L'aureola
di Poly



     Un buco di culo così da vicino non l’avevo mai visto.
     Neanche da lontano, direbbe un mio amico se fosse ancora vivo (morto di cancro... al fegato, capita!).
     Non ero pronto, dico a vedere un buco di culo così da vicino, non alla morte del mio amico.
     E' uguale al mio, ricordo che pensai, ma non lo dissi alla mia Stefania di quei tempi.
     Eravamo in spiaggia, questo sì che lo ricordo, ed era tutto il pomeriggio che ci toccavamo. Io, a un certo punto, m’ero anche infilato i jeans (forse erano vecchi jeans West) perché non ce la facevo più di tenere a bada l’erezione. Il cazzo era uscito, essì cari miei, era letteralmente uscito dagli slip del costume. No, non perché ce l’avessi grande, cioè lungo o grosso, semplicemente perché era stata lei, la mia Stefania, a voler comprare il suddetto costume alla Standa – all’epoca c’era la Standa!
     Io glielo dissi subito: "Ne sei sicura?".
     Conoscevo il mio merlo: voglio dire che ero troppo abituato alle mie erezioni per non sapere che, a un certo punto, quando l’uccello si fosse rizzato, prima si sarebbe sistemato un po’ in orizzontale, dopo in obliquo e alla fine, per l’eccitazione, sarebbe sicuramente fuoriuscito (probabilmente limaccioso) in barba all’elastico del costume la cui qualità, essendo Standa, non era, come si dice adesso, una priorità.
     Il problema era questo: quando si diventa umidicci, sudaticci, limacciosi, la sabbia, in tutte le parti del mondo anche alle Maldive, tende ad appiccicarvicisi e può non essere piacevole quando la parte per sua natura va strusciata all’interno di qualche cosa con una certa intensità e velocità (dipende dai gusti).
     Riassumendo: in spiaggia c’è l’acqua.
     Giusto.
     Frequenti infatti furono le mie abluzioni e anche le sue (di Stefania, la mia Stefania) perché m’è sempre piaciuta l’acqua salata del mare sulla pelle, soprattutto quando si asciuga e si tratta di leccare: cioè io leccavo lei. Così feci svariate volte: leccai collo, spalle, ombelico, di nuovo collo, braccia, mani, ascelle – sì, impazzisco per le ascelle salmastre! – e di striscio leccavo anche i seni. Non perché lei fosse bigotta e non me lo permettesse – dico di leccare e mangiucchiare a mio piacimento i capezzoli che attraverso il costume vedevo eretti – ma perché eravamo in quello che, un tempo, si chiamava luogo pubblico.
     C’eravamo infatti sistemati un po’ lontani dalla folla ma, più tardi, vicino a noi si piazzò una famiglia con tanto di canadese e bambini che banchettavano patatine, popcorn, crackers, gelati.
     Insomma, direte, cosa c’entra tutto questo col buco del culo?
     Calma, ci arrivo.
     Le mie leccate non erano piaciute a una coppia che a un certo punto s’era materializzata a qualche metro da noi: si vede, pensai, che era apparsa mentre io con la mano ero sotto l’asciugamano a toccare ciò che mi piace da matti (anche adesso), a infilare dita, tirare peli pubici, mordicchiare ombelichi, leccare zone paurosamente erogene. Lei, la mia Stefania, mugolava, gemeva, ansimava in maniera piuttosto sostenuta. Vi ricordate i Pooh? Quando la mia donna gode io sono vivo, cantavano. Ecco: io uguale, ammesso che i Pooh intendessero dare a godere lo stesso significato che do' io.
     La coppia (due che avranno scopato per tutta la vita sempre vestiti e sempre lei sotto, lui sopra) ci venne vicino e ci disse d’andare a fare le nostre porcherie da un’altra parte.
     "Che porcherie", risposi io, "tutti i bambini nascono con queste porcherie!".
     E feci per alzarmi in piedi (adoro polemizzare e soprattutto quando le labbra e la lingua sanno di fica) ma fortunatamente Stefania mi trattenne perché sollevando l’asciugamano aveva notato – me lo disse poi – che il mio sesso non voleva saperne degli slip. Mi spiegò poi che il glande (lei veramente usò il termine nazionalpopolare cappella) luccicava ed era talmente grosso e rosso (Stefania mi lusingava parecchio, devo ammettere) che sembrava quasi un portachiavi o un amuleto piuttosto che un cazzo eretto, nella fattispecie il mio.
     Allora ’sto buco di culo? direte voi.
     Calma, ci arrivo.
     Il bambinetto della famiglia poco lontana venne molto gentilmente a offrirci dei popcorn: "Che cazzo volevano quelli?", chiese.
     "Un’informazione", disse Stefania, un po’ stupita dal fraseggio della pulce.
     "Ma quale informazione, volevano vederti le tette!", ribatté la pulce fissando il seno della mia Stefania.
     Sorrise imbarazzata: effettivamente la parte alta del bikini era scivolata sul fianco e un capezzolo faceva capolino. Glielo risistemai non senza stropicciarlo un pochettino, ci guardammo e ricominciammo a slinguarci e a tocchignarci.
     Allora il buco del culo? direte voi. Ecco che arriva.
     Eravamo esausti: ci sembrava d’essere spiati. Stefania così si mise un pareo e mi fece cenno di seguirla. Andammo verso il bambinetto: "Come ti chiami?", gli chiese Stefania.
     "Giancarlo".
     "Bene Giancarlo, dai un’occhiata alla nostra roba. Torniamo subito".
     "Dove andate?".
     "Al bar".
     C’eravamo incamminati verso una specie di pineta.
     "Ehi non si va al bar di là", sentimmo il bambino che ci urlava dietro.
     C’erano un sacco di cespugli, lì nella pineta, di quelli che crescono sulla sabbia. Qualche ciuffo d’erbetta, una bottiglia di birra, qualche mozzicone di sigaretta, carta igienica, sporte di plastica, una scatoletta vuota di tonno Nostromo. Era piuttosto triste: sicuramente non avrebbe potuto ispirare un poeta, Pasolini a parte.
     "Vieni, mettiamoci qua", dissi.
     Sistemammo il pareo al riparo dai cespugli e soprattutto da occhi (gambe, busto) indiscreti.
     "Secondo te", chiesi a Stefania, "giuridicamente questo è un luogo pubblico?".
     "Non me ne frega un cazzo, sinceramente", mi rispose e m’abbracciò.
     Ci baciammo. Non vorrei essere pedante e retorico e non vorrei ripetermi ma io adoro, dico adoro, il sapore del sale sulle labbra.
     Ci baciammo ancora più a lungo. Sentivo il sale dappertutto che mi sembrava di gustare una mandorla salata. Stefania era eccitata e tremava tutta. M’aveva tolto lo slip, io le avevo sfilato le mutandine del costume. Adesso finalmente, liberi come due gabbiani, si poteva gemere, gridare, godere. Quando sentii l’umore salmastro del suo piacere inumidirmi le labbra, credetti d’essere in paradiso. L’accarezzai, la palpai con calma come se fosse una lettera scritta in braille. Sentii il suo alito sulla mia carne, le sue mani stringermi, allontanarmi, condurmi laddove godeva di più. Ero pazzo di gioia. Improvvisamente divenni leggero come se stessi camminando sulle acque.
     Fatto sta che eravamo molto stretti sul pareo, un po’ perché ci piaceva così, un po’ perché non volevamo sconfinare dal cespuglio. Abbracciandola la girai sulla schiena quasi inconsciamente. Stefania come fosse una trottola appoggiò la testa sulla sabbia, portò in alto i glutei e divaricò le cosce.
     Diomio, ricordo che pensai.
     Non l’avevo mai vista da questa prospettiva.
     Avevo in primo piano il suo buco del culo. Il più bel buco di culo che avessi mai visto.
     Ecco che ci siamo arrivati.
     Allungai una mano per carezzarle la fica tanto per fare qualcosa e soprattutto far finta che i buchi di culo per me fossero normale amministrazione. Ebbe un fremito. M’avvicinai e il mondo si fermò. Appoggiai le labbra sulle natiche, più giù a sfiorarle la fica e la peluria. Il loro profumo m’inebriò: il suo respiro riprese vigore, ma il mio sguardo rimase attratto da quell’aureola un po’ rossa con qualche pelo. Sì, qualche! Passai un polpastrello e vidi quel pertugio contrarsi, anzi ritirarsi e subito dopo aprirsi risucchiandomi la falange del dito.
     Lo guardai meglio, diciamo col macro.
     Cristo è identico al mio, pensai.
     Era un amore, il buchetto dico. L’osservai ancora meglio: da lontano pareva un’insignificante macchiolina scura con tante impercettibili pieghe ma se l’osservavi da vicino il colore diventava una meravigliosa sfumatura di rosa che andava verso un rosso pallido, tenero come un finale di tramonto in riva al mare. Appoggiai le labbra, ancora.
     "Smettila, mi fai il solletico".
     Era forse un invito, un rimprovero? Che cazzo era? Non me lo ricordo.
     So che tante volte a casa, godendo della mia solitudine, m’ero esplorato con le dita quella parte, avevo tormentato infinite volte quel buco che mi faceva sentire così vicino a una donna e che mi procurava orgasmi indecenti.
     Buco uguale, sensazioni uguali, devo aver pensato.
     Questa è filosofia, cazzo: Socrate all’epoca me lo fumavo a colazione.
     Stefania boccheggiava di desiderio, ansimava, cercava di dire qualcosa ma non capivo. Sforzandomi non poco data la posizione, con la lingua arrivai fino al clitoride: il bastoncino era gonfio e congestionato. Avevo le lacrime agli occhi. Il cuore mi usciva quasi dal torace.
     Non sentivo più niente intorno a me. Insieme al rumore della risacca m’arrivava qualche eco smorzata della voce di Stefania, roca e bassa tipo Billy Holiday.
     Cazzo qui stiamo facendo del buon jazz, devo aver pensato.
     Avrei voluto dirle chissacosa: "Ti amo mio tesoro", ma faceva troppo Cugini di campagna; così non feci che carezzarla, baciarla, succhiarla. Ogni tanto, diocristo, sentivo qualcosa che scricchiolava sotto i denti: un qualche bastardo granello di sabbia che s’era insinuato in bocca.
     Ero estasiato: lo conoscevo anch’io quel meraviglioso buchetto, ero consapevole delle sensazioni che scatenava. Avrei dovuto dirglielo?
     Le allargai invece le labbra della fica. Il buchetto, sempre lì in primo piano, mi faceva però l’occhiolino. M’issai sulle gambe quel poco per riuscire a perdermi nel suo sesso accogliente e invitante restandoci dentro come se fossimo uni e trini.
     Vidi il mio buchetto (cioè il suo), simpatico come un Puffo, contrarsi. Sentii Stefania pronunciare il mio nome.
     La sua mano, audace, impugnò la mia verga e la portò dritta sul limitare del buchetto.
     "Qui, preferisco qui", sussurrò con una voce da far invidia a Janis Joplin, "la fica è piena di sabbia: è come passarci la carta vetrata".
     Esitai.
     Lei spinse.
     Spinsi.
     Lei imprecò e poi non sentii più niente.
     Davanti a me Stefania s’agitava scomposta.
     Le dissi tutto di quel buchetto, di quello che mi facevo, di come lo torturavo, della dolcezza con cui lo trattavo, le dissi che gli avevo pure dato un nome... Non mi rispose o almeno di questo non ho ricordo.
     Beati, uno dentro l’altro, aspettammo il tramonto.






LASCIA IL TUO COMMENTO
Nome/nickname
Email (verrà visualizzata)
Sito/blog (verrà visualizzato)
Lascia il tuo commento