
Il
racconto senza titolo
L’annuncio diceva:
“Studentessa di ventidue anni cerca coinquilino/a per
condivisione appartamento in zona centrale a Roma.
Gradita pulizia, educazione e partecipazione attiva ai
compiti domestici”.
Partecipazione attiva?
Era firmato Michelle e, di fianco, un numero di
telefono. Chiamare ore pasti.
Il foglietto, strappato probabilmente da una pagina di
quaderno, era appuntato con una spilla alla bacheca
dell’Accademia, tra decine di compro/vendo/regalo
probabilmente lì da mesi.
L’ho staccato e ripiegato in due, per poi infilarlo tra
le pagine del libro di storia dell’arte.
Non avrei mai pensato che sarebbe stato così difficile
trovare qualcuno che rispondesse alle mie aspettative.
La prima persona a rispondere all’annuncio è stata una
ragazza di nome Sara. Era grassottella e con seri
problemi di acne.
“Non sarà il massimo per gli occhi, ma potrebbe essere
la soluzione ai miei problemi”, ho pensato mentre le
stringevo la mano proprio di fronte all’ingresso.
Dopo una breve presentazione della casa mi ha chiesto
di poter usare il bagno. Quando è uscita e ho notato
svariate goccioline di pipì ricoprire il water mi sono
detta che no, non poteva essere lei quella giusta.
Dopo di lei si è presentato Massimo, un giovane
universitario ventisettenne tutto naso e occhiali.
Sembrava simpatico.
E mi è sembrato simpatico finché, mentre eravamo seduti
in cucina a prendere il caffè, dal suo marsupio non sono
spuntati degli slip neri da uomo, probabilmente usati.
Disgustoso.
Poi è stata la volta di Luca, punk esaltato che al
momento dei saluti mi ha chiesto “qualche spicciolo” per
il bus; poi Laura, che odorava di cavallo e, infine,
Stefania, recentemente scappata di casa e in continua
fuga dal suo ex ragazzo violento.
Per non parlare di quella cerchia, nemmeno troppo
ristretta, che ho successivamente denominato quelli del
“pensavo che fosse”.
“Pensavo che la casa fosse più grande…”, o “più nuova…”
e “abbiamo le camere separate, vero?”.
Patetico.
La mattina seguente a uno degli ultimi disastrosi
incontri sono andata in Accademia decisa a strappare
l’annuncio, rassegnandomi al fatto di dover fare doppi
turni al ristorante; eppure il biglietto non c’era più.
Ho suonato il campanello sperando che fosse in casa.
Mentre aspettavo che qualcuno rispondesse osservavo i
gerani sul pianerottolo perfettamente curati.
Proprio quando stavo per andarmene, una ragazza in
t-shirt e pantaloncini mi ha aperto la porta con aria
insonnolita.
“Sì?”.
“Michelle?”.
“Ci conosciamo?”, mi ha chiesto aggrottando le
sopracciglia.
“Sono qui per l’annuncio”, le ho detto tirando fuori
dalla tasca il foglietto stropicciato.
“Ma…”, ha detto mentre cercava di tirare giù la maglia che le
lasciava nudo l’ombelico.
“Non volevo disturbarti, è solo che ho provato a
chiamare ma non rispondeva mai nessuno. Torno più tardi,
non c’è problema”.
“No è che… mi sono addormentata”, ha detto sorridendo.
“Vieni, entra pure”.
La casa era in un disordine pazzesco. Una montagna di
vestiti era accatastata sul divano, e nel lavandino una
pila di piatti sporchi aspettavano solo di essere
lavati.
“Scusami, non aspettavo visite e…”.
Ci siamo guardate intorno e poi, all’unisono, siamo
scoppiate a ridere. È lì che ho notato i suoi occhi
grandi e verdi e la luce del giorno che si rifletteva in
loro. Il viso era incorniciato da una cascata di capelli
neri e lisci. Le labbra sottili e ben disegnate, il naso
perfetto, la curva del seno sotto la maglia sottile.
“Non preoccuparti”, le ho risposto. “Posso aiutarti io,
se vuoi”.
“Se pensi di poter vivere ugualmente in questo caos,
sei la benvenuta. Mi piacciono le persone con spirito di
sopravvivenza”, mi ha detto sorridendo e stringendomi la
mano.
“Bene, io mi chiamo Valeria”.
“Piacere. Spero che la casa ti piaccia. Non è molto
grande, e c’è una sola camera e un solo bagno, ma vedrai
che staremo bene”.
“Staremo benissimo, ne sono sicura”, le ho risposto.
Non so se è stata la sua disperazione o il fatto che si
instaurò subito una strana complicità tra noi due. So
solo che il giorno dopo ero lì, con la mia valigia e una
pianta per Michelle mentre lei, con un gesto della mano
e il suo meraviglioso sorriso, mi mostrava la nostra
camera.
“Cos’è?”, le ho chiesto quando ha appoggiato la pianta
sul mobile accanto al letto.
“E’ un’orchidea, l’ho presa per te”, ha risposto
Valeria. “Ora è un po’ spoglia, ma fra pochi giorni,
quando avrà preso abbastanza luce, farà dei bellissimi
fiori, vedrai”.
E così è successo. Valeria aveva ragione.
Una sera di qualche giorno dopo, mentre eravamo a letto
entrambe immerse nella lettura di un libro, ho visto tra
le foglie un piccolo bocciolo.
“Guarda!”, le ho detto saltando sul letto e indicandolo
con un dito.
Lei si è spostata un po’ verso di me e il suo seno è
andato a sfiorarmi lieve la pelle nuda del braccio.
“Che ti avevo detto? Non è bellissimo?”, mi ha chiesto.
“Sì, è bellissimo”, le ho risposto guardandola negli
occhi.
Dicono che in certi momenti succeda qualcosa di magico
e sconosciuto. Come una sorta di reazione chimica, o
l’esplosione di qualche strana particella.
Siamo state vicine immobili e in silenzio per qualche
lungo secondo, poi non ho dovuto far altro che sporgermi
ancora un po’.
Le labbra si sono toccate. Quelle di Valeria erano
morbide e umide, poi la sua lingua si è fatta strada e,
quando l’ho sentita con la mia, un brivido mi è sceso
lungo tutta la spina dorsale.
“Lo vuoi davvero?”, le ho sussurrato mentre continuavo
a baciarla.
“Certo che lo voglio”, ho risposto a Michelle.
E con la mano ero sull’orlo della sua maglietta stinta
a cercare la pelle nuda. Lei ha alzato le braccia e io
ho fatto scivolare il tessuto sulla pelle fino a
sfilargliela e farla cadere ai piedi del letto. Con le
dita a correre sulle spalle, poi a cercare il seno,
rotondo e perfetto nel palmo. Ha chiuso gli occhi
mordendosi le labbra e piegando la testa all’indietro,
mentre tra le dita le stringevo i capezzoli scuri e tesi
al contatto.
Mi ha baciato ancora accarezzandomi il viso con una
mano mentre con l’altra, spostando da un lato il
perizoma, ha sfiorato leggera il taglio della fica. Poi,
in ginocchio tra le mie gambe, l’ho vista sparire sotto
il lenzuolo.
Pochi attimi e ho sentito la lingua calda divaricarmi
le labbra, scendere e poi risalire piano, scorrere
liscia e morbida, umida di saliva e di umori.
Lentamente ha trovato il clitoride e con la lingua di
piatto ha iniziato a spingere. Lo leccava e poi
ridiscendeva, poi tornava su e lo leccava ancora. Ha
schiuso un po’ la bocca e l’ha chiuso tra le labbra,
mentre con due dita e con colpi lunghi e profondi mi
entrava dentro. La lingua ad accarezzarmi con movimenti
circolari calcolati e le dita ad addentrarsi in modo via
via più violento.
“Mi fai venire… Michelle, mi fai venire così”, ho detto
abbandonando la testa sul cuscino.
“Dimmelo ancora… ripeti il mio nome”, ha detto piano.
“Michelle…”.
Ho preso il lenzuolo e l’ho tirato in fondo al letto. È
stato allora che ho visto, nella debole luce della
lampada sul comodino, i suoi occhi brillare come mai li
avevo visti prima.
L’orgasmo mi è arrivato fino in gola. Il sapore dolce
dello sperma di Valeria e il suo profumo a riempirmi il
cervello.
Ha tremato sotto di me finché non ho staccato la lingua
da lei poi, scivolandole sopra, l’ho baciata ancora,
passando dalla mia alla sua bocca i suoi umori.
“A me piace toccarmi così, a te è piaciuto?”, le ho
chiesto.
Lei mi ha abbracciato forte senza parlare, le sue mani
tra le mie gambe a restituirmi il piacere. I respiri che
di nuovo diventano musica.
Mentre un fiore aveva appena dischiuso i suoi petali
lasciando intravedere la luminosità che racchiudeva.
Come un piccolo segreto. Ed era quasi giorno. |
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2 Commenti:
Valeria
04/08/2010
Grazie, è un piacere sapere di poter emozionare :-) |
Andrea
04/08/2010
Bellissimo davvero! Emozionante... |
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