
Tecla
(part n.1)
di Ashara
Quel profumo l’aveva tormentata
tutto il giorno. Un profumo dolce e deciso, speziato. Un
profumo da uomo, di una qualche marca famosa. Tecla non
sapeva dire quale, non se ne intendeva, ma di sicuro non
era la prima volta che lo sentiva, solo che stavolta era
diverso. Stavolta, sotto agli effluvi ben calibrati del
prodotto commerciale, ce n’era un altro che si mischiava
e sposava deliziosamente col primo: odore di uomo, odore
della sua pelle e di sudore leggero.
Per tutto il giorno le aveva dato alla testa,
togliendole la concentrazione dal corso che stava
seguendo.
Era certa provenisse da uno degli uomini seduti dietro
di lei, ma non riusciva a capire da quale. La piccola
sala conferenze non era per niente affollata: le prime
tre, quattro file erano piene, mentre le altre, compresa
quella dove stava Tecla, avevano solo poche persona
sparse. Direttamente davanti a lei non c’era nessuno per
tre file (aveva scelto quel posto apposta!), e ai lati
aveva una donna, due posti più in là alla sua destra, e
un uomo in fondo alla fila alla sua sinistra. I più
vicini erano quindi i tre uomini dietro di lei... ed era
da lì che proveniva quel profumo così distraente.
Evidentemente i tre si conoscevano, infatti avevano
parlottato per tutto il tempo, e anche durante le pause,
a pranzo e a cena, erano stati insieme, frustrando ogni
tentativo di Tecla di capire da chi esattamente
provenisse quel dannato profumo.
Non le era mai capitata una cosa del genere: di solito
quello che la attirava, che la eccitava negli uomini era
il loro aspetto, il modo di muoversi, le espressioni, il
loro modo di far trasudare com’erano dentro. E il suono
della loro voce: adorava le voci basse, profonde. Le
davano sempre un brivido dentro.
Quando un uomo le piaceva, di solito le piaceva
anche il suo profumo, cioè esso doveva far parte di
quell’armonia, quell’alchimia che le rendeva un uomo
attraente.
Ma non le era mai capitato di sbavare dietro a un
profumo senza nemmeno conoscere l’uomo che lo emanava.
E invece... e invece oggi era stato diverso. Oggi si
era eccitata solo a sentire quell’odore. Oggi aveva
passato la giornata a cogliere ogni zaffata, e ogni
zaffata le aveva fatto indurire i capezzoli, ogni
zaffata aveva scatenato nella sua mente immagini di
lussuria sfrenata.
E aveva osservato di sottecchi tutto il giorno i tre
dietro di lei, cercando di cogliere il responsabile.
Tre omoni sulla quarantina, piuttosto alti: il più
basso sfiorava il metro e ottanta, il più alto arrivava
quasi al metro e novanta. Tutti e tre robusti: spalle
larghe, braccia e gambe muscolose, chi più chi meno un
accenno di pancia; probabilmente tutti sulla novantina
di chili. Capelli tagliati molto corti (un biondo e due
castani), barba rasata di fresco. Tutti e tre in jeans
scuri o neri, giacca e camicia, senza cravatta. Tre
uomini normali, ciascuno carino a suo modo ma certo
nessuno di una bellezza fulminante.
Eppure Tecla non riusciva a staccare loro gli occhi di
dosso, attirata dall’irresistibile canto di sirena che
era quel profumo.
E loro se ne erano accorti, oh sì! Avevano colto le
occhiate furtive che la donna lanciava loro e, uno alla
volta, avevano iniziato a ricambiarle, studiandola.
Tecla sapeva che ciò che vedevano non sarebbe spiaciuto
loro: una ventinovenne minuta ma ben proporzionata, con
lunghi capelli scuri e liscissimi, occhi scuri e la
pelle diafana, seno piccolino ma sodo e un bel sedere. I
jeans strettissimi e la camicetta sciancrata
sottolineavano il suo fisico snello, e le decolleté col
tacco le davano quei centimetri in più che le servivano
per non passare esattamente per tappa.
A cena si erano cambiati tutti e, mentre la ragazza si
aggirava per il buffet, sentiva i loro occhi che
seguivano i movimenti del suo corpo sinuoso, fasciato in
un abito nero molto scollato sulla schiena.
Dopo cena li aveva però persi di vista e aveva passato
la serata con la sua compagna di fila e un paio di altri
compagni di corso al bar dell’albergo. Era stata tutto
sommato una serata piacevole, ma non era riuscita a
scacciarsi dalle narici il fantasma di quel profumo così
eccitante.
Si era infilata sotto le coperte fantasticando sui tre
compagni di corso e su quel profumo, e adesso, nel cuore
della notte, si era svegliata di soprassalto sentendolo
ancora nelle narici. Adesso stai esagerando,
ragazza! si disse. Fece per rigirarsi nel letto ma
si bloccò a metà movimento. Il profumo era reale, non se
lo stava immaginando. E, dopo qualche istante nel buio
pesto della stanza, sentì il rumore lieve di un respiro
che non era il suo.
Immobile, paralizzata, il cuore che batteva a mille
contro le costole, quasi cercasse di uscire per mettersi
in salvo.
Un sussurro: "Sei sveglia?".
Un uomo. Accanto al letto.
Il terrore la bloccava, ma quel maledetto profumo le si
insinuava di nuovo nelle narici confondendola.
Riuscì a raccogliere un briciolo di presenza di spirito
e a tirarsi nell’angolo opposto del letto, con le
coperte al petto come una barriera.
Con il divertimento che trasudava dalla voce nonostante
stesse sussurrando l‘uomo disse: "Lo prendo per un sì".
Dopo una lunga pausa che ebbe l’effetto di snervare
Tecla e di inebriarla ancora di più col profumo,
intensissimo nella piccola stanza, di spezie e di
maschio, l’uomo aggiunse: "Ho visto che mi guardavi
oggi. Ho visto come mi guardavi. Sono venuto per
realizzare la tua fantasia".
Nonostante il terrore, a Tecla sfuggì uno sbuffo, un
grugnito a metà tra il divertito e l’incredulo. Ma
senti un po’ questo!
"No, non fraintendermi...
non sono un maniaco. Dimmi che vuoi che me ne vada, e me
ne andrò".
Tecla non rispose, il cervello cercava di lavorare
preso tra la paura, la convinzione che l’avrebbe
violentata, l’incredulità che lui se ne andasse sul
serio, la curiosità per quest’uomo così sicuro di sé da
entrare nella sua stanza - come c’era entrato poi? - e
pretendere che lei avrebbe goduto della sua violenza,
l’eccitazione causata da quello stramaledetto profumo.
Vinse la paura.
"Vattene", sussurrò.
I suoi occhi ormai abituati al buio intravidero una
sagoma che si alzava. Per un attimo la paura dello
stupro la paralizzò. Poi la sagoma si spostò verso la
porta e in un colpo solo il terrore la abbandonò con una
lunga esalazione del respiro, lasciandola svuotata. Se
ne andava sul serio!
La successiva inalazione, lunga, profonda, la riempì
ancora una volta del profumo di lui.
Un passo, un altro, l’uomo era ormai alla porta. Lo
sentì afferrare la maniglia, girarla.
Prima di capire lei stessa cosa stava per fare esclamò:
"Fermo!".
Lo udì girarsi. Un sussurro: "Sì?".
"Cosa vuoi?".
"Te l’ho detto cosa voglio. Sei bellissima e io voglio
goderti e farti godere. Voglio sentirti sussultare
intorno a me mentre gridi un orgasmo dietro l’altro".
Tecla rimase senza fiato. Le sue parole, la sua voce...
il suo odore. Si sentì sciogliere, e la parte di sé che
si scioglieva passava attraverso il suo inguine,
inzuppandole le mutandine.
Si accorse che stava ansimando.
I secondo passavano, ticchettando via tra il respiro
affannoso di lei e quello sempre più concitato di lui.
Alla fine, sempre sussurrando, l’uomo chiese: "Vuoi
ancora che me ne vada?".
Chiudendo gli occhi, anche se era inutile nel buio
quasi assoluto, Tecla disse: "No".
Lo sentì staccarsi dalla porta e avvicinarsi al letto
senza toccarlo.
"Voglio che tu sappia che la porta non è chiusa a
chiave, e che basta dirlo e me ne andrò. Va bene?".
"Va bene".
"E che qualsiasi cosa vuoi che io faccia o non faccia,
basta dirlo e io la farò o non la farò. D’accordo?".
"D’accordo".
"Un’ultima cosa: per tutto il tempo che sarò qui, non
accendere la luce".
"Perché?".
"Fidati di me".
"Va bene".
Sentì un fruscio: stava scostando le coperte per
infilarsi nel letto con lei. Un brivido percorse Tecla,
ma non era un brivido di paura. Vederlo arrivare alla
porta per uscire l’aveva rassicurata. Certo, era stata
manipolata, lo sapeva anche lei... ma accettandolo
l’aveva resa complice e a sua volta artefice, le aveva
dato una parte del controllo sulla situazione. E adesso
non voleva più tornare indietro.
Il letto si abbassò parecchio quando lui ci si sedette,
con le gambe sotto le coperte e il busto appoggiato alla
testiera, accanto a Tecla. Il suo profumo, il suo odore
era schiacciante, e la ragazza ne era quasi ubriaca. Il
suo fiato sulla pelle, tiepido e all’odore di
dentifricio, la solleticava. Erano vicinissimi. L’idea
che solo pochi centimetri di spazio e il sottile strato
di stoffa della camicia da notte la separava da un
perfetto sconosciuto del quale non riusciva nemmeno a
intravedere le fattezze era terribilmente eccitante. Chi
era dei tre?
Esitante, sollevò una mano cercando a tentoni il viso
di lui nell’oscurità. Come una cieca, passò la punta
dell’indice e del medio sulla fronte spaziosa, sulle
sopracciglia folte, sul naso affilato e sulle guance
ricoperte dalla ruvida ricrescita della barba. Chi era
dei tre?
L’uomo rimase fermo sotto quello scrutinio, ma nel
silenzio Tecla poteva sentire il suo respiro cambiare,
il battito del suo cuore accelerare. Perfino il suo
odore, che l’aveva così ubriacata, stava leggermente
cambiando, diventando ancora più intossicante. Non
l’essenza artificiale ovviamente, ma il profumo di lui.
Quando le dita di lei gli passarono sulle labbra,
stranamente morbide per essere quelle di un uomo, lui
fece qualcosa di inaspettato: aprì la bocca,
risucchiando la prima falange. Sorpresa, Tecla si lasciò
sfuggire un urletto ma non ritrasse la mano.
L’uomo chiuse saldamente le labbra sulle dita catturate
e prese a passarci sopra la lingua, leccandole,
avvolgendole. Pian piano ne prendeva in bocca sempre di
più, giocandoci. Il contatto umido e ruvido,
incredibilmente sensuale, inviava brividi lungo il
braccio della ragazza, che si spandevano su per il collo
e giù per l’addome facendola mugolare. Fu allora che la
mano dell’uomo trovò il suo polso e, lievemente
sfiorandola, percorse tutto il braccio fino alla spalla.
Passò poi alla clavicola e al collo. Saliva con la punta
delle dita fino alla mascella e, sempre lieve come ali
di farfalle, riscendeva accarezzandole il decolleté fin
dove lo scollo della camicia da notte lo permetteva.
I brividi, le sensazioni scatenate solo da quel tocco
erano incredibili.
Sempre con delicatezza, anche l’altra mano entrò in
gioco scostandole dalle spalle la camicia da notte, che
ricadde leggermente fermandosi sopra i seni. Poi
all’improvviso la sua bocca lasciò andare le dita e
iniziò a seguire il percorso intrapreso pochi minuti
prima dalla mano. Una scia di piccoli lievi baci lungo
il braccio, la spalla, la clavicola, il collo, la
mascella, di nuovo giù per il collo e il petto, fino a
soffermarsi all’inizio della rotondità del seno. La
barba raspava contro la pelle morbida.
Tecla, con gli occhi sbarrati nel buio della stanza,
ansimava pesantemente sentendo le sue viscere
sciogliersi sempre di più. Si rese conto che lui stava
aspettando la sua incitazione a proseguire.
"Non... non fermarti", riuscì a balbettare inalando
profondamente il suo profumo così vicino, godendo del
calore del suo corpo.
E lui proseguì, abbassando del tutto la camicia da
notte e scoprendole i seni.
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