
Morfeo
di Nessuno
Le volute
di fumo pigramente azzurrano l’aria. Intorno staziona la
morbida massa bionda, mentre lo start-lighter del lume,
switchiato su on, diffonde sul piano del
comodino un debole raggio luminoso, riflettendosi sul
profilo destro del viso. Seduta a bordo del letto, la
silhouette si allunga disegnando l’immaterica presenza
sulla parete di fronte. Anche la sua mente resta accesa
vagando nella penombra, mentre gli occhi fissano
l’immagine nello specchio. Si rimira in quel lago senza
fondo che le rinvia sfacciato le sue sembianze,
sottolineandole i piccoli difetti su cui si appunta la
sua attenzione.
Come sempre, dopo, si ferma a riflettere.
Non poteva sopportare l’insulto che le proveniva da
quell’insulsa, vuota, insidiosa, petulante ma utile
lastra di vetro. Quasi la personificava e le sembrava
che tutti gli specchi del mondo fossero la prosecuzione
del suo impietoso amico/nemico che continuava a
scrutarla nella stanza semibuia. L’aggrediva ovunque
andasse e da tutte le parti le rinviava i difetti che,
con ansia, lei aveva imparato a scoprire e a temere. Le
destava disprezzo, lo specchio, per essere troppo
veritiero anche quando era costretta a ringraziarlo per
averla avvisata in tempo di qualcosa di imperfetto. Era
il suo schiavo a cui lei, tuttavia, era asservita. La
paura della perdita della giovinezza era ancora lontana
da lei, sicura e - si diceva - rassegnata che ai primi
sintomi di cedimento avrebbe saputo trovare il rimedio
efficiente ricorrendo alla sapienza della chirurgia
estetica. Le vennero i brividi, però, pensando alla
mastoplastica o alla liposcultura e a tutti quei
procedimenti di tortura, certamente ideati da chirurghi
uomini, a cui milioni di donne nel mondo si
sottoponevano pur di piacere all’altro sesso, ostentando
le richieste del proprio uomo come scusanti per
giustificarsi dinanzi al comprensivo adepto di Esculapio
che l’ascoltava. Più realisticamente e onestamente,
invece, era per conservare in pugno il potere assoluto,
l’arma che muove il mondo: l’attrazione sessuale.
La digressione mentale è distolta dal leggero ronfare
proveniente dal corpo gettato sull’altro lato del letto.
Si volge leggermente a guardarlo.
Nell’oscurità della stanza ha qualcosa di opalescente
nella sua innocente nudità che tanta tenerezza desta in
lei con il suo organo genitale rattrappito appisolato
sulla sacca scrotale abbandonata fra le cosce. I tratti
del viso rilassati da bambino troppo cresciuto, i
capelli corvini gettati sulla fronte ben disegnata, il
naso fortemente marcato, autoritario, la bocca che si
apre lasciando respirare il sottostante bellissimo corpo
che l’ha catturata e che ora giace, beandosi nel riposo.
Oddio, quel corpo! Il collo muscoloso ripiegato nel
baciarla sulla gola, che lei tratteneva, tastandolo con
disperate impotenti mani femminili perché non scendesse
verso il sensibile solco del seno, ma subito
assaporandone tutta la mobile consistenza; ne risultava
stravolto ogni pudico intento. Il connivente consenso da
lei prestato risalendo con la mano sulla nuca per
spingere la testa contro il suo rotondo seno, contatto
ambiguamente prima rifiutato ora agognato, veniva
immediatamente recepito dall’esperta maschia lingua che
le solleticava la delicata pelle e girava e ritornava
sui capezzoli, destandoli dal loro naturale torpore fino
a elettrizzarli, inturgidendoli. Spasmodicamente il
cervello rispondeva a quegli affronti inarcando e
rilasciando freneticamente le reni, innalzando la cassa
toracica e spingendo la protubere montagna sormontata
dall’orpello sacrificale verso le labbra del ministro
del sesso.
Che languoroso strazio e che effusione di grato
compiacimento, d’amorevole comprensione verso
quell’essere che le donava tutto il piacere del mondo!
Il suo animo si apriva, il suo corpo si donava. Era il
suo schiavo, mentre gli accarezzava le ampie spalle che
l’avvolgevano come un tessuto di satin, i dorsali
poderosi che alternavano il loro gonfiore pompando nel
suo partecipe corpo la maschia, spasmodica tensione. Che
godimento massaggiargli le reni, ascoltando gli
adrenalinici guizzi possenti che la penetrava nelle più
intime pieghe!
La mente si perde. Il mondo è lontano. Liquida fiamma
che due corpi rode in unico ardore. Rivede se stessa
avvinghiata all’indomito stallone ansimare sul lucido
manto che reclama la madida reciproca attenzione. E’
pronta all’olocausto finale, a scomparire dal mondo in
un gorgo violento d’inattesi, incomprensibili, spontanei
sentimenti. Come morbida glycymeris apre le
ampie valve per assumere l’alimento indispensabile al
suo nutrimento, così le tumide labbra si schiudono per
accogliere l’ospite atteso e ingoiare il parassita nel
caldo abisso della sua carne.
Nell’attimo di perdizione, afferrata al suo onirico
bisogno avverte, d’un tratto, che la verga potente perde
il contatto. Scivola l’efferato disegno, le sfugge,
disperata, ogni senso d’appagamento. Tra le mani
discende il poliforme corpo essudato e si ferma, la
bocca bavosa, sull’umida valva. Oh tortura, oh rabbia!
La rugosa appendice viscida si sofferma sulla parte
esterna; poi lenta discende a succhiare il tubero rosa
che, pendulo, enfio, arrossato difende la fonda scura
caverna.
Sconvolta, vorrebbe gridare, ma un mugolio strano,
perverso le esce di traverso e a lungo permane, finché
struggente s’impone l’impellente ossessione
d’estroflettere l’utero e in unico connubio abbracciare
l’intero mondo che la renda perfetta. Ecco, in un
sobbalzo violento il vigoroso tubulo s’innesta; inizia
la danza che vede, sollecita, la dama leggiadra che
veste della sua bellezza il carnale consesso. L’acme di
gioia l’assale, dal profondo del cuore la sazia,
protende le anche capienti, raccoglie ogni umore
lanciato attraverso l’infinita profondità dell’universo.
Il diffuso calore che dal centro proviene rallenta,
scorre il sangue nelle vene, battono le tempie. Da lei
stritolato, il percosso tessuto umano, straziato dopo
scosse violente, negli ultimi sprazzi di un deliquio
dolente, efferato, è privato di vita. Gli ansimi acuti
vibrano sulle sue membra che ancora tra le mani
stringono l’otre sfiatato. L’accarezza, lo sente sul suo
corpo adagiato ormai senza fibra, come un cane
accucciato.
Ripensa allo specchio perverso che le ha rinnovato
quell’istante, quel momento invadente.
Sorride l’angelo azzurro nel suo asciugamani. Lo ripone
sulla panca, gira il click; si stende in silenzio vicino
al corpo offertole in olocausto, cullandosi fra le
braccia di Morfeo.
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