
Io,
te, gli stessi occhi
a cura di Maria Silvia Avanzato e Matteo
Mancini
Christine e Léa Papin
Una solitudine divisa in due parti del tutto uguali può
dar vita a una dimensione splendida, oppure può
distruggerla.
Lei: Christine Papin
nasce in Francia nel 1905.
Non la aspetta una vita facile e questo le è
chiaro da subito. Sua madre, affettuosamente chiamata
Maman, vive nell'indigenza più nera e decide di mettere
sia lei che la sorella minore nell'orfanotrofio "Buon
Pastore" di Le Mans.
Christine non crede alla storia
dell'indigenza. E' certa che la mamma abbia voluto
sbarazzarsi di loro due, bambine senza alcuna colpa e
bisognose di cure.
Fra le mura del collegio, attraverso lo studio
e la preghiera, Christine e la sorellina creano un
piccolo mondo a parte fatto di affetto e delicatezza.
Christine, fra le due, è la più carismatica: è lei a
detestare la mamma, è lei a prendere decisioni, è lei a
dare consigli e ammonimenti. In qualche modo, riassume
una figura autoritaria. Quasi maschile.
Lei: Non si può parlare di Christine
senza parlare di Léa, e c'è un perché. Bisogna
chiedersi, in primo luogo, chi sia Léa. Anche lei,
destinata all'orfanotrofio in tenera età, vive in
maniera remissiva, quieta e obbediente per diversi anni.
Le mura del "Buon Pastore" sono per lei solide barriere
che la proteggono dal mondo, in più può contare sulla
sorella maggiore, Christine, e sa che quest'ultima si
prenderà cura di lei perché ha polso e temperamento.
Questa è Léa. La proiezione più fragile e
delicata della sorella. Lenta, di intelligenza un poco
inferiore alla media; una specie di bambina introversa e
mai cresciuta, spaventata da tutto e legata a Christine
in modo viscerale.
C'è poi una terza sorella con cui il destino,
se così si può dire, sarà meno clemente: il padre,
alcolizzato, ne abuserà per anni a tal punto che la
bambina, più piccola delle altre due, si ritirerà in un
convento. Non è dato sapere se, prima del ricovero in
orfanotrofio, lo stesso trattamento fosse stato
riservato anche alle altre due figlie. Il sospetto,
però, è assai forte.
Bisogna spendere due parole per la cittadina
francese di Le Mans degli anni '30. Località pacifica,
tranquilla, in molti casi meta di vacanze. La borghesia
vive nel lusso, fra salotti, tè pomeridiani e ristoranti
chic.
Figure assolutamente immancabili nei palazzi
borghesi sono le cameriere o, per meglio dire, le
"serve". "Serve" è il termine esatto poiché all'epoca la
cameriera è tenuta a sbrigare mansioni a tutto tondo:
cuoca, addetta al bucato, sarta e addirittura impiegata
nei lavori di fatica. Tutto ciò che occorre alla casa è
compito della cameriera. Di solito venivano mandate a
lavorare sulla base di referenze e alloggiate presso la
dimora dei padroni.
E' ciò che avviene anche a Christine Papin
quando lascia l'orfanotrofio e trova impiego presso la
famiglia Lancelin, che le mette a disposizione una
piccola mansarda in cui sistemarsi.
Ben presto Christine finisce preda di
un'ossessiva inquietudine. Ha sempre condiviso tutto con
Léa ed è preoccupata che la sorella, rimasta sola al
"Buon Pastore", resti senza punti di riferimento. Decide
così di sottoporre le referenze della giovane alla
padrona di casa. Vuole che la assumano, perché vuole
dividere il lavoro con lei come se fosse un gioco.
Madame Lancelin decide di accettare così anche Léa, poco
più che ventenne, che raggiunge la casa di Rue Le
Bruyére armata di una valigia, della sua freschezza e di
una buona dose di volontà. La gioia di Christine è
incontenibile: l'unica persona che le rappresenti una
famiglia è finalmente accanto a lei.
Per entrambe inizia una grande avventura.
Christine si occupa delle cucine: pranzo, cena e
colazione, oltre al tè delle cinque e ai dolci da
servire a Madame. A Léa è destinata la cura del
guardaroba, inoltre dovrà spolverare e lucidare casa.
Quest'ultima mansione è molto importante. E' una delle
stravaganti paranoie di Madame Lancelin.
La famiglia Lancelin si compone di tre persone, ognuna
delle quali a suo modo eccentrica.
Madame Lancelin è una donna irriverente,
esplosiva, dal corpo gracile e dai capelli biondi.
Colleziona cappelli esuberanti e non perde occasione per
farsi notare. A differenza delle sue domestiche, è molto
chiassosa, pronta alla battuta. Quando Madame è in casa,
la sua presenza si avverte in ogni stanza: chiacchiera,
ride, suona il piano e tiene la musica accesa.
Sembrerebbe una padrona modello se non fosse per le sue
fissazioni. Una di queste è indossare un guanto bianco
con cui passare le superfici. Guai se trova tracce di
polvere, la cosa la fa imbestialire al punto da
sciorinare durissime reprimende, specie nei confronti di
Léa che è più mansueta. Altre volte, Madame approfitta
dell'educato sottomettersi della giovane per
costringerla a mansioni svilenti: la fa mettere in
ginocchio ai suoi piedi a raccattare oggetti da terra,
come perline o carte di cioccolatino che pare faccia
cadere apposta. C'è una forma di vanità assoluta, in
Madame: un compiacersi di fronte alla bellezza dei suoi
cappelli, al fasto della sua dimora e all'obbedienza
delle sue domestiche. Un perfezionismo profondo e
maniacale che rende le Papin due strumenti per la sua
autoesaltazione. La casa deve essere perfetta, ogni cosa
deve scintillare, ogni cosa deve essere meravigliosa
perché Madame vive nel bello. Nei confronti di Christine
non azzarda invece alcun rimprovero. La sorella maggiore
non è come Lèa, è più scontrosa e accigliata. Si
vocifera che, in alcuni casi, abbia risposto alle
lamentele di Madame sbattendo i coperchi sulle pentole
della cucina. Un tipo schivo, che lavora a testa bassa e
non vuole noie. Così Madame si limita a scriverle
bigliettini con consigli e sfoga i suoi nervi su Léa.
La figlia Genevieve Lancelin, invece, è una ventenne
grassoccia e bruttina, senza alcuna personalità.
Invidiosa di tutto, pettegola e curiosa, cerca di
scimmiottare la madre pur disprezzandone i comportamenti
rumorosi e poco raffinati. Ama ingozzarsi di cioccolato,
la sua figura si arrotonda continuamente senza che lei
ci faccia caso. Persino la madre cerca di aiutarla
nascondendo i dolci dalla sua vista, ma lei sembra non
ascoltare: li stana e si abbuffa, esattamente come un
bambino in vena di dispetti. A Genevieve non piacciono
le due governanti, le sono sembrate ambigue da subito e
passa il suo tempo a spiarle, suggerendo alla madre i
suoi sospetti: "Sono strane", le dice continuamente. La
spaventano perché non parlano mai, ma soprattutto perché
non alzano lo sguardo.
Il signor Lancelin, infine, è un avvocato. Un
tipo riservato e chiuso che passa quasi tutto il tempo
fuori casa per lavoro, o forse per scelta. L'uomo,
infatti, è amante del silenzio e sia la moglie che la
figlia glielo negano totalmente. Inoltre è succube delle
due donne.
Per le domestiche, la vita in mansarda è una
sorta di benedizione: solo in quel luogo si sentono
libere, conversano, ricamano e pregano, alla larga da
Madame e figlia. In questo modo, cominciano a guardarsi
con occhi nuovi. Non sono più soltanto sorelle, ma anche
alleate, complici, colleghe, coinquiline, una cosa sola.
Qui, la nostra storia cambia colore: si fa più
scura, torbida, forse malata. La cinematografia e il
parere di alcuni psicologici ci danno un suggerimento,
una tesi che la stessa Christine supportò nei suoi
momenti confusionali. Entrambi i film Sister my
Sister e Les Blessures Assassines,
sconosciuti in Italia, calcano la mano sul legame fra le
Papin, un legame ossessivo che arriva a sfociare in
qualcosa di più serio: coccole, carezze, notti passate a
scoprirsi, infilando le mani sotto le vesti da camera,
conquistando una nuova forma di piacere esclusivo,
l'ennesimo "mondo a parte" in cui rifugiarsi. Secondo
queste versioni, le sorelle erano diventate amanti e
passavano molto tempo a letto, in mansarda, a dedicarsi
ai piaceri carnali.
Vogliamo supportare questa tesi? L'autrice di questo
articolo non vuole. Vuole offrire un altro spunto di
riflessione.
Consideriamo la mansarda stessa: un luogo
angusto dove esse passano gran parte del loro tempo
libero, dividendo un unico letto e tutti i momenti di
libertà. Consideriamo il padre che le ha segnate,
sottoponendole a un'infanzia di bestialità, al
successivo spostamento presso un orfanotrofio dove
imparano a sopravvivere contando unicamente una
sull'altra, alla casa dei Lancelin che è il loro banco
di prova opprimente, la loro prigione dove nemmeno alla
polvere è consentito addentrarsi.
Ecco, allora, è probabile che languisse in
loro una sorta di assuefazione a quella folle reclusione
"a due": abituate a spartire ogni momento e ogni spazio,
si avvicinarono l'una all'altra, forse spinte da una
curiosità naturale per due ragazze rispettivamente di
ventuno e ventotto anni, che mai s'erano concesse a un
uomo. Il loro era un primario bisogno d'affetto e non
una lubrica perversione. Forse, l'ipotesi
dell'omosessualità non è nemmeno fondata, ma
soppiantabile con innocenti tenerezze.
Un'unica cosa è certa: erano diventate siamesi
psicologiche.
Dai resoconti dell'epoca risulta che le sorelle passano
tutta la domenica in mansarda, gettando Madame Lancelin
in pasto ai dubbi: perché dormono fino a tardi? Come mai
non si decidono a scendere? Perché al momento del loro
arrivo impiegavano volentieri il giorno di libertà per
fare passeggiate e ora, invece, stanno rintanate lassù,
ridendo fra loro?
La stessa Genevieve sviluppa un occhio ancora
più critico verso le sorelle: quel loro attaccamento ha
qualcosa di morboso ed eccessivo. In casa se ne
accorgono tutti.
Frattanto, nella mansarda è un periodo di
grandi progetti. Léa ha paura. Teme i bruschi rimproveri
della padrona di casa e sopporta a malapena la mole di
lavoro: unico conforto, la sera, è spogliarsi e
rannicchiarsi al fianco della sorella che la ama e la
protegge. Così si comincia a pensare all'avvenire, si
raccolgono i guadagni e si fantastica circa una fuga
assieme. Christine è convinta che, con un po' di
pazienza, la loro vita cambierà in meglio: Léa è
rincuorata da questa illusione e, come sempre, pende
dalle labbra dell'altra.
Paradossalmente, la prigionia in casa Lancelin non è delle più
terribili. Madame è puntigliosa, Genevieve è maligna, ma
la paga è buona e si tira avanti. In altre parole, tutto
fila apparentemente liscio, basta armarsi di pazienza.
E' il 2 febbraio 1933 e Le Mans sta per
conoscere un misfatto sanguinoso, un delitto incredibile
che animerà la stampa nazionale per molto tempo. Madame
Lancelin e sua figlia escono per commissioni. Quella
stessa sera, in un ristorante alla moda, hanno
appuntamento con il signor Lancelin e il cognato.
Genevieve è molto chiara nel dare istruzioni a
Léa: vuole che la camicetta di pizzo al suo ritorno sia
perfettamente stirata. Guai se trova una piega. Léa sa
che, quella settimana, il ferro da stiro si è già rotto
una volta e teme che possa accadere di nuovo.
Appena le padrone escono di casa, le
domestiche si mettono al lavoro.
Poco dopo, come previsto, il ferro smette di
funzionare e genera un corto circuito. La camicia della
padrona è rovinata, il ferro surriscaldato ha lasciato
una bruciatura sulla stoffa e Léa ha una crisi di nervi.
Christine cerca di calmarla invano: Léa balbetta che ha
paura, è fuori di sé e trema come una foglia al pensiero
del rimprovero che le toccherà subire.
"Per oggi il lavoro è finito", sentenzia
Christine.
Non c'è più luce, la casa è immersa nel buio e
non si può lavorare. Le sorelle fanno l'unica cosa che
hanno imparato a fare ogni volta che si sono prospettate
difficoltà all'orizzonte. Cercano riparo nella loro
piccola mansarda, si infilano le vesti da camera e si
mettono sotto le coperte assieme, consolandosi a vicenda
e temendo l'arrivo della padrona. Hanno anche contato i
soldi guadagnati, ipotizzando la fuga: non bastano, ed è
impossibile scappare. Non possono che restare al buio,
con le orecchie tese.
La padrona rientra, seguita dalla figlia.
Subito nota la totale oscurità che regna nella casa. Lo
vive come un oltraggio. Cosa stanno combinando quelle
due? Perché hanno spento tutte le luci? Vogliono
scherzare? Come si permettono un simile affronto sapendo
che lei sta per tornare a casa e vuole trovare tutto in
ordine e presentabile? Sale le scale con passo di
guerra. Già a metà scala ha iniziato a strillare
all'indirizzo di Christine perché le spieghi cosa sta
combinando in casa sua.
Proprio Christine, con le spalle più forti
della sorella, si decide ad affrontarla: esce dalla
mansarda con indosso la veste da camera, i capelli
scomposti e sciolti sulla schiena, l'aria trasandata e
sconvolta.
Non sappiamo cosa avvenga a questo punto. Si
ipotizza che Christine cerchi di dare spiegazioni.
Sappiamo due cose: Genevieve è su tutte le furie per via
della sua camicetta rovinata e Madame perde la calma
completamente, scagliandosi in mille aggressioni verbali
nei confronti di Christine.
Léa accorre sul posto a sua volta, richiamata
dalle grida.
Forse Madame, alla vista della sorella minore
anch'essa in una tenuta tanto disdicevole, le accusa
apertamente e le licenzia. Dobbiamo considerare che
all'epoca due donne seminude e spettinate, nello stesso
letto, in una casa di buona fama, erano un vero
attentato al senso della decenza.
Madame Lancelin scende le scale imitata dalla figlia,
sembra decisa a tornare sui suoi passi. Poi, però,
commette un errore fatale. Torna indietro e continua a
urlare e insultare, restando a metà scala, col viso
paonazzo. Christine e Léa, ormai, sono come cadute in
trance: tremano a occhi sbarrati, si aggrappano l'una
all'altra completamente sotto shock. Forse si sentono
davvero scoperte.
Christine grida: "Gli occhi!", e si getta come
una belva su Madame. Le artiglia le mani al viso e, con
la pressione dei pollici, le cava entrambi i bulbi
oculari.
E Léa?
Léa non ha mai fatto nulla da sola e segue a
ruota tutto ciò che fa Christine. Si avventa con
altrettanta foga sulla giovane Genevieve e ripete
esattamente ciò che ha fatto la sorella.
Le padrone, accecate, rotolano per le scale e
comincia un'orgia di sangue. Le sorelle Papin ripetono
ritualmente le stesse gesta. Si armano di martelli,
coltelli, brocche, tutto ciò che riescono a trovare.
Inizia una carneficina: i corpi delle Lancelin vengono
massacrati. Christine passa gli strumenti alla sorella e
lei emula quanto vede e viceversa. E' una follia
organizzata dove una scimmiotta l'altra come allo
specchio. Gambe, mani, denti, addirittura i genitali.
Nulla viene risparmiato.
La servitù finisce lì, sulle scale, in una
pozza di sangue. Le sorelle, ora libere, tornano alle
consuete occupazioni di loro spontanea iniziativa:
puliscono le macchie di sangue, gli strumenti vengono
lavati e riposti nei cassetti, tutto viene
meticolosamente riordinato, come si richiede a due
domestiche. Poi salgono in mansarda e si sfilano gli
abiti sporchi. Nude, si infilano sotto le coperte e
restano lì a lungo, abbracciate e terrorizzate.
Verso sera, Monsieur Lancelin, non vedendo
arrivare le parenti alla cena, si reca a casa in
compagnia del cognato. La trova immersa nel buio, fatta
eccezione per una luce fioca in mansarda, come di
candela. I due notano che ogni volta che si avvicinano
alla porta di ingresso, la luce si spegne. Se invece si
allontanano, si riaccende. Sono quelle due. E' successo
qualcosa.
Entrano in casa e si trovano davanti uno
spettacolo raccapricciante. Gli inquirenti riferiranno
che "uno degli occhi di Madame era nel bel mezzo di un
gradino, a una certa distanza dal corpo". Le sorelle
Papin vengono trovate nude nel letto, in stato
confusionale. Questa volta saranno costrette a
separarsi.
Un processo controverso che terrà sulle spine
tutta la Francia sta per avere inizio. Cominciano a
serpeggiare le prime ipotesi sul delitto, condite di
malizia, mentre Le Figaro urla a grandi titoli "Agnelli
mutati in lupi", pubblicando i volti straziati delle
Papin o i loro ritratti di famiglia: giovani, ricciute,
con indosso abiti identici. Collera, passione,
premeditazione, lesbismo. Le cronache dell'epoca
iniziano un'opera di sciacallaggio attorno al caso.
Forte è la connotazione sociale dell'affare Papin: esse
rappresentano una rivolta politica, il servo che uccide
il padrone opprimente, quasi un'icona.
Per Christin e Léa, invece, ha inizio un
incubo. Non sono i giornali a turbarle, ma la nuova vita
in carcere, separate.
Christin è vittima di allucinazioni e
vaneggiamenti. Grida il nome della sorella e inizia a
manifestare un serio disturbo psicotico: con la lingua
traccia dei segni sul muro della cella; si rifiuta di
mangiare, molte volte trascende in atteggiamenti osceni
invocando la sorella e rivolgendosi a lei con espliciti
inviti sessuali e altre volgarità. Alterna fasi del
tutto sconnesse: da inappetente a delirante, da isterica
a violenta, da pentita a oscena. In un'occasione le
viene messa la camicia di forza perché viene sorpresa
mentre cerca di togliersi gli occhi con i pollici.
Léa è vuota. Non ha più il suo modello, le hanno tolto
tutto ciò che sapeva di se stessa. Se stessa era dentro
Christine. Esegue gli ordini muta e zitta, non parla
mai, è quasi catatonica.
Al processo, Christine rilascia affermazioni
allucinate. Vuole sapere dov'era prima di venire al
mondo, se era in una pancia. Vuole sapere se le Lancelin
avranno modo di tornare sulla terra prendendo possesso
di nuovi corpi. Sostiene di essere stata il marito di
sua sorella in una vita precedente. Si addossa tutta la
colpa, poi la spartisce con la sorella, poi se l'addossa
ancora. Tiene gli occhi chiusi ogni volta che viene
interrogata. In un'occasione si rivolge a sua sorella,
trasecolata, e nel pianto la scongiura: "Dì di sì! Dì di
sì!".
Léa non ha più forze. Non riesce a reagire di
fronte a un simile dramma. In aula, si limita a
guardarsi attorno sperduta e cerca ancora di imitare la
sorella, in modo fiacco e poco convincente. Nemmeno lei
crede più a quella storia. Solo su un punto sono
d'accordo entrambe: il padre ha abusato di loro, la
madre le ha dimenticate, il mondo ha riservato loro solo
squallidi maltrattamenti e questo spiega tutto. Deve
spiegare tutto. Quando viene chiesto a Christine se
abbia intrapreso con la sorella una relazione
omosessuale e incestuosa, lei risponde di "amarla come
si ama una sorella".
Ma le loro strade si divideranno ugualmente.
Christine sarà riconosciuta come colpevole ed esecutrice
materiale del crimine, verrà condannata ai lavori
forzati e finirà i suoi giorni in una clinica
psichiatrica. Alla lettura del verdetto cadrà in
ginocchio e, da quel momento, non farà più il nome di
Léa. In clinica, la sua fragile precarietà mentale
degenererà del tutto: passerà la vita a ripetersi "Sono
una buona a nulla". Quando porteranno Léa a visitarla,
non la riconoscerà nemmeno.
Léa sarà scarcerata per buona condotta e
tornerà a vivere dalla madre. Spenderà il resto della
vita facendo la domestica a Nantes. Nel 1982 verrà
diffusa la notizia della sua morte.
Nel 2000, il documentario di Claude Venutra "Enquete
Des Soeurs Papin" riporta a galla quel trucido caso in
bianco e nero. Léa non è morta, ma vive in un ospizio in
Francia e ha 89 anni, è semiparalizzata e quasi incapace
di parlare. Alcuni giornali francesi riportano una sua
breve intervista in cui sostiene di "conservare ancora
foto sue e di Christine, foto assieme, foto della
sorella, foto in cui erano belle e felici".
Dopo l'apparizione televisiva, non si hanno
più avuto notizie di Léa Papin. Rimane da chiedersi se
certi inspiegabili amori siano davvero destinati a
durare per sempre.
Il caso, da un punto di vista
dell'analisi psicologica dei protagonisti, è assai
simile a quanto spesso avviene nelle coppie assassine
composte da un uomo e una donna. Nella fattispecie,
abbiamo un elemento "dominante" (che di solito è
maschile), Christine, probabilmente affetto da disturbi
paranoidi, e un elemento, Léa, talmente di basso profilo
da rifiutare di crearsi una propria identità personale.
Léa, infatti, imita la sorella, ne assume la stessa
condotta, la cerca quando è in difficoltà, ne imita il
look. L'atteggiamento di Léa è da attribuirsi a una
considerazione del proprio Io che rasenta la nullità ed
è anche questo a farle maturare il bisogno di "fondersi"
in un'altra persona che, ai suoi occhi, è forte e
carismatica.
In entrambi i soggetti sono evidenti gli
strascichi di una vita senza sani modelli di
riferimento, minata fin dall'infanzia da stupri e
abbandoni e proseguita senza momenti felici (è probabile
che in orfanotrofio abbiano subito ulteriori violenze).
La difficoltà delle due a instaurare rapporti
relazionali - se non a livello superficiale - è evidente
ed è anche questa a spingerle a rifugiarsi in un mondo
fantastico: la necessità di fuggire da una realtà
malvagia, verso mete utopiche dove avrebbero potuto
avere un ruolo diverso da quello in cui si trovano a
vivere (non è un caso che Christine, una volta
arrestata, giungerà a sovrapporre l'irreale al reale,
dicendo di essere stata, in vite passate, il marito
della sorella).
L'omicidio (lo si ricorda, avviene dopo aver
subito un licenziamento) è frutto della consapevolezza
del fallimento personale di cui Christine era convinta
da sempre e che cercava di scacciare fantasticando su
fughe e amori impossibili. Il comportamento di Léa,
invece, è da addebitarsi all'influenza negativa della
sorella di cui era in totale balia e che vedeva come
modello da emulare. Tale tesi viene confermata anche
dalla diversa fine cui sono andate incontro le due e dai
loro diversi comportamenti successivi all'arresto.
E' altresì importante sottolineare come
Christine adorasse l'essere il punto di riferimento
della sorella, perché ciò la faceva sentire al centro
dell'attenzione di qualcuno e dava lei un senso di
importanza.
Piuttosto facile da spiegare l'overkilling
(l'accanimento sui cadaveri) compiuto dalle due: esso,
difatti, è il risultato di una rabbia repressa poi
esplosa in modo da giungere a depersonificare le
vittime, scaricando ogni frustrazione e ogni odio, alla
stregua di una ribellione dalla triste realtà che le
circondava (l'ennesimo tentativo simbolico di fuga). |
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