sui fianchi della donna, con la
lentezza della lingua che posa a fenderle le labbra. Hai
le labbra chiuse, accostate come quelle di un sesso
buttato lì per capriccio di natura, semi socchiuso,
lucido di saliva, ancora, dal bacio precedente.
Davanti alla lingua offri una piccola
fica.
Incastonata di traverso, con due occhi
messi lì, sopra l’ingresso dei lavori, perché tu possa
cogliere l’avvicinarsi del mio viso, parallelo al tocco
che ti scende in vita. Perché tu veda sfuocarsi il volto
quando si fa così vicino da permettere alla lingua di
posarsi finalmente appena appena sul taglio, come se
fosse una chiave e cercasse il punto per forzarne
l’apertura.
Le mie ora sono scivolate basse, sulle
anche, dove sei sensibile, e i vestiti a poco servono
come difesa, come pelle d’uova.
“Non puoi più liberarti, non puoi
scappare…”
Ti afferro i polsi. Che hai accostati,
bassi, volti in avanti con le vene cariche esposte,
quasi in segno di resa. Polsi indifesi, inermi, caldi.
Il tuo collo di vene e polsi perché io ti morda la vita.
E mentre li ammanetto tra le dita, la
bocca con la lingua sfiora.
Sale a leccarti il viso, corre lungo la
guancia, avvolge la palpebra, si insinua. Lava i tuoi
occhi che hai chiusi.
“Sai di sale…” ti dico a bocca
spalancata, facendomi tutto lingua.
Scende di nuovo. Piatta.
Hai la bocca socchiusa leggermente dopo
che la scia ti ha percorso ancora il viso.
Esplora la cedevolezza delle labbra, le
scosta, le piega, le solleva. Le lava.
Disegna e percorre, senza spalancarla, la
bocca che cederebbe subito ma è per questo che rinvio e
la mia lingua si nega. Ti apriresti, allargheresti le
labbra come se fossero le tue cosce sulla sponda del tuo
letto ora, alla più impercettibile forzatura.
Sei brava. Non le apri. Non agevoli in
alcun modo. Non sottrai il piacere di violarle.
La lingua corre all’angolo dove le labbra
si incernierano e lì si posa. Gioca a scostarle in punta
di lama fino a sentirle tremare sotto la carezza
vischiosa.
Potrei morderti se lo volessi. Ora.
Poi la lingua sembra farsi gonfia,
tumida, acquisire corpo e vita nuova.
Sembra prendere corpo, gonfiarsi e
irrigidirsi, tendersi come un sesso tra le dita.
Corpo e nervo. E nuova vita. Orgogliosa
si carica di baldanza.
Le mani ai polsi tradiscono
l’eccitazione, che percepisci in me da questo mio
stringerti più forte la corsa del sangue nelle vene. Ti
soffoco i polsi. La lingua apre.
Violenta. Viola.
Stupra la tua gola senza più il minimo
accenno di dolcezza, quasi fosse risucchiata a colmarti
da forze autonome lì dentro e lì dentro avesse una vita
nuova.
Come se fosse rapita a gonfiarsi
saturando quella gola.
Ha un buon sapore fresco di donna la tua
gola.
Mi succhi la lingua.
Lei gioca, si ritrae e riaffonda, tocca i
denti, si insinua tra l’arcata e il labbro, sfrega.
Sembra spremere il sapore. Mangiarlo.
Leccare il piatto come un gatto sotto il tavolo della
cucina.
Celata dalla tovaglia rossa di labbra che
ora la nasconde tutta.
Cerca la radice della tua ora, ne doma la
resistenza, la costringe al suolo, la sovrasta.
Gioca a soffocarla quasi, a conquistarne
palmo dopo palmo, mucosa dopo mucosa la vita.
Le mani ai polsi ora sono dure nella
voglia, il ventre schiaccia il ventre e si unisce nel
tremore.
Tremano stretti, il cazzo spinto come se
ti fosse dentro e non tenuto fuori, imprigionato, piatto
a sbucare dall’elastico dei boxer che lo cintura.
Prigioniero dell’elastico come lo è delle
sue dita.
Lo schiaccerei fino a spremerlo, come tu
con la mia lingua in bocca fai dell’intruso ora.
Ti sto spingendo contro il muro, o forse
sei tu che arretri da sola fino a posarci il culo.
Le mie ginocchia spingono le tue, le
cosce scivolano tra le tue cosce, sembri sospesa sotto
la spinta del mio bacino, sospinta indietro se forzassi
ancora ti farei precipitare al suolo.
Mordi la lingua che ti viola. Serri i
denti e li sfreghi. Senza tagliare né ferire mi
imprigioni.
Succhiandomi quasi con la gola.
Le mani ai polsi sotto il ribaltamento di
possesso hanno un ulteriore tensione poi si rilasciano e
ammorbidiscono, allentano quasi in segno di resa. Cedono
come la carne della lingua e lasciano che la presa si
faccia scivolo di mano. Fino a tenerti così. Mischiando
alle tue le mie dita.
Allenti la presa dei denti, carezzi con
la lingua dove i denti hanno lasciato invisibili segni.
Cerchi il pulsare.
Se non avessero chiuso gli occhi
vedrebbero il rossore della pelle. Labbra che si sono
gonfiate di cazzo e di fica.
La lingua si ritrae dal fondo della gola,
libera dalla stretta e carezza la gemella che la cura.
Deglutisco la saliva che mi ha riempito,
con la lingua così spinta non potevo deglutire fino a un
secondo prima, facendone coppa la gola.
Bevo il succo che mi è colato
direttamente lì e che si è mescolato al mio.
Il pomo d’Adamo sale e scende
dissetandomi della tua saliva.
Mi hai messo le mani sul culo ora. Lo
stringi e lo attiri te. Ti fai schiacciare tra due muri,
appiattire, comprimere, imprigionare come si stringe un
sasso tra le dita...
Le mie cosce forzano la tua gonna
sollevandola tra le cosce. Fin quasi a scoprirti
l’inguine.
Ti spingo e ti sollevo fino a non farti
sentire più nei piedi il contatto delle scarpe al suolo.
Ti sembrano nudi i piedi, sotto la pressione che ti
incalza.
Dondoli i fianchi, spingi. E ti ritrai.
Ventre contro ventre, con un ritmo tutto
tuo. Come una musica tua.
Come se volessi masturbarmi coi vestiti
ancora addosso, ventre e ventre come cani, ora.
Spremermi fino a vedermi macchiare i pantaloni di voglia
calda. Sfrego contro di te che con le mani al culo e il
ventre mi accogli, mi stringi e mi guidi.
Aderisco col petto a comprimerti i seni
sotto la camicetta. Salta un bottone, poi due nello
sfregamento da calore animale.
L’odore del tuo collo è fortissimo ora.
Hai sudato sulla pelle la crescita della tensione, odori
di umido muschio e di mucosa.
Non hai più quel leggero soffio di talco
e asciugamani tenuti al buio di lavanda di un cassetto,
di quando ci siamo incontrati, un’ora fa, ora sai solo
di colla e di farina calda. E di ormoni.
Le labbra si staccano un istante, quasi
resistendo tra di loro al piccolo lasciarsi.
“Potrei venirti addosso se ti sfreghi
ancora”, mi sfugge dalle labbra appena si scollano dalle
tue.
Hanno resistito quasi a staccarsi, come
se avessero voluto restare aderenti e la voglia e la
secchezza dopo lo sfregarsi le avesse rese appiccicose,
rinviando all’ultimo secondo il loro separarsi.
Sembrano tendersi, mentre sussurro a fil
di voce, affannato, per non lasciarsi nemmeno un attimo
solo. Sensibili come ferite, gonfie e morbide. Calde.
Si cercano di nuovo, picchiettano
contatti come se si beccassero due uccelli rubandosi
cibo dentro un nido, poi aderiscono e si mescolano
ancora.
Tu in punta di lingua.
Sono io adesso che ho tenuto le labbra
appena appena schiuse.
Per te.
Aspettandoti. A penetrarmi, scivolandomi
sinuosa il tuo serpente di lingua di donna in gola.
Fica di uomo, per te, la mia bocca. Ora.
Mi capita spesso, soprattutto al primo
incontro.
Mi avvicino. Tendo un po’ il collo verso
di te, con le mani mi appoggio al tuo braccio per non
perdere l’equilibrio e, in punta di piedi, ti sfioro la
guancia con le labbra. Ma è solo una scusa. Solo per
assaggiare il tuo profumo. Che mi entra dentro e mi
inebria come l’odore forte del mosto che ribolle nel
barile.
E la mia anima si scalda.
E’ il primo accenno. Come un respiro,
appunto. Il primo contatto è quello di mangiare il tuo
odore, e di farlo mio per qualche istante.
Gli occhi si incrociano per pochi attimi
e poi si sfuggono. Cadono a terra e, mentre scivolano
via verso il pavimento, ti studiano. Studiano le tue
forme, i tuoi colori. Studiano la posizione delle mani
mentre con gli occhi mangi i miei centimetri di pelle
scoperta. E immagini ciò che è ancora celato.
Pochi attimi e la mente inizia il suo
viaggio. Sentire la tua pelle calda sulla mia, il tuo
peso che mi ingoia, le tue mani che mi annodano tra gli
umori.
Come se mi leggessi nella mente. Come se
sfogliassi i miei pensieri.
Il mio appoggiare le spalle alla parete,
lo scivolare lenta sulla schiena spostandomi verso di te
col bacino, lievemente. Riesci a leggere tra le righe
quello di cui avrei bisogno, nei miei gesti sottili,
nelle mie movenze impercettibili.
Per tutti. Non per te.
E inizi a scrivere con i polpastrelli sul
mio collo. Ne segui la lunghezza con la punta delle dita
fino all’incavo della gola.
E già il mio respiro non è più morbido.
Si fa pesante come corde bagnate gettate sul cemento.
So già chi comanda. Non c’è bisogno di
far così. Non vedi? Ho già le spalle al muro. Un chiaro
segno che non potrei dirti di no.
Ma vuoi sottolineare. Marcare il fatto
che conduci tu il gioco. Una leggera pressione. Le tua
dita lasciano il segno sulla pelle ingenua della mia
scollatura.
La tua lingua che si insinua tra le
labbra. Io che serro la mia.
Gioco di bambina che si fa pericoloso.
Se stringi forte mi piace di più. Mi fa
correre un fremito lungo tutta la schiena. Te lo chiedo
con gli occhi. Te lo chiedo con la bocca che ora si
schiude. Ti cerca non appena le tue mani mi comprimono i
polsi.
Non appena la morsa si fa più viva.
Il tuo peso mi schiaccia contro il muro.
Mi alzi le braccia sopra la testa, le unisci alla
parete, chiuse tra le mani. Serrate come una prigioniera
che cede ad un contatto brutale.
Ti cerco ancora. Bramo saliva. Ma poi mi
nego e mi sottraggo. Ti sfioro la bocca con le labbra
umide e poi mi allontano. La tua lingua si fa serpente
ed esce a cercarmi. Provi ad allungarti, bastano pochi
centimetri, ma solo quando deciderò mi farò prendere.
Con il bacino mi sfiori, e la mia bocca
trova la tua. Arriva l’umido contatto che attendevi.
Che attendevo.
Mi faccio esplorare senza fretta.
La tua lingua vuol ballare e la mia
concede appena lievi carezze. E un impalpabile sorriso
si alza agli angoli della tua bocca. Rossa e sottile
come lama insanguinata.
Mi piace giocare. Essere trattata da
bambina.
Ma non ho più pazienza nel corteggiarti
ormai. Il sottile filo è stato spezzato, squarciato,
lacerato nel momento in cui i miei occhi ti hanno
osservato. Il capillare tessuto della decenza è stato
sbranato nel momento in cui il tuo profumo è stato mio.
Capisci che non posso aspettare. Lo
capisci dalla lingua che continuo a passare sulle
labbra. Dai miei occhi che non si staccano dai tuoi.
Ti appoggi su di me. Spingi con il bacino
verso il mio.
Ed è un leggero sibilo. Un lieve gemito
misto a sospiro mi esce dalle labbra. Un caldo contatto
che diventa musica.
Spingi.
Spingi ancora mentre i polsi ora mi fanno
male.
Con le braccia ancora tese verso il
soffitto come a cercare un appiglio.
Il seno proteso in avanti è come
un’offerta per la tua bocca.
Come a voler bucare i vestiti ormai umidi
e accaldati. Come se fossero fatti di carta velina ti
sento attraverso. Li strapperei con i denti. Li
dilanierei con le dita, se potessi.
Questo mio gioco non ha più logica. Non
ha più senso. È solo un capriccio a cui voglio metter
fine.
Liberami le mani.
Con le dita ti cerco attraverso la
stoffa. Ho voglia di assaggiarti a piccoli morsi e poi
di ingoiarti nei miei umori. E ti sento vivo, mentre il
bacino è incollato al mio e continua a spingermi contro
il muro. Come a volermi scopare con ancora addosso i
vestiti.
Affondo le unghie nella carne del tuo
cazzo. Mi piace farti soffrire un po’. Preludio per un
gioco più dolce.
Fai finta di credere che siano solo
parole?
Invece il desiderio è già diventato
possesso.
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1 Commento:
Chik.ka
21/09/2009
Mi piace molto come scrivi... complimenti |
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