My secret diary (part n.1)
di Nessuno



     Caro Diario,
     non so se avrò il coraggio di continuare a scrivere. Quando ho deciso di riempire le tue pagine intendevo soltanto annotare le mie impressioni, registrare sdolcinate elucubrazioni che mi saltavano per la mente. Mai avrei immaginato che potessi confessare quello che mi accingo a svelarti della mia vita privata.
     Sai che mio marito non è più quello di una volta. Mi sono lamentata con te del suo modo di concepire l’amore. Prima della svolta sembrava assorbito da un sano, stimolante desiderio che gestivo al meglio. I suoi occhi iniettati da bestiale voglia di concupiscenza mi spaventavano, ma contribuivano a esaltare la mia sessualità. Tutt’al più, quando non mi andava fingevo di non accorgermene e tutto finiva lì.
     Tempo fa, di prima mattina, appena uscita dal bagno (tu sai che mi piace assaporare la tiepida doccia d’inizio giornata e bearmi della fragranza del talco con un massaggio diffuso, palpato su ogni millimetro di pelle), nuda se si esclude l’asciugamano appena poggiato sul seno, entrai come il solito in camera da letto, dove mio marito ciondolava in mutande alla ricerca delle sue carabattole. A occhi bassi, canticchiando, raggiunsi il letto. Abbandonato l’esiguo capo che mi ricopriva, mi girai verso il cassetto del comò aprendo le braccia per estrarre il cassetto della biancheria intima, pregustandone l’odore di fresco pulito. Naturalmente le mammelle, libere della costrizione precedente, danzarono morbidamente nell’aria, il busto leggermente chinato, mentre le natiche ondulavano nel passo in avanti che mossi. In quell’istante colsi nello specchio uno sguardo che attentava alle mia figura, gli occhi torvi di desiderio. Notai il gonfiore del pacco genitale di mio marito. Ammetto di essermi sentita lusingata, ma non potei evitare un amaro sorrisetto di scherno. Non ti stupire, ti spiego il motivo.
     E’ ancora un bell’uomo, anche se in gioventù i pettorali si disponevano armoniosamente dando risalto ai piccoli capezzoli pelosi; ora invece declinano verso terra, attratti dalla forza di gravità, mammelle più da femmina, forse adolescente, che da maschio. Ricordo che i muscoli dorsali guizzavano appena sfiorati, ora giacciono flaccidi; che l’addome era scolpito come quello di un dio greco, ora sopravanza di parecchio la linea dello sterno pari a una femmina incinta di quattro mesi; le cosce, dai quadricipiti muscolosi, sapevano cavalcare una giumenta senza mostrare alcuna flessione, ora sostengono a malapena la struttura sovrastante. Col trascorrere degli anni tutto è diventato più blando, più calmo, più rilassato, più... annoiato. Questi pensieri lasciavano spazio in me a una devastante inquietudine; tuttavia, le prestazioni in definitiva erano moderatamente soddisfacenti, se si chiudevano gli occhi e con parecchia fantasia.
     L’usato menage s’interruppe una domenica mattina iniziata come tante. Dopo una settimana di lavoro, al solito riposavamo dalle fatiche della notte del sabato che ci aveva visti impegnati per i quattro salti nel locale da ballo di cui eravamo habitué, quando ha preso ad accarezzarmi e a massaggiarmi, come di solito fa quando vuol arrivare al dunque. N’avevo voglia anch’io. Una voglia folle. Ci baciammo addentrandoci nel french-kiss, mordicchiando e assaporandoci vicendevolmente. Mi fece rabbrividire, come sempre, quando la sua lingua circumnavigò l’orecchio scendendo nel pericondrio per risalire subito dopo, titillando la cartilagine esterna, invadendo il condotto uditivo. Ne forzava l’accesso, muovendosi come un gasteropode troppo grosso per la sua chiocciolina.
     Sentivo battermi forsennatamente il cuore in petto, ma ancora di più mi pulsava il sangue fra le cosce, nella conchiglia che racchiudeva il seme del piacere. Mi baciava, mi accarezzava ruvidamente e la sua lumaca, in stato pre-orgasmico, m’invischiava il ventre con una scia appiccicosa, trattenendosi a stento. Non potevo fare a meno di strofinare l’anulare e il medio della destra all’interno della vulva che ardeva dalla voglia. Inturgidita e pronta ad accogliere il gradito ospite sembravano due labbra da negro. Scendendo nelle profondità della pelvi, lungo le mucose parietali, risalivo in alto fino a raggiungere lo scatenamento dei sensi attraverso la manipolazione del clitoride.
     Raggiunsi il primo orgasmo quando il suo grimaldello convesso si appoggiò, pronto a scardinare la mia serranda ormai ben lubrificata. Lo avvolsi nelle spire cercando di soffocarlo nel più coinvolgente degli abbracci.
     In gioventù, l’ingresso era reso difficile dalla ristrettezza della sinfisi pubica. Stentava a penetrarmi. Imparai a divaricarmi, estendendo verso l’alto l’area X. Ora la strada era completamente asfaltata e su di essa si scatenava la cavalcata delle valchirie. Avvertii, anche quella volta, la pienezza del turgore del frutto. S’era appena affacciato al balcone massaggiandomi la passera avanti e dietro quando sobbalzai, riconoscendo in lui un’ingiustificata esitazione. A quel punto scendeva a fondo, invece si trattenne a prendere una boccata d’aria. Ci fu un attimo di sgomento, una vertigine, un liquefarsi, un correre indietro, uno smontarsi di tutto l’apparato. Mi sforzavo di dilatare, di agevolare, di risucchiare il nerbo che ricordavo ben più solido. Come un fantasma si dissolveva, si rattrappiva, sfuggiva per poi abbattersi, infine, privo d’ogni segno vitale. Con un languido singulto riversò una piccola pozza sulla mia pancia.
     Allibito, illividito, lui mi guardava tremebondo. Si vedeva che era ancora assatanato, insoddisfatto ma anche raggelato dall’accaduto che sapeva d’inconsulto, di catastrofico. In definitiva, si rese conto che non poteva più fruire dello strumento di scambievole intrattenimento. Colpevolmente, giaceva inanimato ai suoi e, ahimè, ai miei piedi. Tentai di tutto prima di rassegnarmi all’ineluttabile: respirazione bocca a bocca, rinvigorimento manuale, spagnola e congresso del corvo, genuflessioni, preghiere. Inutilmente! Il bastardo rifiutava l’ostacolo. Fallita la rianimazione e accertata la premorienza al coito del soggetto ormai deceduto, cercai di rincuorare il suo padrone, rinviando tutto al prossimo incontro. Fu sempre peggio!
     Il poveruomo non aveva più pace e io, non so se più dispiaciuta o irritata, n’avevo ancor meno. Mi maceravo con rabbia e insoddisfazione. Fu allora che mi dedicai alla ricerca di siti erotici a sollievo della solitudine. Iniziai a frequentare alcune chatline. Finché una sera, sfibrata dal lungo digiunare, accettai la corte di un estemporaneo accompagnatore online. Dopo un certo scambio d’idee, concertammo di materializzare le nostre presenze.
     Ci vedevamo al Roxy Bar, un locale con privé. Oscuro, quasi tenebroso, era frequentato da coppie non del tutto equivoche desiderose di appartarsi, abbastanza pulito per quanto lo consentisse il via vai delle frequentazioni.
     Come ogni uomo/topo che mira a raggiungere la topa, risultò essere galante, gentile, corretto, generoso e io, pian piano, accettai in maniera sempre più disinibita le avances, mostrando grande apertura mentale e non solo quella. Fu tanto accorto che presto diventò un confidente a cui raccontare tutto, fin quasi rendermi sfrontata con lui. Giunsi a confessare la fragilità del legale connubio. Dichiarai la tenerezza che ancora provavo per chi mi aveva impalmato. Purtroppo, era rimasto solo quel sentimento ormai, dell’antica esaltazione dei sensi. Gli svelai che, da coniugi, sentivamo reciproca gratitudine per l’affetto sopravvissuto. Tuttavia, passando il tempo, gravava su di me il peso del piccolo, rimasto da accudire gratis et amore dei senza compenso alcuno, mentre ancora avvertivo nel sangue il tumulto della passione, acuita dall’ansia del prossimo, inevitabile disfacimento. Non concepivo nemmeno, per nulla al mondo, che mio marito subisse un’umiliazione più profonda di quella che già sopportava per la sua debolezza. Un nuovo rapporto more uxorio da parte mia sicuramente l’avrebbe distrutto. Dopo un lungo silenzio mi strinse le mani fra le sue. Guardandomi negli occhi, accennò alla possibilità di un suo intervento. Si sarebbe raggiunta la soddisfazione di tutti e tre senza che l’uno si sentisse amareggiato per la situazione dell’altro, se avessimo stretto un gentlemens’agreement. Certo occorreva un po’ di tempo di riflessione, di maturazione, d’accettazione del proprio e dell’altrui stato, ma era sicuro che, trattandosi di condizione irreversibile, sarebbe stata equa l’assunzione condivisa di responsabilità. Riconoscendo con franchezza l’ambito d’azione di ciascuno dei partecipanti, si sarebbe potuto programmare un piano d’intervento. Avrei dovuto parlarne a mio marito, vantando la gentilezza, competenza e discrezione dell’aspirante frequentatore per fissare un incontro; magari organizzando una gita, qualcosa che contribuisse alla reciproca conoscenza.
     Caro diario, ormai stiamo insieme da cinque mesi e ci amiamo teneramente in tre. Naturalmente io comando... in tutto. Sono la regina della situazione! Il mio bull mi spupazza come e quando voglio, profondamente, senza ritegno, mentre il mio tenero maritino gozzoviglia a champagne, sturandosi la bottiglia a più non posso. Fuori a cena siamo affiatatissimi e col più giovane amante continuo a trastullarmi ballando, baciandolo e strusciandomi su di lui, mentre il tenero cuckold ci offre da bere, aspettando che giunga la sua parte di soddisfazione contemplativa.
     E tutti vissero felici e contenti! dirai tu. Così credevo anch’io e mi auguravo che l’idillio durasse in eterno.
     Ora, invece, devo raccontarti l’inaspettato seguito.


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