
L'incognita
di Poly
Un
giorno, tempo fa.
A volte passavo intere giornate a guardarmi allo
specchio, a spiarmi i peli che crescevano dove non mi
piaceva. Qualche autoscatto, ossessionato da come mi
vedevano da fuori.
Una smorfia fuori posto mi rovinava una giornata.
Un’erezione inopportuna mi mandava in depressione per
giorni.
Volevo capirmi dal di fuori. Ora invece...
Tempo andato.
Presi l’abitudine di prendere un bagno - ho la fortuna
di possedere una vasca anni '30 - con qualche donna di
passaggio indossando una cuffia da doccia con merletti
ed elastico. Mi faceva stare bene, la cuffia dico.
Adoravo anche il bagnoschiuma che s’insinua nelle carni
nude e frementi dove le mani non arrivano, e brucia. Oh,
sì. Brucia. Un dolore sottile, appena accennato, breve e
intenso come quando s’immerge un dito nella cera fusa:
poesia ed estasi.
Passato, un po’ remoto. Il presente invece...
Pioveva.
Era mercoledì, ma eravamo lontani da Cesena, a essere
sinceri.
Un giorno Eli mi fa: "Ti voglio più perverso!".
"Come perverso?".
"Perverso perverso".
Ero nudo.
Mi piace stare nudo davanti a Eli.
In generale mi piace stare nudo, però ero vicino a una
finestra. Quando sono nudo vicino a una finestra divento
inquieto, mi guardo intorno perché ho paura di essere
spiato: intercettano tutti, perché non dovrebbero
spiarmi se sto nudo alla finestra? Inoltre avevo appena
finito di depilarmi, dove so che a Eli piace.
"Sei paranoico", mi fa.
Perverso e paranoico... e depilato.
"Come si fa a essere paranoici mentre si è nudi?".
"Lascia stare. Avvicinati".
M’avvicinai.
Eli m’accarezzò il petto e mi strizzò i capezzoli.
"Perché mi strizzi i capezzoli?".
"Perché so che ti piace".
"Non è vero".
"E' verissimo".
E indicò il mio membro duro come un tubo innocente.
Era vero.
"Tu sei vestita".
"Certo che sono vestita. Spogliami".
"No".
"Come no. Non vuoi spogliarmi?".
"No".
"Perché ti amo?".
"Non lo so... Forse perché...".
Perché mi amava? Perché una donna ama un uomo?
"Ti amo e basta, amore. Lo capisci? Ti amo e ti voglio
più perverso. E' chiaro?".
Non capivo. Non era chiaro.
"Strappami le mutandine".
"Ma non sono mutandine da strappo".
"Annusale".
"Annusarle?".
L’indecisione mi fregò.
"Annusale, dai".
Annusarle significava mettere le labbra vicino ai suoi
inguini... Si sedette sul tavolo, portò le ginocchia
vicino al mento e allargò le cosce scoprendo le
mutandine. Appoggiai il naso. Erano di cotone, già
umidicce. Dato che c’ero, appoggiai la guancia su quel
tenero cuscino di peluria. Chiusi gli occhi...
"Cosa senti?".
"Come cosa sento?".
"Cosa senti?".
"Cosa dovrei sentire?".
"Non senti il mio sesso, l’odore del mio sesso non lo
senti?".
"Un po’".
"Un po’?! Ma se dici sempre che, quando vengo, la mia
fica odora di pesco".
"Ma è un modo di dire".
"Come un modo di dire... Non lo pensi? Cioè non è
vero?".
"Sì, cioè: non ho mai annusato un pesco, come dire, da
vicino. Anzi ce n’era uno nel giardino...".
"Uffa, vabè, metti la mano...".
Misi la mano.
"Cosa senti?".
"Ti amo".
"Anch’io ti amo. Togli la mano adesso".
"Mi piaceva avere la mano...".
"Avevi messo dentro anche tutto l’indice".
"Non era l’indice, era l’anulare".
"Non ti credo".
"Ti giuro".
"Sai che non mi piace quando mi penetri con l’indice".
"Ti giuro che era l’anulare".
"Slacciami il reggiseno, dai!".
"Non voglio".
"Dai...".
"Non sono venuto qui per slacciarti il reggiseno".
"Ah no? E cosa sei venuto a fare?".
"A leggerti una poesia". |
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