
Un'ora
d'amore
(part n.1)
di Nessuno
Come
profuma il mare! Dalla finestra penetra l’odore
dell’aria fresca; diffonde l’aroma della salsedine nel
primo tepore di primavera. Un brivido di piacere sale su
per la schiena.
Che mare! Il quartiere si bea, affacciato, a guardare
il cargo. L’imponente nave, per effetto della Fata
Morgana, si ancora sotto le finestre. L’onda s’allunga;
accarezza lo scafo. Presenza imponente, come la
Bagnante di Valpinçon di Ingrès. Dondola
lentamente, di spalle, girando di due o tre gradi
intorno alla catena; cullata dal filo leggero della
corrente a cui oppone la torpida massa. Altera e
sussiegosa, la rotondità della poppa si mostra, lubrica,
agli occhi curiosi sullo specchio d’acqua brezza del
mattino.
In quel giorno doveva possederla, no, non il cargo, la
sua lei. L’ansia dell’incontro rendeva più eccitanti le
ore che precedevano. Le chiacchiere galanti, gli scritti
deliranti, i passi falsi, le perdite di tempo, i
ripensamenti, i rimorsi, le esitazioni erano alle
spalle. Davanti, il campanello lo invitava al contatto
esiziale; ipnotizzandolo, sembrava imporgli:
Suonami! La curiosità di conoscerla di persona, di
sapere com’era fatta, come si sarebbe comportata e di
confrontarsi con lei, per la prima volta, due
sconosciuti uno di fronte all’altro; il desiderio che lo
riempiva lo fece trasalire quando s’accorse che qualcuno
al di là della grata del citofono chiedeva chi fosse. Né
udì la voce che sicuramente doveva aver risposto a quel
suono profondamente vellutato che gli indicava a che
piano dovesse salire. L’assalirono, mentre saliva con
l’ascensore, i laconici ammiccamenti, le schermaglie
vere o immaginate che rendevano dubbiosa l’attesa
febbrile di una conoscenza che di lì a poco sarebbe
maturata. E, dopo, che ne sarebbe stato? Un danno
irreparabile o solo il benessere di un attimo di
concupiscenza? L’indomani? Una sequela di giorni
tediosi, in attesa di un nuovo risveglio, come quello
che stava vivendo? Un suono di carica; nuovi incontri,
nuovi patemi d’animo, nuovi battiti affannosi? O, forse,
solitari, esaltanti scontri di fantasie conclusi in
deprimenti solitudini?
Un sussulto e l’ascensore, arrivato al piano, schiuse
silenziosamente la porta a scrigno su quel mondo fatato,
spingendolo in avanti. Sul pianerottolo un uscio aperto
lo invitava ad attraversare la soglia; l’ingoiò. Sulle
prime non riusciva a distinguere nessuno. L’inquietudine
non ebbe il tempo di avere il sopravvento, perché
l’immagine stupenda si materializzò dietro l’uscio che
aveva delicatamente scostato per farlo entrare e da cui
si era fatta pudicamente ricoprire.
"Ciao...", l’apostrofò sorridendo timidamente.
Era in frusciante vestaglia di seta.
Alta, slanciata, volgarmente detto... di coscia lunga;
incarnato pallido tranne che per il volto, vivacizzato
da un tocco di fard; bistrata di verde intorno agli
occhi; acconciatura bionda, corta, alla maschietta.
Inquietante, sinuosa nel movimento, in fondo non
eccessiva. Tacchi vertiginosi. Si sentì inadeguato, ma
anche inorgoglito dalla presenza di quell’essere fino ad
allora vivente solo nel suo immaginario e ora in carne e
ossa innanzi agli occhi, che si sforzò di mostrare
dolci, non aggressivi come gli destava l’istinto.
Velavano, tuttavia, l’inquieto timore dell’incognito.
Cordiali, ma riservati, si sforzarono di parlarsi.
Giusto qualche convenevole. Lei, forse, volutamente
composta, lui, involontariamente, timido e confuso.
All’improvviso egli si ritrovò in piedi, teneramente
chino su di lei, seduta sul divano, la vestaglia
discinta mentre la baciava. Fu un bacio lungo su labbra
calde, che s’infervoravano man mano che il tempo
inanellava i suoi cerchi, fino a staccarsi a stento,
come a prosecuzione di un pensiero o di un desiderio che
all’istante avesse folgorato entrambi. Il rossetto si
stampò sulle labbra di lui.
Con un sorriso furbetto e conciliante gli consigliò di
spogliarsi, preoccupata che gli si macchiasse la
camicia. Elettrizzato da quel tumido tocco, carico di
burrosa sostanza, s’inebriò. Tremando in ogni fibra si
spogliò con brevi gesti, cercando di affastellare i
vestiti nella stessa direzione il più rapidamente
possibile. La guardava, intanto, semisdraiata sul
divano, le gambe affusolate e blandite da trasparenti
calze di seta color carne, accavallate con studiata
maestria ed eleganza. Il reggicalze, in tinta con il
corsetto, delimitava il candore dell’alta coscia nuda,
che sgambava verso il delta di venere, orlato di pizzo
trasparente, che nascondeva le promesse del paradiso. Il
corpetto scuro guidava l’occhio verso il davanzale del
moderato gonfiore del seno. Il viso era atteggiato in
compunta, complice attesa.
Nudo, lasciò che le epidermidi si trovassero e
ricambiassero fra loro le sensazioni del momento.
Calando su di lei avvertì il calore nervoso del corpo
che evidenziava le voglie nascoste. Palpò le mammelle
tonde e sode, quasi maschie, mentre volava a succhiare i
capezzoli, irretiti da quel gioco perverso, prodromo di
ben più approfondita conoscenza. Slinguarono, tastandosi
reciprocamente nei punti più sensibili, più eroticamente
attivi. French kiss profondo nelle bocche aperte ad
accogliere il lascivo desiderio che, incontrollato,
tesseva la bava della tela del ragno. Accostò, fremente,
la mano all’inguine di lei. La sentì collaborare aprendo
a ventaglio le lunghe gambe velate. Con vellutata
sapienza calò la mano nello scrigno magico.
Quel che tirò fuori fu un gioiello che nessun uomo
avrebbe mai supposto di trovare in quel posto così
intimo. Fu come trarre dal nido un caldo, indifeso,
timido uccello. Tenero e nello stesso tempo corposo.
Ridestato dal sonno, intorpidito dall’esiguità del luogo
in cui era stato riposto, si sgranchì. Distendendosi
pian piano, riprese le dimensioni abituali. L’ampiezza
della base, con le gonadi a supporto, era sproporzionata
rispetto alla cuspide affilata che s’innalzava verso il
cielo. Un cielo di carne gli si aprì davanti. La
sproporzione era la sua bellezza. Lo guardava, irretito,
il graditissimo ospite. Manovrò l’attrezzo con la
gentilezza e, insieme, fermezza con cui si maneggia un
oggetto prezioso, ruotandolo da tutti i lati per
ammirarne la lucentezza e baciandolo come un ex voto,
attento a non farlo cadere. Il conico glande, turgido,
sensibile alle carezze che gli erano elargite, aumentava
di dimensioni e forzava il prepuzio, teso e arrossato,
che si affannava a mantenere i contatti con
l’escrescenza carnosa sovrastante.
La splendida intrattenitrice si alzò di scatto e, con
la culotte abbassata alle caviglie, gli sussurrò,
ansimando, con tremore orgasmico: "Attendi un
attimo...".
Scappò a passetti, impediti dal pizzo che si dibatteva
sulle nervose caviglie rialzate da quindici centimetri
di tacco a spillo, verso la camera che sapeva essere più
idonea alla partouse amorosa. Egli restò al centro della
sala guardandosi intorno. Era arredata con gusto. Attese
che il suono della voce lo invitasse a entrare
nell’alcova segreta. La riconobbe, armoniosa nella
penombra della stanza. Si accostò per toccarla, per
segnarla come proprietà con il suo odore, come animali.
Di schianto lei si lasciò cadere sul letto che aveva
disfatto dalla leggera copertina, spinta in un angolo
per la fretta. Era crollata supina nel senso della
larghezza del letto a due piazze. Due bianche rotondità
frementi scendevano, unendosi nel lungo solco mediano;
si aprivano alla cupidigia del desiderio: coulisse, in
attesa che suonasse il divino strumento, che dilettasse
con musiche arcane l’intelletto dei fruitori. In
quell’attimo denso di succosi sentimenti, il sesso,
privo d’adeguato, preservante guanto, si sentì affranto
rifiutando l’incontro intimo. Il delirio ebbe il
sopravvento: sovrapporsi, scomporsi e ricomporsi,
baciare e succhiare, posizionarsi in modo alterno sì da
sorbire i rispettivi umori, avere per cielo l’ocello
della farfalla dischiusa che sugge il nettare dal fiore,
dal bocciolo, godere e donare, sentirsi strappare dal
cuore, dall’anima, il nulla, il tutto, fu un crescendo
che mirava a sanare la ferita di non potere rapirsi fino
in fondo. Ansimavano i corpi, s’amavano; forse si
odiavano, perché pari erano le loro forze. Finché
riversi, sommersi dall’onda infame, immensamente
desiderata e a lungo repressa, per concedere più senso
al godimento perverso, scacciata per consentire il
reciproco dono, esausti, furono travolti dal getto delle
reni incontinenti. Che mai fosse arrivato! o che
avessero avuto la forza di farlo scorrere perenne, come
fiume che nasce e che mai non finisce! Eterna goduria,
eterna lussuria, invece subentra la costante delusione
di una snervante, inevitabile fine.
Gioco, spasimo, delirio, fu vero, falso; fu l’incanto
di un’ora di danno!
Eppure quell’ora, quel frammento di godimento è fluito
come l’ombra di un falco disceso dal cielo che strappa
la vita dal nudo petto del fanciullo, risalendo nel
cielo con bottino di rapina, il cuore tranciato, pronto
a piombare dall’alto su di una nuova preda.
E’ finita. Esce di scena, la dolce fanciulla. Scompare
in un mare di nebbia.
Fuori, il mare riluce dello splendido sole che bacia i
pensieri, con ritmo usuale. La vita riprende con fare
distratto, abituale.
Un’ora d’amore
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