
Troia
"Sarebbe bello vederti arrivare in
gonna. Quella gonna lunga fino a sopra il ginocchio che
mi dicevi di indossare ieri quando eri connessa con me.
Sarebbe bello vederti arrivare con quella gonna e con
sotto nulla", aveva scritto l’uomo solo qualche giorno
prima.
La donna in piedi davanti l’entrata del bar, la gonna a
coprire le cosce e lasciare nudo il ginocchio velato da
autoreggenti leggere, gli stivali neri ad avvolgere i
polpacci. In piedi, con le mani l’una stretta
nell’altra, si guarda intorno mentre alcuni uomini
d’ufficio, riconoscibili dall’abito elegante e
impeccabile, le passano vicino, entrando e uscendo dal
bar, sfiorandole impercettibilmente il braccio e bevendo
un po’ del suo odore.
"Come faccio a riconoscerti?", aveva chiesto lei
fissando ansiosa lo schermo del pc.
"Ci riconosceremo, vedrai. Adesso spogliati", scriveva
l’uomo nell’ultima riga, prima che la donna sfilasse
maglia e mutandine e le appoggiasse sulla scrivania, di
fianco alla tastiera.
"Sono nuda".
"Adesso lascia la tastiera e con la mano scendi tra le
gambe", continuava a scrivere lui pochi giorni prima che
i loro profumi si mescolassero davvero.
Ora la donna è lì, con i piedi leggermente incrociati,
appoggia la schiena alla vetrina del bar e accende una
sigaretta nell’attesa.
"Quando finirà questa tortura?", gli aveva scritto lei.
"Finirà tra pochi giorni, non preoccuparti. Ora toccati
e accendi il microfono. Fammi sentire".
Un uomo si avvicina a passo svelto. Dopo un attimo di
esitazione le sorride. La stringe tra le braccia e le
bacia le guance.
Ora sono l’uno davanti all’altra, senza schermi a
dividerli, senza collegamenti alcuni.
Solo lei.
E lui.
Immobili e silenziosi per quel primissimo imbarazzo che
introduce qualsiasi incontro al buio.
La donna segue l’uomo nel bar, facendo slalom tra la
folla e facendosi condurre a un tavolo.
L’ultimo.
In fondo alla sala.
L’uomo e la donna si scrutano.
Si studiano.
Lei lo guarda mentre lui, con gli occhi bassi, sfila
sul menù prima di ordinare. Poi si volta prima che lui
possa accorgersi che lo sta guardando.
"Ho voglia di te. Ascoltarti ansimare e sentirti
chiedere di più. Voglio vedere l’espressione del tuo
orgasmo. Voglio vedere che occhi hai mentre fai
l’amore", gli scriveva ancora lei, prima di affondare
con le dita nella fica, seduta sulla sua poltroncina di
velluto rosso del suo studio davanti alla finestra
aperta, con le gambe divaricate e gli occhi saldi sullo
schermo.
"Finalmente ci vediamo...", le dice lui sorseggiando il
caffè fin troppo caldo e fissandola da sopra la tazzina.
Seduti.
L’uno di fronte all’altra, ora.
"Sì, mi fa piacere essere qui. Con te...", gli dice lei
in un sorriso ricordando...
Ricordando quando, da sola sotto la luce bianca del pc,
affondava in se stessa con le mani sussurrando gemiti
nel microfono, mentre lui le diceva di non smettere, di
continuare a godere.
Ricordando quando pronunciava parole irripetibili anche
alle sue orecchie, parole che difficilmente avrebbe
detto a qualcuno e sicuramente mai a se stessa.
Troia.
La tua piccola troia, gli diceva.
E adesso erano lì, a stemperare l’imbarazzo sullo
stesso piccolo tavolino di quel bar, a guardarsi ed
esaminarsi per riconoscere nei tratti puliti dei loro
volti il suono di quelle parole.
Troia.
Mentre lei si penetrava con le dita sottili facendo
ascoltare al suo uomo la fica liquida che le colava tra
le mani.
"E se non ti piaccio? E se non sono all’altezza? Come
faccio a sapere che posso baciarti se voglio baciarti?
Come faccio a sapere se anche tu lo vuoi?", continuava a
scrivergli lei.
"Sarai tu a decidere. Sarai tu a scegliere, vedrai.
Basterà un’occhiata", le scriveva lui.
E così ora la donna lo guarda mentre sorseggia il suo
caffè, cercando di leggere nei suoi occhi, resi quasi
grigi dalla luce mattutina, quella voce sorda e profonda
che lui aveva nell’orgasmo, sentita più e più volte
attraverso il filo del microfono.
La voce sorda che le ripeteva, a seguito di ogni
gemito, sempre la stessa cosa.
Troia.
"Vado un momento alla toilette", gli dice lei. "Non ne
hai bisogno anche tu?", continua poi ridendo.
Si avvia verso il corridoio entrando nel piccolo bagno
e lasciando la porta dischiusa.
L’uomo si alza e, con passi calmi e lenti, la segue.
Affacciandosi oltre la soglia la vede lì, con la
schiena appoggiata alla parete, le gambe leggermente
divaricate, le mani aggrappate alle cosce.
"Vieni", gli dice lei con la voce bassa.
L’uomo entra richiudendosi la porta alle spalle e si
avvicina.
"L’ho sognato tanto questo profumo", le dice passando
con il naso sul collo di lei fin sopra la gola.
Con le mani le corre sulle cosce alzandole la gonna
fino in vita.
"Sei stata brava, hai fatto come ti avevo chiesto", gli
dice mentre percorre lieve con due dita la leggera
peluria della fica nuda.
La donna chiude gli occhi. Gli prende la testa tra le
mani arruffandogli i capelli scuri, se lo avvicina al
petto.
La mano di lui la prende forte tra le cosce.
Lei trema.
L’uomo liscia il taglio tra le labbra e scorre con le
dita unite fino all’entrata, per poi sprofondarle dentro
in un colpo.
Lei geme.
Poi grida.
Lui le tappa la bocca con la mano spingendole la testa
contro la parete.
"Zitta, troia", le dice spingendosi ancora dentro in un
altro colpo secco. "Ricordi quando eri tu a scoparti con
le dita per farmi sentire quanto eri eccitata?",
continua l’uomo.
"Sì, ricordo...".
Certo che ricordava.
Ricordava di essersi ripresa, con una piccola webcam, e
di avergli fatto vedere mentre l’orgasmo le colava tra
le cosce bagnando la poltrona rossa.
Ricordava di averlo sentito ansimare e di averlo visto
schizzare, mentre la guardava venire attraverso lo
schermo del pc.
Continuava a ripeterle la stessa cosa.
"Godi, troia. Godi".
E chiazze bianche coprivano a tratti la webcam e parte
della tastiera.
Ora lei è lì.
Si è girata di schiena al suo uomo porgendogli il culo
bianco e sodo, e allargandolo con le mani per
permettergli di entrare.
Con poche lievi spinte il cazzo le entra dentro fino
alla base.
La guancia schiacciata contro il muro, il seno
compresso contro la parete fredda di quel bagno.
"Lo sai che così mi fai venire subito. Lo sai che... che
sono sensibile se mi tocchi così", gli dice lei.
Ma lui sembra non ascoltare.
Continua a spingere facendosi risucchiare da quel buco
stretto e caldo, tenendo le mani su quelle di lei e
continuando a tirare e a stringere le natiche verso
l’esterno per agevolare i movimenti.
E lei che sotto quei colpi si fa premere e schiacciare,
comprimere e pressare, assecondando le sue spinte.
E lei che con le mani si aiuta.
E lei che con le dita sottili sul clitoride calca,
preme, pressa finché la voce di lui bloccata, spezzata
in gola, non le dice "Godi, non smettere. Godi".
Troia.
(dedicato) |
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