
Signora
padrona
di Jon Harmon
L’incontro casuale è sempre stato uno dei pensieri più
ricorrenti nell’immaginario erotico maschile: quella
volta, tuttavia, sapevo bene con chi avrei avuto a che
fare e non potevo certo recriminare se non con me
stesso.
Ci eravamo conosciuti sul luogo di lavoro e, dopo
alcuni scambi di battute, inevitabilmente i nostri
discorsi erano finiti su argomenti piccanti, basati su
doppi sensi e sul nostro comune stato di single.
Tuttavia, mai mi sarei aspettato di scoprire che la mia
collega amasse passatempi erotici a me cari da tempo: i
nostri discorsi, ormai sempre più incentrati sul sesso,
si incontravano alla perfezione sulle variazioni più
raffinate del sado-masochismo, sulla passione comune per
il bondage e sulla sua vocazione a fare la Dominatrice.
Ricordo quando, per posta elettronica, ricevetti una
lista completa dei giochi erotici più tipici
dell’immaginario bizarre, alla quale io dovetti
rispondere punto dopo punto, spiegando esattamente quali
fossero le mie fantasie erotiche e quali i miei tabù.
Pochi giorni dopo ci incontrammo al bar, all’ora di
colazione, e lei mi consegnò con molta disinvoltura una
lettera, commentando con assoluta naturalezza: "Una di
queste sere vorrei legarti, per cui avrei bisogno di una
tua liberatoria; leggila con calma e fammi sapere; se
hai qualche dubbio, ti pregherei ovviamente di farmelo
sapere".
E’ superfluo raccontare che lessi, con simulata
attenzione, quell’atto dai toni apparentemente simili a
un contratto, nel quale con minuziosa precisione
venivano elencate tutte le fantasie bondage possibili e
immaginabili: di volta in volta dovevo barrare tutte le
caselle, indicando le attività per le quali davo il mio
assenso e quelle invece per cui le negavo; chiudeva il
tutto una bizzarra formula di manleva con la quale
rinunciavo a far causa alla mia Padrona per eventuali
traumi derivanti da pratiche sadomasochistiche.
Inutile aggiungere che firmai e consegnai il foglio
alla mia collega, che rimirò le mie risposte con aria
piuttosto soddisfatta.
"Bene, bene", esclamò. "Credo che ci siano i
presupposti per passare una bella serata. Ti aspetto
venerdì sera a casa mia per l’ora di cena; e quel giorno
mettiti un perizoma femminile, al posto delle mutande:
le trovo più sexy, in uno schiavetto...".
Mentre accennavo ad alzarmi, mi fulminò con lo sguardo:
"E un’altra cosa!", esclamò. "Vedi di farti trovare
depilato; detesto gli uomini villosi".
E così eccomi a casa di una collega d’ufficio, di
venerdì sera, con la prospettiva che tutto possa
svilupparsi in qualcosa che si annuncia quanto meno
insolito.
La cena, devo dire, va avanti piacevolmente: porto con
me dei fiori e una bottiglia di vino che acquisto in
enoteca, con tutta la cura e l’attenzione che merita la
serata.
La cucina, devo ammettere, è deliziosa; anche la
conversazione è piacevole e verte su tutto tranne che
sul sesso; gli argomenti spaziano con disinvoltura dal
cinema, ai libri, sfiorando - ma solo di sfuggita - su
aspetti lavorativi; neanche un accenno al bondage.
E’ quando arriva il momento di sparecchiare e di
rigovernare la camera da pranzo che lo sguardo della mia
collega si fa più deciso e mostra un cipiglio che sa di
perversione.
"Adesso è arrivato il momento di fare sul serio, che ne
pensi?", sussurra lei.
"Mi sembra un’ottima decisione", mi limito a rispondere
candidamente.
"Spogliati, allora!", esclama la mia padrona con un
tono così deciso che non ammette repliche.
Sorpreso da tanta autorevolezza nella sua voce,
comincio a togliermi tutti i miei indumenti, riponendoli
con cura sulla sedia.
Lei mi guarda con aria canzonatoria, mostrando di
apprezzare comunque le mie gambe depilate e il perizoma
femminile che porto, di colore nero.
"Bravo: vedo che hai seguito le mie istruzioni alla
lettera", mi dice con tono compiaciuto. "Ora
inginocchiati".
Non posso fare a meno di seguire i suoi ordini: con il
suo tono di voce, con i suoi modi mi ha praticamente
stregato. Mi inginocchio davanti a lei senza sollevare
obiezioni.
"A questo punto sei ancora in tempo per decidere: se
vuoi andartene, facciamo finta che non sia successo
niente; se vuoi essere il mio schiavo per tutta la
notte, metti le mani dietro la schiena. Ma sappi che, in
quest’ultimo caso, sarà l’ultima decisione che potrai
prendere".
Mentre metto docilmente le mani dietro la schiena la
vedo tirare fuori dalla tasca, con molto garbo, del
nylon di colore nero con il quale impacchetta per bene
le mie mani: il tratto di corda si avvolge più volte
attorno ai miei polsi e i nodi sono stretti con molta
cura in modo tale che ogni mio eventuale tentativo di
slegarmi sia frustrato. Poi, la mia padrona comincia a
guardarsi attorno alla ricerca di qualcosa che non
riesco a capire, ma è solo un attimo di esitazione; dopo
di che inizia lentamente a spogliarsi, rivelandosi in un
completo intimo mozzafiato: nero il perizoma, nero il
reggiseno semitrasparente, nere le calze a rete che
comincia a sfilarsi con lentezza ben studiata.
"Leccami i piedi, schiavo!", esclama con quel tono
deciso che ormai riconosco. "Intanto decido cosa fare di
te per questa notte".
Non posso fare a meno di inginocchiarmi ancora di più
per raggiungere la punta dei suoi piedi e cominciare a
leccarne le dita, a succhiarle gli alluci; nonostante
sia evidente che questo atto di sottomissione le procuri
piacere, non lascia trasparire alcuna emozione.
Continuo a leccare i piedi e le caviglie ancora per un
po’, sino a quando la mia padrona decide di mettersi
seduta più comodamente, sul divano del salone: in
maniera esplicita, ammicca e mi fa cenno di avvicinarmi.
Faccio per alzarmi, quando il suo sguardo severo mi
fulmina: "Chi ti ha detto di alzarti? Avvicinati
lentamente, rimanendo in ginocchio; voglio sentirti
strusciare sul pavimento".
Ancora una volta è una decisione che non ammette
repliche o contestazioni: remissivo, mi avvicino a lei
trascinando le ginocchia.
La vedo fissarmi con un’espressione che è a un tempo
severa e divertita; quando sono ormai vicinissimo a lei,
si alza in piedi e comincia a passeggiare attorno a me
con fare interessato, il pollice e l’indice della mano
destra poggiati sotto il mento con la tipica espressione
di chi sta valutando.
E’ un attimo: la mia padrona si allontana di qualche
metro, apre un cassetto da cui esce fuori una ballgag di
plastica rossa; poi, con un movimento rapidissimo me lo
avvicina alle labbra e mi fa cenno di aprirla: "Un vero
schiavo deve essere imbavagliato, non trovi? Perciò fai
il bravo e fatti mettere questo bel gingillo in bocca".
Rassegnato, mi faccio imbavagliare senza opporre alcuna
resistenza; la mia dark lady si assicura che io non
possa emetter alcun suono comprensibile stringendo la
cinghia della ballgag; poi mi guarda soddisfatta ed
esclama: "Sei proprio carino! Adesso, voglio che tu ti
metta nella posizione di chi implora: abbassa per bene
la schiena, la tua fronte deve arrivare a toccare
terra".
Ancora una volta, non mi resta che obbedire e mi metto
docilmente nella posizione che mi ha ordinato di
assumere la mia padrona; non contenta, mi lega le
caviglie e assicura un tratto di corda tra i miei polsi
e le gambe in modo da rendere improbabile ogni mio
tentativo di rimettermi in piedi. Infine, lei si rimette
di nuovo a sedere sul divano e stende le gambe sulla mia
schiena, a mo’ di sgabello; la posso sentire armeggiare
con il telecomando e accendere il televisore: con
studiata calma, ascolta un notiziario mentre io mi trovo
in quella umiliante ma allo stesso tempo eccitante
posizione; ogni tanto, non posso fare a meno di emettere
un mugolio, che lei regolarmente punisce con fermezza,
tormentandomi rudemente la schiena e i glutei con un
frustino uscito fuori da chissà dove.
Dopo alcuni interminabili minuti, finalmente la mia
padrona decide di cambiare metodo di tortura: spegne la
televisione e mi consente di rialzare la schiena,
liberandomi da quella scomoda posizione in cui mi
trovavo; ora sono in ginocchio, le mani legate dietro la
schiena e i piedi bloccati, ma con lo sguardo dritto
davanti a lei.
Con aria divertita la mia padrona mi toglie la ballgag
e poi mi sorride, con rinnovata sadica ironia: "Ebbene,
non penserai mica che sia finita qui? Hai accettato di
fare lo schiavetto e allora agisci da schiavetto. Non ti
viene in mente niente di adatto al tuo ruolo?".
Non chiedetemi come abbia fatto a capire al volo le sue
intenzioni: sia pure con i movimenti impediti dai tratti
di corda avvinghiati attorno a me, mi avvicino
lentamente al suo pube e lo fisso con aria adorante.
Poi, la mia lingua si posa sulle sue morbide labbra
della vagina e stabilisce un primo contatto con le sue
parti intime; la sento gemere di piacere, in quello che
è stato una vero e proprio sovvertimento del rapporto
schiavo-padrone; incoraggiato dalla sua reazione, mi
spingo ancora oltre e continuo a sfiorarla.
Il contatto tra la mia lingua e la mia padrona è
letteralmente guidato dalla intensità dei suoi gemiti e
dal tremore del suo corpo, che mi rivelano quali sono le
parti maggiormente sensibili al piacere: tutte le volte
che capisco di aver provocato il suo godimento, anche io
esulto nell’andare a fondo in questa armonia che si è
perversamente instaurata tra di noi. Indugio tra le sue
labbra, accarezzandole con la mia lingua con voluttà e
ingordigia, godendo ancora di più quando la sua voce
freme di eccitazione; mi soffermo poi sul clitoride,
provocando lunghi acuti di piacere nella mia padrona.
Ora esploro il territorio del piacere reciproco con la
punta della lingua, premendo appena laddove so di
provocare appagamento, ora lecco avidamente come se
stessi assaporando un gelato.
Questo gioco continua senza interruzione per diversi
minuti; improvvisamente, un'esplosione di godimento
scuote il corpo della mia padrona; il suo corpo inizia a
tremare e la sua voce è sempre più rotta; capisco che
sta raggiungendo il suo orgasmo e ciò mi spinge ancora
di più a esplorare le segrete vie del suo piacere.
In poco tempo, un urlo selvaggio e animale suggella
l’apice del suo totale appagamento, di cui sono l’umile
e sottomesso artefice.
La posso vedere mentre mi fissa con aria soddisfatta
dell’orgasmo raggiunto, ma con lo sguardo ancora accesso
per il desiderio non ancora sopito; nel ruolo che mi
sono scelto e ho accettato senza battere ciglio non mi
resta che una sola alternativa, per cui sussurro con un
filo di voce: "Vuole venire un’altra volta, padrona?".
E’ ovviamente una domanda retorica, cui la mia dark
lady risponde con un eloquente gemito di piacere che
suona come un invito a continuare.
Di nuovo la mia lingua esplora i sentieri della
felicità della mia padrona e ancora una volta sono mia
guida il tremito e i mugolii di quel corpo che non
sembra ancora sazio di godimento.
Il secondo orgasmo sembra più difficile da raggiungere,
perché l’eccitazione cresce in modo più lento e graduale
rispetto alla esplosione di qualche momento prima. Ma io
non mi faccio scoraggiare e continuo nel mio
imperterrito compito di soddisfare gli appetiti di
questa donna di cui sono alla mercé. Questa volta ci
vuole più pazienza e abilità nello scovare tra i meandri
del corpo il punto che trascinerà la mia padrona
nuovamente all’apice della felicità.
Alla fine, eccolo che viene; se l’eccitazione era stata
più lento da raggiungere, l’orgasmo è come un torrente
in piena senza argini e barriere che tengano; senza
freni inibitori, la sento ancora una volta gridare di
piacere e scuotere il suo corpo come un animale
rabbioso; ma non è rabbia, quella che promana dalla mia
padrona, ma il pieno appagamento dei sensi.
Lei sta ancora ansimando, recuperando lentamente il
controllo di sé, mentre mi fissa per la prima volta con
aria benevola: "Sei stato bravo, lo sai? Ti meriti quasi
un premio", esclama la mia dark lady.
Con decisione, taglia la corda che teneva vicini i miei
polsi e le caviglie e mi aiuta ad alzarmi in piedi. Poi
mi fa sedere sul divano e, mentre mi fa cenno con il
dito indice di non fiatare, mi rimette la ballgag: "Stai
buono così", sussurra, "vedrai che ti piacerà".
In ogni caso non avrei avuto alcuna intenzione di
protestare, ma di fronte a un invito così rassicurante
non posso che mettermi comodo e aspettare di capire che
cosa ne sarà di me.
La mia padrona si siede dolcemente accanto a me e mi
afferra il membro con le mani; poi si avvicina
lentamente al mio pene e comincia a sfiorarlo con la
bocca, con una studiata lentezza che aumenta in me
l’eccitazione che era già sorta sin da quando mi ero
calato nel mio ruolo di schiavo.
Il gioco dura ancora alcuni minuti: la mia dark lady si
decide infine ad abbracciare la mia dura asta con le sue
labbra turgide e inizia una perversa fellatio.
Non riesco a dominare una sensazione di piacere
estremo; la mia padrona succhia, succhia avidamente il
mio membro, soffermandosi ogni tanto a leccare il
glande. So benissimo che non riuscirò a resistere molto:
quando giungo all’apice del piacere, non riesco a
trattenere la mia frenesia.
Raggiungo l’orgasmo emettendo un mugolio selvaggio per
via della ballgag che mi impedisce di proferire parola:
il mio fluido esce abbondante e viene avidamente
ingoiato dalla mia padrona.
Pochi istanti dopo, siamo uniti in un abbraccio
sado-masochistico, che vede me ancora legato e
imbavagliato ma con la testa appoggiata sul suo seno
accogliente; sporadicamente, lei accenna a qualche
moina, che stride con il contenuto della serata e con il
mio status di schiavo, ma non mi importa. La serata è
stata intensa ed eccitante, ho ottenuto quello che
desideravo. So che alla fine lei mi slegherà, ma anche
qualora se ne dovesse dimenticare non sarò certo io, a
protestare... |
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