Racconto selezionato per l'antologia EroticaMente 2007
(l'antologia non è più in vendita)
Le quattro spine



    
Cammino stando attenta a non inciampare sulle pietre vacillanti rialzate dalle radici degli alberi.
     Non mi ricordo quand’è stata l’ultima volta che ho messo queste scarpe.
     Mi guardo i piedi mentre avanzo un passo dopo l’altro e vedo brillare le punte nere e lucide sotto la luce gialla dei lampioni.
     Con il rumore netto dei tacchi sul marciapiede, passo dopo passo, a ogni metro sento l’ansia crescermi dentro.
     Mi sembra quasi di non riuscire a respirare, come se l’aria mi entrasse dalla bocca e dal naso, arrivasse in gola e poi tornasse indietro.
     Spingo il petto in fuori, cerco di inspirare più a fondo.
     Non mi accorgo nemmeno di un uomo che, al mio passaggio, fischia stando seduto su una sedia in plastica fuori da un bar.
     Ho sempre odiato andarmene in giro da sola di notte, il buio mi mette agitazione.
     Ma ora non posso farmi prendere da falsi timori e compostezze. Stasera non c’è spazio per le misure.
     Mi fermo davanti all’ingresso e attendo qualche secondo.
     Sei ancora in tempo per tornare indietro.
     Respiro forte e chiudo l’ultimo bottone del cappotto, poi appoggio la mano a palmo aperto sul vetro e spingo leggermente.
     Il portone ruota sui cardini senza alcuna fatica in un frusciare sordo.
     Lo richiudo stando attenta a non sbatterlo e contrastando con la mano la molla che lo spinge indietro.
     Salgo le scale lentamente e il giallo del neon mi fa strizzare gli occhi un paio di volte. Ci metto un po’ ad abituarmi al ritorno alla luce dopo aver camminato per quasi mezz’ora completamente al buio.
     Come già lui mi aveva detto, la porta dell’appartamento era accostata.
     Entro in punta di piedi. La casa è immersa nel buio.
     "Sei qui?", chiedo.
     Ma la voce è così bassa che non riesco a sentirmi nemmeno nella mia testa. Mi viene il dubbio che, invece di averlo detto, io l’abbia solo pensato.
     "Sì".
     La sua voce sembra arrivare da lontano.
     Cammino lungo il corridoio verso la sua stanza, ma anche il passo incerto sui tacchi sottili tradisce l’apparenza.
     Smettila di tremare, stupida.
     Lui è in piedi sulla porta, appoggiato con un fianco allo stipite legnoso. Indossa una camicia chiara e un paio di jeans scoloriti.
     "Entra, ti stavo aspettando", mi dice serio.
     La lampada da terra emana una luce fioca e dalla finestra entrano come fasci veloci i fari delle auto che sfrecciano sulla strada sottostante.
     Lui si muove sicuro, deciso in ogni suo gesto. Si avvicina a me e, seguendo con lo sguardo il movimento delle mani, inizia a sbottonare, partendo dal basso, i ganci del cappotto.
     Non riesco a guardarlo negli occhi. Fisso il quadro di Klimt che è appeso alle sue spalle e del quale non intravedo che pochi colori.
     Lui sembra non farci caso. Non gli importa di timidezze o timori. Non mi guarda nemmeno in volto. Appoggia il mio cappotto sul letto ancora sfatto e poi si accende una sigaretta, aspirando a lungo il primo tiro.
     Vedo netto nel buio della stanza il rivolo di fumo avvolgersi su se stesso in spirali azzurrognole.
     Mi stringo nervosamente le mani l’una nell’altra e mi chiedo cosa ci faccio in casa sua.
     Durante il nostro ultimo incontro gli avevo detto che non ci saremmo più rivisti e ora sono qui, acconciata a festa con il vestito buono della domenica e con le gambe che mi tremano.
     "Non ti sei comportata bene", dice con tono fermo guardando fuori dalla finestra.
     Io non rispondo.
     "Non dimenticare mai chi sono. A me non puoi dire di no", continua.
     Si volta a guardarmi e mi sorride.
     "La nostra storia era come un vestito stretto", dico con un filo di voce. "Sono sposata, lo sai. Non riuscivo più a gestire la situazione", continuo cercando di impostare la voce senza riuscirci.
     Mi mordo le labbra tra i denti.
     Lui fa due passi e me lo trovo davanti. La sua vicinanza mi intimorisce e, senza volerlo, indietreggio sbattendo con le spalle contro la parete.
     Intuisco un suo sorriso nella penombra.
     Mi afferra il polso con un gesto veloce e stringe la carne tra due dita, conficcandomi le unghie nella pelle.
     "Tu non sei in grado di gestire niente. Non è compito tuo, d’altronde. Devi eseguire e nient’altro. Ora spogliati".
     Molla la presa e le braccia mi cadono molle lungo i fianchi.
     Rimango immobile, le labbra appena schiuse – mi illudo che così io riesca a respirare meglio – mentre lui riprende a guardare fuori dalla finestra.
     Penso che dovrei andarmene. Non ci vuole niente in fondo. Ma, chissà perché, le gambe sembrano inchiodate al pavimento e non si muovono.
     "Quanto devo aspettare ancora?".
     Anche il vetro sembra sottolineare le sue parole con un alone caldo e opaco che si forma all’altezza delle sue labbra.
     Non mi guarda ma ha le orecchie tese, lo so. Sono sicura che, se volesse, potrebbe sentirmi respirare.
     Tiro giù la zip laterale della gonna e mi sembra che il rumore riempia la stanza.
     Ho le dita umidicce di sudore e non riesco a far scorrere le mani sul tessuto.
     Dondolo un po’ sui fianchi e la stoffa cede. La gonna scivola a terra accartocciandosi su se stessa intorno ai miei piedi.
     Mi appoggio al muro con una mano per non perdere l’equilibrio mentre alzo un ginocchio al petto e cerco di sganciare con due dita il cinturino della scarpa.
     "Non toglierle", mi dice voltandosi.
     Mi fermo e trattengo il respiro.
     Si avvicina a me a passi lenti e tremo.
     Il suo profumo pungente e crudele mi violenta le narici e mi ritorna alla mente il nostro primo incontro.
     Si era offerto di accompagnarmi a casa quando mi aveva visto, mentre cercavo di attraversare la strada, carica di buste della spesa.
     Io come una stupida lo invitai a entrare, gli offrii un bicchiere d’acqua e dopo dieci minuti i nostri abiti erano sparsi sul pavimento e noi nel letto coniugale ci trovammo avvinghiati come due animali in calore. Mi scopò bruscamente e con violenza, mi insultò e usò parole dure e forti. Mi trattò come la peggiore delle troie e, quando se ne fu andato, io non feci altro che respirare il suo odore rimasto imprigionato sul cuscino.
     Sciocca.
     Più volte cercai di convincermi che non era una buona idea quella di rivederlo, che non era sano, che non era niente di buono, per me. Ma quest’uomo ha uno strano potere e ora sono di nuovo nelle sue mani, seminuda e tremante.
     Afferra con le dita il lembo della maglia sottile e la tira verso l’alto, costringendomi a sollevare le braccia sopra la testa.
     "Sei molto bella", dice dedicandomi un’occhiata fugace prima di voltarsi ancora. "Te la ricordi questa?".
     Prende una rosa appoggiata sulla scrivania e la rigira tra le dita. Deve essersi aperta da un pezzo, è fin troppo matura. I petali all’esterno, di un rosso che sembra nero, ricadono verso il basso e pare si debbano staccare da un momento all’altro.
     "No, quella no...", dico piano.
     Lui sembra non sentirmi.
     "Per favore", aggiungo.
     La sua bocca ben disegnata si piega in un sorriso lieve mentre si avvicina.
     "Chiudi gli occhi e rilassati", mi dice.
     E anche se dentro ho degli aghi nello stomaco e un sasso al posto del cuore, chiudo gli occhi e tiro un lungo respiro abbandonando le braccia lungo i fianchi.
     Sento una goccia di sudore colarmi lungo la tempia.
     Scivola così piano che quasi mi sembra di sentirne il rumore. Mi martella il cervello e vorrei tirarla via con il dorso della mano, ma non riesco a muovermi.
     Lui si avvicina a me con il viso. Sento la seta fresca della camicia strusciarmi sul ventre e i jeans sfregarmi morbidamente sulle calze. Il suo respiro caldo mi accarezza il collo e un brivido mi corre sulla schiena.
     Le sue labbra poggiano lievi sulla spalla e rimangono morbidamente adagiate per qualche secondo che mi pare interminabile. Poi le schiude.
     Piegandosi in avanti, con la lingua di piatto mi lecca la pelle scendendo lento a incontrare il bordo di pizzo del reggiseno. Poi si stacca.
     Io rimango ferma cercando di controllare il respiro ma mi accorgo che è diventato corto e pesante. Sembra rimbombare nel silenzio immobile della stanza e me lo sento come un eco nelle orecchie e nella testa.
     Vista da fuori deve sembrare una scena alquanto strana. Una donna seminuda e tremante davanti a un uomo chiuso fino all’ultimo bottone nella sua costosa camicia di seta. La rosa ancora tra le mani.
     E' così vicino che le nostre labbra quasi si toccano, ora. Ma io non ho il coraggio di fare un solo gesto.
     Si volta e inizia a rovistare in un cassetto della scrivania tirandone fuori, subito dopo, un pezzo di stoffa e del nastro adesivo.
     Mi gira intorno come un falco gira intorno alla sua preda e il suo profumo mi avvolge in una densa spirale.
     Poi, tutto a un tratto, il buio.
     Stringe forte un nodo dietro la testa coprendomi gli occhi con la benda poi, facendomi tenere le braccia unite dietro la schiena, mi chiude i polsi stretti in due o tre giri di scotch.
     "Non ti sei comportata bene", mi dice di nuovo.
     Ma stavolta il tono della voce mi sembra ancora più duro.
     "Questa... Questa è per non esserti fatta trovare a casa, l’ultima volta che ho provato a chiamarti".
     Mi arriva deciso al naso il profumo della rosa e sono sicura di non aver mai sentito un fiore profumare così intensamente. Il gambo umido e freddo aderisce alla pelle appena sotto al collo mentre i petali mi solleticano il braccio.
     Mi mordo le labbra pronta a ricevere la mia prima punizione.
     Spinge contro di me la rosa e la prima spina penetra nella carne.
     Un flebile gemito mi esce dalle labbra.
     Sento le sue dita giocare con il bordo del reggiseno e poi sganciare la chiusura. Lo lascia lì, a pendere sul ventre con l’elastico delle spalline bloccate a metà braccio.
     Mormora qualcosa e mi sembra di vederlo, mentre con le mani tiene salda la rosa attaccata al mio corpo e la spinge stando attento che la spina compia il suo dovere. La trascina lentamente verso il basso come un aratro che penetra nella terra, formando netta un’unghiata che arriva fino al seno destro.
     Poi la estrae.
     Io non riesco a parlare. Sto sudando e i capelli mi si attaccano al viso e sulla fronte.
     Il graffio inizia a bruciare proprio mentre la sua voce mi vibra dentro nuovamente.
     "Questa...".
     Respiro forte.
     "Questa è per non aver indossato, stasera, il completo bianco che a me piace tanto".
     Partendo dallo stesso punto affonda la seconda spina scendendo però, questa volta, fino al seno sinistro.
     Un gemito mi esce involontario dalle labbra. Sono spaventata non è del dolore che ho paura.
     La paura è quella di non riuscire a trovare la forza per staccarmi da quest’uomo. Lui mi è necessario come il dolore inflittomi e io so di non poterne fare a meno.
     Mi bacia sulle labbra e il suo profumo torna presente, addolcendo la fitta lancinante che mi ha preso alle spalle.
     "Questa...".
     Senza preavviso sento la terza spina ficcarsi nella carne sulla parte alta della coscia.
     "Questa è per esserti fatta attendere troppo, stasera".
     Sobbalzo al contatto e non posso fare a meno di scattare all’indietro. Vacillo pericolosamente sui tacchi alti e le braccia unite dietro la schiena mi fanno perdere l’equilibrio.
     Lui prontamente mi afferra per la vita con un braccio e sento il suo corpo aderire al mio. Il sesso gonfio costretto nei jeans preme contro il mio ventre e un calore inizia a formicolarmi dentro.
     Non dovrei cedere.
     Non dovresti nemmeno essere lì, se è per questo.
     Deglutisco a fatica e la salivazione è completamente azzerata. Ho la bocca secca e la gola riarsa.
     Vorrei che qualcuno mi soffiasse sulle ferite. Sembra che la pelle mi stia per prendere fuoco.
     Le sue dita lisciano l’interno coscia salendo fino allo slip.
     Con una mano scavalca il tessuto. Ha le dita calde e morbide, le unghie tagliate corte. Divarico le gambe e sento le dita unite e strette posizionarsi davanti l’entrata. Un colpo secco e lo sento dentro, mentre si muove fino in fondo per poi uscire lentamente.
     Vorrei aggrapparmi a lui, ma ho perso totalmente cognizione di tempo e luogo. Piego allora la testa da un lato e mi appoggio nell’incavo della sua spalla.
     Mi sento così protetta, in questa posizione.
     Le sue dita dentro mi sconquassano il ventre e sento cedere le gambe. L’orgasmo mi accarezza il ventre mentre divento liquida al mio interno.
     Non dovrei, non vorrei dargli questa soddisfazione.
     Stringo le cosce ma lui ha una gamba tra le mie. Cerco di soffocare l’orgasmo tra i denti, lo chiudo in gola, serro le labbra.
     Ma tremo nelle sue mani e lui se ne accorge.
     "Questa...".
     La quarta spina mi buca la pelle sulla coscia sinistra.
     "Questa è per la tua presunzione e per aver cercato di godere in silenzio".
     Più velocemente, stavolta, apre il taglio fino al ginocchio.
     Lo sento ridere tra le labbra.
     Le ginocchia si piegano e mi accascio a terra.
     Il silenzio che segue, ora, ha un suono greve. Non riesco a muovere le labbra.
     Con una mano, abilmente come lo aveva fatto, strappa il nastro ai polsi e finalmente le braccia sono libere di muoversi.
     Lo sento allontanarsi. I passi sono lievi ma il suo profumo è sparito, è per questo che me ne accorgo.
     Con la mano cerco il solco sulla coscia percependo netto il graffio gonfio sotto le dita. Brucia come fuoco ma brucio ancora di più all’interno.
     Avvicino le dita al naso, poi schiudo le labbra e le avvolgo con la lingua.
     Sento l’amaro del sangue sul palato e scopro che è più dolce di quanto avessi mai immaginato o sperato.
     Tolgo la benda e la stanza, ora, mi sembra luminosa come la luce che si riflette sulle finestre in una giornata estiva. La rosa è ai miei piedi, alcuni petali si sono staccati e sono finiti sul pavimento.
     Lui si è acceso una sigaretta. Mi guarda e sorride.
     "Vestiti. Ti riporto a casa".






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