
Il
tempo non passa, arriva
di Divine Comedy
C’è uno strano silenzio in
sala stampa oggi pomeriggio. Dopo il solito trambusto
delle presentazioni e delle strette di mano, delle
risate di circostanza al cospetto di quella o
quell’altra eminenza, delle sedie trascinate in completa
disarmonia, del fischio di un microfono imbizzarrito,
tutto è improvvisamente calato nel silenzio allo
scoccare della mezz’ora canonica di ritardo rispetto
alla locandina.
Proprio mentre sta per prendere la parola il
moderatore, un paio di tacchi ha superato la rampa di
moquette all’inizio del corridoio e sta percorrendo il
pavimento in marmo. Mi convinco di come il passo destro
e il sinistro possano avere un suono uguale, ma
l’illusione più forte restituisce una cadenza sì
regolare, ma bitonale. La suola produce un piccolo
scivolamento allorquando la giovane entra in sala.
I grossi e scuri occhiali da sole che porta misurano
l’intera platea alla ricerca di un posto libero e a
favore di camminata. Sembra cercare qualche volto
conosciuto, o forse no, e mi sembra un volto conosciuto,
o forse no. I tacchi che l’hanno annunciata sono alti,
sottili, neri, lucidi, delle decolleté nere di vernice,
basamento di un bel paio di caviglie e di un paio di
gambe slanciate e tornite, non sono sicuro che porti
calze sotto la gonna nera al ginocchio. Il trench
classico e sbottonato è stretto da un’insolita cinturina
in pelle nera, allacciata di modo da aprire il bavero su
un lembo della camicia bianca. Qualche ciocca rossiccia
si alterna al castano chiaro dei lunghi capelli. Su una
spalla porta una grande borsa in pelle rosa chiaro,
sull’altra un’anonima borsa da pc. Il posto sul
camminamento centrale in una delle ultime file sembra
piacerle, si siede lasciando scivolare con grazia ambo
le borse sul pavimento, e leva gli occhiali.
Mi prende un colpo. E’ Dora, la figlia dei signori del
palazzo di fronte, quello dove abitavo fino a otto anni
fa. Loro erano andati via dieci anni fa, non appena Dora
aveva finito il Liceo. L’ho riconosciuta per via di una
forte somiglianza con sua madre, all’epoca bellissima
donna. E’ incredibile osservare che gli anni che sono
passati per Dora sembrano invece arrivati. Camminavano
spesso affiancate madre e figlia, la madre splendida,
sempre vestita di nero; la figlia inquieta e dimessa,
spesso in preda a una qualche trovata da adolescente.
Non era infrequente vederla con un colore di capelli
bizzarro, come quella volta che spuntò sul viale
tornando da scuola con i capelli così rossi che
sembravano prendere fuoco. Oppure quella volta che ci
eravamo incrociati per strada: "Buonasera Ingegnere!",
quei modi gentili così ossimorici rispetto al violetto
veemente delle ciocche e delle unghie. Era anche
ossimorica nel portare quella ridicola e futuribile
sciarpa di ciniglia gialla al collo, stringendo gelosa
al petto il vecchio Castiglioni Mariotti tutto
sfogliato. Goffa e grassoccia, di lei sapevo fosse una
bravissima studentessa.
Dora deve aver percepito di essere osservata, la vedo
rivolgere uno sguardo obliquo e distratto verso di me,
durato troppo poco perché possa essersi accorta che sono
io a guardarla. Accavalla annoiata una gamba, noto che
ha le calze da un triangolino della balza di pizzo color
pelle che sbuca da sotto la gonna.
Qualcosa era cambiato durante gli ultimi due anni in
cui quella famiglia abitava lì. Una grossa Audi veniva
spesso a prenderla e riaccompagnarla sempre più tardi; i
jeans pieni di perline e di graffiti a pennarello si
erano trasformati in eleganti pantaloni grigi, il
giubbotto rosso era diventato un cappottino nero, le
felpe si assottigliavano in maglioncini scollati. Lo
zaino strappato dei primi anni di liceo era stato
soppiantato da uno smorto tascapane a tracolla, i libri
più grossi e i dizionari erano però sempre stretti al
petto. Con la famiglia aveva lasciato la casa di fronte
alla mia per il lavoro del padre, non ricordo chi mi
aveva detto che aveva deciso di studiare Economia.
Non ho seguito la conferenza neanche per un attimo, non
mi riesce di quantificare quanto è durata, dall’orologio
realizzo che è passata un’ora. Applaudo per una specie
di consumato automatismo che Dora, pur sembrando
interessata almeno in parte alla relazione, non ha
attivato.
E’ tra le prime a rialzarsi, dirigendosi verso lo
stesso relatore che ha invitato me; riesco a notare che
ha perso almeno dieci chili, da grassoccia è diventata
formosa, da goffa imponente. Salutandolo, attacca
bottone con lui. Per avvicinarmi a entrambi mi faccio
sotto la raffica di parole. Allargando il giro per far
spazio anche a me mi guarda, riprende a parlare, si
interrompe all’improvviso aguzzando lo sguardo, trasale:
"Ingegnere, oh mio Dio, da quanto tempo! Come sta?". Mi
tende la mano e mi bacia le guance. Profuma di rosa e di
spezie. Fa per dire all’amico comune che abitavamo nella
stessa strada, tessendo le lodi alla mia gentilezza. In
quel mentre le squilla il telefonino. Congeda l’amico e,
prima di rispondere alla chiamata, dice a me: "Vado un
attimo fuori, lei non sparisca, voglio sapere che fa lei
e come stanno sua moglie e i bambini. L'aspetto
nell’atrio".
Dopo cinque minuti la raggiungo. Riprende il discorso:
"Ingegnere, abita ancora lì?". Le chiedo di chiamarmi
Maurizio e di darmi del tu, le spiego che mi sono
trasferito nei paraggi dello studio, non lontano da dove
siamo adesso, e che i bambini sono ormai cresciuti, nel
bene e nel male. Da lei apprendo che ha appena passato
l’esame di abilitazione alla professione di Dottoressa
Commercialista, che si è ritrasferita dopo che il padre
è andato in pensione, che ha lasciato il fidanzato poco
prima del matrimonio dopo anni di buio sentimentale, che
per i suoi studi ha girato l’Europa in questi anni e che
sua madre sta poco bene. Mi invita a prendere un caffè,
rilancio invitandola a vedere il mio studio.
Mi segue muovendosi leggiadra nei pochi isolati
successivi e fino all’appartamento. Entra in punta di
piedi, salutando le pareti con un Buonasera. Le
faccio cenno di posare le borse su una poltrona
dell’ingresso e di appendere il trench. Ammira i grandi
stampati dei progetti sul tavolo da disegno e i libri
affastellati sui grossi scaffali, sporgendosi non riesco
a fare a meno di guardare ora i grossi seni che si
intravedono dietro la camicia bianca sbottonata con
noncuranza, ora il fondoschiena che si protende dalla
gonna che lo fascia quando si alza ancora di più in
punta di piedi per leggere i titoli di qualche volume in
alto. La vista dal mio ufficio personale sulle campagne
fino al mare è bellissima, e mi segue fin lì. Ancora
quel profumo di rosa e spezie, percettibile solo ora che
le sono vicino. Il suono dei suoi passi mi fa girare la
testa mentre, dopo aver guardato il panorama, rivolge la
sua attenzione al planisfero sottovetro sul piano della
scrivania. Si piega per leggere da vicino delle scritte
nei pressi di Hong Kong allungandosi. Non resisto;
l’eccitazione, rapida come una molla, mi esplode nei
pantaloni. Le afferro dolcemente i fianchi con una paura
incredibile di prendere un tacco nel piede. Invece la
sento rabbrividire appena, avvicinandosi ancora di più
si abbassa impercettibilmente, planando bocconi sulla
scrivania. Tirando su la gonna noto che non porta
mutandine.
Di colpo mi ricordo di quell’ultima notte prima che
traslocassero. Erano le tre, non riuscivo a dormire e
guardavo fuori dalla finestra. L’Audi era parcheggiata
sotto casa di Dora e lei aveva i seni e le cosce nudi,
la carne incastrata tra il volante e il torso del
fidanzato, quel fidanzato di cui conoscevo solo il
rumore e il colore blu scuro della macchina. Era così
goffa e fanciulla, ma deliziosa e sprezzante in quella
situazione così rischiosa. Nella foga di cavalcare il
fidanzato, uno sguardo è volato verso la mia finestra,
non so perché, ma credo che abbia iniziato a scopare per
la gioia dei miei occhi, oltreché del corpo del suo
uomo.
Mentre Dora aspetta che faccia qualcosa con quelle sue
terga di fronte a me, mi fermo ancora un attimo. Non
provo pudore, ma cerco di riavermi da quei fiotti di
ormoni sotto il ventre. Lei, compresa l’impasse, si
gira, scivola un po' in giù, i tacchi riprendono il
pavimento, gli occhioni le spuntano interrogativi, il
mento rotondo sorregge il broncio leggero. I seni, più
audaci un po’ fuori dalla camicia bianca, le danno
manforte nella silenziosa protesta. Può bastare a
vincere qualsiasi resistenza. Le afferro la nuca, la
bacio, la stendo sulla scrivania e la sormonto
sbottonandole la camicia. Per mettermela a favore di
uccello le tiro giù i fianchi e le incastro il
fondoschiena sullo spigolo della scrivania, mi slaccio
rapidamente i pantaloni e la penetro d'urgenza.
Finalmente la sento gemere. Non ci vuole poi molto per
farla venire, mi bastano pochi colpi assestati con le
mani ben salde sui seni. Ma voglio di più. Salgo sulla
scrivania dal lato più corto opposto a Dora, me la
stendo di fianco, ma rivolgo la sua testa verso il mio
ombelico facendo lo stesso con la mia. Mentre lei lecca
l’uccello fradicio, io le bevo l’orgasmo dalle cosce, lo
pesco a ditate sempre più avide dalla fica non troppo
pelosa. La morsa del suo inguine mi blocca la lingua
alla sua fica, e lei nel frattempo succhia il mio
uccello con vigore sempre crescente. Sento ancora una
volta l’orgasmo in arrivo che le deforma i muscoli tra
le cosce, la sento mugolare, acuta e disperata, col mio
uccello spinto in gola, la vibrazione della voce mi
avvolge la cappella. Così decido di annegare quel suo
dolcissimo mugolio nel mio sperma, riempiendoci le
bocche di succhi ci saziamo. Nel suo, di succo, di nuovo
un profumo speziato.
Come quella mattina in cui andava via con la sua
famiglia, Dora si ricompone, si rimette il trench,
carica le borse sulle spalle e richiude la porta dietro
di sé senza dire una parola. Come in quella mattina di
luglio, neanche in questo pomeriggio di maggio ho il
coraggio di chiederle un numero di telefono dove poterla
cercare.
Non voglio che Dora passi, voglio che Dora arrivi. |
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