
Il
quadro
di Pizzo Nero
Ha fatto
togliere dalla parete della camera quell'enorme, assurdo
autoritratto che mi aveva costretto a dipingere qualche
tempo fa... Una sera tornando a casa l'ho trovato
appoggiato lungo il muro del corridoio davanti alla
porta della mia camera. Evidentemente non sopporta più
di vedermi neanche sottoforma di ritratto.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime quando penso a
quanto abbiamo riso insieme mentre dipingevo quel
quadro... In realtà è come se l'avesse dipinto lui
perché, anche se io ero quella che giocava con pennello
e colori, era stato lui che mi suggeriva come dovevo
farlo, pretendendo di sapere meglio di me di che
tonalità di rosa fossero i miei capezzoli o quanto fosse
tondo il mio fondoschiena. Già perché aveva preteso che
mi ritraessi in una posa da contorsionista come la
definivo io, plastica come l’aveva ribattezzata lui.
Insomma in quel quadro si dovevano vedere bene sia il
mio seno che il mio sedere! Non era mai contento, tanto
che a un certo punto mi ero impuntata, rifiutandomi di
continuare e protestando che non avevo mai fatto così
fatica in vita mia con nessuno dei miei clienti in
vent'anni di lavoro. Alla fine si era spazientito e mi
aveva minacciato dicendo che ci avrebbe pensato lui ed
era corso via ripresentandosi con la macchina
fotografica in mano. In effetti l'idea di farmi
fotografare nuda da lui mi aveva eccitato...
Oh, certo, al principio avevo fatto la ritrosa ma poi,
quando avevo visto quella luce di passione che gli aveva
acceso lo sguardo, mi ero lasciata convincere e avevo
accettato di fargli da modella.
Naturalmente aveva preteso che mi spogliassi, e poi mi
aveva fatto danzare, nuda, prima in piedi, di fronte
alla parete di mattoni del laboratorio, poi sdraiata sul
pavimento. Mi aveva ripreso in tutte le posizioni, e
aveva preso a farsi sempre più ardito. Senza troppi
sprechi di parole, come era solito fare, mi aveva
indotto a farmi ritrarre da tutte le angolazioni,
proprio tutte! E per farlo si era sdraiato in terra
anche lui, poi si era accovacciato, quindi mi era salito
a cavalcioni... infine mi aveva fatto alzare ancora in
piedi e mi si era infilato fra le gambe. E mi era
entrato dentro, fin sotto la pelle. Mi aveva avvicinato
l’obbiettivo al seno, poi me l’aveva insinuato fra le
cosce, puntato sotto le natiche, e quando aveva esaurito
la memoria della scheda della sua macchina digitale
aveva posato la macchina di lato e aveva ripercorso
tutti i punti salienti con le mani e con la bocca, con
la lingua e con i denti fino a riprendermi tutta, e
senza obbiettivo stavolta! Ma con un obbiettivo ben
preciso in mente!
Mi aveva fatto vibrare fino a rendermi consapevole di
ogni più infinitesimale terminazione nervosa, mi aveva
resa tanto eccitata da smaniare. Percorsa dai fremiti,
lucida della sua saliva tremavo fino all’ultima cellula
e con il sangue incandescente come magma che mi
ribolliva nelle vene irrorandomi la vulva fino a farla
diventare gonfia e turgida. Mi aveva fatto sentire come
se mi fosse sbocciato un fiore tropicale fra le cosce,
con quei petali carnosi dischiusi e bagnati come dopo un
temporale estivo.
Avrei potuto ucciderlo quando si era sollevato da me ed
era corso a scaricare le immagini sul computer per
liberare la memoria della macchina, e mi aveva lasciata
lì ad aspettare per un tempo che mi era sembrato
infinito, fino a che la tentazione di infilarmi la mano
fra le cosce per darmi piacere da sola e sfogare tutta
quella tensione che mi faceva pulsare la fessura come
una ferita aperta si era fatta quasi invincibile.
E quando era tornato dove mi aveva lasciata doveva aver
intuito qualcosa, dal mio sguardo intorpidito e dalla
tensione che mi attanagliava. I suoi occhi erano
diventati scuri come le acque profonde di un lago quando
mi si era inginocchiato di fronte e aveva mormorato:
"Fallo...".
Non potevo fingere di non capire, la sintonia fra noi
era così totale che non avrei potuto mentirgli. Avevo
tentato di ribellarmi debolmente ma la sua voce roca,
ispessita dal desiderio, aveva avuto la meglio sui miei
sensi impazziti: "Fallo per me. Accarezzati come se
fossero le mie mani a lisciarti tutta... e a
scioglierti".
"Michele io, non sono sicura di...".
"Ti prego".
Lo sguardo velato e traboccante di passione del mio
splendido uomo aveva fatto piazza pulita di tutte le mie
reticenze.
Non potevo più negargli nulla, non da quando la sua
sensualità era sbocciata con il trascorrere del tempo e
si era fatta prorompente e spavalda. Non riconoscevo più
l’uomo incredibilmente riservato dei primi tempi, che si
era lasciato sedurre, che aspettava che fossi sempre io
a fare la prima mossa e a manifestargli platealmente il
mio desiderio.
Adesso, se qualche volta faceva ancora il reticente,
era per stuzzicare il mio desiderio e scalmanare la mia
passione.
Così mi ero sollevata carponi e poi mi ero drizzata
piano sulle ginocchia accoccolandomi sui talloni, avevo
dischiuso le cosce e dapprima, per trovare il coraggio
di fare quello che mi chiedeva, avevo avuto bisogno di
chiudere gli occhi. Michele aveva abbassato appena le
luci per avvolgermi in una luce più calda, e la mia
pelle aveva assunto una luminosità dorata.
Davanti al suo sguardo attento, illuminato
dall’aspettativa, che mi spiava attraverso il display,
mi ero scoperta più audace di quello che pensavo e avevo
cominciato a farmi scivolare le mani dall’addome verso i
seni per sollevarli e poi racchiuderli fra le dita e
massaggiarli. E, quando i capezzoli mi erano diventati
turgidi, mi ero inumidita i polpastrelli degli indici
con la saliva e li avevo sfiorati piano, muovendomi in
cerchio come avrebbe fatto lui, e li avevo resi lucidi e
sensibilissimi.
Sentivo umido fra le cosce e quel formicolio familiare
farsi sempre più intenso fino a che resistere era
diventato impossibile. Così mi ero lasciata scivolare
una mano fra le cosce e le avevo spalancate perché lui
vedesse meglio, perché vedesse tutto. E mi ero
accarezzata piano facendo sdrucciolare il polpastrello
avanti e indietro lungo tutta la fessura fino a
inumidirlo dei miei succhi e poi mi ero penetrata piano,
con due dita, spingendole fino in fondo, immergendole
fino alle nocche. Poi le avevo lasciate scivolare fuori
e me le ero premute contro il clitoride allertato ed
eretto alimentandone la scivolosità e avevo cominciato a
muoverle piano in cerchio rallentando al massimo il
movimento per torturare me stessa e lui, per sfidarlo e
vedere fino a che punto sarebbe riuscito a resistere
senza prendere parte attiva al divertimento.
O forse era proprio lui la parte attiva! Lui, la
macchina fotografica, la sua bocca arida, la punta della
sua lingua che sporgeva sempre più frequentemente per
inumidire le labbra secche... e quel grande pene eretto
che gli esplodeva fra le cosce.
Mi ero irrigidita tutta proprio sulla punta del
precipizio, col fiato sospeso, e avevo alitato il suo
nome: "Michele...".
"Sono qui tesoro mio, sono proprio dentro di te. Vieni,
dolcezza mia... sciogliti tutta per me".
Poi, emettendo un singulto strangolato avevo mosso
appena la punta delle dita dando il via al mio orgasmo,
proprio sotto i suoi occhi che fissavano affascinati il
movimento lento della mia mano mentre il suo dito
scattava immagini in sequenza, premendo il bottone a
tempo con i miei palpiti.
Ricordo che a un certo punto aveva abbandonato la
macchina sul pavimento e si era tuffato a pancia sotto e
mi aveva affondato le labbra fra le cosce, contendendo
spazio alle mie dita e scansandole per abbeverarsi da
me, come se morisse di sete. Mi aveva sottoposto a una
vigorosa suzione e poi la sua lingua mi si era
avviluppata al clitoride che ancora pulsava per
l’orgasmo e lo aveva accarezzato dapprima delicatamente
per poi sollecitarlo con sempre maggior passione. E a
forza di passate lente alternate a colpetti, era
riuscito a regalarmi un piacere tanto violento da non
essere nemmeno lontanamente paragonabile con quello che
mi ero procurata da sola, anche se l’avevamo condiviso.
Mi aveva fatta gridare come un’ossessa, con la testa
ripiegata e il corpo inarcato all’indietro come quello
di una contorsionista mentre mi teneva racchiuse le
natiche fra le mani in una morsa deliziosamente dolorosa
e bollente. Quindi si era sollevato sulle ginocchia e mi
aveva spinto con le spalle a terra per scivolarmi dentro
e aveva recuperato la macchina per continuare a scattare
immagini su immagini. E, dopo, non ancora soddisfatto,
si era steso sulla schiena issandomi a cavalcioni dei
suoi fianchi per riprendermi dal basso ancora e ancora,
affondandomi dentro... fino a che si era irrigidito
tutto e a quel punto gli avevo strappato la macchina di
mano e avevo rubato quell’unica splendida intensa
immagine dei suoi occhi trasparenti intorpiditi
dall’orgasmo che stava provando. E quando infine aveva
sorriso, ero riuscita a catturare anche quella sua
espressione pigra e appagata che distendeva il suo viso
lucido di sudore e accendeva i suoi occhi segnati dal
piacere appena goduto.
Di tutta quella sequenza non avevo visto che poche
immagini perché lui le conservava gelosamente
all’interno del suo computer, promettendomi che prima o
poi me le avrebbe mostrate e minacciandomi
periodicamente di diffonderle su internet per venderle e
fare fortuna! Dopo aver strepitato tanto ero riuscita a
ottenere che mi stampasse quella del suo sorriso, che da
quel giorno non aveva mai abbandonato il mio portafoglio
e poi, in seguito e dopo molte insistenze e ricatti,
anche quella del suo orgasmo, che troneggiava in bella
vista dentro una cornice fatta con le mie mani sul mio
comodino.
Quella sera, ricominciare a dipingere era stato
faticoso quanto un turno di notte in miniera! Solo
riprendere in mano il pennello fra le dita intorpidite
era stata una vera impresa. Illanguidita l’avevo
scacciato dalla stanza ancora nudo perché andasse a
scaricare le foto mentre io finivo. Mi ero assoggettata
ad apportare al quadro tutti i cambiamenti che voleva
lui. Il mio quadro era diventato una sua proprietà e
anche quel servizio fotografico era rimasto un eccitante
segreto, a cui io non avevo accesso perché l’aveva
protetto con una password che non aveva mai voluto
rivelarmi.
A quel quadro lui teneva moltissimo, o almeno ho sempre
pensato che fosse così perché ne era stato così fiero e
geloso! Aveva voluto occuparsi personalmente della
cornice e, da quando alla fine l'aveva appeso alla
parete a fianco del suo lato del letto, non aveva più
permesso a nessun altro di entrare nella nostra camera.
E adesso è li, rivolto verso la parete, come qualcosa
di cui disfarsi. Lo proteggo con un telo e lo porto nel
seminterrato, per riporlo a faccia sotto sul suo bancone
da lavoro. |
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