
L'Odalisca
di Nessuno
Gli tocca
le palle, quella troia. Come sa farlo lei non lo sa fare
nessuno. Le tasta nella sacca pendente con delicatezza,
senza stringerle, quasi misurandone la dimensione.
Allungate come uova, ne definisce i contorni con le dita
inseguendole nella matassa dei tubuli seminali. Come una
gatta col topo, piano piano le accarezza fino a
impossessarsene nel palmo della mano, poi inizia a
stringere progressivamente. Stringe finché il
prigioniero non è costretto a sbottare in un mugolio di
patimento, quasi un lamento. Allora, allenta appena la
presa, senza perderne il possesso. Lo stallone sfiata,
scalpita sul punto di tirarsi indietro, ma non ne ha il
coraggio, abbindolato dal desiderio di sondare
l’insondabile, oltre l’impossibile, sul baratro della
perdizione. Il tutto si gioca al limite della
sopportazione, limite che lei non valica mai, conoscendo
molto bene le regole. Non è gradevole ricevere
bestemmie. Se solo gliele torcesse in maniera eccessiva,
sarebbe mandata a farsi fottere e, comunque, subirebbe
una reazione violenta, brutale, non appena si fosse
ripreso. Ne ha avuto riprova, una volta, salvandosi per
il rotto della cuffia con una fuga imprevista. A quel
paese c’è stata mandata a bizzeffe, a iosa, di volte,
molto spesso a ragione, poche a torto, per eccessiva
sensibilità, finché non ha imparato a riconoscere qual è
il punto di non ritorno di ogni essere primitivo con cui
va a confrontarsi.
Lei, sorniona, ride con se stessa ogni volta che opera
la consenziente strizzata. Interviene con la
precisione di un chirurgo, per meglio dire, di un
veterinario attento a non farsi scalciare dalla bestia,
con la dovuta professionalità, asetticamente, senza
eccessivi coinvolgimenti. Come una prima donna conosce
tutte le arti sceniche, ma il suo capolavoro
insuperabile consiste nella finzione dell’orgasmico
travaglio. La scena classica del suo repertorio è
quella. Il baio irrequieto scalpita, chino a quattro
zampe, inginocchiato sul letto, irrequieto
nell’impazienza di sentire le redini che tirino il
morso. Lei, pronta, infilava la mano sinistra in mezzo
alle gambe. Palpa i glutei, giungendo ad accarezzare con
dita esperte le crespe dell’area perianale; poi scende
lentamente fra le cosce divaricate, aperte, verso il
sacco pendulo dello scroto. Mostra d’apprezzare a lungo
i testicoli, soppesandoli con cura, sfregandoli come a
volerli consumare. Con calma, si diverte a osservare il
moto meccanico, il riflesso condizionato di quel fascio
di nervi che si fa lisciare le palle. Ogni volta che
stringe gli appendicoli, la testa ciondolante del
conturbato animale si sollevava verso l’alto con gesto
meccanico. Un’inspirazione violenta gli trapassa i
polmoni, per tornare poi a ciondolare in basso non
appena la dolorosa fitta esaurisce la spinta, come un
asino dopo il raglio.
Riprende, quindi, la marcia d’avvicinamento. Le dita
della mano sinistra dischiudono le chiappe pelose, si
attardano nuovamente a disegnare nuove strade intorno
alle crepe che conducono tutte alla fossa anale. Ne
saggiano la consistenza e la flessibilità perimetrale
prima di approfondire l’argomento. Poi, dalle
palle, scivolano con studiata abilità verso il carnoso
condotto che, appartato, s’indurisce: desolatamente
pendente, costretto a chinare la testa dalla forza di
gravità; soffre perché privato delle attenzioni che pur
merita, se gli fosse concessa la possibilità di
esprimersi nel modo più congeniale.
Intanto, la brava mandriana munge il turgido capezzolo
inguinale del lattiginoso liquido prostatico,
copiosamente stimolato dalle provocate emozioni anali e
dalla spremitura dei testicoli. Il liquido filamentoso
scende in una lunga bava, dalla pietosa mano subito
spalmato sul sensibile frenulo, a lubrificarne
l’ingranaggio. La pelle intorno al prepuzio che ricopre
il glande, a un suo tocco improvvisamente subisce una
spinta, scorrendo veloce e sguainando l’asta intarsiata
di mille canali sanguigni che irrorano il tormento in
attesa dell’estasi finale. Titilla, così, l’esperta
psicologa e di sottecchi misura l’espressione della
cavia, valutando le reazioni del paziente in cura.
La carne rosseggia sull’asta denudata. Lo spasimo del
maschio tortura lo strumento alla ricerca della sua
soddisfazione. S’innervano fiumi azzurrini, pulsando.
L’umana bestia costretta alla postura quadrupede freme
e, in quell’attimo, l’introito è indotto e l’ingoio
adempiuto. Nel dolce nido da labbra ovattate, il caldo
palato umetta il gigante che s’agita di mille vite.
L’abile mano trattiene alla base l’asta furente che sale
e scende, entrando in profondità e arretrando subito, ma
non esce, incollata dal desiderio d’eterna seduzione. Al
limitare del vestibolo subisce l’affronto, gradito (oh
se gradito!), della titillante lingua sul frenulo, rosso
per lo sforzo di trattenere l’esorbitante dimensione
della testa dell’organo. L’umana bestia vibra, ansima e
sbava, godendo, soffre e trema, in attesa dell’istante
di felicità. Vorrebbe gridare ma non può, condannata
alla sfibrante tensione di tendini e muscoli che non
smettono di inviare al cervello infiniti segnali di
piacere, ingovernabile flusso di perversi, contrastanti
sentimenti di vita e morte. Il cedimento, il tracollo
fisico è raggiunto: le spalle non reggono più il peso
del piacere troppo intenso, senza sfogo. Stordito dallo
sforzo, il meschino traballa sulle braccia, le cosce
vacillano. Solo il pene danza all’interno dell’inesausta
dama.
L’intenso eretismo schianta il turgido oggetto di tanta
attenzione. La feroce bestia, divincolandosi, s’inebria
nel suo stesso sangue che gli gonfia le arterie. Ma
l’istinto ha la meglio e rovescia la belva furente.
Crollata di schianto sul divenuto angusto letto, cerca
di spegnere soffiando sull’ardente fuoco che invece
s’appicca sempre più e brucia la canna, in procinto di
esplodere in mille pezzi. Sacramenta, l’empio
manutengolo dell’inganno. Vorrebbe fosse spento il
tizzone ardente, alleviando l’intenso bruciore.
La rivale, furente, con un balzo gli è sopra. Lo
atterra, lo spalla, lo stende. Con rapida mossa mira al
cardo, lo agguanta. Non sfugge alla presa; lo piega a
sé, lo forza verso la chiusa. Dilatato il velo, appare
la lucida grotta. Lo avvia all’interno. La lama trova il
fodero. Dilatate le cosce aperte ad accogliere tanta
grazia, s’agita la materica natura, mentre gli occhi
strabuzzanti fuoriescono dalle orbite; marcisce il corpo
eroso da inguaribile male. Una danza sfrenata balla,
l’addome procace, sormontato da seni butirrosi. La
zangola lavora indefessa. L’erinni schiaffeggia,
urlando, arroganti blasfemie; il povero palo del reperto
umano la strazia. Come scimmia impudica, laida, lubrica
lo cavalca sfrontata. Uno strappo; è finita. La piena
rompe gli argini. Si allargano i gorghi. Attenti alla
riva! Travolti sono gli astanti! Uno due tre, quattro
e... cinque botti esplodono in successione rapida. Si
attenua la lena, scorre, ansima, sofferente dopo tanta
violenza. S’acquieta la vita. Il mentecatto riemerge
dallo sconquasso. L’odalisca gli è accanto, lo rianima,
lo conforta, toglie il guanto dal flaccido tubercolo
(svanita l’antica potenza), lo strozza annodandolo, lo
butta nel cestino insieme ai derelitti fratelli. Si
sistema la gonna, si chiude il corpetto, s’accende una
sigaretta e inala osservando l’orario come fosse un
ferroviere in attesa del passaggio del prossimo treno.
Guarda dalla finestra, attendendo paziente. Prende quel
che le spetta. Un sorriso, un bacetto sulla guancia e
poi l’addio: "Ciao, tesoro, a presto".
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