My secret diary (part n.2)
di Nessuno



     Mi sentivo felice, padrona di due uomini, anzi, di uno e mezzo. Quel mezzo uomo serviva come la quarta parete nel teatro. Il pubblico mi applaudiva e mi osannava, anche se era rappresentato da un solo spettatore: mio marito. Ero la Diva delle soiree e n’ero lusingata. Ne godevo, sia fisicamente per il mio bull che scoteva nella carne l’albero della felicità, che platonicamente annegandomi negli occhi di mio marito, unico fruitore del combusto ardore che gli procurava la soddisfazione dei sensi, facendolo sentire meno solitario. Era una partecipazione a tre, anche se alla fine lui, il maritino, non era il più soddisfatto, ma non ne avevo colpa!
     Una sera eravamo rientrati in fretta e furia dopo esserci surriscaldati nella visione di un film porno in una squallida sala di periferia frequentata da vecchi impotenti e giovani lattonzoli in fase di svezzamento. A proposito, credo di essere stata l’attrazione della serata. Il drudo mi baciava sulla bocca scollacciandomi e palpandomi il seno, mentre mio marito mi procurava piacere manuale nelle parti intime con una mano e con l’altra si lisciava la spatola. Mi accorsi che un’esperta cortigiana in ultima fila apprezzava molto la nostra esibizione, vista la frequenza con cui gli spettatori delle nostre performance saltabeccavano, alternandosi al suo fianco, come navi che si affiancavano alla bettolina per lo scarico delle scorie di navigazione. Uscendo dalla sala, infatti, la gentile signora ci gratificò di un ampio sorriso di simpatia.
     Del film vedemmo ben poco, se non le scene salienti di parti anatomiche che s’incastravano in un puzzle di difficile soluzione, accompagnando il tutto con sospiri, soffi e roche grida gutturali. N’avevamo viste abbastanza e volevamo mettere in pratica i suggerimenti ricevuti.
     Giorgio, mio marito, aprì la porta e fece gli onori di casa, mentre Matteo, il mio Teo, mi solleticava con battutine sconce.
     "Cosa prendi, Teo? Oltre ad Alma...", interloquì Giorgio, sornione.
     "Sfotti, sfotti...! Solito gin con ghiaccio, grazie", rispose il mio bull.
     "Vado a cambiarmi", mi scusai allontanandomi dai due.
     Dopo un semicupio approfondito, mi dilungai in bagno spandendo sul corpo una crema emolliente che dette un latteo splendore alla mia carnagione.
     Rinfrescata, tornai di là. I due uomini, sprofondati nelle comode poltrone uno di fronte all’altro, parlottavano con fare complice. Il lampadario al centro della sala era spento; solo una lampada da tavolo spandeva la luce nel cerchio limitato al ripiano del mobile basso nell’angolo della stanza, riverberandosi sulle pareti tinteggiate di rosa corallo. Entrambi in vestaglia, scambiavano le proprie opinioni a bassa voce, come confessandosi. Evidentemente avevano già usufruito del bagno degli ospiti, perché sapevano di fresco muschio di quercia.
     Teo poggiò il tozzo bicchiere semivuoto sull’antistante ripiano basso e, alzatosi, mi abbracciò teneramente stampando le labbra sulle mie, per poi scendere sul collo fino allo sterno. Sostò lungamente percorrendo il seno in tutte le direzioni, ma evitando il punto più delicato, contrariamente a quanto desideravo: che, invece, fosse deliziato subito. S’incarognì, evitando il tocco esiziale. Fremevo impaziente. Lasciai cadere la vestaglia, mentre la sua era sventrata dal cuneo che si protendeva in mezzo alle mie gambe.
     "Ah... andiamo... in... camera...!", ebbi la forza di imporre, sostenendomi a lui per evitare che le gambe cedessero.
     Tremavo tutta, mentre Giorgio apriva la porta per lasciarci passare. Il groviglio michelangiolesco varcò l’uscio. Con la coda dell’occhio mi accorsi che anche lui, mio marito, si toccava agitando il misero mozzicone che gli era rimasto. Povero angioletto...! Mi lasciai cadere sul letto mentre il serpente boa stritolava la preda. Rabbrividivo dal piacere: Teo m’irretiva i capezzoli costringendoli a un doloroso inturgidimento che provocava sussulti incontrollabili per riprendere, poi, a scendere sul ventre e fra le cosce. Allora volsi il capo verso Giorgio. Smanettava, le guance di brace. Gli feci cenno di avvicinarsi. Capì dall’offerta delle mie labbra che volevo essere baciata da lui. Inquieto, timoroso, lui guardò verso Matteo, occupato fra le mie gambe. Si avvicinò sul letto guardingo, a quattro zampe come un cane desideroso di rubare l’osso al concorrente senza averne il coraggio. Giorgio lo osservava quasi a chiederne il permesso. Mentre scuoteva il ramo del piacere, Teo sollevò appena lo sguardo. Capì al volo la muta richiesta. Gli fece un cenno d’assenso mentre strofinava la lingua con veemenza sul clitoride, provocandomi l’intensa sensazione mista fra il dolore e il piacere. Chiusi gli occhi e lasciai sbrigliare la fantasia. In quei momenti volavo, offrendomi al dolce supplizio.
     Sentii una mano che mi sollevava le anche per infilare sotto un cuscino, in modo da rialzare il monte dell’amore. Ci fu un attimo di sospensione in cui immaginai, a occhi chiusi, che il condottiero prendesse lo slancio per partire, lancia in resta, pronto a vincere ogni resistenza e possedermi quale premio della battaglia. Il letto ondeggiò sotto l’incalzare del predatore che si avvicinava a ghermire l’agnellina. Restavo in trepida attesa, pronta a misurare la febbre del corpo che sentivo ansimare vicino, mentre l’odore di muschio attraverso le narici si librava fino al cervello, mettendo ko i collegamenti sinaptici fra i neuroni. La piovra mi afferrò di colpo ricoprendomi con i suoi tentacoli, penetrando nell’intimità più sacra di cui disponevo. La mantide scattò per ingoiare il maschio; non mollava la presa risucchiandolo al suo interno. Non mi controllavo più. Avvinghiata alle spalle affondavo le unghie sul dorso, nei glutei, strappandogli le mammelle. A un certo punto mi sentii confusa. Quante mani cincischiavano su quel corpo e quante sul mio?
     "Ah, ah!", il roco grido soffocato non era di Teo.
     Pareva stessero seviziando... un altro! Inquieta spalancai gli occhi. Mi abbacinò una figura equestre. Mio marito mi penetrava, il capo chino dentro la saliera della mia clavicola. Sbuffava e manovrava a stantuffo nella mia vagina, mentre una figura si sovrapponeva a lui. Non distinsi chiaramente il viso, nascosto dalle spalle della figura in primo piano. Teo penetrava Giorgio analmente! Mi lasciò stupita e senza fiato come un pugno nello stomaco. Sfogava una brutalità che non conoscevo. Sfiatavano entrambi con un rantolo ripetuto e tremendo, assordante come il ruggito potente di due leoni nella notte africana. Era una battaglia fra loro, mentre io rappresentavo il campo dello scontro, sbattuta sul terreno come il caravaggesco San Paolo sulla via di Damasco.
     Lo stupore si mischiò a uno strano, nuovo sentimento che non capivo. Mio marito mi penetrava a ogni colpo che gli giungeva da Teo. Era come se fosse una protesi del cavaliere alato che lo governava. Duro come il ferro, sembrava fosse forgiato come un tempo. Giorgio mi possedeva in forza di Matteo. Un gioco di matriosche: una nell’altra, era mai possibile?
     "Alma...!", esalò Giorgio schizzando da tutte le parti il seme che Matteo non consentì che si raccogliesse nell’ampolla naturale sottostante, distraendolo da me.
     L’aveva afferrato per le spalle sbattendolo di fianco sul letto, mentre ritraeva l’artiglio con cui gli aveva massacrato le reni. Sovrapponendosi a me, introdusse con violenza la trave che lo precedeva nella cavità che tenevo aperta davanti per non perdere il frutto saporito dell’orgasmo. Irrefrenabile, lo sentii nel ventre mentre eruttava lava bollente: due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte discese quel liquido infernale, quel nepente, quel nettare divino che mi rese pregna di lui.
     Non so quanto tempo restammo incastrati, io in lui e lui in me. Storditi, in asfissia, tutti e tre immobilizzati nelle posizioni raggiunte, eravamo groggy, senza forze, finché Teo svuotò il portafiori rovesciandosi. Rotolò bocconi, sfiatando con un gran rumore di mantice riattivato, mentre il sangue finalmente rifluiva al mio cervello in stato d’ipossia per il peso morto che aveva compresso la povera cassa toracica.
     Giorgio fu il primo a riaversi, sgusciando in bagno a gambe larghe per le abluzioni necessarie a lenire la sensazione urticante che l’insolita intrusione aveva provocato alle mucose delle basse vie rettali. Sentii scorrere a lungo l’acqua nel bidet. Rimasi stupefatta e intontita, mentre le lacrime sgorgavano dagli angoli degli occhi senza che me ne rendessi conto.
     Avevo fatto di mio marito una checca e del mio amante un finocchio! E di me: una cloaca di reflui organici. Che ne pensi, caro diario?

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