
Il
rimorso della pantera
a cura di Maria Silvia Avanzato
Pauline Dubuisson e Félix
Bailly
Precipitata nel vortice ingordo della sua bellezza,
della sua sfrenata voluttà, di quella perfidia gratuita
che per tanto tempo le avevano garantito la fama di
donna affascinante, Pauline scoprì di avere un cuore
malconcio. E fu la peggiore scoperta della sua vita.
Lei: Questa storia ha un’unica vera
protagonista e il suo nome è Pauline Dubuisson. Nasce
nel marzo del 1927 a Malo-les-Bains, nel cuore di una
Francia vivida e allegra, profumata di salsedine e
morigerata, provinciale, accogliente. Pauline vive sotto
il guscio raccolto e moralmente inattaccabile del suo
cognome, della sua casa. Una famiglia benestante, quella
di Pauline, dove il padre André ha un ruolo
determinante: ingegnere impiegato a Dunkerque, uomo
colto e ineccepibile, di solidi principi.
I primi anni di Pauline sono contraddistinti dai ritmi
militari e le regole paterne: due fratelli maschi, una
femmina. Soldatini. Papà Andrè ha un chiaro concetto
della disciplina: sveglia la mattina presto, dieta,
attività fisica, studio. Per l’amore, sulla tabella di
marcia, non rimane spazio. La stessa Pauline, da subito,
identifica i sentimentalismi come sintomi di debolezza
di carattere. Così, a Malo-les-Bains, in una casa ricca
e spaziosa, tutto funziona con la precisione di un
orologio. Ma, di amore, non c’è ombra.
E' papà ad addestrare la sua unica femmina al controllo
emotivo. Le ricorda spesso che "piangere le rovina il
viso e la rende orribile", che "sognare è come tenere
una bomba in mano" e a ogni errore corrisponde una
punizione, generalmente esemplare. Nel cuore di Andrè,
Pauline è la figlia prediletta. Vederla crescere sana e
poco suscettibile ai fronzoli è il suo più grande
traguardo.
E' del tutto ignaro di quel malessere segreto che
Pauline cova anno dopo anno, quello che la spinge a
chiudersi in camera e abbruttirsi il viso piangendo per
ore. Quando papà non la vede.
La gelida infanzia e l’ancora più amara
adolescenza di Pauline scorrono con lentezza, fra
esercitazioni e totale intolleranza verso ogni forma di
svenevolezza. Pauline ha dalla sua la bellezza, un dono
che difficilmente riuscirà a dissimulare: ha gli occhi
molto chiari, i capelli scuri, i lineamenti volitivi, da
piccola amazzone. Ha dalla sua anche l’intelligenza, la
velocità di apprendimento, la presenza di spirito: è
sveglia ed è l’orgoglio di suo padre.
Mamma Simone Dubuisson è a sua volta una figura algida,
anaffettiva. Maestra di scuola, taciturna, fissata per
l’ordine e la pulizia, passa le giornate ad accertarsi
che non ci sia un solo granello di polvere in tutta la
casa e guarda i figli con distacco, come se non fossero
suoi. Pauline, in tenera età, cerca con lei un contatto
fisico, una carezza, un bacio. In quei casi viene
aspramente ammonita: mamma Simone non è prodiga di
smancerie e non tanto perché abbia sposato la stessa
causa del marito, quanto perché è il tipo di donna che
preferisce aggirare le discussioni. Perché contraddire
l’ordine militaresco applicato dal marito e affrontare
così una battaglia irriducibile? Meglio seguirlo a ruota
e imitarne lo stampo.
Nel tempo, Pauline matura una discreta curiosità verso
i genitori e spesso si ritrova a spiarli, nella speranza
di cogliere fra loro una veloce effusione. Per quanto
indaghi, non li vedrà mai assieme in atteggiamenti
affabili o affettuosi. E mentre i cuori dei genitori
inaridiscono, Pauline assaggia il primo danno della sua
insana educazione: il senso di superiorità che la
accompagna in ogni contesto. Papà ha educato i suoi
cuccioli a privarsi di tutto, a rimproverarsi da soli.
Così facendo li ha resi feroci, rabbiosi e convinti di
essere superiori al resto del branco.
Gli anni della scuola sono per Pauline un brutto
risveglio. Nata nel rigore, svezzata a insegnanti
privati e iscritta successivamente a una scuola
esclusiva, si accorge presto di essere poco tagliata per
quella realtà dispersiva. Fra tanti compagni, non si
sente valorizzata abbastanza. Necessita sempre di una
distinzione, vorrebbe godere di vantaggio, giudica i
compagni un branco di inetti, indubbiamente meno
preparati di lei. Cosa la mandano a fare, a scuola? Lei
sa già tutto e non vuole mischiarsi a quei ragazzini
noiosi.
I compagni di classe la temono perché è intrattabile e
prepotente, un’aggressiva capace di metterli a tacere
con le più crudeli offese e abituata a pretendere
costantemente l’attenzione di tutti su di sé. Viene
schivata ed estromessa dalle cerchie di amici. Nessuno
la sopporta, tutti sanno che è una scorbutica, una
primadonna altezzosa. Lei, dal canto suo, è stata
educata alla solitudine: si isola presto dal resto della
classe, passa molto tempo sui libri, legge, potenzia la
sua cultura già più che apprezzabile e non instaura
nessun tipo di rapporto umano. Riflette la casa-caserma
nella quale è cresciuta anche in classe. E impara così
l’inglese e il tedesco, per suo conto, senza l’aiuto
degli educatori.
Ma sarà la guerra a scrivere un altro drammatico
capitolo della vita di Pauline. Quando Paul, suo
fratello, viene chiamato alle armi come ufficiale di
marina, per Pauline è difficile nascondere una certa
apprensione. Morirà due anni dopo, in Africa. Sotto una
pioggia di bombe, i Dubuisson rimangono ancorati a
Malo-les-Bains nonostante il pericolo crescente: è lì
che Pauline si riempie gli occhi di orrore. Assiste a
combattimenti sulla spiaggia, si abitua al confronto con
la morte, diviene spettatrice di scene di sangue e di
violenza. Papà Andrè, frattanto, decide di collaborare
coi nazisti e si sposta a Dunkerque con la famiglia in
cerca di protezione. Tuttavia, per comunicare coi
nazisti occorre qualcuno che sappia parlare tedesco.
Pauline l’ha imparato da sola, in quei solitari anni di
scuola, potrebbe essere il piccolo tramite che papà sta
cercando.
Quando Pauline diventa il messo paterno e inizia a
incontrare i giovani militari tedeschi, prova subito per
questi una grande attrazione. Ogni scusa è buona per
uscire, noncurante dei bombardamenti. Per mamma Simone è
un comportamento intollerabile e, assieme all’angoscia
legata alla guerra, concorre a distruggerle i nervi. La
donna cade in un esaurimento nervoso: emicranie e
capogiri la convincono a rifugiarsi dai genitori in
Bretagna. Tornerà solo alla fine della guerra, lasciando
carta bianca a Pauline. Senza la mamma fra i piedi, la
piccola collaborazionista nazista è libera di uscire
quando vuole e di perdere il controllo. Indossando un
paio di scarpette eleganti, ogni giorno dopo la scuola,
Pauline incontra un giovane militare tedesco. Non manca
dal civettare con lui, consapevole del suo ascendente
sull’altro sesso e mente circa la sua età: all’epoca dei
fatti ha quattordici anni, ma li spaccia per sedici. Il
suo splendido aspetto gioca dalla sua.
Ben presto cede alle avances del tedesco: fra una
chiacchiera e l’altra concede al giovane di toccarla e
prova un grande senso di potere. Quando i due vengono
sorpresi da un’insegnante di Pauline mentre si baciano
su una panchina, scoppia uno scandalo: papa Andrè ritira
la figlia da scuola, pur restando dell’idea che debba
servirlo per le sue ambascerie coi tedeschi. Quindi si
occupa privatamente dell’istruzione della figlia
preferita, ma le intima di interrompere le relazioni con
i soldati.
Pauline scalpita per uscire e se ne infischia. Ha
trovato nei nazisti il tipo di suolo che le piace.
Le storielle di Pauline continuano, degenerano e si
moltiplicano, in quel periodo. Papà Andrè disapprova le
liasons sentimentali della figlia, ma la preferisce
sapere con un nazista piuttosto che con un francese. I
tedeschi sono vincenti e ai perdenti non bisogna dare
confidenza.
Dello stesso avviso è anche Pauline, che ha trovato nei
nazisti degli accompagnatori impagabili: regali, pranzi,
feste, inviti galanti. Schierarsi coi potenti ha i suoi
vantaggi anche se a Dunkerque le voci prendono piede
velocemente. Tutti bisbigliano alle spalle di Pauline
sebbene lei non se ne curi, dedicandosi piuttosto alla
precoce scoperta dei propri impulsi sessuali: il
desiderio di dominare quei militari ombrosi e potenti,
temuti da tutti, diventa la sua ossessione. Una serie di
rivincite che contribuiscono a ingigantire il suo ego e
renderla spietata: cerca disperatamente una preda, vuole
perdere la verginità e vive quell’idea come un trionfo
personale, l’ingresso ufficiale nella definizione di
donna. Ma ben presto viene additata come una ninfomane e
la voce non manca dall’arrivare all’orecchio di papà
Andrè.
Deciso a rammendare lo strappo, l’uomo impone alla
figlia alcune sedute dallo psichiatra. Cessano
bruscamente, poco tempo dopo: Pauline cerca di sedurre
anche il medico, la sua sete di potere è
incontrollabile.
A diciassette anni viene reclutata dall’ospedale
militare tedesco di Dunkerque come infermiera. Come
sempre, la sua educazione d’origine la spinge a
eccellere. Molto più dotata delle colleghe, pratica,
instancabile, accentra tutta l’attenzione. Inclusa
quella del tenente colonnello Kurt Von Domnick, primario
chirurgo di trentotto anni più anziano di lei. Una preda
che Pauline non intende lasciarsi scappare.
Per l’infermiera di Malo-les-Bains ha inizio una vera
avventura, conquistare il chirurgo è la sua nuova
ossessione. Vuole dimostrare a se stessa fino a che
punto il suo fascino possa piegare l’altro sesso, così
lo circuisce, mette in atto svariate tattiche, gli parla
con gli occhi e non sono occhi innocenti, i suoi. L’uomo
non è indifferente a quell’infermiera avvenente e
giovanissima che gli porta il caffè ogni giorno e non
trascura quei piccoli dettagli eccitanti, come le dita
che si sfiorano o uno sguardo lungo, insistito,
supponente. Resiste e soffoca i demoni, in cuor suo. Poi
Pauline perde ogni contegno, lo attira nella sua
trappola, fa vacillare la sua volontà. Una notte, nel
silenzio dell’ospedale addormentato, la luce si spegne
rapidamente nell’ufficio di Kurt.
Il primo rapporto sessuale fra i due avviene in terra,
fra la finestra e la scrivania, nel silenzio e nella
clandestinità. Per Pauline è la sospirata, pianificata,
elettrizzante prima volta. L’uomo guarda con imbarazzo a
quanto ha appena fatto. Pauline, invece, torna a casa
canticchiando, trionfante e attenta a non farsi scoprire
da suo padre mentre sguscia in camera da letto in punta
di piedi.
La sua sete è stata soddisfatta. Ha in pugno un uomo
tedesco più grande, un medico. Ha appena dimostrato a se
stessa che nulla è impossibile se si è Pauline Dubuisson.
I due amanti continueranno a incontrarsi nel buio
dell’ufficio per alcuni mesi. Dapprima con discrezione,
poi in maniera più rilassata, quasi spontanea. Esploderà
un focolaio di pettegolezzo quando la relazione diverrà
ufficiale.
Nel momento in cui Andrè Dubuisson viene informato
della faccenda, applica una strana tattica paterna. Non
rimprovera la figlia, non la mette in guardia: si
convince invece che la protezione del potente medico
nazista possa fruttarle ben più vantaggi che gli inviti
scanzonati dei soldati semplici. Insomma Pauline è
perduta, allora tanto vale che si perda fra le braccia
di un uomo capace di mutare in bene il corso della sua
vita, garantendole una carriera brillante. Ma la guerra,
frattanto, è finita, sono i giorni della liberazione e
per Pauline, compagna fissa del medico nazista, è giunto
il momento di pagare lo scotto.
Kurt, dopo la chiusura dell’ospedale nazista, è
scomparso nel nulla, ma tutti ricordano la relazione fra
loro.
Una mattina, mentre Andrè è fuori per lavoro, un gruppo
di donne inferocite si presenta a casa Dubuisson.
Pauline viene trascinata all’esterno e ricoperta di
sputi e manate, le vengono strappati i vestiti e gridati
gli epiteti peggiori. Lei non si ribella, non versa una
lacrima, non apre bocca e guarda le sue persecutrici con
odio e disprezzo. Nemmeno quando viene rasata a zero
nella piazza del paese si scompone. Al contrario, tutto
ciò la fa sentire un’eroina: non si vergogna per quanto
ha fatto perché quanto ha fatto la fa sentire più donna
di tutte le altre. Quando viene costretta a sfilare per
la piazza di Dunkerque, lo fa con compostezza, tenendo
ben alta la testa e guardando negli occhi i curiosi con
aria di sfida.
La sera Andrè rincasa e trova la figlia malconcia,
muta, impassibile: è pur sempre bellissima, anche se
scempiata dalla rabbia della folla.
Papà Dubuisson se l’aspettava e non ha per lei parole
di conforto. Decide su due piedi di mandarla a Lione,
dalla zia. In altre parole, se la toglie di torno.
Pauline ha diciotto anni quando arriva a Lione e si
iscrive alla Facoltà di Medicina. Sono per lei momenti
pigri e svilenti. Detesta i compagni, non trova
interessante nessuna delle attività che le si propone di
fare, gli anni delle folli avventure coi giovani nazisti
sembrano sopiti per sempre. Vuole stordirsi, eccitarsi,
morire piuttosto che vivere un’esistenza incolore ed è
per questo che inizia a meditare il suicidio. Si
prefigge i vent’anni come età ultima nella quale
compiere una stima delle sue esperienze: se non sarà
riuscita entro quella data a "fare qualcosa di grande",
si ucciderà.
Il suicidio, in questa e altre stagioni della sua vita,
sarà un pensiero ricorrente.
Nel 1946 si iscrive all’Università di Lilla. Il
rapporto di fine anno definirà la sua condotta come
"arrogante, provocante, sempre pronta a flirtare". La
pantera non si smentisce, sta solo sonnecchiando in
attesa della prossima vittima. Frattanto è una
studentessa modello: vive presso i coniugi Gérard nel
bel quartiere universitario di Lilla e passa le giornate
secondo i ritmi militari tanto cari a papà André. Ma la
seconda parte della giornata di Pauline è la discesa
mirabolante in una giungla dove la pantera è avvezza a
scatenare i suoi appetiti. Al culmine dell’ossessione
maniacale, la giovane studentessa di Medicina si arma di
un taccuino dove annota tutti i suoi amanti, con
valutazioni e graduatorie. Dettagliati resoconti circa
le loro prestazioni sessuali, analisi dei loro gusti ed
elencazione delle particolari richieste sotto le
lenzuola. Poi carattere, aspetto fisico, modo di fare,
condizione sociale, difetti. Una spirale di pazzia che
strizza l’occhio al feticismo: Pauline colleziona uomini
e scartabella manuali di anatomia tutti i giorni in
cerca di nuovi segreti da applicare in camera da letto
per legare i suoi amanti a sé e annullare totalmente la
loro volontà.
Lui: Félix Bailly, figlio
dell’affermato chirurgo Jean Paul Bailly, è un giovane
che cresce nell’amore e nei sani principi. Lo studio
riveste un ruolo importante nella sua vita e in quella
della sorella Sophie: entrambi amano trovare una
spiegazione a tutto, sono curiosi e sensibili. Félix è
affettuoso, anche se di poca immaginazione, legato alla
concretezza delle cose che ama. Lo sport, in
particolare. E' alto, massiccio, bruno, cordiale e
benevolo. Di natura remissivo, non ama le discussioni.
E' mosso da ambizioni limitate, s’iscrive a Medicina per
calcare le orme del padre e del nonno senza troppa
enfasi, animato da puro senso del dovere.
Durante una lezione di anatomia, nel 1947, mette gli
occhi su una compagna di corso: lei è seria, arroccata
su se stessa, bruna, affascinante, di poche parole. Si
chiama Pauline e, al termine delle lezioni, è solita
tornare in fretta a casa, senza chiacchierare con
nessuno. E' così che ha inizio un corteggiamento vecchio
stile.
Félix aiuta Pauline nello studio, la passa a prendere,
la conduce al cinema che è una grande passione di
entrambi. Il colloquio è piacevole, vario, di ampio
respiro. Ben presto Félix azzarda nuove richieste: porta
Pauline in giro per boschi, a passeggiare, a correre in
bicicletta. Le racconta i progetti per l’avvenire,
sebbene siano poco pretenziosi: gli basta diventare un
medico e assistere i pazienti, non aspira a una carriera
folgorante.
Pauline è docile, si lascia coinvolgere nelle
avventure, accetta gli inviti ma non ha dubbi sul conto
di Félix: un tipo così è un buon passatempo ma, per lei,
è indubbiamente una noia mortale.
In quei mesi di assidua frequentazione con Félix,
Pauline si innamora di una alterata proiezione di se
stessa. Vedendosi coinvolta in un rapporto a due con un
bravo ragazzo, ai suoi occhi poco brillante e banale,
immagina la sua occasione per redimersi. Dopotutto,
superati i demoni della sua dissestata condotta
sessuale, un giovane dai modi gentili è un porto sicuro
al quale attraccare. Quella routine fatta di piccole
semplicità ha per lei il fascino di un malsano
esperimento. Vuole proiettare se stessa in una nuova
dimensione a lei totalmente estranea: la storia d’amore,
la storia normale, l’idea del compagno fisso, la
fedeltà, la famiglia e un fantasioso concetto di
rispetto reciproco.
Il ruolo da angelo del focolare, tuttavia, le sta
stretto. Più stretto ancora quando Félix le propone di
fidanzarsi ufficialmente. Il primo scricchiolio si
avverte a seguito di questa proposta: Pauline decide di
aggirare il discorso e compiacerlo offrendogli il suo
corpo, ipotesi verso la quale Félix non sembra nutrire
uno sfrenato interesse. Il primo congresso carnale è una
vera disfatta: Pauline è un’amante esperta, Félix è un
imbranato dai modi infantili, agli occhi di lei. La cosa
la sconvolge e la delude.
Di colpo si accorge di non tollerare le poche pretese
del ragazzo nei confronti del proprio futuro: lei vuole
immaginare se stessa come ricca e agiata, protagonista
di una vita costellata di lussi, ma con Félix si parla
solo di grande amore, di routine matrimoniale, di anni
che si succedono tutti uguali, monotoni, scritti a
tavolino e giustificati dalle più nobili intenzioni di
fedeltà e devozione. Questo, per Pauline, è mero
idealismo.
Quando Félix le chiede di sposarlo, una domenica
mattina, Pauline escogita un modo per non rispondere e
rimanda la decisione. Non vuole sposarsi affatto. O
forse vuole sposare un uomo vero, un altro, un maschio
dominante quanto lei.
Faticosamente acconsente alla richiesta di Félix di
partire per Saint-Omer, dove avrà luogo la presentazione
ufficiale ai genitori di lui. Quando Pauline si trova al
cospetto della signora Bailly, prova subito per lei una
profonda antipatia: la reputa una donna sciatta,
dozzinale, che li riceve col grembiule indosso e le mani
sporche e continua a preparare il pranzo, omettendola
dalle discussioni. Nulla di suggestivo, di affascinante,
nessun trampolino di lancio verso i suoi strampalati
sogni di futuro. Quelle di Félix sono origini umili,
sempliciotte, alla buona.
La Bailly, dal canto suo, ha intuito subito che Pauline
non è la compagna adatta per suo figlio: veste in modo
sgargiante, è troppo sicura di sé, tratta il fidanzato
in modo sprezzante e tirannico e finisce con il
risultare indigesta a tutti. Il padre di Félix, al
contrario, la giustifica in quanto ritiene che possa
smuovere la tranquillità del figlio, dandogli una marcia
in più, un tocco di verve e di intraprendenza. I coniugi
Bailly si confrontano sull’argomento a lungo non appena
i ragazzi se ne vanno. Ma il cuore di una mamma la sa
lunga e Catherine Bailly ha fiutato guai da lontano.
Passano i mesi e Pauline è stanca, annoiata, sempre
meno entusiasta all’idea della proposta di matrimonio.
Ne parla con l’amica Camille Le Houx, sua unica
confidente, descrivendo Félix come una donnicciola
appiccicosa e incapace di darle forti emozioni. Il ruolo
di futura moglie la allarma talmente tanto che decide di
spiegare a Félix le sue ragioni: secondo lei è troppo
presto per sposarsi, questa è la scusa che sceglie per
aggirare l’inconveniente. Lui non demorde, ritenta,
infila il discorso nelle conversazioni ogni volta che ne
ha occasione. Un giorno, al termine di un rapporto
sessuale, Pauline si riveste e si lascia prendere
dall’insofferenza. Gli dice di non amarlo più. E' stanca
del suo giocattolo che manovra da tempo con cieca
perfidia anche se trova ancora elettrizzante
coinvolgerlo nei più subdoli giochetti: le piace
condurlo in luoghi appartati, eccitarlo, poi girare sui
tacchi e lasciarlo con un palmo di naso. A volte si fa
venire a prendere sotto casa e lo lascia ad aspettare
per un’ora buona. Altre volte esce con gli amici e se lo
porta dietro come se fosse il suo gingillo: non lo
aggrega alle discussioni, lo esclude apposta, al punto
che lui è solito chiamarla "la mia distruttrice".
Pauline è volubile, cambia idea di continuo, è
instabile, capricciosa e prevaricante. Tutto ciò opera
sulla mente di Félix un potere sconvolgente, rendendolo
incapace di ribellarsi. Così, lungi dal rassegnarsi, la
convince a restare con lui e lei accondiscende quasi per
sfinimento.
Ma la pantera è ancora insoddisfatta e questa è solo
calma apparente.
E' il giugno del 1949. Questo grande e idealizzato
amore è agli sgoccioli.
Pauline vuole tradire Félix e ha deciso di farlo con un
professore universitario: Marcel Senneville, un
quarantenne scapolo, timido e ordinario. Gli rivolge
avances dopo le lezioni, trova il pretesto per uscire
con lui, si fa portare nel suo studio, lo seduce, lo
possiede. Torna spesso a fargli visita in quello stesso
studio, chiude la porta a chiave, lo invoglia nei modi
più fantasiosi e lo lascia a bocca asciutta come è
solita fare. Come il sadomasochismo vuole.
In un’occasione Félix li vede di straforo, assieme: la
sera chiede spiegazioni alla fidanzata e lei ride,
afferma che stavano ripassando per un esame, non abbonda
in giustificazioni e sembra divertita. Félix non vuole
credere all’infedeltà della sua padrona ed è disposto a
tutto pur di non perderla. Si convince che sia caduta
vittima di un perfido raggiro del professore che, da
uomo maturo, sa giocare le proprie carte. Così affronta
a viso aperto Senneville piombando nel suo studio:
Pauline, che si trova lì al momento dell’irruzione, è
costretta a nascondersi in bagno, mentre Félix prega il
professore di lasciare stare la fidanzata, parla del suo
amore per lei, della sua paura di perderla. Il medico,
di fronte a quella supplica, si commuove e assicura che
non vedrà più Pauline.
Quando Fèlix lascia lo studio, Pauline esce infuriata
dal bagno e inveisce contro il fidanzato cercando
sostegno nell’amante: Senneville, tuttavia, è
sinceramente toccato da quanto è appena accaduto. Le
dice che fra loro è finita, tiene fede a quanto ha
promesso a Félix. Per tutta risposta lei ride
istericamente, prende le sue cose e corre da Pascal Du
Guffy, un altro medico di sua conoscenza.
Una nuova avventura, un nuovo tentativo di emergere e
dominare.
Pauline convince Du Guffy ad accompagnarla al cinema e
fa in modo di passare vicino al caffè Laurent, dove è
certa di trovare Félix e i suoi amici. Non appena
adocchia il fidanzato, si stringe al braccio del medico
fingendo di non averlo visto. Félix, scioccato da tanta
impudenza, le corre incontro, la affronta a muso duro e
le dice che è finita.
"Perché mi fai questo?", le chiede lui.
Lei decide di lasciare i due uomini a sbrigarsela da
soli e senza dare risposta torna a casa.
Ma qualcuno, dentro il caffè Laurent, ha seguito la
scena e intende offrire una spalla a Félix. Si tratta di
Monique Lombard: bionda, timida, segretamente innamorata
di Félix da anni, frequenta il suo gruppo e si fa
bastare le volte che lui esce e beve un caffè in
compagnia, senza pretendere alcun contatto in più. Félix
le piace veramente, ma lo sa legato a Pauline, la sua
antitesi: la dark lady fiera e sprezzante, desiderata da
tutti e sicura di sé. Eppure, vedendo l’oggetto del suo
desiderio bistrattato a quel modo nel bel mezzo della
strada, Monique avverte un impeto irrefrenabile e corre
in suo aiuto. I due rientrano assieme al caffè Laurent e
lei gli parla, con dolcezza, cercando di consolarlo.
Poco tempo dopo, per Félix giunge il momento di
tirare le somme e affrontare le grandi decisioni troppo
a lungo rimandate. Non può restare a Lilla, gli è subito
chiaro. A Lilla c’è Pauline e, con lei, quel senso di
devozione maniacale che lo attanaglia da mesi. Un gioco
sadico ha risucchiato tutte le sue energie e forse, in
tanto sconforto, non è rimasto spazio per l’amore.
Forse, Pauline è così cattiva da non meritare affatto
l’amore.
Félix inizia a dubitare dei suoi sentimenti e
ripercorre ogni momento con Pauline dietro il filtro di
una nuova visione: quella disincantata e lucida di chi
ne ha avuto abbastanza. Si domanda come abbia potuto
perdere dietro a quella strega così tanto tempo. Come
abbia potuto permetterle di perpetrare i peggiori
dispetti ai suoi danni. Gradualmente capisce di doversi
mettere in salvo. Riversa la sua amarezza in una lettera
dove l’accusa.
"Mi impedisci di vivere".
Poi parte di nascosto, all’improvviso e si stabilisce a
Parigi: tappa iniziale di ciò che spera sia una nuova
vita.
Pauline riceve la lettera e la strappa. Non le
interessa, come al solito. Continua la sua solita vita
per un mese e Félix viene radicalmente estromesso dai
suoi pensieri. Un finale prevedibile, se non fosse per
un particolare: terminato un mese di solitudine, Pauline
si accorge di essere rimasta sola. Non ha più stimoli,
non ha voglia di uscire di casa, smette di dare esami,
non riesce a concentrarsi, non studia.
L’ennesimo capriccio che, nella sua testa, assume i
contorni di "la fine della propria vita". Un nuovo ruolo
in cui Pauline decide di calarsi da vera attrice qual è,
come molte volte ha già fatto in passato. Battezza come
sua confidente la signora Gérard, la padrona di casa, la
tedia con il racconto della partenza di Félix, infine se
ne dichiara ancora innamorata e tenta il suicidio.
Assume del cianuro scaduto procurandosi solo un mal di
pancia, ma così facendo attira l’attenzione della
signora Gérard su di sé e la pantera che è in lei può
dirsi sopita per un po’. Ha accentrato lo sguardo di un
piccolo pubblico, fa parlare di sé, le si dispensano
cure.
La pantera si è convinta di amare Félix e di soffrire
per lui, ha bisogno di leccarsi le ferite e decide di
partire per Malo-les-Bains in cerca di giovamento,
perché Malo-les-Bains è pur sempre casa sua.
La cittadina natale di Pauline non l’accoglie con la
solita faccia, tutto è cambiato. Anche André e Simone
Dubuisson hanno perso l’antica fermezza: navigano in
cattive acque economiche e sono entrambi depressi a
causa della morte di Paul. Il clima è teso, insalubre.
Pauline vi si trova bene. Si sente ancora più centrata
nel ruolo di figlia disperata tornata all’ovile.
Sono vacanze lente, si consumano come cerini a ridosso
del mare: Pauline dorme tutta la mattina, si aggira per
la spiaggia solo quando è deserta, legge fino a tarda
notte e schiarisce i pensieri.
Quando torna a Lilla è rigenerata, Félix è di nuovo
scivolato in qualche angolo remoto di sé, non ne ha più
bisogno perché il mare l’ha sedata. Così ricomincia a
dare esami con profitto, ha una breve relazione con un
ingegnere austriaco e lo lascia in tronco non appena
scopre che non ha sufficienti mezzi economici per
interessarle. Una mattina gli dice che deve tornare
d’urgenza dalla madre malata e lo abbandona.
La pantera si annoia di nuovo.
Si rimette quindi sulle tracce di Kurt von Domnick,
quasi chiedendo in prestito al passato qualche battito,
qualche scossa elettrica. Pensa in cuor suo che, forse,
il primo e il più sapiente dei suoi amanti saprà darle
lo scossone emotivo che cerca.
Lo trova in un appartamento misero e cadente, in
periferia, al termine di alcune ricerche: Kurt ha
sessant’anni, non esercita più la professione, ha
un’aria dimessa ed è rimasto solo. Pauline è delusa e
rimane con lui due giorni, assistendolo quasi per pietà,
senza slancio. Di nuovo tira in ballo la madre malata, è
il suo lasciapassare per una nuova fuga.
E' Natale, la pantera ha fame e nessuno si accorge di
lei.
E' la vigilia di Natale del 1950 quando René Godel,
intento a fare compere a Parigi, incontra casualmente
Félix Bailly. Fèlix annuncia il suo desiderio di aprire
uno studio medico, i due parlano di lavoro, non si
vedono da tempo ed è una conversazione del tutto
ordinaria. Quindi Félix chiede all’amico notizie di
Pauline, domanda se ha messo la testa a posto o è ancora
così squilibrata. Godel riporterà l’accaduto ad altri
amici e, come è solito in questi casi, la notizia si
altererà passando di bocca in bocca. Approderà così alla
bocca di Camille, amica di Pauline, come "Félix ha
chiesto di te in giro e dice che gli manchi ancora
molto". Una verità distorta, ad alto rischio per la
mente turbata di Pauline.
La pantera finge disinteresse e affila gli artigli.
Ecco la notizia che ci voleva! Félix piomba nuovamente
al centro del suo cielo come un fulmine a ciel sereno e
riconquistarlo diviene un’ossessione. Pauline ha bisogno
di pensieri ricorrenti, di grandi fissazioni, di canali
mentali dove sfogare tutta la complessità della sua
psicologia. E adesso, un oggetto del desiderio c’è. E'
di nuovo Fèlix, quel noioso Félix ora tanto desiderabile
dopo un anno e mezzo di silenzio.
Un tunnel paranoico non tarda a manifestare il suo
imbocco, Pauline è incapace di concentrarsi su qualcosa
che non sia l’antico amato e la stessa signora Gérard,
padrona di casa, è preoccupata per lei. La definisce
"malata, allarmante, nervosa e depressa". Di lì a poco,
il pensiero di Félix la sta divorando, Pauline passa
intere giornate nel letto, piangendo e singhiozzando.
Alterna stati di profonda crisi a momenti di totale
assenza di lucidità in cui vaneggia circa un probabile
ritorno di Félix fra le sue braccia. Moti di energia
dove passa da zero a mille in poco tempo: ora si
tormenta perché non può averlo, ora si esalta nell’idea
di se stessa al suo fianco.
Non si fa mancare l’occasione per prendere un caffè con
Renè, tempo dopo. E quel caffè è destinato a stravolgere
il già instabile scenario che si è creato nella mente di
Pauline in quanto Renè le annuncia che Félix è in
procinto di sposarsi. La Dubuisson finisce il suo caffè
senza scomporsi, non fa domande, non alza mai gli occhi.
Poi esce, si rivolge a Camille e disperata le chiede chi
sia la futura moglie dell’uomo che ha appena scoperto di
amare ancora.
La risposta è "Si sposa con Monique".
Negli occhi di Pauline scorre un attimo di pericolosa
follia, fa una risata grottesca e se ne va in fretta.
Nei giorni successivi Pauline si convince sempre più
della sua necessità di rimettere gli artigli su Félix.
Dichiara aperta guerra a Monique, è convinta che abbia
architettato un piano per rubarle l’amore della vita. Si
carica di rancore e di sete di vendetta, cova un
malessere devastante, una rabbia sovraumana, perenne, di
quelle che strappano il sonno e cancellano la lucidità.
Il 6 marzo 1951 prende un treno per Parigi, si fa
ospitare da un parente e va alla ricerca di Félix.
Camille le ha fornito il suo nuovo indirizzo e sa dove
trovarlo. Marcia sicura verso Rue de la Croix-Nivert,
raggiunge il settimo piano di un palazzo, bussa alla
porta e si trova faccia a faccia con l’ex fidanzato.
Lui è sorpreso, allibito, non si capacita di come abbia
potuto trovarlo. Lei va per le spicce, gli chiede di
entrare e si accomoda in salotto: così facendo dimostra
nuovamente a se stessa di essere la più forte, la più
irresistibile. Félix è in imbarazzo, non sa reggere il
suo sguardo nonostante dica di averla dimenticata e fra
i due ha luogo una conversazione banale, dove Pauline fa
sfoggio di una disinvolta ironia scucendo a Félix
qualche risata. Quindi lo convince a portarla fuori a
cena e per tutta la serata recita al meglio il suo ruolo
di vecchia amica ritrovata.
E' solo più tardi, sul portone, che la sua maschera
crolla e la spinge a svelarsi: si getta addosso
all’amato piangendo, baciandolo e supplicandolo di
tenerla con sé.
A quel punto, Félix cambia tono di voce, la allontana,
diventa brusco e risoluto di colpo. Le spiega che sta
per sposarsi e che non la ama più.
Dapprima Pauline lo accusa di mentire. Poi ha una crisi
isterica, trema e sostiene di avere la febbre.
Impietosito, Félix la solleva e la accomoda sul divano
dove lei, sfinita, si addormenta.
Pauline dorme e Félix la tiene d’occhio, di continuo,
in piedi davanti a lei.
Al mattino ne è assolutamente certo. Non la ama più.
Ancora nessuno sa che, anni dopo, questa folle storia
ispirerà il regista H.G. Clouzot nel film La Vérité.
Il ruolo di Pauline sarà affidato a Brigitte Bardot.
Quando Pauline si sveglia e vede Félix intento a
preparare le sue cose per l’università, il ricordo della
sera prima le piomba addosso con prepotenza. Si affretta
a dirgli che resterà a Parigi per altri due giorni e
vuole rivederlo, merita un’opportunità, del tempo, dei
momenti da condividere. Félix le promette che si
rivedranno e, conducendola alla porta, sa di mentire.
Non appena lei se ne va, il giovane raggiunge Monique
che si trova dalla sarta, prendendo le misure per
l’abito da sposa. Le racconta tutto e lei, comprensiva
come sempre, non si altera: ha fiducia nell’uomo che sta
per sposare, ne ha meno in Pauline che ritiene la causa
di tutti i suoi guai. Si limita a chiedergli di non
vederla più, con dolcezza e senza forzare la mano. Lui
lo promette, la abbraccia ed esce dall’atelier diretto
all’università.
Solo a tarda sera, rincasando, Félix si accorge che
Pauline sta impalata sotto il portone di casa sua.
Decide di girovagare un altro po’ nella speranza che lei
se ne vada. Quando torna per la seconda volta, la trova
nella stessa identica posizione e decide di affrontarla.
Lei è agitata, dice di volergli parlare, di averlo
aspettato tutto il giorno, gli chiede persino di salire
in casa. Lui cerca di fronteggiare l’attacco con una
serie di spiegazioni ragionevoli, infine si lascia
convincere a fare due passi assieme. Durante la
camminata, Pauline gli chiede una seconda possibilità,
lo prega di lasciare Monique, gli si rivolge affranta e
irriconoscibile. Félix, ancora una volta e con
delicatezza, le spiega che non è possibile. Siedono su
una panchina, il silenzio è solido, imbarazzante.
Pauline dapprima piange sulla spalla di Félix. Poi si
mette a inveire contro Monique e la situazione degenera:
mentre Félix cerca di difendere la futura moglie,
Pauline imita la sua voce e lo aggredisce a male parole.
A quel punto, il ragazzo perde la pazienza e le spiega
con chiarezza che è innamorato di Monique e la sposerà
di lì a due settimane, quindi le intima di non farsi più
vedere e se ne va. Rincasando si ripete di aver fatto la
cosa giusta ed è certo che, messa di fronte
all’evidenza, la sua ex fidanzata sarà costretta a
farsene una ragione e lasciarlo stare. Sa che partirà
l’indomani per Parigi, tornerà a casa e uscirà dalla sua
vita veloce come ci è entrata. E' una notte tranquilla,
per Félix.
La mattina dopo gli viene recapitato un biglietto:
"Lascia Monique o ti ammazzo. Pauline".
Entra in scena Bernard Mougeot, un amico e
compagno di Facoltà di Félix. E' quest’ultimo a
mostrargli il biglietto di Pauline senza poter
nascondere una certa angoscia: per quanto la sappia
lontana da Parigi, le sue parole scritte non lasciano
spazio a interpretazioni diverse dal presagio di una
tragedia incombente. Bernard lo rassicura e gli
consiglia di partire su due piedi, stare altrove per un
po’. Così, mentre Félix raggiunge la Svizzera per una
fuga repentina, Pauline è tornata a Malo-les-Bains e non
ha perso un attimo: ha chiesto un porto d’armi al
commissariato, presentandosi con sua madre a garanzia.
Per ottenere l’autorizzazione dice di vivere in
quartiere malfamato di Lilla e volersi difendersi
laddove venga aggredita, rincasando da sola, la sera
tardi.
E' il 10 marzo quando, fra le mani di Pauline, approda
una calibro 25 da cinquemila franchi. Per pagarla, usa i
soldi ricevuti dal padre per il suo compleanno.
Cinque giorni dopo è a Lilla, pronta a ripartire per
Parigi: a valigie pronte, mostra l’arma da fuoco alla
padrona di casa assicurandole che arriverà alla
soluzione estrema, se necessario. Quindi lascia un
testamento sul tavolo dove chiede perdono a tutti coloro
ai quali ha fatto del male, dettaglio che non sfugge
all’occhio della signora Gérard: intuendo il piano
delirante della ragazza, la donna cerca di allertare la
famiglia Bailly. I genitori di Félix a Saint-Omer
ricevono un telegramma e contattano subito il figlio,
pregandolo di stare alla larga da Parigi e tornare a
casa.
Quella sera, Félix, Bernard e René parlano della
faccenda: non credono Pauline realmente capace di fare
ciò che dice e decidono di escogitare un piano. I due
amici si alterneranno tutto il giorno al fine di non
lasciare mai solo Félix, faranno delle sorte di turni
per essere sempre al suo fianco e non lasceranno a
Pauline la possibilità di coglierlo da solo. Félix
ironizza, dice che terrà i telegrammi come "prova della
premeditazione", poi segue Bernard a casa sua ed è lì
che passa la notte mentre, in via de la Croix Nivert,
una ragazza bruna dall’aria sconvolta sta ferma immobile
sotto il portone di un palazzo. Ha il gelo negli occhi e
si guarda attorno ansiosa. Attende fino all’alba invano.
Quando Félix e Bernard rincasano, lei è ancora lì: corre
loro incontro e supplica Bernard di lasciarla parlare
con Félix. Il ragazzo è diffidente, ma non riesce a
dirle di no, così le propone di vedersi più tardi, da
soli, ai giardini del Lussemburgo.
Lei rifiuta e se ne va infuriata.
Frattanto il turno di Bernard è scaduto e René viene a
dargli il cambio: quest’ultimo accompagna Félix
all’università, rientrano e dormono assieme, di Pauline
nemmeno l’ombra.
Passa la notte ed è il 17 marzo: mentre i due amici si
accingono a uscire, trovano nuovamente Pauline alla
porta. Renè cerca di placarla, mentre lei piange e si
dimena pregandolo di lasciarla sola con Félix. Quando
l’ex fidanzato le dice che è disposto a incontrarla solo
in un luogo pubblico, lei decide per Place Cambronne
alle dieci meno un quarto.
Poco dopo René deve assentarsi e Bernard viene a dargli
il cambio: scorta Félix fino a Place Cambronne e lo
lascia solo. Il ragazzo si guarda attorno, ma Pauline
non c’è e questa ha tutta l’aria di essere una resa.
Félix non sa che alle sue spalle c’è un bar, che dietro
la vetrina c’è Pauline che lo osserva, che non appena lo
vede imboccare la via del ritorno le sue mani corrono
alla borsetta e lo segue di nascosto fino a casa,
felpata, come farebbe una pantera.
Bernard arriva a casa di Félix alle dieci e venti,
in lieve ritardo perché è rimasto bloccato in un ingorgo
stradale, pur cercando in tutti i modi di fare più in
fretta possibile. Quando bussa alla porta di casa
dell’amico, nessuno gli viene ad aprire e si accorge che
nell’aria c’è qualcosa di strano: una crescente,
asfissiante puzza di gas.
Allarmato, chiede aiuto alla vicina di casa e quella
gli procura un duplicato delle chiavi di casa Bailly.
Entrando, nell’odore sempre più forte del gas gli si
profila una scena agghiacciante: Félix è riverso a terra
con un foro di proiettile nella testa mentre la pipa
continua a fumare lentamente poco distante da lui. Una
pistola giace abbandonata sul letto. Pauline è in
cucina, stesa a terra, mentre dal tubo del gas della
stufa provengono zaffate tossiche: l’ha staccato e ha
cercato di metterselo in bocca.
I pompieri sono rapidamente sul luogo, cercano di
rianimare la ragazza che poco dopo viene portata in
ospedale, mentre l’ispettore capo Luis Ferrière
ispeziona l’appartamento e il cadavere di Félix:
freddato da due colpi alla testa, una terza pallottola
si trova all’altezza della scapola sinistra. La pistola
è inceppata.
Il cadavere di Félix viene portato in obitorio dove ha
inizio l’autopsia. Frattanto Pauline, in ospedale, ha
appena aperto gli occhi e racconta la sua verità: spiega
il suo intento di parlare da sola all’innamorato, di
uccidersi davanti ai suoi occhi se l’avesse rifiutata.
Sostiene che, alla vista della pistola, Félix abbia
cercato di disarmarla provocando una colluttazione al
termine della quale due colpi sono partiti a vuoto,
colpendolo per errore. Lei lo credeva ancora vivo quando
ha cercato di mettere fine alla propria vita tagliando
il tubo del gas con un coltello da cucina e ficcandoselo
in bocca.
Una teoria alla quale Ferriére non è disposto a
credere: è sempre più convinto che Pauline abbia sparato
a Félix a bruciapelo, frontalmente, un colpo solo e
sicuro. Poi altri due, allo scopo di finirlo come in
guerra.
Un’esecuzione militare con tanto di colpo di grazia
finale.
Domenica 19 marzo a Malo-les-Bains c’è una donna
che va a fare la spesa, come ogni domenica mattina,
senza dimenticare di passare per la pasticceria locale e
comprare una torta da mangiare a pranzo.
E' Simone Dubuisson e ha appena comprato una copia del
giornale, rimanendo attonita a leggere la prima pagina e
i suoi grandi caratteri neri: è lì che si racconta una
vicenda incredibile, che già suscita i mormorii
indignati dell’opinione pubblica, facendo velocemente il
giro di Parigi e della Francia intera. Sembra la trama
di un film noir: la bellissima ragazza dai capelli neri
che in preda a un delirio psicotico uccide a sangue
freddo l’ex fidanzato storico.
Ebbene, quella ragazza si chiama Pauline ed è sua
figlia.
La donna rincasa in preda al panico e decide di tacere
il fatto al marito: quando le viene chiesto il giornale,
lo informa che è ora di mettersi a tavola e pranzano
assieme, in silenzio, come ogni domenica mangiando la
torta. Infine gli passa una copia del quotidiano e vede
l’uomo sbiancare. L’articolo non si limita a distruggere
l’immagine di Pauline, ma allunga i suoi tentacoli su
tutta la famiglia Dubuisson: finisce nel mirino lui
stesso, l’ingegner André Dubuisson, accusato di raggiri
in ambito professionale. E' la fine di un mondo troppo a
lungo spacciato per ordinato e perfetto e l’uomo non può
che gridare confusamente: "Questa volta è troppo, mi ha
sfinito... la mia bambina! Pauline!".
Nel pomeriggio, a casa Dubuisson, arrivano diverse
lettere anonime: da chi reclama denaro, a chi accusa il
capofamiglia di truffa, a chi si augura la fucilazione
di quella sgualdrina di Pauline, la stessa che se la
spassava coi tedeschi in tempo di guerra. André,
sconvolto, continua a ripetere che tutto è rovinato per
sempre, che la sua vita è finita, che deve lasciare al
figlio Pierre il comando dell’azienda di famiglia. Così
compila un dettagliato memorandum per il figlio affinché
possa prendere il suo posto il prima possibile, poi lo
convoca nel suo studio, parlano per tre ore ma il padre
sembra assente, distaccato.
Non vuole cenare, manda a casa Pierre, gira da solo per
due ore sotto la pioggia di Malo-les-Bains senza meta.
Rientra alle ventidue, Simone non dorme ma non lascia il
letto, si limita a origliare i passi del marito, rimane
in balia della sua mancanza di iniziativa, si illude che
il peggio debba passare, prima o poi.
André Dubuisson, nel frattempo, si chiude nello studio,
quindi in camera da letto dove scrive quattro lettere:
infine si lava, si rade, si avvolge in un lenzuolo e si
tappa le orecchie con dell’ovatta. Taglia il tubo del
gas della stufa, lo mette in bocca e si uccide così come
la figlia avrebbe voluto uccidere se stessa.
In breve tempo gli sciacalli della stampa
rivoltano il caso come un calzino: per un’amara ironia
della sorte Pauline ha tutti gli occhi puntati addosso,
ancora una volta.
Mentre la signora Bailly afferma di aver sempre nutrito
dubbi su quella bruna diabolica, Monique Lombard non si
capacita dell’accaduto e la lettera scritta da André
Dubuisson al figlio Pierre viene resa pubblica.
In seguito arriva il risultato dell’autopsia sul
cadavere di Félix: tre pallottole, una sparata
frontalmente e a bruciapelo, altre due alle spalle. Due
hanno colpito l’occipite uscendo dal naso, la terza ha
colpito la schiena.
Quando Pauline viene condotta alla stazione di polizia
per il primo interrogatorio è pallida e inespressiva
come le è stato insegnato: sfila fra i fotografi e si
stupisce che siano così tanti. Riconferma al commissario
la sua versione dei fatti e cerca di convincerlo che si
è trattato di un incidente, che voleva uccidersi per
amore e non uccidere l’amore della vita. Avrebbe voluto
spararsi se la pistola non si fosse inceppata, così ha
dovuto ricorrere al gas. Insiste dicendo che Félix era
l’uomo della sua vita e voleva soltanto dimostrargli
quanto fosse irragionevole sposare un’altra, siccome
amici comuni le avevano assicurato fosse infelice con
Monique e ancora invaghito di lei.
Quando arriva l’incriminazione ufficiale per omicidio
volontario, la pantera si decide a calare la maschera e
cambiare versione: ha sparato, lui è crollato, lei ha
premuto nuovamente il grilletto finché la pistola
gliel’ha consentito.
Il 23 marzo Pauline è rinchiusa nel carcere di
Petite-Roquette, quando le viene finalmente detto che il
padre si è tolto la vita: lei reagisce con un lungo
silenzio, poi grida che avrebbe voluto uccidersi
piuttosto che portare alla morte due uomini, proprio
quei due uomini che amava sopra ogni altra cosa. Ha
quindi una crisi isterica e viene ricondotta in cella in
braccio e sottoposta a stretta sorveglianza mentre
delira e vaneggia.
Alla vigilia del processo, il 27 ottobre 1953,
riecheggia per l’aula di tribunale l’ennesima notizia
sconvolgente: l’imputata ha tentato il suicidio
tagliandosi la vena radiale del polso, nella notte, con
l’aiuto di un grosso ago che era riuscita a procurarsi.
La stampa non è clemente verso questa ennesima prova di
platealità da parte di Pauline, l’opinione pubblica
rafforza la sua già solida diffidenza nei confronti
della femme fatale avara di sorrisi: quando in sede di
processo viene letta la struggente lettera scritta dalla
giovane, orlata ai bordi da macchie di sangue, si
scatena un vero putiferio.
I continui, tentati suicidi della Dubuisson sono venuti
a noia a tutti: perché mai una studentessa di medicina
dovrebbe tentare il suicidio recidendo l’arteria
radiale, quando la vena del braccio darebbe senza dubbio
un esito più certo? Le vengono praticate trasfusioni,
mentre in aula si dibatte circa la sua colpevolezza.
Eppure quel gesto non convince nessuno, peggiora invece
le cose.
Il 18 novembre Pauline viene nuovamente chiamata a
presenziare al processo: si mostra seria, altera e priva
di espressione come sempre. E' ancora bella per quanto
glaciale e imperturbabile, bistrattata in un abito
dimesso, esile, cerea in volto e ben lungi dall’immagine
di femme fatale che tanto solletica l’attenzione morbosa
del pubblico. Le vengono poste una serie di domande:
recuperando il suo passato per fotogrammi viene messa di
fronte alle torbide relazioni coi tedeschi, all’iniziale
rifiuto per Félix, alla scostumatezza in ambito
sessuale, ai tradimenti, agli amanti, ai colpi di testa.
Pauline è incapace di dare il minimo segno di
cedevolezza: raramente i suoi occhi brillano di pianto,
ma è il pianto atterrito di una pantera stanca e
sdegnata verso ciò che la circonda, un pianto sterile e
malvisto dalla folla.
Sul banco dei testimoni passano visi noti: come il
dottor Marcel Senneville, preso come bersaglio dalla
stampa, l’austriaco Legens, abbandonato per motivi
economici, la signora Gérard che definirà Pauline
"sincera nella sua pazzia". "La ritengo solo una
squilibrata", affermerà, "ma ogni volta che si cala in
un nuovo personaggio, devo ammettere che pare convinta
di esserlo davvero".
Orrore nei resoconti della signora Bailly. Orrore nelle
parole di Monique. Una mano tesa da parte dell’amica
Camille nel definirla "un’ottima amica dal carattere un
po’ capriccioso".
L’imputata continuerà a sostenere che fra lei e Félix
si fosse nuovamente instaurato un rapporto, suggellato
da un bacio e una notte passata assieme.
Non è la verità.
Un bacio rubato, la prima sera a Parigi. Una notte
passata a distanza, mentre Félix la guardava dormire
dopo una crisi di nervi. Ma la pantera è fantasia, è
collera, è segreti: inclusa la scioccante rivelazione
dell’esistenza di un signor Chabrodier che, a pochi
giorni dall’omicidio, l’avrebbe accompagnata al Lido.
Lei si difende sostenendo che stava solo aiutandola a
trovare un alloggio.
Ma gli uomini sono troppi, come troppi sono i teatrali
suicidi di Pauline, quelli che per qualche ragione non
vanno mai a buon fine.
L’avvocato Floriot l’apostroferà dicendo "decisamente
le riescono meglio gli omicidi", suscitando uno sdegnato
mormorio nell’aula. Ora Pauline piange, senza perdere
quella freddezza che l’ambiente di casa le ha instillato
in corpo sin dalla nascita. Si aggrappa alla sua
infanzia per provare alla giuria che l’assenza di
reazioni è dovuta a un’educazione rigida.
Diversamente la pensa il dottor Boutet, incaricato di
compiere la perizia psichiatrica sulla Dubuisson: "E'
squilibrata, egocentrica, incapace d’affetto.
Intelligente, furba, determinata. Il tutto a discapito
del suo cuore e fomentando una personalità dall’ego
sconsiderato".
C’è anche una pallottola a far parlare di sé. Quella
sparata a due centimetri dall’orecchio di Félix, mentre
lui giaceva al suolo, in un macabro colpo di grazia.
Ci sono bugie, ritrattazioni, amanti che emergono da
ogni angolo del passato puntando il dito addosso a
Pauline e definendola intrattabile, dominante, sadica,
cinica.
Amici della famiglia Dubuisson descriveranno Andrè
Dubuisson come un egoista maniaco della disciplina,
avvezzo a plasmare i suoi figli in piccole macchine da
guerra senza cuore.
La fille au coeur du glace (la ragazza dal
cuore di ghiaccio) diventa l’espressione in voga per
definire l’imperscrutabile Pauline.
Anche il suicidio mediante il tubo del gas non sta in
piedi: dal settimo piano di un palazzo sarebbe stato più
facile gettarsi.
Giudicata colpevole e sbattuta in prima pagina su
Le Figaro, Pauline si alza, stringe la mano al suo
avvocato, improvvisa un sorriso poco convinto e se ne va
verso la prigione di Haguenau, restando per tutti un
grande mistero con gli occhi azzurri.
Prima del 1959, anno in cui Pauline ottiene la
grazia, la detenuta applica alla vita del carcere le
stesse buone norme apprese in casa. Modello per le
compagne, lavora come bibliotecaria e contabile,
prosegue gli studi in Medicina, si laurea, rifiuta di
firmare il ricorso in cassazione come se la prigione
fosse finalmente il rifugio che le è sempre mancato. La
sua ottima condotta non passa inosservata ed è per
questo che la sua pena viene interrotta e commutata
nella grazia: Pauline esce e cambia nome in Andrée
Dubuisson, quindi si sposta in Marocco dove decide di
inventare daccapo una vita cominciando dall’ospedale di
Essaouira, dove trova impiego.
Finale di una vita drammatica imprevedibilmente scritto
in uno scenario caldo ed esotico, tanto più cocente del
cuore di ghiaccio di Pauline, tanto diverso e pieno di
colore.
Sono quattro anni di lavoro e di riposo per lei, nonché
di tentativi per dimenticare se stessa e le sue colpe.
Quindi l’incontro con Maurice, un ingegnere francese di
quarant’anni, giunto in Marocco per alcuni interventi di
ristrutturazione all’ospedale. Ha inizio una storia
d’amore, di un amore tanto spontaneo e impetuoso che
Maurice non ha dubbi sul da farsi: non intende tornare
in Francia, vuole restare accanto a Pauline. Per
quest’ultima si delinea finalmente la prospettiva di una
vita diversa, vera e appagante, senza ricorrere alla
teatralità dei suoi personaggi. La pantera è uscita dal
carcere amareggiata, indebolita e bisognosa di
protezione: Maurice sembra caduto dal cielo e disposto a
regalarle una seconda opportunità.
Quando le chiede di sposarlo, lei non esita ad
accettare.
Solo a pochi giorni dal matrimonio, qualcosa prende a
cigolare nel cuore di Pauline: è notte, si rigira nel
letto e non riesce a dormire. La sua storia, la sua
verità, la sua colpa. Non ne ha fatto parola a Maurice e
teme la sua reazione, teme l’inizio di una nuova
architettura di menzogne destinata a sembrare amore. Non
può, deve liberare la coscienza da quel fardello e
mettersi nelle mani di lui come moglie che ha sbagliato,
come moglie che viene dall’inferno e per questo chiede
scusa.
Non è ancora l’alba quando si avvicina a Maurice, lo
scuote e la prega di ascoltarla. Lui, incuriosito, le
offre riparo fra le sue braccia. Quindi ha luogo una
confessione.
Una confessione che fonda le sue radici a
Malo-les-Bains, prima della guerra, a rimbalzare sguardi
pericolosi coi nazisti, che passa per Parigi nella canna
stretta e letale di una pistola, che si dipana fra
amanti e tentati suicidi, trovando fine dietro le sbarre
di un carcere. Tutta la vita di Pauline in un racconto
grondante rimorsi, menzogne, sangue e scelleratezze.
L’abbraccio di Maurice si allenta, un’espressione di
ribrezzo gli altera i lineamenti, è incapace di dire una
parola mentre si veste e lascia la stanza d’hotel in cui
si trovano. Pauline non lo ferma, ma come sempre tace e
si limita a squadrarlo, seria, statica.
Arriva successivamente una lettera recapitata da una
cameriera: è Maurice, in toni sbrigativi, in poche
righe. Non vuole vederla mai più.
Domenica 23 settembre 1963. Fa molto caldo e un disco
di Mozart è stato appena messo sul giradischi: riempie
la stanza di musica, alleggerisce l’aria soffocante e
sembra "rimettere tutto in ordine", come piace a
Pauline. Quest’ultima, sulle note di musica classica, è
lucida e risoluta mentre ingoia il contenuto di vari
flaconi di tranquillanti, una pasticca dopo l’altra,
senza sosta. Questa volta non è un capriccio né una
farsa. E' la fine di una maledizione molto a lungo
annunciata, la fine di un’esistenza pesante e povera di
sentimenti autentici.
Pauline Dubuisson chiude gli occhi e la dà finalmente
vinta alla morte.
Esce di scena da sola, con determinazione e non è più
una belva, ma una donna stroncata dai demoni della
propria testa, dall’assenza di affetti, dal suo stesso
silenzio rigido e forzato.
Le pantere prendono a unghiate ciò che le circonda per
tutta la vita e l’amore, in genere, non è clemente con
loro.
O, semplicemente, non è roba per loro. |
|
|

|
|