Trofei
di Stefano M.



     Monica indossò la sua vestaglia rossa: velluto su pelle morbida e dolce.
     Si mise a sedere sul bordo del letto, accavallò le gambe.
     Si accese una sigaretta.
     Fissò con aria divertita l’uomo che si stava rivestendo: era secco come un chiodo e, nel vedere le costole affiorare da sotto la pelle, le tornò in mente quando, da ragazzina, aveva visto un amico di suo fratello completamente nudo. Erano andati al lago per una gita domenicale e il ragazzo, che doveva avere dodici anni, noncurante della presenza di una bambina si spogliò completamente. Passato l’iniziale imbarazzo alla vista di quelle natiche scheletriche, la sua attenzione era stata attirata con prepotenza dalle sue costole: ricordava di aver pensato che più che un maschio, l’amico di suo fratello sembrava un aborto di xilofono con le gambe.
     E così l’uomo davanti a lei: magro all’inverosimile sembrava davvero uno xilofono con le gambe.
     Si trattenne dallo scoppiare a ridere: schernire il corpo sgraziato di uno dei suoi clienti fissi poteva essere un’idea infelice. Era uno di quelli che pagavano i mille euro che chiedeva senza fare storie e, con il passare degli anni, aveva cominciato a farle dei regali. Il primo era stato un mazzo di rose per poi arrivare, il mese prima, a una borsa che costava un occhio della testa.
     Le aveva detto di chiamarsi Daniele, anche se non era il suo vero nome: come quasi tutti gli uomini che frequentavano il suo appartamento, anche lui aveva usato un nome non suo. Monica trovava la cosa ridicola: a lei non importava chi erano o cosa facessero una volta usciti da casa sua. A lei interessavano soltanto il denaro, tutto il resto era pura idiozia tra una scopata e l’altra.
     Daniele era stato uno dei suoi primissimi clienti e a Monica erano bastati pochi incontri per capire come mai l’uomo aveva cercato il corpo di una donna che non fosse sua moglie. Daniele era un tipo smunto, dal colorito pallido, uno di quegli uomini che passano del tutto inosservati agli occhi delle donne, degli altri uomini, del mondo in generale. Era così insignificante che Monica stessa aveva dovuto compiere uno sforzo mastodontico per concedersi, dietro pagamento, a un uomo come lui.
     E lei aveva capito perfettamente che, dietro quella faccia da perdente, si nascondeva un maniaco ossessionato dal sesso della peggior specie.
     Le aveva chiesto di soddisfare perversioni che nessuno avrebbe mai associato a quella faccia da intellettuale fallito e, quando avevano finito, dopo una lunga ora di giochi proibiti Daniele si era messo a sedere in mezzo al letto e, con tono soddisfatto, aveva detto che quelli erano stati i mille euro meglio spesi della sua vita.
     La donna aveva sorriso e, con fare molto professionale, gli aveva chiesto se voleva tornare.
     Lui aveva annuito ed era tornato da lei ogni due settimane per la bellezza di sei anni.
     Monica non aveva mai saputo che lavoro facesse, ma era un fatto insignificante: a ogni appuntamento lui si presentava con quattro biglietti da cinquecento euro e per lei questo era più che sufficiente.
     Daniele finì di abbottonarsi la camicia, poi si voltò verso di lei: "Grazie Monica, anche questa volta è stato meraviglioso", disse lui con sincerità disarmante.
     Monica rispose con un sorriso di cortesia pensando che dopo di lui aveva solo un altro cliente. Poi sarebbe potuta uscire per una pizza e, se avesse fatto in tempo, per l’ultimo film del venerdì notte. Sperava di trovare una commedia leggera che la facesse ridere di cuore. Niente di troppo impegnativo, solo un buon caro vecchio film spazzatura come solo gli americani riuscivano a fare.
     "Ci vediamo tra due settimane?", chiese Daniele mentre annodava la cravatta.
     Andava agli appuntamenti elegantissimo: altro aspetto ridicolo di un uomo ridicolo, visto che si toglieva i vestiti due secondi dopo che la porta era chiusa alle sue spalle.
     "Certo", rispose lei, "ti segno per il 22, ok?".
     Daniele annuì soddisfatto.
     "Allora ciao Monica", salutò lui avvicinandosi alla porta, "grazie di tutto".
     Monica abbozzò l’ennesimo sorriso di circostanza e salutò con la mano: in quel preciso istante voleva solo che si levasse dai piedi.
     Daniele aprì la porta e fece per uscire, poi si fermò.
     Si voltò.
     "Monica, posso chiederti una cosa?".
     Lei annuì.
     "So che è contro le regole, ma visto che ormai ci frequentiamo da tempo pensavo che, ecco, magari... ehm, potremmo cenare insieme una volta di queste".
     Monica sospirò: erano tanti quelli che ci cascavano. Quelli che, dopo un po’ d’incontri, finivano per innamorarsi di lei. E non c’era possibilità d’errore: anche Daniele si stava innamorando. Meglio mettere subito le cose in chiaro, prima ancora che il fesso potesse mettere su un dannato castello campato a mezz’aria.
     "Daniele, sai benissimo che non possiamo andare a cena insieme. Lo sai, te l’ho detto la prima volta che ci siamo visti: non voglio nessun tipo di complicazione e una cena potrebbe essere l’inizio di tutta una serie di complicazioni fastidiose. Potrebbero venirti in mente idee sbagliate su di noi. Non voglio essere brutale, ma tu per me sei solo un cliente, così come io per te devo essere solo una puttana. Quindi, se non ti sta bene non tornare. Ti cancello dalla mia agenda e festa finita", dura e spietata, giusta e intransigente: solo così poteva ottenere rispetto dai pervertiti che venivano da lei.
     Sentendo quelle parole Daniele diventò pallido come il famigerato straccio e un leggero tremore ne rivelò il turbamento: perderla significava mettere fine a tutti quei giochi che gli regalavano tanto, troppo piacere. Che avrebbe perso tutto ciò che sua moglie non era mai riuscita a dargli.
     "Allora?", lo incalzò Monica: mai dare un attimo di tregua, sempre con il fiato sul collo o con il coltello alla gola.
     "No Monica, ti prego! Lascia perdere, la mia è stata solo una proposta idiota: fai finta che non abbia detto niente, anzi, sai che faccio? Me ne vado, ok? Ok Monica?", e l’ultima domanda era suonata come una triste e piagnucolosa supplica, la supplica di un bambino che ha paura del buio e che chiede alla mamma di rimanere in camera con lui fino all’arrivo del sonno.
     "Va bene Daniele, ma non farlo mai più, sennò sarò costretta a dirti addio".
     L’uomo annuì con aria terrorizzata e senza dire una parola se ne andò.
     Monica sospirò: ci cascavano tutti alla fine. Era un dato di fatto. Era una conseguenza inevitabile della loro perversione e delle loro manie: il sesso era il più irresistibile dei guinzagli.
     "Uomini", bisbigliò avvicinandosi al comodino.
     Dal cassetto prese un paio di guanti in lattice; li indossò, poi si chinò sul cestino dove Daniele aveva lasciato cadere il preservativo.
     Molti sbuffavano e si lagnavano del profilattico, ma anche su questo era stata irremovibile: gli uomini potevano succhiarla, leccarle la fica fino alla nausea, ma lei non avrebbe mai e poi mai toccato una sola goccia di sperma. Era troppo felice, troppo ricca, troppo viva per correre inutili rischi con qualche malattia.
     Si lamentavano, ma alla fine nessuno rifiutava: tutti la volevano, tutti volevano godere del e nel suo corpo.
     Facendo attenzione a non far uscire il contenuto afferrò il preservativo: il liquidò biancastro era abbondante, segno evidente che era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che Daniele aveva fatto sesso o si era masturbato.
     Sorrise: a suo modo era un gesto dolce.
     Andò in cucina e dal congelatore prese un barattolino. Lo svitò e con cura vi rovesciò lo sperma di Daniele. Richiuse il barattolo e lo rimise al suo posto.
     Nel freezer di Monica non c’erano alimenti surgelati, solo tanti barattolini, uno per ognuno dei suoi amanti. Tanti barattolini pieni di liquido seminale.
     Monica sorrise: era il suo modo di collezionare uomini.
     Provava piacere, godeva con loro, delle loro manie, dei loro desideri più perversi. Godeva nel vederli sottomessi, plagiati, inermi, succubi del suo fascino, del suo corpo, della sua fica, ma il piacere era troppo volatile, impossibile da preservare se non nel ricordo. Ma a lei dei ricordi importava poco. Aveva sentito la necessità di trovare un trofeo che testimoniasse concretamente la presenza, anzi, l’esistenza delle sue vittime sessuali.
     E alla fine lo spruzzo bianco era stata la scelta più logica. Semplice da ottenere e facile da conservare.
     Aveva barattoli su barattoli, ognuno con una precisa etichetta dove Monica aveva scritto di suo pugno il nome dell’uomo e la data del loro primo incontro.
     C’erano uomini come Daniele che avevano più di un barattolo, chi invece ne aveva solo uno e per di più con una sola dose, ma non le importava: tutti i suoi trofei avevano lo stesso identico valore ai suoi occhi. Era il segno concreto della sua potenza, della forza assoluta del suo corpo. Della vittoria inconfutabile e definitiva della donna sull’uomo.
     Monica richiuse il freezer e tornò in camera da letto.
     Controllò la sua agenda: l’ultimo trofeo della giornata si chiamava Guido, un tipo inoffensivo che amava farsi pisciare addosso.
     Sorrise: sarebbe arrivato entro una ventina di minuti. Aveva tutto il tempo per una doccia e bere qualche litro d’acqua per inondarlo così di pipì.
     Alla fine Guido chiedeva sempre una sega e, dopo essere venuto, s’infilava sotto la doccia di Monica. E usare la doccia di Monica era un extra da duecentocinquanta euro, specialmente se il fesso credeva di usare anche la spugna della ragazza.
     Scosse la testa e sorrise: alcuni dei suoi trofei erano dei perfetti imbecilli.
     Aprì l’acqua: il getto caldo le regalò un brivido di piacere e, per un tempo che alla fine sembrò troppo breve, non ci fu che il massaggio dolce e appagante dell’acqua sulla suo pelle.






1 Commento:
Gustavo Tempesta          22/12/2011
"Sentivo il suo piacere uscirle dal corpo; e questo contribuiva ad aumentare il mio". Quelli che descrivi sono solo poveri amanti.





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