Il rimorso della pantera

a cura di Maria Silvia Avanzato



     Pauline Dubuisson e Félix Bailly

     Precipitata nel vortice ingordo della sua bellezza, della sua sfrenata voluttà, di quella perfidia gratuita che per tanto tempo le avevano garantito la fama di donna affascinante, Pauline scoprì di avere un cuore malconcio. E fu la peggiore scoperta della sua vita.


     Lei: Questa storia ha un’unica vera protagonista e il suo nome è Pauline Dubuisson. Nasce nel marzo del 1927 a Malo-les-Bains, nel cuore di una Francia vivida e allegra, profumata di salsedine e morigerata, provinciale, accogliente. Pauline vive sotto il guscio raccolto e moralmente inattaccabile del suo cognome, della sua casa. Una famiglia benestante, quella di Pauline, dove il padre André ha un ruolo determinante: ingegnere impiegato a Dunkerque, uomo colto e ineccepibile, di solidi principi.
     I primi anni di Pauline sono contraddistinti dai ritmi militari e le regole paterne: due fratelli maschi, una femmina. Soldatini. Papà Andrè ha un chiaro concetto della disciplina: sveglia la mattina presto, dieta, attività fisica, studio. Per l’amore, sulla tabella di marcia, non rimane spazio. La stessa Pauline, da subito, identifica i sentimentalismi come sintomi di debolezza di carattere. Così, a Malo-les-Bains, in una casa ricca e spaziosa, tutto funziona con la precisione di un orologio. Ma, di amore, non c’è ombra.
     E' papà ad addestrare la sua unica femmina al controllo emotivo. Le ricorda spesso che "piangere le rovina il viso e la rende orribile", che "sognare è come tenere una bomba in mano" e a ogni errore corrisponde una punizione, generalmente esemplare. Nel cuore di Andrè, Pauline è la figlia prediletta. Vederla crescere sana e poco suscettibile ai fronzoli è il suo più grande traguardo.
     E' del tutto ignaro di quel malessere segreto che Pauline cova anno dopo anno, quello che la spinge a chiudersi in camera e abbruttirsi il viso piangendo per ore. Quando papà non la vede.

    
La gelida infanzia e l’ancora più amara adolescenza di Pauline scorrono con lentezza, fra esercitazioni e totale intolleranza verso ogni forma di svenevolezza. Pauline ha dalla sua la bellezza, un dono che difficilmente riuscirà a dissimulare: ha gli occhi molto chiari, i capelli scuri, i lineamenti volitivi, da piccola amazzone. Ha dalla sua anche l’intelligenza, la velocità di apprendimento, la presenza di spirito: è sveglia ed è l’orgoglio di suo padre.
     Mamma Simone Dubuisson è a sua volta una figura algida, anaffettiva. Maestra di scuola, taciturna, fissata per l’ordine e la pulizia, passa le giornate ad accertarsi che non ci sia un solo granello di polvere in tutta la casa e guarda i figli con distacco, come se non fossero suoi. Pauline, in tenera età, cerca con lei un contatto fisico, una carezza, un bacio. In quei casi viene aspramente ammonita: mamma Simone non è prodiga di smancerie e non tanto perché abbia sposato la stessa causa del marito, quanto perché è il tipo di donna che preferisce aggirare le discussioni. Perché contraddire l’ordine militaresco applicato dal marito e affrontare così una battaglia irriducibile? Meglio seguirlo a ruota e imitarne lo stampo.
     Nel tempo, Pauline matura una discreta curiosità verso i genitori e spesso si ritrova a spiarli, nella speranza di cogliere fra loro una veloce effusione. Per quanto indaghi, non li vedrà mai assieme in atteggiamenti affabili o affettuosi. E mentre i cuori dei genitori inaridiscono, Pauline assaggia il primo danno della sua insana educazione: il senso di superiorità che la accompagna in ogni contesto. Papà ha educato i suoi cuccioli a privarsi di tutto, a rimproverarsi da soli. Così facendo li ha resi feroci, rabbiosi e convinti di essere superiori al resto del branco.
     Gli anni della scuola sono per Pauline un brutto risveglio. Nata nel rigore, svezzata a insegnanti privati e iscritta successivamente a una scuola esclusiva, si accorge presto di essere poco tagliata per quella realtà dispersiva. Fra tanti compagni, non si sente valorizzata abbastanza. Necessita sempre di una distinzione, vorrebbe godere di vantaggio, giudica i compagni un branco di inetti, indubbiamente meno preparati di lei. Cosa la mandano a fare, a scuola? Lei sa già tutto e non vuole mischiarsi a quei ragazzini noiosi.
     I compagni di classe la temono perché è intrattabile e prepotente, un’aggressiva capace di metterli a tacere con le più crudeli offese e abituata a pretendere costantemente l’attenzione di tutti su di sé. Viene schivata ed estromessa dalle cerchie di amici. Nessuno la sopporta, tutti sanno che è una scorbutica, una primadonna altezzosa. Lei, dal canto suo, è stata educata alla solitudine: si isola presto dal resto della classe, passa molto tempo sui libri, legge, potenzia la sua cultura già più che apprezzabile e non instaura nessun tipo di rapporto umano. Riflette la casa-caserma nella quale è cresciuta anche in classe. E impara così l’inglese e il tedesco, per suo conto, senza l’aiuto degli educatori.
     Ma sarà la guerra a scrivere un altro drammatico capitolo della vita di Pauline. Quando Paul, suo fratello, viene chiamato alle armi come ufficiale di marina, per Pauline è difficile nascondere una certa apprensione. Morirà due anni dopo, in Africa. Sotto una pioggia di bombe, i Dubuisson rimangono ancorati a Malo-les-Bains nonostante il pericolo crescente: è lì che Pauline si riempie gli occhi di orrore. Assiste a combattimenti sulla spiaggia, si abitua al confronto con la morte, diviene spettatrice di scene di sangue e di violenza. Papà Andrè, frattanto, decide di collaborare coi nazisti e si sposta a Dunkerque con la famiglia in cerca di protezione. Tuttavia, per comunicare coi nazisti occorre qualcuno che sappia parlare tedesco. Pauline l’ha imparato da sola, in quei solitari anni di scuola, potrebbe essere il piccolo tramite che papà sta cercando.
    
Quando Pauline diventa il messo paterno e inizia a incontrare i giovani militari tedeschi, prova subito per questi una grande attrazione. Ogni scusa è buona per uscire, noncurante dei bombardamenti. Per mamma Simone è un comportamento intollerabile e, assieme all’angoscia legata alla guerra, concorre a distruggerle i nervi. La donna cade in un esaurimento nervoso: emicranie e capogiri la convincono a rifugiarsi dai genitori in Bretagna. Tornerà solo alla fine della guerra, lasciando carta bianca a Pauline. Senza la mamma fra i piedi, la piccola collaborazionista nazista è libera di uscire quando vuole e di perdere il controllo. Indossando un paio di scarpette eleganti, ogni giorno dopo la scuola, Pauline incontra un giovane militare tedesco. Non manca dal civettare con lui, consapevole del suo ascendente sull’altro sesso e mente circa la sua età: all’epoca dei fatti ha quattordici anni, ma li spaccia per sedici. Il suo splendido aspetto gioca dalla sua.
     Ben presto cede alle avances del tedesco: fra una chiacchiera e l’altra concede al giovane di toccarla e prova un grande senso di potere. Quando i due vengono sorpresi da un’insegnante di Pauline mentre si baciano su una panchina, scoppia uno scandalo: papa Andrè ritira la figlia da scuola, pur restando dell’idea che debba servirlo per le sue ambascerie coi tedeschi. Quindi si occupa privatamente dell’istruzione della figlia preferita, ma le intima di interrompere le relazioni con i soldati.
     Pauline scalpita per uscire e se ne infischia. Ha trovato nei nazisti il tipo di suolo che le piace.
     Le storielle di Pauline continuano, degenerano e si moltiplicano, in quel periodo. Papà Andrè disapprova le liasons sentimentali della figlia, ma la preferisce sapere con un nazista piuttosto che con un francese. I tedeschi sono vincenti e ai perdenti non bisogna dare confidenza.
     Dello stesso avviso è anche Pauline, che ha trovato nei nazisti degli accompagnatori impagabili: regali, pranzi, feste, inviti galanti. Schierarsi coi potenti ha i suoi vantaggi anche se a Dunkerque le voci prendono piede velocemente. Tutti bisbigliano alle spalle di Pauline sebbene lei non se ne curi, dedicandosi piuttosto alla precoce scoperta dei propri impulsi sessuali: il desiderio di dominare quei militari ombrosi e potenti, temuti da tutti, diventa la sua ossessione. Una serie di rivincite che contribuiscono a ingigantire il suo ego e renderla spietata: cerca disperatamente una preda, vuole perdere la verginità e vive quell’idea come un trionfo personale, l’ingresso ufficiale nella definizione di donna. Ma ben presto viene additata come una ninfomane e la voce non manca dall’arrivare all’orecchio di papà Andrè.
     Deciso a rammendare lo strappo, l’uomo impone alla figlia alcune sedute dallo psichiatra. Cessano bruscamente, poco tempo dopo: Pauline cerca di sedurre anche il medico, la sua sete di potere è incontrollabile.
     A diciassette anni viene reclutata dall’ospedale militare tedesco di Dunkerque come infermiera. Come sempre, la sua educazione d’origine la spinge a eccellere. Molto più dotata delle colleghe, pratica, instancabile, accentra tutta l’attenzione. Inclusa quella del tenente colonnello Kurt Von Domnick, primario chirurgo di trentotto anni più anziano di lei. Una preda che Pauline non intende lasciarsi scappare.
     Per l’infermiera di Malo-les-Bains ha inizio una vera avventura, conquistare il chirurgo è la sua nuova ossessione. Vuole dimostrare a se stessa fino a che punto il suo fascino possa piegare l’altro sesso, così lo circuisce, mette in atto svariate tattiche, gli parla con gli occhi e non sono occhi innocenti, i suoi. L’uomo non è indifferente a quell’infermiera avvenente e giovanissima che gli porta il caffè ogni giorno e non trascura quei piccoli dettagli eccitanti, come le dita che si sfiorano o uno sguardo lungo, insistito, supponente. Resiste e soffoca i demoni, in cuor suo. Poi Pauline perde ogni contegno, lo attira nella sua trappola, fa vacillare la sua volontà. Una notte, nel silenzio dell’ospedale addormentato, la luce si spegne rapidamente nell’ufficio di Kurt.
     Il primo rapporto sessuale fra i due avviene in terra, fra la finestra e la scrivania, nel silenzio e nella clandestinità. Per Pauline è la sospirata, pianificata, elettrizzante prima volta. L’uomo guarda con imbarazzo a quanto ha appena fatto. Pauline, invece, torna a casa canticchiando, trionfante e attenta a non farsi scoprire da suo padre mentre sguscia in camera da letto in punta di piedi.
     La sua sete è stata soddisfatta. Ha in pugno un uomo tedesco più grande, un medico. Ha appena dimostrato a se stessa che nulla è impossibile se si è Pauline Dubuisson.
     I due amanti continueranno a incontrarsi nel buio dell’ufficio per alcuni mesi. Dapprima con discrezione, poi in maniera più rilassata, quasi spontanea. Esploderà un focolaio di pettegolezzo quando la relazione diverrà ufficiale.
     Nel momento in cui Andrè Dubuisson viene informato della faccenda, applica una strana tattica paterna. Non rimprovera la figlia, non la mette in guardia: si convince invece che la protezione del potente medico nazista possa fruttarle ben più vantaggi che gli inviti scanzonati dei soldati semplici. Insomma Pauline è perduta, allora tanto vale che si perda fra le braccia di un uomo capace di mutare in bene il corso della sua vita, garantendole una carriera brillante. Ma la guerra, frattanto, è finita, sono i giorni della liberazione e per Pauline, compagna fissa del medico nazista, è giunto il momento di pagare lo scotto.
     Kurt, dopo la chiusura dell’ospedale nazista, è scomparso nel nulla, ma tutti ricordano la relazione fra loro.
     Una mattina, mentre Andrè è fuori per lavoro, un gruppo di donne inferocite si presenta a casa Dubuisson. Pauline viene trascinata all’esterno e ricoperta di sputi e manate, le vengono strappati i vestiti e gridati gli epiteti peggiori. Lei non si ribella, non versa una lacrima, non apre bocca e guarda le sue persecutrici con odio e disprezzo. Nemmeno quando viene rasata a zero nella piazza del paese si scompone. Al contrario, tutto ciò la fa sentire un’eroina: non si vergogna per quanto ha fatto perché quanto ha fatto la fa sentire più donna di tutte le altre. Quando viene costretta a sfilare per la piazza di Dunkerque, lo fa con compostezza, tenendo ben alta la testa e guardando negli occhi i curiosi con aria di sfida.
     La sera Andrè rincasa e trova la figlia malconcia, muta, impassibile: è pur sempre bellissima, anche se scempiata dalla rabbia della folla.
     Papà Dubuisson se l’aspettava e non ha per lei parole di conforto. Decide su due piedi di mandarla a Lione, dalla zia. In altre parole, se la toglie di torno.
     Pauline ha diciotto anni quando arriva a Lione e si iscrive alla Facoltà di Medicina. Sono per lei momenti pigri e svilenti. Detesta i compagni, non trova interessante nessuna delle attività che le si propone di fare, gli anni delle folli avventure coi giovani nazisti sembrano sopiti per sempre. Vuole stordirsi, eccitarsi, morire piuttosto che vivere un’esistenza incolore ed è per questo che inizia a meditare il suicidio. Si prefigge i vent’anni come età ultima nella quale compiere una stima delle sue esperienze: se non sarà riuscita entro quella data a "fare qualcosa di grande", si ucciderà.
     Il suicidio, in questa e altre stagioni della sua vita, sarà un pensiero ricorrente.
     Nel 1946 si iscrive all’Università di Lilla. Il rapporto di fine anno definirà la sua condotta come "arrogante, provocante, sempre pronta a flirtare". La pantera non si smentisce, sta solo sonnecchiando in attesa della prossima vittima. Frattanto è una studentessa modello: vive presso i coniugi Gérard nel bel quartiere universitario di Lilla e passa le giornate secondo i ritmi militari tanto cari a papà André. Ma la seconda parte della giornata di Pauline è la discesa mirabolante in una giungla dove la pantera è avvezza a scatenare i suoi appetiti. Al culmine dell’ossessione maniacale, la giovane studentessa di Medicina si arma di un taccuino dove annota tutti i suoi amanti, con valutazioni e graduatorie. Dettagliati resoconti circa le loro prestazioni sessuali, analisi dei loro gusti ed elencazione delle particolari richieste sotto le lenzuola. Poi carattere, aspetto fisico, modo di fare, condizione sociale, difetti. Una spirale di pazzia che strizza l’occhio al feticismo: Pauline colleziona uomini e scartabella manuali di anatomia tutti i giorni in cerca di nuovi segreti da applicare in camera da letto per legare i suoi amanti a sé e annullare totalmente la loro volontà.

    
Lui: Félix Bailly, figlio dell’affermato chirurgo Jean Paul Bailly, è un giovane che cresce nell’amore e nei sani principi. Lo studio riveste un ruolo importante nella sua vita e in quella della sorella Sophie: entrambi amano trovare una spiegazione a tutto, sono curiosi e sensibili. Félix è affettuoso, anche se di poca immaginazione, legato alla concretezza delle cose che ama. Lo sport, in particolare. E' alto, massiccio, bruno, cordiale e benevolo. Di natura remissivo, non ama le discussioni. E' mosso da ambizioni limitate, s’iscrive a Medicina per calcare le orme del padre e del nonno senza troppa enfasi, animato da puro senso del dovere.
     Durante una lezione di anatomia, nel 1947, mette gli occhi su una compagna di corso: lei è seria, arroccata su se stessa, bruna, affascinante, di poche parole. Si chiama Pauline e, al termine delle lezioni, è solita tornare in fretta a casa, senza chiacchierare con nessuno. E' così che ha inizio un corteggiamento vecchio stile.
     Félix aiuta Pauline nello studio, la passa a prendere, la conduce al cinema che è una grande passione di entrambi. Il colloquio è piacevole, vario, di ampio respiro. Ben presto Félix azzarda nuove richieste: porta Pauline in giro per boschi, a passeggiare, a correre in bicicletta. Le racconta i progetti per l’avvenire, sebbene siano poco pretenziosi: gli basta diventare un medico e assistere i pazienti, non aspira a una carriera folgorante.
     Pauline è docile, si lascia coinvolgere nelle avventure, accetta gli inviti ma non ha dubbi sul conto di Félix: un tipo così è un buon passatempo ma, per lei, è indubbiamente una noia mortale.

     In quei mesi di assidua frequentazione con Félix, Pauline si innamora di una alterata proiezione di se stessa. Vedendosi coinvolta in un rapporto a due con un bravo ragazzo, ai suoi occhi poco brillante e banale, immagina la sua occasione per redimersi. Dopotutto, superati i demoni della sua dissestata condotta sessuale, un giovane dai modi gentili è un porto sicuro al quale attraccare. Quella routine fatta di piccole semplicità ha per lei il fascino di un malsano esperimento. Vuole proiettare se stessa in una nuova dimensione a lei totalmente estranea: la storia d’amore, la storia normale, l’idea del compagno fisso, la fedeltà, la famiglia e un fantasioso concetto di rispetto reciproco.
     Il ruolo da angelo del focolare, tuttavia, le sta stretto. Più stretto ancora quando Félix le propone di fidanzarsi ufficialmente. Il primo scricchiolio si avverte a seguito di questa proposta: Pauline decide di aggirare il discorso e compiacerlo offrendogli il suo corpo, ipotesi verso la quale Félix non sembra nutrire uno sfrenato interesse. Il primo congresso carnale è una vera disfatta: Pauline è un’amante esperta, Félix è un imbranato dai modi infantili, agli occhi di lei. La cosa la sconvolge e la delude.
     Di colpo si accorge di non tollerare le poche pretese del ragazzo nei confronti del proprio futuro: lei vuole immaginare se stessa come ricca e agiata, protagonista di una vita costellata di lussi, ma con Félix si parla solo di grande amore, di routine matrimoniale, di anni che si succedono tutti uguali, monotoni, scritti a tavolino e giustificati dalle più nobili intenzioni di fedeltà e devozione. Questo, per Pauline, è mero idealismo.
     Quando Félix le chiede di sposarlo, una domenica mattina, Pauline escogita un modo per non rispondere e rimanda la decisione. Non vuole sposarsi affatto. O forse vuole sposare un uomo vero, un altro, un maschio dominante quanto lei.
     Faticosamente acconsente alla richiesta di Félix di partire per Saint-Omer, dove avrà luogo la presentazione ufficiale ai genitori di lui. Quando Pauline si trova al cospetto della signora Bailly, prova subito per lei una profonda antipatia: la reputa una donna sciatta, dozzinale, che li riceve col grembiule indosso e le mani sporche e continua a preparare il pranzo, omettendola dalle discussioni. Nulla di suggestivo, di affascinante, nessun trampolino di lancio verso i suoi strampalati sogni di futuro. Quelle di Félix sono origini umili, sempliciotte, alla buona.
     La Bailly, dal canto suo, ha intuito subito che Pauline non è la compagna adatta per suo figlio: veste in modo sgargiante, è troppo sicura di sé, tratta il fidanzato in modo sprezzante e tirannico e finisce con il risultare indigesta a tutti. Il padre di Félix, al contrario, la giustifica in quanto ritiene che possa smuovere la tranquillità del figlio, dandogli una marcia in più, un tocco di verve e di intraprendenza. I coniugi Bailly si confrontano sull’argomento a lungo non appena i ragazzi se ne vanno. Ma il cuore di una mamma la sa lunga e Catherine Bailly ha fiutato guai da lontano.
     Passano i mesi e Pauline è stanca, annoiata, sempre meno entusiasta all’idea della proposta di matrimonio. Ne parla con l’amica Camille Le Houx, sua unica confidente, descrivendo Félix come una donnicciola appiccicosa e incapace di darle forti emozioni. Il ruolo di futura moglie la allarma talmente tanto che decide di spiegare a Félix le sue ragioni: secondo lei è troppo presto per sposarsi, questa è la scusa che sceglie per aggirare l’inconveniente. Lui non demorde, ritenta, infila il discorso nelle conversazioni ogni volta che ne ha occasione. Un giorno, al termine di un rapporto sessuale, Pauline si riveste e si lascia prendere dall’insofferenza. Gli dice di non amarlo più. E' stanca del suo giocattolo che manovra da tempo con cieca perfidia anche se trova ancora elettrizzante coinvolgerlo nei più subdoli giochetti: le piace condurlo in luoghi appartati, eccitarlo, poi girare sui tacchi e lasciarlo con un palmo di naso. A volte si fa venire a prendere sotto casa e lo lascia ad aspettare per un’ora buona. Altre volte esce con gli amici e se lo porta dietro come se fosse il suo gingillo: non lo aggrega alle discussioni, lo esclude apposta, al punto che lui è solito chiamarla "la mia distruttrice". Pauline è volubile, cambia idea di continuo, è instabile, capricciosa e prevaricante. Tutto ciò opera sulla mente di Félix un potere sconvolgente, rendendolo incapace di ribellarsi. Così, lungi dal rassegnarsi, la convince a restare con lui e lei accondiscende quasi per sfinimento.
     Ma la pantera è ancora insoddisfatta e questa è solo calma apparente.

     E' il giugno del 1949. Questo grande e idealizzato amore è agli sgoccioli.
     Pauline vuole tradire Félix e ha deciso di farlo con un professore universitario: Marcel Senneville, un quarantenne scapolo, timido e ordinario. Gli rivolge avances dopo le lezioni, trova il pretesto per uscire con lui, si fa portare nel suo studio, lo seduce, lo possiede. Torna spesso a fargli visita in quello stesso studio, chiude la porta a chiave, lo invoglia nei modi più fantasiosi e lo lascia a bocca asciutta come è solita fare. Come il sadomasochismo vuole.
     In un’occasione Félix li vede di straforo, assieme: la sera chiede spiegazioni alla fidanzata e lei ride, afferma che stavano ripassando per un esame, non abbonda in giustificazioni e sembra divertita. Félix non vuole credere all’infedeltà della sua padrona ed è disposto a tutto pur di non perderla. Si convince che sia caduta vittima di un perfido raggiro del professore che, da uomo maturo, sa giocare le proprie carte. Così affronta a viso aperto Senneville piombando nel suo studio: Pauline, che si trova lì al momento dell’irruzione, è costretta a nascondersi in bagno, mentre Félix prega il professore di lasciare stare la fidanzata, parla del suo amore per lei, della sua paura di perderla. Il medico, di fronte a quella supplica, si commuove e assicura che non vedrà più Pauline.
     Quando Fèlix lascia lo studio, Pauline esce infuriata dal bagno e inveisce contro il fidanzato cercando sostegno nell’amante: Senneville, tuttavia, è sinceramente toccato da quanto è appena accaduto. Le dice che fra loro è finita, tiene fede a quanto ha promesso a Félix. Per tutta risposta lei ride istericamente, prende le sue cose e corre da Pascal Du Guffy, un altro medico di sua conoscenza.
     Una nuova avventura, un nuovo tentativo di emergere e dominare.
     Pauline convince Du Guffy ad accompagnarla al cinema e fa in modo di passare vicino al caffè Laurent, dove è certa di trovare Félix e i suoi amici. Non appena adocchia il fidanzato, si stringe al braccio del medico fingendo di non averlo visto. Félix, scioccato da tanta impudenza, le corre incontro, la affronta a muso duro e le dice che è finita.
     "Perché mi fai questo?", le chiede lui.
     Lei decide di lasciare i due uomini a sbrigarsela da soli e senza dare risposta torna a casa.
     Ma qualcuno, dentro il caffè Laurent, ha seguito la scena e intende offrire una spalla a Félix. Si tratta di Monique Lombard: bionda, timida, segretamente innamorata di Félix da anni, frequenta il suo gruppo e si fa bastare le volte che lui esce e beve un caffè in compagnia, senza pretendere alcun contatto in più. Félix le piace veramente, ma lo sa legato a Pauline, la sua antitesi: la dark lady fiera e sprezzante, desiderata da tutti e sicura di sé. Eppure, vedendo l’oggetto del suo desiderio bistrattato a quel modo nel bel mezzo della strada, Monique avverte un impeto irrefrenabile e corre in suo aiuto. I due rientrano assieme al caffè Laurent e lei gli parla, con dolcezza, cercando di consolarlo.
    
Poco tempo dopo, per Félix giunge il momento di tirare le somme e affrontare le grandi decisioni troppo a lungo rimandate. Non può restare a Lilla, gli è subito chiaro. A Lilla c’è Pauline e, con lei, quel senso di devozione maniacale che lo attanaglia da mesi. Un gioco sadico ha risucchiato tutte le sue energie e forse, in tanto sconforto, non è rimasto spazio per l’amore. Forse, Pauline è così cattiva da non meritare affatto l’amore.
     Félix inizia a dubitare dei suoi sentimenti e ripercorre ogni momento con Pauline dietro il filtro di una nuova visione: quella disincantata e lucida di chi ne ha avuto abbastanza. Si domanda come abbia potuto perdere dietro a quella strega così tanto tempo. Come abbia potuto permetterle di perpetrare i peggiori dispetti ai suoi danni. Gradualmente capisce di doversi mettere in salvo. Riversa la sua amarezza in una lettera dove l’accusa.
     "Mi impedisci di vivere".
     Poi parte di nascosto, all’improvviso e si stabilisce a Parigi: tappa iniziale di ciò che spera sia una nuova vita.
     Pauline riceve la lettera e la strappa. Non le interessa, come al solito. Continua la sua solita vita per un mese e Félix viene radicalmente estromesso dai suoi pensieri. Un finale prevedibile, se non fosse per un particolare: terminato un mese di solitudine, Pauline si accorge di essere rimasta sola. Non ha più stimoli, non ha voglia di uscire di casa, smette di dare esami, non riesce a concentrarsi, non studia.
     L’ennesimo capriccio che, nella sua testa, assume i contorni di "la fine della propria vita". Un nuovo ruolo in cui Pauline decide di calarsi da vera attrice qual è, come molte volte ha già fatto in passato. Battezza come sua confidente la signora Gérard, la padrona di casa, la tedia con il racconto della partenza di Félix, infine se ne dichiara ancora innamorata e tenta il suicidio. Assume del cianuro scaduto procurandosi solo un mal di pancia, ma così facendo attira l’attenzione della signora Gérard su di sé e la pantera che è in lei può dirsi sopita per un po’. Ha accentrato lo sguardo di un piccolo pubblico, fa parlare di sé, le si dispensano cure.
     La pantera si è convinta di amare Félix e di soffrire per lui, ha bisogno di leccarsi le ferite e decide di partire per Malo-les-Bains in cerca di giovamento, perché Malo-les-Bains è pur sempre casa sua.
     La cittadina natale di Pauline non l’accoglie con la solita faccia, tutto è cambiato. Anche André e Simone Dubuisson hanno perso l’antica fermezza: navigano in cattive acque economiche e sono entrambi depressi a causa della morte di Paul. Il clima è teso, insalubre. Pauline vi si trova bene. Si sente ancora più centrata nel ruolo di figlia disperata tornata all’ovile.
     Sono vacanze lente, si consumano come cerini a ridosso del mare: Pauline dorme tutta la mattina, si aggira per la spiaggia solo quando è deserta, legge fino a tarda notte e schiarisce i pensieri.
     Quando torna a Lilla è rigenerata, Félix è di nuovo scivolato in qualche angolo remoto di sé, non ne ha più bisogno perché il mare l’ha sedata. Così ricomincia a dare esami con profitto, ha una breve relazione con un ingegnere austriaco e lo lascia in tronco non appena scopre che non ha sufficienti mezzi economici per interessarle. Una mattina gli dice che deve tornare d’urgenza dalla madre malata e lo abbandona.
     La pantera si annoia di nuovo.
     Si rimette quindi sulle tracce di Kurt von Domnick, quasi chiedendo in prestito al passato qualche battito, qualche scossa elettrica. Pensa in cuor suo che, forse, il primo e il più sapiente dei suoi amanti saprà darle lo scossone emotivo che cerca.
     Lo trova in un appartamento misero e cadente, in periferia, al termine di alcune ricerche: Kurt ha sessant’anni, non esercita più la professione, ha un’aria dimessa ed è rimasto solo. Pauline è delusa e rimane con lui due giorni, assistendolo quasi per pietà, senza slancio. Di nuovo tira in ballo la madre malata, è il suo lasciapassare per una nuova fuga.
     E' Natale, la pantera ha fame e nessuno si accorge di lei.

     E' la vigilia di Natale del 1950 quando René Godel, intento a fare compere a Parigi, incontra casualmente Félix Bailly. Fèlix annuncia il suo desiderio di aprire uno studio medico, i due parlano di lavoro, non si vedono da tempo ed è una conversazione del tutto ordinaria. Quindi Félix chiede all’amico notizie di Pauline, domanda se ha messo la testa a posto o è ancora così squilibrata. Godel riporterà l’accaduto ad altri amici e, come è solito in questi casi, la notizia si altererà passando di bocca in bocca. Approderà così alla bocca di Camille, amica di Pauline, come "Félix ha chiesto di te in giro e dice che gli manchi ancora molto". Una verità distorta, ad alto rischio per la mente turbata di Pauline.
     La pantera finge disinteresse e affila gli artigli. Ecco la notizia che ci voleva! Félix piomba nuovamente al centro del suo cielo come un fulmine a ciel sereno e riconquistarlo diviene un’ossessione. Pauline ha bisogno di pensieri ricorrenti, di grandi fissazioni, di canali mentali dove sfogare tutta la complessità della sua psicologia. E adesso, un oggetto del desiderio c’è. E' di nuovo Fèlix, quel noioso Félix ora tanto desiderabile dopo un anno e mezzo di silenzio.
     Un tunnel paranoico non tarda a manifestare il suo imbocco, Pauline è incapace di concentrarsi su qualcosa che non sia l’antico amato e la stessa signora Gérard, padrona di casa, è preoccupata per lei. La definisce "malata, allarmante, nervosa e depressa". Di lì a poco, il pensiero di Félix la sta divorando, Pauline passa intere giornate nel letto, piangendo e singhiozzando. Alterna stati di profonda crisi a momenti di totale assenza di lucidità in cui vaneggia circa un probabile ritorno di Félix fra le sue braccia. Moti di energia dove passa da zero a mille in poco tempo: ora si tormenta perché non può averlo, ora si esalta nell’idea di se stessa al suo fianco.
     Non si fa mancare l’occasione per prendere un caffè con Renè, tempo dopo. E quel caffè è destinato a stravolgere il già instabile scenario che si è creato nella mente di Pauline in quanto Renè le annuncia che Félix è in procinto di sposarsi. La Dubuisson finisce il suo caffè senza scomporsi, non fa domande, non alza mai gli occhi. Poi esce, si rivolge a Camille e disperata le chiede chi sia la futura moglie dell’uomo che ha appena scoperto di amare ancora.
     La risposta è "Si sposa con Monique".
     Negli occhi di Pauline scorre un attimo di pericolosa follia, fa una risata grottesca e se ne va in fretta.
     Nei giorni successivi Pauline si convince sempre più della sua necessità di rimettere gli artigli su Félix. Dichiara aperta guerra a Monique, è convinta che abbia architettato un piano per rubarle l’amore della vita. Si carica di rancore e di sete di vendetta, cova un malessere devastante, una rabbia sovraumana, perenne, di quelle che strappano il sonno e cancellano la lucidità.
     Il 6 marzo 1951 prende un treno per Parigi, si fa ospitare da un parente e va alla ricerca di Félix. Camille le ha fornito il suo nuovo indirizzo e sa dove trovarlo. Marcia sicura verso Rue de la Croix-Nivert, raggiunge il settimo piano di un palazzo, bussa alla porta e si trova faccia a faccia con l’ex fidanzato.
     Lui è sorpreso, allibito, non si capacita di come abbia potuto trovarlo. Lei va per le spicce, gli chiede di entrare e si accomoda in salotto: così facendo dimostra nuovamente a se stessa di essere la più forte, la più irresistibile. Félix è in imbarazzo, non sa reggere il suo sguardo nonostante dica di averla dimenticata e fra i due ha luogo una conversazione banale, dove Pauline fa sfoggio di una disinvolta ironia scucendo a Félix qualche risata. Quindi lo convince a portarla fuori a cena e per tutta la serata recita al meglio il suo ruolo di vecchia amica ritrovata.
     E' solo più tardi, sul portone, che la sua maschera crolla e la spinge a svelarsi: si getta addosso all’amato piangendo, baciandolo e supplicandolo di tenerla con sé.
     A quel punto, Félix cambia tono di voce, la allontana, diventa brusco e risoluto di colpo. Le spiega che sta per sposarsi e che non la ama più.
     Dapprima Pauline lo accusa di mentire. Poi ha una crisi isterica, trema e sostiene di avere la febbre. Impietosito, Félix la solleva e la accomoda sul divano dove lei, sfinita, si addormenta.
     Pauline dorme e Félix la tiene d’occhio, di continuo, in piedi davanti a lei.
     Al mattino ne è assolutamente certo. Non la ama più.
     Ancora nessuno sa che, anni dopo, questa folle storia ispirerà il regista H.G. Clouzot nel film La Vérité. Il ruolo di Pauline sarà affidato a Brigitte Bardot.
    
Quando Pauline si sveglia e vede Félix intento a preparare le sue cose per l’università, il ricordo della sera prima le piomba addosso con prepotenza. Si affretta a dirgli che resterà a Parigi per altri due giorni e vuole rivederlo, merita un’opportunità, del tempo, dei momenti da condividere. Félix le promette che si rivedranno e, conducendola alla porta, sa di mentire.
     Non appena lei se ne va, il giovane raggiunge Monique che si trova dalla sarta, prendendo le misure per l’abito da sposa. Le racconta tutto e lei, comprensiva come sempre, non si altera: ha fiducia nell’uomo che sta per sposare, ne ha meno in Pauline che ritiene la causa di tutti i suoi guai. Si limita a chiedergli di non vederla più, con dolcezza e senza forzare la mano. Lui lo promette, la abbraccia ed esce dall’atelier diretto all’università.
     Solo a tarda sera, rincasando, Félix si accorge che Pauline sta impalata sotto il portone di casa sua. Decide di girovagare un altro po’ nella speranza che lei se ne vada. Quando torna per la seconda volta, la trova nella stessa identica posizione e decide di affrontarla. Lei è agitata, dice di volergli parlare, di averlo aspettato tutto il giorno, gli chiede persino di salire in casa. Lui cerca di fronteggiare l’attacco con una serie di spiegazioni ragionevoli, infine si lascia convincere a fare due passi assieme. Durante la camminata, Pauline gli chiede una seconda possibilità, lo prega di lasciare Monique, gli si rivolge affranta e irriconoscibile. Félix, ancora una volta e con delicatezza, le spiega che non è possibile. Siedono su una panchina, il silenzio è solido, imbarazzante.
     Pauline dapprima piange sulla spalla di Félix. Poi si mette a inveire contro Monique e la situazione degenera: mentre Félix cerca di difendere la futura moglie, Pauline imita la sua voce e lo aggredisce a male parole. A quel punto, il ragazzo perde la pazienza e le spiega con chiarezza che è innamorato di Monique e la sposerà di lì a due settimane, quindi le intima di non farsi più vedere e se ne va. Rincasando si ripete di aver fatto la cosa giusta ed è certo che, messa di fronte all’evidenza, la sua ex fidanzata sarà costretta a farsene una ragione e lasciarlo stare. Sa che partirà l’indomani per Parigi, tornerà a casa e uscirà dalla sua vita veloce come ci è entrata. E' una notte tranquilla, per Félix.
     La mattina dopo gli viene recapitato un biglietto: "Lascia Monique o ti ammazzo. Pauline".

    
Entra in scena Bernard Mougeot, un amico e compagno di Facoltà di Félix. E' quest’ultimo a mostrargli il biglietto di Pauline senza poter nascondere una certa angoscia: per quanto la sappia lontana da Parigi, le sue parole scritte non lasciano spazio a interpretazioni diverse dal presagio di una tragedia incombente. Bernard lo rassicura e gli consiglia di partire su due piedi, stare altrove per un po’. Così, mentre Félix raggiunge la Svizzera per una fuga repentina, Pauline è tornata a Malo-les-Bains e non ha perso un attimo: ha chiesto un porto d’armi al commissariato, presentandosi con sua madre a garanzia. Per ottenere l’autorizzazione dice di vivere in quartiere malfamato di Lilla e volersi difendersi laddove venga aggredita, rincasando da sola, la sera tardi.
     E' il 10 marzo quando, fra le mani di Pauline, approda una calibro 25 da cinquemila franchi. Per pagarla, usa i soldi ricevuti dal padre per il suo compleanno.
     Cinque giorni dopo è a Lilla, pronta a ripartire per Parigi: a valigie pronte, mostra l’arma da fuoco alla padrona di casa assicurandole che arriverà alla soluzione estrema, se necessario. Quindi lascia un testamento sul tavolo dove chiede perdono a tutti coloro ai quali ha fatto del male, dettaglio che non sfugge all’occhio della signora Gérard: intuendo il piano delirante della ragazza, la donna cerca di allertare la famiglia Bailly. I genitori di Félix a Saint-Omer ricevono un telegramma e contattano subito il figlio, pregandolo di stare alla larga da Parigi e tornare a casa.
     Quella sera, Félix, Bernard e René parlano della faccenda: non credono Pauline realmente capace di fare ciò che dice e decidono di escogitare un piano. I due amici si alterneranno tutto il giorno al fine di non lasciare mai solo Félix, faranno delle sorte di turni per essere sempre al suo fianco e non lasceranno a Pauline la possibilità di coglierlo da solo. Félix ironizza, dice che terrà i telegrammi come "prova della premeditazione", poi segue Bernard a casa sua ed è lì che passa la notte mentre, in via de la Croix Nivert, una ragazza bruna dall’aria sconvolta sta ferma immobile sotto il portone di un palazzo. Ha il gelo negli occhi e si guarda attorno ansiosa. Attende fino all’alba invano. Quando Félix e Bernard rincasano, lei è ancora lì: corre loro incontro e supplica Bernard di lasciarla parlare con Félix. Il ragazzo è diffidente, ma non riesce a dirle di no, così le propone di vedersi più tardi, da soli, ai giardini del Lussemburgo.
     Lei rifiuta e se ne va infuriata.
     Frattanto il turno di Bernard è scaduto e René viene a dargli il cambio: quest’ultimo accompagna Félix all’università, rientrano e dormono assieme, di Pauline nemmeno l’ombra.
     Passa la notte ed è il 17 marzo: mentre i due amici si accingono a uscire, trovano nuovamente Pauline alla porta. Renè cerca di placarla, mentre lei piange e si dimena pregandolo di lasciarla sola con Félix. Quando l’ex fidanzato le dice che è disposto a incontrarla solo in un luogo pubblico, lei decide per Place Cambronne alle dieci meno un quarto.
     Poco dopo René deve assentarsi e Bernard viene a dargli il cambio: scorta Félix fino a Place Cambronne e lo lascia solo. Il ragazzo si guarda attorno, ma Pauline non c’è e questa ha tutta l’aria di essere una resa.
     Félix non sa che alle sue spalle c’è un bar, che dietro la vetrina c’è Pauline che lo osserva, che non appena lo vede imboccare la via del ritorno le sue mani corrono alla borsetta e lo segue di nascosto fino a casa, felpata, come farebbe una pantera.
    
Bernard arriva a casa di Félix alle dieci e venti, in lieve ritardo perché è rimasto bloccato in un ingorgo stradale, pur cercando in tutti i modi di fare più in fretta possibile. Quando bussa alla porta di casa dell’amico, nessuno gli viene ad aprire e si accorge che nell’aria c’è qualcosa di strano: una crescente, asfissiante puzza di gas.
     Allarmato, chiede aiuto alla vicina di casa e quella gli procura un duplicato delle chiavi di casa Bailly. Entrando, nell’odore sempre più forte del gas gli si profila una scena agghiacciante: Félix è riverso a terra con un foro di proiettile nella testa mentre la pipa continua a fumare lentamente poco distante da lui. Una pistola giace abbandonata sul letto. Pauline è in cucina, stesa a terra, mentre dal tubo del gas della stufa provengono zaffate tossiche: l’ha staccato e ha cercato di metterselo in bocca.
     I pompieri sono rapidamente sul luogo, cercano di rianimare la ragazza che poco dopo viene portata in ospedale, mentre l’ispettore capo Luis Ferrière ispeziona l’appartamento e il cadavere di Félix: freddato da due colpi alla testa, una terza pallottola si trova all’altezza della scapola sinistra. La pistola è inceppata.
     Il cadavere di Félix viene portato in obitorio dove ha inizio l’autopsia. Frattanto Pauline, in ospedale, ha appena aperto gli occhi e racconta la sua verità: spiega il suo intento di parlare da sola all’innamorato, di uccidersi davanti ai suoi occhi se l’avesse rifiutata. Sostiene che, alla vista della pistola, Félix abbia cercato di disarmarla provocando una colluttazione al termine della quale due colpi sono partiti a vuoto, colpendolo per errore. Lei lo credeva ancora vivo quando ha cercato di mettere fine alla propria vita tagliando il tubo del gas con un coltello da cucina e ficcandoselo in bocca.
     Una teoria alla quale Ferriére non è disposto a credere: è sempre più convinto che Pauline abbia sparato a Félix a bruciapelo, frontalmente, un colpo solo e sicuro. Poi altri due, allo scopo di finirlo come in guerra.
     Un’esecuzione militare con tanto di colpo di grazia finale.

    
Domenica 19 marzo a Malo-les-Bains c’è una donna che va a fare la spesa, come ogni domenica mattina, senza dimenticare di passare per la pasticceria locale e comprare una torta da mangiare a pranzo.
     E' Simone Dubuisson e ha appena comprato una copia del giornale, rimanendo attonita a leggere la prima pagina e i suoi grandi caratteri neri: è lì che si racconta una vicenda incredibile, che già suscita i mormorii indignati dell’opinione pubblica, facendo velocemente il giro di Parigi e della Francia intera. Sembra la trama di un film noir: la bellissima ragazza dai capelli neri che in preda a un delirio psicotico uccide a sangue freddo l’ex fidanzato storico.
     Ebbene, quella ragazza si chiama Pauline ed è sua figlia.
     La donna rincasa in preda al panico e decide di tacere il fatto al marito: quando le viene chiesto il giornale, lo informa che è ora di mettersi a tavola e pranzano assieme, in silenzio, come ogni domenica mangiando la torta. Infine gli passa una copia del quotidiano e vede l’uomo sbiancare. L’articolo non si limita a distruggere l’immagine di Pauline, ma allunga i suoi tentacoli su tutta la famiglia Dubuisson: finisce nel mirino lui stesso, l’ingegner André Dubuisson, accusato di raggiri in ambito professionale. E' la fine di un mondo troppo a lungo spacciato per ordinato e perfetto e l’uomo non può che gridare confusamente: "Questa volta è troppo, mi ha sfinito... la mia bambina! Pauline!".
     Nel pomeriggio, a casa Dubuisson, arrivano diverse lettere anonime: da chi reclama denaro, a chi accusa il capofamiglia di truffa, a chi si augura la fucilazione di quella sgualdrina di Pauline, la stessa che se la spassava coi tedeschi in tempo di guerra. André, sconvolto, continua a ripetere che tutto è rovinato per sempre, che la sua vita è finita, che deve lasciare al figlio Pierre il comando dell’azienda di famiglia. Così compila un dettagliato memorandum per il figlio affinché possa prendere il suo posto il prima possibile, poi lo convoca nel suo studio, parlano per tre ore ma il padre sembra assente, distaccato.
     Non vuole cenare, manda a casa Pierre, gira da solo per due ore sotto la pioggia di Malo-les-Bains senza meta. Rientra alle ventidue, Simone non dorme ma non lascia il letto, si limita a origliare i passi del marito, rimane in balia della sua mancanza di iniziativa, si illude che il peggio debba passare, prima o poi.
     André Dubuisson, nel frattempo, si chiude nello studio, quindi in camera da letto dove scrive quattro lettere: infine si lava, si rade, si avvolge in un lenzuolo e si tappa le orecchie con dell’ovatta. Taglia il tubo del gas della stufa, lo mette in bocca e si uccide così come la figlia avrebbe voluto uccidere se stessa.

    
In breve tempo gli sciacalli della stampa rivoltano il caso come un calzino: per un’amara ironia della sorte Pauline ha tutti gli occhi puntati addosso, ancora una volta.
     Mentre la signora Bailly afferma di aver sempre nutrito dubbi su quella bruna diabolica, Monique Lombard non si capacita dell’accaduto e la lettera scritta da André Dubuisson al figlio Pierre viene resa pubblica.
     In seguito arriva il risultato dell’autopsia sul cadavere di Félix: tre pallottole, una sparata frontalmente e a bruciapelo, altre due alle spalle. Due hanno colpito l’occipite uscendo dal naso, la terza ha colpito la schiena.
     Quando Pauline viene condotta alla stazione di polizia per il primo interrogatorio è pallida e inespressiva come le è stato insegnato: sfila fra i fotografi e si stupisce che siano così tanti. Riconferma al commissario la sua versione dei fatti e cerca di convincerlo che si è trattato di un incidente, che voleva uccidersi per amore e non uccidere l’amore della vita. Avrebbe voluto spararsi se la pistola non si fosse inceppata, così ha dovuto ricorrere al gas. Insiste dicendo che Félix era l’uomo della sua vita e voleva soltanto dimostrargli quanto fosse irragionevole sposare un’altra, siccome amici comuni le avevano assicurato fosse infelice con Monique e ancora invaghito di lei.
     Quando arriva l’incriminazione ufficiale per omicidio volontario, la pantera si decide a calare la maschera e cambiare versione: ha sparato, lui è crollato, lei ha premuto nuovamente il grilletto finché la pistola gliel’ha consentito.

     Il 23 marzo Pauline è rinchiusa nel carcere di Petite-Roquette, quando le viene finalmente detto che il padre si è tolto la vita: lei reagisce con un lungo silenzio, poi grida che avrebbe voluto uccidersi piuttosto che portare alla morte due uomini, proprio quei due uomini che amava sopra ogni altra cosa. Ha quindi una crisi isterica e viene ricondotta in cella in braccio e sottoposta a stretta sorveglianza mentre delira e vaneggia.
     Alla vigilia del processo, il 27 ottobre 1953, riecheggia per l’aula di tribunale l’ennesima notizia sconvolgente: l’imputata ha tentato il suicidio tagliandosi la vena radiale del polso, nella notte, con l’aiuto di un grosso ago che era riuscita a procurarsi.
     La stampa non è clemente verso questa ennesima prova di platealità da parte di Pauline, l’opinione pubblica rafforza la sua già solida diffidenza nei confronti della femme fatale avara di sorrisi: quando in sede di processo viene letta la struggente lettera scritta dalla giovane, orlata ai bordi da macchie di sangue, si scatena un vero putiferio.
     I continui, tentati suicidi della Dubuisson sono venuti a noia a tutti: perché mai una studentessa di medicina dovrebbe tentare il suicidio recidendo l’arteria radiale, quando la vena del braccio darebbe senza dubbio un esito più certo? Le vengono praticate trasfusioni, mentre in aula si dibatte circa la sua colpevolezza. Eppure quel gesto non convince nessuno, peggiora invece le cose.
     Il 18 novembre Pauline viene nuovamente chiamata a presenziare al processo: si mostra seria, altera e priva di espressione come sempre. E' ancora bella per quanto glaciale e imperturbabile, bistrattata in un abito dimesso, esile, cerea in volto e ben lungi dall’immagine di femme fatale che tanto solletica l’attenzione morbosa del pubblico. Le vengono poste una serie di domande: recuperando il suo passato per fotogrammi viene messa di fronte alle torbide relazioni coi tedeschi, all’iniziale rifiuto per Félix, alla scostumatezza in ambito sessuale, ai tradimenti, agli amanti, ai colpi di testa. Pauline è incapace di dare il minimo segno di cedevolezza: raramente i suoi occhi brillano di pianto, ma è il pianto atterrito di una pantera stanca e sdegnata verso ciò che la circonda, un pianto sterile e malvisto dalla folla.
     Sul banco dei testimoni passano visi noti: come il dottor Marcel Senneville, preso come bersaglio dalla stampa, l’austriaco Legens, abbandonato per motivi economici, la signora Gérard che definirà Pauline "sincera nella sua pazzia". "La ritengo solo una squilibrata", affermerà, "ma ogni volta che si cala in un nuovo personaggio, devo ammettere che pare convinta di esserlo davvero".
     Orrore nei resoconti della signora Bailly. Orrore nelle parole di Monique. Una mano tesa da parte dell’amica Camille nel definirla "un’ottima amica dal carattere un po’ capriccioso".
     L’imputata continuerà a sostenere che fra lei e Félix si fosse nuovamente instaurato un rapporto, suggellato da un bacio e una notte passata assieme.
     Non è la verità.
     Un bacio rubato, la prima sera a Parigi. Una notte passata a distanza, mentre Félix la guardava dormire dopo una crisi di nervi. Ma la pantera è fantasia, è collera, è segreti: inclusa la scioccante rivelazione dell’esistenza di un signor Chabrodier che, a pochi giorni dall’omicidio, l’avrebbe accompagnata al Lido. Lei si difende sostenendo che stava solo aiutandola a trovare un alloggio.
     Ma gli uomini sono troppi, come troppi sono i teatrali suicidi di Pauline, quelli che per qualche ragione non vanno mai a buon fine.
     L’avvocato Floriot l’apostroferà dicendo "decisamente le riescono meglio gli omicidi", suscitando uno sdegnato mormorio nell’aula. Ora Pauline piange, senza perdere quella freddezza che l’ambiente di casa le ha instillato in corpo sin dalla nascita. Si aggrappa alla sua infanzia per provare alla giuria che l’assenza di reazioni è dovuta a un’educazione rigida.
     Diversamente la pensa il dottor Boutet, incaricato di compiere la perizia psichiatrica sulla Dubuisson: "E' squilibrata, egocentrica, incapace d’affetto. Intelligente, furba, determinata. Il tutto a discapito del suo cuore e fomentando una personalità dall’ego sconsiderato".
     C’è anche una pallottola a far parlare di sé. Quella sparata a due centimetri dall’orecchio di Félix, mentre lui giaceva al suolo, in un macabro colpo di grazia.
     Ci sono bugie, ritrattazioni, amanti che emergono da ogni angolo del passato puntando il dito addosso a Pauline e definendola intrattabile, dominante, sadica, cinica.
     Amici della famiglia Dubuisson descriveranno Andrè Dubuisson come un egoista maniaco della disciplina, avvezzo a plasmare i suoi figli in piccole macchine da guerra senza cuore.
     La fille au coeur du glace (la ragazza dal cuore di ghiaccio) diventa l’espressione in voga per definire l’imperscrutabile Pauline.
     Anche il suicidio mediante il tubo del gas non sta in piedi: dal settimo piano di un palazzo sarebbe stato più facile gettarsi.
     Giudicata colpevole e sbattuta in prima pagina su Le Figaro, Pauline si alza, stringe la mano al suo avvocato, improvvisa un sorriso poco convinto e se ne va verso la prigione di Haguenau, restando per tutti un grande mistero con gli occhi azzurri.

    
Prima del 1959, anno in cui Pauline ottiene la grazia, la detenuta applica alla vita del carcere le stesse buone norme apprese in casa. Modello per le compagne, lavora come bibliotecaria e contabile, prosegue gli studi in Medicina, si laurea, rifiuta di firmare il ricorso in cassazione come se la prigione fosse finalmente il rifugio che le è sempre mancato. La sua ottima condotta non passa inosservata ed è per questo che la sua pena viene interrotta e commutata nella grazia: Pauline esce e cambia nome in Andrée Dubuisson, quindi si sposta in Marocco dove decide di inventare daccapo una vita cominciando dall’ospedale di Essaouira, dove trova impiego.
     Finale di una vita drammatica imprevedibilmente scritto in uno scenario caldo ed esotico, tanto più cocente del cuore di ghiaccio di Pauline, tanto diverso e pieno di colore.
     Sono quattro anni di lavoro e di riposo per lei, nonché di tentativi per dimenticare se stessa e le sue colpe.
     Quindi l’incontro con Maurice, un ingegnere francese di quarant’anni, giunto in Marocco per alcuni interventi di ristrutturazione all’ospedale. Ha inizio una storia d’amore, di un amore tanto spontaneo e impetuoso che Maurice non ha dubbi sul da farsi: non intende tornare in Francia, vuole restare accanto a Pauline. Per quest’ultima si delinea finalmente la prospettiva di una vita diversa, vera e appagante, senza ricorrere alla teatralità dei suoi personaggi. La pantera è uscita dal carcere amareggiata, indebolita e bisognosa di protezione: Maurice sembra caduto dal cielo e disposto a regalarle una seconda opportunità.
     Quando le chiede di sposarlo, lei non esita ad accettare.
     Solo a pochi giorni dal matrimonio, qualcosa prende a cigolare nel cuore di Pauline: è notte, si rigira nel letto e non riesce a dormire. La sua storia, la sua verità, la sua colpa. Non ne ha fatto parola a Maurice e teme la sua reazione, teme l’inizio di una nuova architettura di menzogne destinata a sembrare amore. Non può, deve liberare la coscienza da quel fardello e mettersi nelle mani di lui come moglie che ha sbagliato, come moglie che viene dall’inferno e per questo chiede scusa.
     Non è ancora l’alba quando si avvicina a Maurice, lo scuote e la prega di ascoltarla. Lui, incuriosito, le offre riparo fra le sue braccia. Quindi ha luogo una confessione.
     Una confessione che fonda le sue radici a Malo-les-Bains, prima della guerra, a rimbalzare sguardi pericolosi coi nazisti, che passa per Parigi nella canna stretta e letale di una pistola, che si dipana fra amanti e tentati suicidi, trovando fine dietro le sbarre di un carcere. Tutta la vita di Pauline in un racconto grondante rimorsi, menzogne, sangue e scelleratezze.
     L’abbraccio di Maurice si allenta, un’espressione di ribrezzo gli altera i lineamenti, è incapace di dire una parola mentre si veste e lascia la stanza d’hotel in cui si trovano. Pauline non lo ferma, ma come sempre tace e si limita a squadrarlo, seria, statica.
     Arriva successivamente una lettera recapitata da una cameriera: è Maurice, in toni sbrigativi, in poche righe. Non vuole vederla mai più.

     Domenica 23 settembre 1963. Fa molto caldo e un disco di Mozart è stato appena messo sul giradischi: riempie la stanza di musica, alleggerisce l’aria soffocante e sembra "rimettere tutto in ordine", come piace a Pauline. Quest’ultima, sulle note di musica classica, è lucida e risoluta mentre ingoia il contenuto di vari flaconi di tranquillanti, una pasticca dopo l’altra, senza sosta. Questa volta non è un capriccio né una farsa. E' la fine di una maledizione molto a lungo annunciata, la fine di un’esistenza pesante e povera di sentimenti autentici.
     Pauline Dubuisson chiude gli occhi e la dà finalmente vinta alla morte.
     Esce di scena da sola, con determinazione e non è più una belva, ma una donna stroncata dai demoni della propria testa, dall’assenza di affetti, dal suo stesso silenzio rigido e forzato.
     Le pantere prendono a unghiate ciò che le circonda per tutta la vita e l’amore, in genere, non è clemente con loro.
     O, semplicemente, non è roba per loro.






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