
Sai
di cioccolato
di Elizabeth K. Payne (dall'antologia
Secrets)
"Penny",
mi dice il mio Padrone dandomi una pacca gentile, "è ora
di alzarsi".
Lo ignoro. Una volta ubbidivo a ogni suo
ordine, ma adesso so che spesso riesco a farla franca. E
poi mi piace quando il mio Padrone si arrabbia con me.
"E' incredibile quanto riesci a essere
pigra alla mattina, considerando quanto sei irrequieta
di solito... non trovi, piccola?", mi bacia sul naso.
"Alzati, adesso, voglio il mio caffè".
"Fattelo da solo", rispondo, la voce
arrochita dal sonno. Questo mi frutta uno schiaffo
secco.
"Sono le dieci. Hai dormito un secolo.
Alzati ora e fammi quel caffè".
Girandomi nel letto emetto un brontolio e
nascondo la testa sotto il cuscino. "Voglio dormire".
Incomincia a farmi il solletico e io rido e scalcio. Mi
ordina di "alzarmi immediatamente". "No, no, no",
ribatto. Ormai sono completamente sveglia. Cerco di
fargli il solletico a mia volta, ma lui mi afferra i
polsi e un attimo dopo sono bloccata sul letto. Mi
mordicchia, per gioco, sul naso, sull'orecchio, poi mi
fa il solletico fino a farmi gridare. "Va bene, va
bene", urlo tra le risa. "Ti faccio il caffè basta, per
favore basta!".
E' un rituale che si ripete quasi tutte
le mattine. Preparo caffè, spremuta d'arancia e pane
tostato. Porto tutto al mio Padrone, seduto alla sua
scrivania a leggere le e-mail. "Grazie, piccola". Lo
dice senza distogliere lo sguardo dallo schermo. Mi
infastidisce non godere della sua piena attenzione,
perciò poso il vassoio con deliberato sgarbo, facendo
rovesciare un po' di spremuta. Lui sembra non
accorgersene. Mi riavvio in cucina quando il mio Padrone
indica un foglio di carta di fianco a lui.
"Istruzioni per la giornata". Le leggo
mentre faccio colazione:
Depilare le gambe, lavare i capelli,
lavare i denti.
Treccia ai capelli. Niente trucco, né
profumo. Borotalco.
Vestito verde. Coulotte. No reggiseno.
Sandali.
Oggi devo scrivere, non disturbarmi.
Andare a fare la spesa: latte, giornali,
qualsiasi altra cosa ti venga in mente. Per pranzo
insalata. Preparala prima, prima di mangiare voglio
scoparti.
Fatti trovare in camera da letto a
mezzogiorno in punto. Vestita. Togli i sandali e le
mutandine. Manette e bacchetta nera sul letto.
No, non quella nera! penso. Quella nera è
di gomma. E' lunga e sottile e punge davvero.
Seguo le istruzioni del mio Padrone. A
mezzogiorno sono in camera da letto, lavata e a piedi
nudi, i capelli chiusi in una treccia. Mi piace la
sensazione del tessuto del vestito sulla pelle, è il
solo indumento che ho addosso.
L'insalata è nel frigorifero, pronta da
mangiare, e ho messo le manette e la bacchetta sul
letto. Ho comprato il latte, i giornali, una scatola di
cereali e un po' di lattuga.
Ho fatto come il mio Padrone mi ha
chiesto, ma ho fatto una cosa brutta: sono tornata a
casa con la spesa in una busta di plastica. Il mio
Padrone vuole che adoperi i sacchetti di carta
riciclata, più rispettosi dell'ambiente, ma me ne sono
dimenticata.
Così ho nascosto la busta nel bidone
dell'immondizia e l'ho coperta di rifiuti, nella
speranza che lui non se ne accorga. Anche questo è
brutto: se, per qualsiasi ragione, uso una busta di
plastica, poi devo riciclarla.
Il mio Padrone entra e mi bacia.
"Sdraiati a pancia in giù, con un cuscino
sotto la pancia".
Faccio come mi ha detto. Poi il mio
Padrone mi lega al letto con le manette. Sento la sua
mano sul culo, poi uno schiaffo e un altro. Mi bacia
sulla testa, sull'orecchio e con l'altra mano scivola
sul vestito in cerca delle mie tette. Mi strizza un
capezzolo, ma non tanto da farmi male.
Sono bagnata, lo voglio, ma so che sarò
picchiata con la bacchetta prima. Non ho paura, anzi il
pensiero mi eccita, ma so bene che, quando comincerà a
colpire, sentirò così male che vorrò che smetta
immediatamente.
Mi picchia tutti i giorni, di solito con
le mani, a volte con la bacchetta o il frustino o la
verga. La maggior parte delle volte non si tratta di
punizioni: il mio Padrone mi picchia semplicemente
perché gli piace farlo. Ma se mi comporto male, allora
mi punisce e, quando mi picchia per punirmi, mi fa molto
più male. E' allora che tira fuori il frustino o la
verga.
Il mio Padrone mi palpa il culo
attraverso il vestito, poi infila sotto la mano e sento
il suo dito premere delicatamente sul mio ano,
stuzzicarmi il clitoride, penetrarmi. Poi cominciano i
colpi.
All'inizio mi permette di tenere il
vestito mentre mi sculaccia gentilmente con la mano, per
scaldarmi. Non mi fa tanto male. Anzi, mi eccita, e
adesso sono tutta bagnata. Dopo qualche minuto sento le
natiche piacevolmente calde e che pizzicano. Me ne
accorgo in particolare quando il mio Padrone si ferma
per prendere la bacchetta.
La sento, posata sul culo, mentre il mio
Padrone mi dà un paio di pacche affettuose. Poi mi dà il
primo colpo forte e grido. Ne seguono altri dieci, uno
dopo l'altro. Sento il vestito che viene sollevato e
altri dieci colpi atterrano sulle mie natiche nude.
Lancio piccole grida e mi dimeno cercando di evitare le
bacchettate, ma so che non mi conviene resistere.
"Stai ferma", mi ordina il mio Padrone,
accompagnando queste parole con un colpo particolarmente
cattivo.
Io grido e faccio del mio meglio per non
muovermi.
"Ti picchierò su ogni natica per un
minuto", dice. "Poi riceverai un altro minuto di colpi
su tutt'e due insieme e, alla fine, una bacchettata
extra per ogni volta che ti sarai mossa".
Fa davvero male, adesso, mentre continua
a colpirmi negli stessi punti. Mi agito, grido e, pur
non volendo, mi muovo.
"Non muoverti".
Cerco di fare del mio meglio. Mi fa
davvero molto male, ma sono abituata al dolore e sono
così eccitata che non sono più sicura se voglio davvero
che smetta.
Il mio Padrone dice che mi sono mossa
almeno otto volte, così, alla fine dei tre minuti, altri
otto colpi forti con la bacchetta sul culo ormai
dolorante.
"Quasi finito", dice il mio Padrone
dandomi un colpetto affettuoso con la mano. "Altre dieci
bacchettate per essere stata una schiava tanto pigra
questa mattina".
Ricevo dieci robusti colpi in rapida
successione, poi il mio Padrone mi abbraccia a lungo e
mi dà un bacio.
"E' tutto, piccola. A meno che tu non
debba confessarmi qualcosa".
"No".
"Ne sei sicura?".
"Sì".
"Brava. Adesso, allora, ti scoperò".
Il culo mi brucia quando mi siedo a
tavola per pranzo. Il mio Padrone mi manda baci
dall'altra parte del tavolo.
"Intendo lavorare ancora un po', nel
pomeriggio", mi dice. "Cosa ti piacerebbe fare mentre io
scrivo?".
"Posso andare al cinema con Lisette?".
"Sì, vai. Ma niente gelato o pop corn, e
a casa per le sette".
Annuisco, felice.
Il film è piacevole, ma prevedibile. Poi
Lisette e io andiamo a sederci in un bar. Ha litigato
con il suo convivente e vuole distrarsi.
"Raccontami qualcosa di bello. Hai sempre
storie pazze da raccontare. Ti ha picchiata oggi?".
"Oh, sì", rispondo, sorseggiando la mia
cioccolata. "E mi picchierà di nuovo per aver bevuto
questa. Ha detto: 'Niente gelato né pop corn'. Dici che
vale anche per la cioccolata calda?".
"A me non sembra né gelato né pop corn".
"Credo di intuire le sue intenzioni: non
vuole che mi guasti l'appetito".
"Ma non ti dà sui nervi qualche volta?
Quel che mangi o che bevi sono affari tuoi".
"La mia vita è un gran gioco perverso.
Cosa c'è che non va? Potrei sempre dire 'game over', ma
finirebbe tutto il divertimento".
"Scusa, sai che non ho niente da dire.
Sei libera di fare ciò che vuoi della tua vita, anche se
questo comporta ridurre il consumo di cioccolata calda.
Mi chiedo semplicemente se la finirai mai".
"Ho i miei momenti di ribellione", dico
mentre bevo un altro sorso di cioccolata. "E mi eccita
sapere quanto mi metto nei guai in questo modo".
"Raccontami cosa ti ha fatto oggi".
"Mi ha colpita con la bacchetta",
sussurro. "Mi ha ammanettata al letto e poi mi ha
scopata fino quasi a farmi male. Mi teneva per la
treccia. Mi piace quando mi tiene così, sai, mi
costringe a curvare indietro la schiena per baciarmi".
"Oh, sì, che bravo. Gli piace a quel
vecchio porco".
"Poi mi ha detto che mi avrebbe colpita
in faccia mentre venivo, perciò sono venuta più in
fretta. E' talmente intenso l'orgasmo quando lui fa
così, un'esplosione di godimento e dolore".
"Ma non ti distrae dal piacere?".
"No, al contrario, è più forte. Quando
vengo è come se precipitassi; un colpo improvviso ha
l'effetto di riportarmi su per poi precipitare di nuovo
con ancora più forza".
Finiamo di bere la nostra cioccolata e ci
avviamo attraverso il parco. Mi piace l'aria fresca
della sera.
"Sono quasi le sette. Devo andare".
La casa è impregnata di un gradevole
profumo di origano. Sul gas in una pentola bolle un sugo
al pomodoro e il mio Padrone sta impastando, le mani
piene di farina.
Mi avvicino a lui per coccolarlo.
"Eccoti", dice senza restituirmi il
bacio.
"Stai preparando la pizza!".
"Sì, ma temo che tu non la mangerai
stasera".
Cosa? Poi capisco: no, no, no, la busta
di plastica, deve averla vista!
"Mi dispiace per la busta", gli dico
abbracciandolo. "Sei furioso con me?".
"Piccola, stavo scherzando. Che busta?
Sai di cioccolato".
Oh.
Dopo le spiegazioni, sono piegata sul
tavolo a pancia in giù, la pizza impastata è davanti a
me, in una ciotola coperta da un panno umido. (Forse la
potrò mangiare più tardi, ma soltanto se mi comporto in
maniera impeccabile). Mi dà qualche colpetto con il
mattarello.
Lancio un grido.
"Questo non faceva male".
"No, scusa, ho gridato troppo presto".
Mi colpisce di nuovo.
"Ahi!", e questa volta è vero.
Mi solleva il vestito scoprendomi le
mutandine lilla di pizzo.
"Molto carine", dice lui, posando il
mattarello sul tavolo e dandomi due sculacciate con la
mano.
Lo sento dietro di me, sta aprendo un
cassetto, prende qualcosa, lo rimette a posto, prende
un'altra cosa.
Mi abbassa le mutandine che cadono
intorno alle caviglie.
Un colpo mi arriva sulla natica sinistra.
Brucia, ma ero pronta al peggio. Dev'essere un cucchiaio
di legno.
"Un minuto con questo", dice il mio
Padrone, "per riscaldarci". Il "riscaldamento" lo fa per
me: più mi picchia più mi eccito e più sono eccitata più
riesco a sopportare il dolore. Ma fa molto male questo e
sono tentata di dirgli che preferisco farne a meno.
Ma non glielo chiedo. Probabilmente mi
direbbe di no. Mi lascio picchiare e faccio del mio
meglio per non dimenarmi. Non sono nella posizione per
poterlo provocare oltre.
Il minuto è passato e il mio culo è
bollente e prude. Vorrei vedere com'è. Mi eccita sempre
vedere le mie natiche rosa acceso. Spesso dopo una
punizione sgattaiolo in bagno e mi guardo nello
specchio.
Il mio Padrone esce dalla cucina. Io
resto ferma ad aspettare la punizione che mi merito.
Sono bagnata e ho voglia di toccarmi. Premo l'inguine
contro il tavolo.
"Chiudi gli occhi", mi dice ritornando.
Obbedisco. Sento che appoggia diversi
oggetti sul tavolo. Mi benda con un pezzo di stoffa
nera.
Un rumore, come di qualcosa che venga
spremuto: lubrificante spremuto da un tubetto.
All'improvviso sento un oggetto di
plastica morbido e lubrificato che mi preme contro
l'ano. E' una sensazione che mi fa godere, ma sono
sempre un po' impaurita quando so che il mio culo sta
per essere penetrato.
Il mio Padrone spinge dentro il vibratore
acceso. Molto lentamente. Non è molto grosso, poco più
largo di un dito, ma è impossibile dimenticarsi della
sua presenza. Non che io lo voglia.
"Ti colpirò dieci volte col mattarello,
per cominciare, per aver bevuto la cioccolata calda. Ti
userò un po' di pietà perché i miei ordini erano
ambigui".
Pietà? Fa un male del diavolo. Dopo due
colpi soli vorrei già non aver mai bevuto quella
cioccolata. Ma godo quando il mattarello colpendomi
spinge in dentro il vibratore: è come se qualcuno me lo
mettesse nel culo e mi picchiasse nello stesso tempo.
Mi porto il pollice alla bocca, non per
succhiarlo o morderlo, soltanto per tenerlo lì vicino
alle labbra mentre il mio Padrone cala un altro colpo.
"Palmi sul tavolo", ordina, "e tira su
bene il culo. Non mi eccita abbastanza la tua
posizione".
Faccio quello che riesco.
"Pronta?".
"Sì".
Un'altra percossa mi colpisce le natiche.
Me le copro con le mani.
"Ti prego, fa troppo male", imploro.
"Andiamo, Penny. Non ti sto picchiando
forte".
"Ma è un mattarello".
"Il peggio deve ancora arrivare".
"Posso almeno fare una pausa?".
"L'hai già fatta. Mani sul tavolo. Prendi
quello che ti do da brava ragazza o ne avrai di più".
Mi concentro sul clitoride, che pulsa di
piacere, e sulla mia figa, che smania di essere toccata
e saziata. Mi concentro sulle natiche e la sensazione
che mi danno e mi preparo agli ultimi sei colpi col
mattarello.
E' bellissimo. Doloroso ma è proprio
quello che voglio, che desidero più di ogni altra cosa.
"Fatto", dice il mio Padrone. "Stai
bene?".
Annuisco.
"Pronta per la verga?".
"Sì".
Mi massaggia vigorosamente il culo e mi
stuzzica il clitoride da dietro.
"Sei da scopare".
"Mi sento così".
"Quante frustate con la verga pensi di
meritare per esserti dimenticata di portare un sacchetto
al supermercato?".
"Quattro?".
"E per aver nascosto la busta di
plastica?".
"Otto", rispondo, e subito me ne pento.
"Bene, dodici con la verga, e sia. E dopo
potremo goderci un diverso genere di piacere".
E' una verga di media grandezza. Se usata
con destrezza non ferisce la pelle né procura danni
evidenti, ma brucerà e mi lascerà tutto il culo a
strisce.
"Ti coprirò col vestito per i primi
quattro colpi", mi dice il mio Padrone abbassando
l'abito.
Controllo di avere le mani al loro posto
e mi tiro bene sulla punta dei piedi per far sporgere
meglio il didietro. Sento il rumore della scudisciata
che taglia l'aria e poi atterra sulle mie natiche.
Come sempre, quando mi picchia con la
verga, c'è un piccolo scarto di tempo prima che avverta
il dolore. E' una sensazione di bruciore localizzato che
insiste per circa un minuto, poi svanisce.
Il mio Padrone aspetta, lascia che io
assapori il dolore. Undici colpi ancora, ma non ho
paura. Ormai ho il corpo pieno di endorfine: sono
all'apice del godimento e del dolore.
Con un movimento rapido esperto del polso
mi dà una seconda scudisciata. E' attento a non colpire
nello stesso punto, non ancora, perlomeno.
Resto senza fiato questa volta.
Altri due, assestati con lentezza, poi il
mio Padrone solleva il vestito. Mi mette una mano sul
culo.
"Posso toccarmi mentre mi dai gli altri
otto?", gli chiedo premendo il clitoride contro il
tavolo. "Ti prego, lo voglio da impazzire".
"E' una punizione, ricorda", dice
sculacciandomi piano. "Penseremo al tuo piacere più
tardi. Il tuo culo così a strisce è molto invitante".
Gli ultimi otto colpi di verga, senza la
protezione offerta dal vestito, fanno più male. In
particolare gli ultimi quattro perché il mio Padrone li
assesta con un'angolatura diversa, perciò si incrociano
con le strisce che già mi arrossano le natiche.
Quando la fitta provocata dall'ultima
scudisciata mi arriva, lancio un grido.
Sento che il mio Padrone si slaccia i
pantaloni e con una mano mi tocca il clitoride.
Raggiungo il primo orgasmo quasi subito. Quando vengo
l'ano si contrae e il vibratore viene spinto fuori.
Il mio Padrone spreme il tubetto del
lubrificante nel mio ano. Sta per penetrarmi con forza.
Mi fa impazzire quando lo fa. Sorrido, pregustando il
piacere. Lui mi afferra le natiche con entrambe le mani
e le spalanca.
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