
I
miei strumenti di piacere II
Non è stata una mia
idea. Ve lo giuro.
Ero solo annoiata dal lavoro che stavo facendo e ho
deciso di fare un salto nella chat di Rossoscarlatto.
Lui era lì, con un nome che avrebbe potuto dire tutto o
niente.
Rénet.
Aspettava me. Forse.
Il discorso è entrato subito nel vivo.
“Ti va di giocare con me?”, mi ha scritto.
Mi piacciono le persone che non si perdono in
chiacchiere e che non si vergognano di dirti cosa
vogliono. Molti giocano a fare i poeti moderni e poi ti
chiedono di spedirgli le mutande che indossi.
E tutto questo non è carino.
Lui è andato dritto al punto senza pensarci troppo.
Anch’io ero lì per giocare.
E così il gioco iniziò.
La scrivania è grande.
E' una di quelle scrivanie a due posti dove ci si trova
l’uno di fronte all’altro.
Sotto al piano in legno le gambe dei due collaboratori
sono divise da un separé. Forse le hanno studiate così
per non permettere agli uomini di guardare sotto la
gonna delle colleghe.
Daniele, l’uomo che divide con me l’ufficio e la
suddetta scrivania, è un uomo sui cinquanta. Ha i
capelli bianchi da quando è maggiorenne e ha la barba
sempre lunga di un paio di giorni. Ha gli occhi chiari e
un buon profumo. Parla poco, ha un meraviglioso accento
francese e ogni mattina mi porta il caffè.
Mi piace berlo seduta alla mia postazione. Non amo le
chiacchiere che nascono davanti alla macchinetta a
gettoni, preferisco la tranquillità dell’ufficio.
“Cos’hai davanti a te?”, mi ha chiesto Rénet.
“Un plico di fogli, un’agenda, il mio telefonino”.
“E poi?”.
“Un rotolo di scotch, la stampante, un portapenne”.
“Cosa c’è nel portapenne?”.
“Alcune matite, una gomma per cancellare, alcuni
pennarelli”.
“Prendine uno”.
L’ho sfilato e appoggiato vicino alla tastiera.
“Vaffanculo”.
Lo guardo perplessa e ributto l’occhio sullo schermo.
“Cazzo!”.
“Che hai?”.
“Non funziona la stampante”.
“Pensi di convincerla prendendola a parolacce?”.
“Cherie, scusami. Mi manda in bestia”.
“Quanto è grosso questo pennarello?”.
“Quattro centimetri, più o meno”.
“Passalo sul tessuto degli slip”.
“Non posso”.
“Perché non puoi?”.
“Perché non sono sola in ufficio”.
“Certo che puoi. Sei in gonna? Allarga le gambe e fallo
scivolare sulla sedia”.
“Senti, fai una cosa”.
“Che c’è?”.
Ho preso il pennarello nascondendolo nel palmo.
“Ti mando un file via rete. Stampalo tu o impazzisco”.
“Ok…”.
La stampante ha iniziato a caricare fogli e a buttarne
fuori uno dopo l’altro.
“Quanto è lungo ‘sto file?”
Ho afferrato il pennarello coprendolo con la gonna.
Lentamente con una mano l’ho accompagnato tra le cosce e
l’ho strusciato sugli slip.
Mi ha colto un leggero tremore.
“Toglilo, ora. E annusalo”, mi ha scritto Rénet.
Con lo sguardo fisso sullo schermo ho cercato di
sembrare disinvolta. Tenendo in mano il pennarello e
rigirandolo tra le dita per un po’, l’ho avvicinato al
viso e ho aspirato.
Non avrei mai pensato che l’odore di fica si potesse
sentire così forte anche attraverso il tessuto.
“Allora?”.
“Che c’è?”.
“Cherie, i miei documenti”.
“Ah sì, scusami. Non mi ero accorta che la stampa fosse
terminata”.
“Raccontami del tuo odore”.
“Come si fa a descrivere un odore? È come descrivere un
colore. Non si può”.
“Sì che si può. Me lo dirai poi. Ora infilalo”.
Ho guardato Daniele preso dai suoi fax.
Ho introdotto il pennarello tra le labbra scavalcando
gli slip e ho spinto a fondo tenendolo per il tappo.
L’ho mosso ruotando la punta tra le dita.
Credo di aver sospirato.
“Nell’ultimo cassetto ci deve essere una cartellina
blu”.
“Uhm?”.
“Me la prendi per favore?”.
Con il pennarello ancora dentro ho abbassato l’orlo
della gonna e mi sono chinata.
“Qui non c’è”.
“Ci deve essere per forza, cherie”.
Ho continuato a rovistare e, piegandomi in avanti, il
pennarello ha aderito alle pareti del ventre.
“Mmh… qui non c’è”.
Ho spostato una ciocca di capelli dagli occhi.
Daniele si è alzato e, girando intorno alla scrivania,
mi è venuto vicino.
Si è piegato sulle ginocchia di fianco alle mie gambe.
Il viso all’altezza delle mie ginocchia.
“Hai un buon profumo oggi. Più dolce ancora di quella
vaniglia che usi sempre”.
“Tiralo fuori. Ora”.
“No. Non ora”.
Ho chiuso la finestra della chat in fondo allo schermo.
Daniele mi ha guardato fisso negli occhi. Uno sguardo
un po’ più lungo di quelli dettati dalla buona
educazione.
Ho ruotato con la sedia verso l’esterno. Verso di lui.
Ho leggermente aperto le gambe puntando con i tacchi
delle scarpe sulla gamba del tavolo.
Lui è scivolato con gli occhi sul ventre.
Poi è andato oltre, sotto la gonna, tra le cosce.
Ha passato lieve la lingua sulle labbra. Lentamente.
“Eccola. Vedi che c’era, cherie?”, mi ha detto
rimettendosi in piedi sulle gambe e tornando al suo
posto con in mano la sua cartellina blu.
Ho riaperto la finestra della chat.
“Sono qui”, ho scritto.
“Tiralo fuori e infilalo negli slip”.
Il pennarello era lucido di miele.
“Ora mettilo di piatto lungo la fessura e spingi sul
clitoride”.
Un brivido inatteso mi ha fatto tremare sulla sedia.
“Spingilo. Poi ruotalo e spingilo ancora”.
Mi sono accorta di aver allargato le gambe oltre la
scrivania.
“E' pieno di errori”.
Non ho risposto.
Ho morso le labbra tra i denti e ho spostato i capelli
dal viso.
Ero nervosa.
“Quando si assume gente raccomandata è sempre un
casino, cherie. Cherie?”.
“Sì”.
“Mi ascolti?”.
“Sì”.
“Questo documento è pieno di errori. Va corretto”.
“Muovilo veloce. Stuzzicalo, torturalo. Voglio sentirti
urlare attraverso lo schermo”.
E io ho urlato.
Dentro ho urlato per tutta la durata dell’orgasmo.
Mi sono accorta che piccole goccioline di sudore
scendevano sulla fronte e tra i seni.
“Annusalo ancora. E di nuovo, raccontami del tuo
odore”.
Stretto nel pugno ho avvicinato il pennarello al viso.
Ho respirato forte.
“Sa di miele e moine. Sa di lusinghe. Di letto caldo e
cioccolata sulle dita. È come lo zucchero che rimane sul
fondo della tazza quando si fa colazione”.
Daniele mi ha tirato un’occhiata veloce prima di
mettersi a spulciare una catasta di fogli.
Sono rimasta immobile, con le gambe larghe e il
pennarello stretto nel pugno.
Con un gesto disinvolto, poi, l’ho rimesso, lucido di
umori, nel portamatite.
Ho battuto impaziente con la punta del piede a terra
più volte senza che me ne accorgessi.
Daniele ha allungato la mano. Sembrava distratto.
Sembrava cercare a caso.
Poi si è fermato. Ha guardato il contenuto del
barattolo.
Con le dita sospese a metà ha poi afferrato il mio
strumento di piacere, l’ha ruotato un po’ tra le dita
con gli occhi fermi sul pc.
L’ha battuto un paio di volte sul bordo della
scrivania. Si è grattato la testa confuso.
“E' pieno di errori…”, ha detto di nuovo.
Mi sono mossa sulla sedia. Tutto a un tratto mi trovavo
scomoda. Avevo caldo.
“Mettilo ancora questo profumo. Ti sta bene, cherie”,
ha detto distrattamente.
Poi, con calma, ha portato il pennarello alla bocca e
ne ha mordicchiato la punta.
Golosamente. |
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5 Commenti:
Dafne

06/03/2009
Mentre lo leggevo chissà perché mi è comparso un ghigno
compiaciuto sulla faccia... ironico e stimolante allo stesso
tempo, bellissimo Vale! ;-* |
Valeria
04/08/2009
Grazie... per le belle parole e per la visita :-) |
Truck
04/08/2009
Favoloso come sempre, mi piace il tuo stile... |
Valeria
09/02/2009
Grazie a te per i complimenti :-) |
Paul
07/02/2009
Grazie, ti ho appena conosciuto grazie a Xlater e alla
vostra intervista ed è il primo racconto tuo che leggo, mi piace
lo stile e le emozioni che riesci a trasmettere |
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