
La contessa di Senza baci
a cura di Maria Silvia Avanzato
Evelina Cattermole
(Contessa Lara) e Giuseppe Pierantoni
Io t'amo, t'amo. Oh, ch'altra donna mai
non sussurri al tuo cor questa parola:
per quanta ne incontrasti e ne vedrai
anco nei sogni, vo' bastarti io sola.
Lei: Guglielmo
Cattermole, fiorentino di origini scozzesi, da' alla sua
intera esistenza un'impronta di stravaganza, la stessa
che avrebbe fatto di sua figlia Evelina un personaggio.
Ha quattro mogli (la terza, Elisa Sandusch, darà alla
luce Evelina) e attira su di sé molte chiacchiere per
via del gran numero di matrimoni: pare che non fosse
precisabile il numero di figli avuti da ciascuna moglie.
Uomo contemplativo e dal temperamento focoso, non scelse
mai una fissa professione e preferì sposare donne ricche
che, dopo la morte, avrebbero provveduto a colmargli la
dispensa.
La stessa Elisa Sandusch, pianista piuttosto
conosciuta all'epoca, muore prematuramente lasciando la
piccola Evelina nella grande casa di Firenze, celebre e
inarrivabile salotto letterario, dove un grande
pianoforte a coda richiama gli ospiti più illustri e
accompagna soavemente serate di svaghi.
Sin da bambina, Evelina respira l'aria
deliziosa dell'arte, raccoglie in un album le strofe e
le rime dei grandi poeti che spesso frequentano il
salotto; matura da subito un amore testardo e sincero
per la musicalità delle parole. Sullo sfondo di
un'Italia avviata - sia pure con qualche difficoltà -
verso l'unificazione, v'è grande ricerca di nuovi
cantori e virtuosi della poesia. Una bella occasione per
Evelina che, all'epoca diciottenne, ha speso molte notti
a comporre versi per un volumetto dal titolo Canti e
ghirlande. Decide, quello stesso anno, di darlo alle
stampe e guadagna subito una critica positiva: ben
presto i salotti fiorentini si animano della lettura del
volume della giovanissima poetessa.
Evelina diviene oggetto di contesa: tutte le
dame della buona società vogliono accaparrarsi la sua
presenza presso il proprio salotto.
Donna Laura Beatrice Oliva, moglie del noto
avvocato napoletano Pasquale Mancini, è da subito grande
estimatrice dei versi di Evelina. Decisa a soffiare la
presenza della talentuosa giovane al salotto letterario
della contessa Maffei, la corteggia a lungo fino a
ottenere il suo consenso.
Il salotto di Donna Laura è frequentato da
brillanti ufficiali e giovani artisti, è un ritrovo
importante per la Firenze bene e, non di rado, si presta
come scenario per l'incontro di un'innamorata e la
nascita di un fidanzamento ufficiale. Il figlio dei
padroni di casa, Francesco Eugenio Mancini, ne è un
assiduo frequentatore.
Lui: Francesco Eugenio
Mancini è un giovane fiero della sua divisa dei
bersaglieri e sicuro di sé. Subito colpito dall'avvento
della bella poetessa presso il salotto letterario,
vedendola come protetta della madre e nelle grazie
dell'opinione pubblica, si lancia in un corteggiamento
giocoso: quasi si sentisse in dovere di omaggiare la
bellezza e le virtù della giovane, le dedica attenzioni
non serie, almeno in un primo momento. Successivamente
si vede costretto a ricredersi: dopo la conquista di
Evelina, capisce di esserne innamorato e la vuole a ogni
costo.
Si oppongono i coniugi mancini che, per
quanto nutrano profonda stima in Evelina, avevano
combinato al figlio Francesco un matrimonio ben più
prestigioso. Il giovane, però, non sente ragioni, si
ribella alle decisioni paterne e minaccia di rapire
Evelina e portarla con sé.
Il 5 marzo 1871 ottiene il sudato
consenso, corona il suo sogno d'amore e, mentre le
cronache mondane gridano ai quattro venti la felice
notizia, viene promosso a capitano e spedito a Milano.
Evelina lo segue e guarda con fiducia alla nuova vita
che l'aspetta.
A Milano, anziché godere del proprio amore e
vivere appieno le gioie del matrimonio giovane e fresco,
ha inizio per Evelina una prigionia oscura e
inappagante. Francesco, il novello sposo, non è il
gentiluomo appassionato che baciava la mano di lei nei
lussuosi salotti fiorentini. Rivela un animo da gaudente
impenitente, bazzica volentieri per i cabaret e non
disdegna la compagnia di sciantose. Come era tradizione
per gli ufficiali di carriera dell'epoca, conduce una
vita dissipata, prendendo spesso parte a pranzi per soli
uomini, movimentati dalla presenza di ballerine
compiacenti. Spesso è fuori città e non dà sue notizie.
Evelina si trova a fare i conti con la nuova e
ostile realtà milanese: la nuova casa non le offre il
conforto di una corte di raffinati intellettuali con i
quali confrontarsi, le notti sono fredde e il marito
preferisce la compagnia delle combriccole da taverna
alla sua. Per quanto la giovane poetessa si procacci di
tanto in tanto qualche attimo di svago presso il salotto
della contessa Clara Carrara Spinelli Maffei, le sue
serate hanno tutte lo stesso deprimente epilogo. Sola in
casa e annoiata, Evelina mette su carta i suoi affanni e
li tramuta in poesia. Poesie che parlano di morte e
fantasmi, sprigionando quella decadenza che la poetessa
riscontra attorno a sé, aggravata poi dal mancato arrivo
di un figlio, più volte sospirato.
Ma Evelina è giovane, bellissima e vitale, ha
una vena creativa indomabile e tanta voglia di cambiare
vita. Evelina sa che non resterà sola a lungo.
Le serate silenziose nella casa milanese
trovano fine quando Evelina decide di imitare il marito.
Stanca della solitudine, inizia a coltivare una nutrita
cerchia di amici, giustificandosi con "gli amici che
frequento sono amici di mio marito stesso".
Hanno inizio le prime serate separate: se
Mancini si da' ai bagordi in qualche festa privata,
Evelina è popolare frequentatrice di salotti e
fedelissima spettatrice di teatro. A volte, i coniugi
rincasano allo stesso orario su carrozze diverse. E la
cultura non è più sufficiente: Evelina raccoglie
dichiarazioni d'amore da ogni parte, si accerchia di
servizievoli amici che l'accompagnano a casa ogni sera,
non senza dispensarle qualche complimento audace.
Quest'aria di intrigo si fa appetitosa:
Evelina trascorre tre anni guardando con desiderio i
suoi pretendenti. Infine, cede alla corte del granduca
Giuseppe Bennati di Baylon, impiegato al Banco di
Napoli. Il Bennati, singolare granduca addetto alla
contabilità, non era recensito come un fior d'uomo, ma
Evelina se ne infischia: lo vuole come suo amante per
rallegrare le serate milanesi e sfogare le passioni
represse.
Francesco ha presto dei sospetti che lo
portano sulla pista del granduca: in un'occasione,
presso un Caffè vicino a Piazza del Duomo, gli chiede
apertamente se sia lui l'uomo col quale sua moglie ha
una tresca. Va da sé che il granduca neghi con
convinzione. L'amante segreto, uscito dal Caffè, si
dirige tranquillo in via Unione dove Evelina ha situato
la sua garconniere, a un passo dalla casa coniugale.
L'affezionata Giuseppina Dones, cameriera della signora,
ha escogitato un metodo per comunicarle sempre (tramite
segnali luminosi) quando il marito è nei paraggi.
Non è altrettanto prudente Evelina stessa, che
lascia intendere agli amici frequentatori di salotti la
sua nuova conquista clandestina. Si crogiola nel dare al
prossimo quell'immagine di sé del tutto trasformata,
l'immagine di una donna fatale e disinibita, piacente e
focosa. Ma le voci girano e ben presto le persone a
conoscenza del segreto sono stimabili in ventiquattro.
Quando uno di loro fa giungere la notizia all'orecchio
di Francesco Mancini, egli mette sotto torchio la povera
Giuseppina Dones: ottiene così giorno, luogo e ora degli
incontri clandestini. E si prepara a un'irruzione.
E' il 26 maggio 1874. Evelina e il Bennati
fanno l'amore nella garconniere quando la porta si
spalanca. Il Mancini, grazie a una chiave fornita dalla
cameriera, irrompe in camera da letto e si avventa
sull'amante della moglie che, frattanto, sviene e rotola
a terra.
Avviene un putiferio: le grida serpeggiano
lungo la via e una massa di curiosi accorre. Un
inquilino del palazzo, aiutato da un panettiere, riesce
a trascinare via di peso il Mancini, violento e
furibondo. Il Bennati si vede costretto a fuggire
vergognoso e seminudo. Evelina è di nuovo sola, sul
letto, odorando i sali: solo a tarda notte, certa di non
essere vista, lascerà il suo rifugio per bussare alla
porta di alcuni amici chiedendo ospitalità.
Il 27 maggio 1874, solo un giorno dopo, due
uomini varcano le soglie del bosco di Bollate per un
duello a pistola. Presenziano il Mancini, il Bennati,
due padrini, un direttore d'incontro e un medico.
Il Bennati, miope e poco incline all'uso della
pistola, manca il colpo e si ritrova una pallottola
piantata in fronte. E' la fine di una favola, il ritorno
all'incubo: Evelina si reca sulla tomba dell'amante e si
taglia i capelli per lui. Poi, mentre i milanesi
vociferano che la poetessa si sia fatta monaca di
clausura, racimola a casa del marito quanto le basta per
fuggire e tornare a rifugiarsi nella sua Firenze.
Firenze non serba belle sorprese per Evelina,
schivata da tutti e additata come una poco di buono. Le
famiglie amiche dei Mancini si battono per far terra
bruciata attorno a lei. Ne risente la sua poesia, misera
di emozioni e frettolosa. Mentre tutti la chiamano "la
vedova assorta" per le sue lunghe camminate e l'aria
svagata, Evelina è costretta a prendere una stanza in
affitto, a vendere gioielli, a venir respinta persino da
suo padre Guglielmo (ora al quarto matrimonio e poco
incline all'idea di riaccogliere quella figlia
scandalosa nella sua casa e nella sua nuova vita).
Per quanto la sua produzione sprofondi rapida
verso il fallimento, l'editore Sommaruga fiuta in lei un
talento affaticato e meritevole di sollecitazione; nel
1876 pubblica un suo volume e le affida un paio di
rubriche sui suoi giornali.
Evelina abbandona il suo nome e trae
ispirazione da una poesia del Prati per fregiarsi del
titolo ombroso di Contessa Lara. La Contessa, stimolata
dal successo letterario, decide di chiudere per sempre
il capitolo Firenze e raggiungere Roma, ricominciare da
capo. All'uscita del libro, la critica si accanisce e
viene persino affermato che "nelle sue poesie si senta
l'odore di lenzuola".
Ma oramai quelle razioni quotidiane di veleno
scoloriscono sotto l'ombra superba della Contessa Lara:
nella realtà romana è una brillante giornalista, fiera
della sua ritrovata bellezza, ammirata e desiderata da
molti, attiva nel giornalismo e brillante oratrice.
Feste, serate, salotti importanti: l'ascesa ha inizio.
La sventurata Evelina è ora Contessa Lara. Lo scandalo
milanese, a Roma sarà la fondamenta della sua fama:
reputazione di donna anticonformista e navigata,
miraggio per gli uomini e padrona di se stessa.
La vita della Contessa è ricca e fastosa. C'è
chi vorrebbe avvicinarla al mondo politico per farne una
spia, ma lei respinge l'ipotesi e preferisce la poesia;
il mondo dell'arte la ingloba completamente e la
politica non le interessa. E' bizzarra, tenera,
capricciosa: afferma più volte di aspirare a una casa
dove ci sia sempre qualcuno che l'aspetta.
Anche la rubrica che le è stata affidata
diviene famosa in breve tempo: sono molte le donne
abbattute e frustrate che le mandano una disperata
corrispondenza, firmandosi "fiordaliso reciso" o
"mammola melanconica". E lei, la vecchia Evelina,
diventa per loro un punto di riferimento: la sua penna
appassionata e impertinente si accosta al cuore delle
giovani e delle meno giovani, le pene d'amore e la
conquista dell'amato diventano i suoi argomenti di
competenza. Si specializza in amore e ne diviene il
simbolo, ammirata come donna di cultura, emblema del
coraggio femminile, spiritosa e romantica.
La Contessa, poi, ha un amante più importante
degli altri, ciò che si direbbe un "uomo fisso", se non
fosse che quest'ultimo è sposato. Mario Rapisardi vive
un'intima, impulsiva e coinvolgente storia d'amore con
la poetessa, celandola alla moglie. E' giornalista,
poeta e più giovane di lei: ha tutte le caratteristiche
per essere un grande amore. Sarà Giovanni Verga, amico
di Rapisardi, a intromettersi tra i due, deciso a
riportare l'amico sulla retta via: si dice che scrisse
alla moglie di Rapisardi e questa lo lasciò su due piedi
(Giselda Foianesi, moglie di Rapisardi, tradirà
successivamente il marito proprio con Giovanni Verga).
Quando, tuttavia, il poeta si presentò alla sua Contessa
ansioso di metter su casa, pare che lei lo rifiutò
duramente.
Lara, stanca delle tribolazioni coniugali del
Rapisardi, aveva messo gli occhi su Giovanni Alfredo
Cesareo, anch'egli giornalista della rivista "Nabab",
più giovane di lei, conosciuto in una trattoria romana,
punto di ritrovo dell'intellettualità dell'epoca.
Cesareo ha le carte in regola per fare della Contessa
una donna realmente felice. Lara ne è molto attratta,
specie per l'età giovane e la freschezza di pensiero (la
poetessa, suo malgrado, avverte il passaggio degli anni
e si sente meglio compresa dagli amanti di età inferiore
alla sua). Tuttavia, quel bel ragazzo così vitale e
tanto più giovane ricorda a Lara il vuoto che si porta
dentro da anni. Con l'arrivo delle prime rughe, ella
capisce che non ha mai provato la gioia di un figlio, di
essere prossima a una stagione della sua vita in cui
difficilmente potrà vantare l'antica avvenenza. Diventa
pigra e d'umore mutevole, cerca di farsi notare come
donna dai gusti eccentrici, talvolta viaggia sola per il
puro gusto di raccogliere le attenzioni di qualche
frequentatore di albergo, qualche turista solo come lei.
Da vittima di un'inerzia incredibile a inquieta e
petulante, passa con Cesareo dieci anni tormentosi.
S'accorge che le scene sono ora calcate da poetesse e
scrittrici più giovani di lei e si sente invidiosa,
meschina, vorrebbe ostacolarle. Anche la pettinatura
coniata per lei (per un certo periodo fu di moda portare
i capelli "alla Contessa Lara") scivola velocemente
nelle tendenze dimenticate.
Di ritorno da uno dei suoi viaggi guarda il
Cesareo e gli dice: "Ho pensato che dobbiamo lasciarci".
Si sente potente nel prendere le redini di quel
rapporto, e forse s'aspetta una reazione violenta e
disperata. Ma anche Cesareo, dopo tanti anni di capricci
e sparizioni, è stanco di lei. Commenta annoiato di aver
pensato la stessa cosa. Il divario d'età ha aperto da
tempo una voragine fra i due e Cesareo è stanco della
"maestra": Evelina, nell'ultimo periodo, è divenuta
severa e intollerante verso la sua produzione
letteraria, come se volesse calzare i panni della sola
grande scrittrice meritevole di dire la sua. Forse, in
quel giovane, Evelina inizia a riscontrare le
caratteristiche che tanto la irritano nelle nuove
promesse. E' a suo modo invidiosa di lui e si è
prodigata per escluderlo dalle sue frequentazioni
mondane.
Cesareo se ne va senza replicare. La Contessa
si sente sfruttata e offesa: la sua opinione del sesso
maschile sprofonda sotto le scarpe.
Il malumore della Contessa cresce. Ora in
quella casa vuota che aveva sperato di riempire
dell'amore di un uomo, scrive senza entusiasmo, tanto
per attendere alle sue scadenze giornalistiche.
Sommaruga le commissiona un romanzo, lei inizia a
scriverlo, salvo poi confidare a un'amica: "Sono
diventata una macchina dalla quale ci si aspetta un
certo racconto, anziché un altro. Ciò che ho di mio devo
tenerlo stretto. Sono loro che pensano, io scrivo e
basta".
Sono finiti i bei tempi dell'infanzia
fiorentina dove, al risveglio, soleva udire "Cosa ci
narrerai oggi, piccola Evelina?".
Evelina è Lara, invecchiata, non più felice e
nuovamente sola. Soffre d'insonnia e tampona ogni attimo
di depressione con lunghi viaggi decisi su due piedi.
Ogni volta che torna, piomba nella routine, diventa
ricettacolo dei pettegolezzi locali, sa per filo e per
segno gli affari altrui, ma non ne vanta di altrettanto
interessanti. Studia nuove eccentricità da sfoggiare in
pubblico, ma rientra sempre annoiata o seccata dai suoi
incontri intellettuali. E poi girovaga per le trattorie
romane con la scusa di ritrarre dal vivo i suoi
personaggi, di ispirarsi alla gente grossolana e senza
maniere. Torna a casa e gira da sola per le stanze tutta
la notte. Solo all'alba prende sonno per poche ore.
Nell'inverno del 1889, in una di quelle
trattorie incontra tuttavia Giuseppe Pierantoni, un
pittore. Pittore nelle intenzioni e vignettista per Vita
Italiana di professione. Pierantoni è un uomo che stenta
a sbarcare il lunario e teorizza grandi progetti per il
suo avvenire artistico. Non importa chi sia Pierantoni.
Sarà ugualmente l'ultimo grande amore di Evelina.
E' la stessa Evelina a descrivere sul proprio
diario un incontro col Pierantoni, dove accenna all'età
di lui: "Credo che sia il mio destino, amare uomini
giovani. Forse le donne sanno ben nascondere il proprio
atto di nascita. Beppe crede che io sia sui 32...".
Pierantoni, infatti, ha dieci anni meno di lei
ed è un ribelle, viene da un'infanzia problematica e si
ritrova ben presto a fare da impiegato per le Ferrovie
dello Stato: grande amante dell'arte e creativo
incompreso, abbandona il posto impiegatizio per campare
di espedienti. Prima intraprende un poco successoso
cammino politico, poi si dice certo che la sua vera
vocazione sia la pittura. Con tali premesse la Contessa
non può che esserne affascinata. Scrive, il giorno del
loro incontro, sul solito diario: "Mio Dio, ci
ricasco!".
Due giorni dopo, lui si presenta a casa sua,
in Via Sistina: non porta né fiori né omaggi, eccetto la
sua irruente giovinezza. La casa, finemente arredata, lo
lascia ipnotizzato: subito si accomoda in poltrona, fra
pizzi e trine, imbambolato. La Contessa cucina per lui e
si affaccenda per farlo felice. Lui mangia e condanna la
società che lo rigetta e non capisce le sue qualità,
odia i famosi pittori che gli occupano la scena e lo
mettono da parte, riservandogli solo miserie e
delusioni. La Contessa è sensibile alle parole del
giovane, si sente investita dal suo animo tumultuoso.
Passa con lui svariate notti.
Il vento gira ancora. Ora Sommaruga sollecita
il romanzo e lei risponde tranquilla che lo finirà in un
baleno. Ricomincia a frequentare i salotti, porta con sé
il nuovo compagno e scrive con rinnovamento, come un
fiume in piena. I viaggi non sono più indispensabili a
trovare l'ispirazione, la scrittura sgorga dalla penna
della Contessa con una foga insperata.
Una storia d'amore perfetta, se non fosse per
quelle smanie artistiche che perseguitano il Pierantoni.
Basta uno dei primi litigi e l'uomo sfodera la sua vera
natura: accusa Lara di essere una vecchia (le spiattella
sul naso la sua età senza ritegno), di reputarla una
mediocre scrittrice e semplicemente una che "ha avuto
fortuna nella vita e ha usato il poco che aveva per
diventare famosa". Vuole denaro da lei, sempre più
spesso: dalle prime richieste timide e garbate passa a
vere e proprie estorsioni, pretese folli, perentorie. E
la colpa? E' di Lara, con quel suo giro di eventi
mondani e amici influenti, che lo spinge a vivere
giornate dove non esiste notte, dove non è mai ora di
riposare e lavorare. Colpa sua se lui, affaticato, non
riesce a dipingere come vorrebbe. Pierantoni è triviale,
la insulta con epiteti volgari, rende la sua vita un
turbolento calvario, condito dalle peggiori offese.
Gli amici si stupiscono di fronte a Lara, così
vessata dal compagno e così incapace di lasciarlo: che
sia troppo innamorata per allontanarlo da sé?
No, la verità è un'altra. La verità è che,
dentro di lei, Evelina scalcia e sgomita per non restare
di nuovo sola e si fa andare bene anche quel fallito,
prodigo e insolente che ha portato a casa. Non vuole che
girino voci sul suo conto e non vuole pronunciarsi
pentita della sua scelta: cerca di giustificare con
tutti il "povero Beppe", dipingendolo come un reietto e
un incompreso.
Evelina, ora, piega il capo con facilità:
procura denaro al suo amato e lo avalla in ogni
decisione. Tutto perché stia calmo. Tutto perché stia
con lei.
Mentre tra i due amanti la situazione peggiora
di giorno in giorno, alcuni amici della Contessa si
offrono per "toglierle di mezzo quell'importuno". Lei si
oppone con tutta se stessa e accusa gli amici di essere
troppo severi con lui: certo, se furibondo Beppe diventa
un uomo spaventoso, ma a detta sua ha un grande cuore.
La scrittura risente dello stato d'animo di
Evelina e il sonno si dilegua: ricorre alle cure di un
medico che la esorta a cambiare aria per un po'. Decisa
a ritemprarsi, la Contessa parte per una breve
permanenza a Santa Margherita Ligure, scortata dal suo
fidato amico ed editore Angelo Sommaruga. Lui stesso le
suggerisce di ritemprarsi e non preoccuparsi per il
Pierantoni: gli amici gli spiegheranno i motivi della
sua partenza e lo tranquillizzeranno. Proprio sul vagone
che la porta al mare, viene avvicinata dal tenente di
vascello Ferruccio Battali, diretto a La Spezia. Questa
volta il destino l'ha spinta a bordo del treno giusto,
perché Ferruccio è un uomo galante e straordinario, di
finissima cultura. Parlano a lungo di amore,
letteratura, viaggi: Ferruccio è stanco di girare
l'Italia e vorrebbe una donna che l'aspetta a casa.
Evelina ha già un uomo a casa, ma ora vorrebbe che
quell'uomo divenisse Ferruccio.
"Esprima un desiderio", le dice lui.
"Che questo viaggio non finisca mai", dichiara
lei.
Per questo decide di non scendere affatto a
Santa Margherita Ligure: prolunga il viaggio fino a La
Spezia, decisa a non perdere Ferruccio. Scrive subito
diverse lettere dove parla sentimentalmente del "suo
Ferruccio", dove afferma di "aver sentito una risata
gioconda dentro di sé, dopo tante brume e amarezze".
Inizia un sogno dove, all'arrivo a La Spezia,
un giovane e spavaldo tenente di vascello scorta una
dama elegante col viso velato fino all'albergo,
disbrigando le faccende per lei: bagaglio, carrozza e
sistemazione. Giunti alla pensione, il Bettali dirà: "La
signora vuole vedere la camera, ha bisogno di quiete e
molta aria". Ed è Evelina, la sognante e frivola
Evelina, ad annotare sul suo diario, in quei giorni:
"Siamo come due ragazzini, lui si sveglia ogni giorno
dicendo Viva la vita!". Un delirio d'amore dove Bettali
passa il tempo all'arsenale, divorato dal desiderio di
correre fra le braccia della Contessa, dove i giorni e
le notti assumono i contorni di un romanzo scaturito
dalla penna della famosa Contessa Lara.
Giorni dopo, causa l'arrivo di un urgente
fonogramma per il Bettali, due figurine rapite l'uno
dallo sguardo dell'altra, si abbracciano amorevolmente
sulla banchina, giurandosi di aspettarsi e di
ricongiungersi.
E' l'epilogo di un grande, rapido amore.
Evelina torna alla pensione, paga il conto e va
tristemente sola a Santa Margherita Ligure.
A Santa Margherita, la corrispondenza per
Evelina è giunta copiosa. Beppe le ha scritto quattro
lettere intimandole di tornare a casa. Evelina le mette
da parte risoluta e prende in mano la penna: "Caro
Ferruccio...".
Soltanto lettere per lui, settimana dopo
settimana: qualche passeggiata dietro consiglio medico,
solitamente fino a una panchina (che Evelina non
mancherà dal descrivere in una delle lettere per
Ferruccio), poi un solitario a carte, un pasto frugale,
qualche istante in riva al mare. L'albergo è pieno di
pace, conta solo turisti inglesi e nessuno che si
interessi a parlare con lei, con la malinconica
scrittrice che imbuca una lettera al giorno. E questo,
alla Contessa, pesa.
Ancora una volta, sebbene reduce da un
incontro così fortunato, si vede a fare i conti con la
sua esistenza da sola. Anche la costa, col passare delle
stagioni, si è svuotata: è divenuto un noioso luogo di
mare dove, oltre a imbucare missive, non c'è alcun
genere di attrattiva. La Contessa rimpiange la routine
romana, ma ripensa con repulsione a Beppe. Lui le scrive
di aspettarla ancora, di non averla raggiunta solo
perché alcuni amici gliel'hanno impedito, senza contare
che come sempre è al verde. Con lui è decisamente
finita, ma la vita nella città di mare si era fatta
troppo monotona per la scrittrice. Riparte in incognito,
decisa a non far sapere al vecchio amante del suo
ritorno e riparare a casa di amici, in segreto.
E invece a Roma, in stazione, se lo trova
davanti. Decisa a respingerlo una volta per tutte, gli
dice di avere un appuntamento e rimanda il loro incontro
a un altro momento: da brava scrittrice romanza la
realtà, inventa d'essere molto malata e non avere altra
scelta.
Pierantoni non vuole perdere la sua gallina
dalle uova d'oro e la rivuole a ogni costo: inizia a
pedinarla, cerca nuovi incontri ricorrendo a sotterfugi.
Ha sedato i toni, ma ha una luce minacciosa negli occhi;
inoltre sospetta un altro uomo nella vita della donna e
non la crede malata come dice.
Evelina fatica a sottrarsi a quell'assedio, si
sente colpevole, decide addirittura di prestargli altri
soldi sapendo che non le saranno mai restituiti.
Con l'autunno, Pierantoni sparisce dalla
circolazione ed Evelina è libera di corrispondere con
Ferruccio e affidare a lui tutte le sue speranze. Non le
interessano le sorti del vecchio amante, vuole pensare a
se stessa e al futuro. Non sa che lui, quel pittore
ferito, ha macchinato affinché la cameriera Luisa Medici
scucia qualche dettaglio: in un'occasione la blocca per
strada, le toglie di mano alcune lettere che la giovane
s'accingeva a spedire.
Il dramma precipita: ora Beppe ha la prova del
tradimento. Affronta la poetessa, la prende a male
parole e lei, aperto uno stipetto, estrae una calibro
sei e gli ordina di uscire immediatamente. Quando si
avventa su di lei per disarmarla, un proiettile parte
dall'arma e colpisce Evelina al ventre. Questo dirà
Pierantoni al processo. Questa non è la verità.
"Un clamoroso litigio, uno sparo, un urlo di
donna", diranno i vicini al processo. Poi un altro
colpo.
Quando il dottor Parboni arriva sul luogo del
delitto chiamato da Luisa Medici, trova Evelina in un
bagno di sangue, le mani sul ventre: "Assassino, l'ha
fatto per interesse...", ha il tempo di rantolare lei.
Dall'altra parte della stanza, Pierantoni
giace a terra: s'è tirato un colpo all'ascella sinistra.
Alcuni presenti giurano di aver sentito
Evelina dire, un attimo prima della morte: "Muoio come
il povero Bennati ha fatto per me...".
Prima ancora dell'arrivo della lettiga,
Evelina, di soli 47 anni, è morta: il colpo le ha
perforato l'intestino in più punti. Viene stesa sul
letto intatto.
Pierantoni, portato in ospedale e medicato,
piange e si lamenta senza suscitare la sperata
compassione.
Prima ancora del funerale, le "donne forti"
della letteratura hanno omaggiato il ricordo di Evelina:
Matilde Serao su Il Mattino, Olga Ossani Lodi sul Don
Chisciotte, Rastignac sulla Tribuna.
Mentre la stampa la commemora e i telegrammi
affollano le redazioni dei giornali, un uomo che non la
vede da 26 anni chiede di essere ammesso per primo a
vedere il cadavere: è Francesco Mancini, suo primo
marito, che esce dalla sala con gli occhi rossi e si
ripresenta affranto al funerale. Arriva anche Cesareo,
anche lui in lacrime.
In molti la piangono, anche chi si è trovato a
odiarla in passato. La Contessa, Evelina, è in prima
pagina con le sue poesie, con la sua anima generosa e la
sua cultura vastissima.
Frattanto, Pierantoni è dipinto sempre più
come un leone e un aguzzino, massacrato dalla stampa,
definito un omicida senza scrupoli.
Nel novembre del 1897, alla corte d'Assise di
Roma ha luogo un processo di grande interesse pubblico:
l'aula tracima, in molti gridano giustizia per la
poetessa innamorata. La difesa di Pierantoni cerca in
più modi di sottolineare gli aspetti meno qualificanti
della defunta: una donna con molti amanti, promiscua,
addirittura dotata di una pistola da borsetta.
L'imputato cerca a lungo di schermarsi dietro l'immagine
del "ragazzo sprovveduto", raccogliendo l'ostilità del
pubblico ministero. "Ha raggiunto da un pezzo l'età
della ragione", è il suo commento. E poi quella pistola,
era davvero di Evelina? In molti pensano che se la fosse
procurata l'amante per addossarle la colpa del misfatto,
non sussiste prova che la calibro sei si trovasse nello
stipetto. Senza contare che chi conosceva Evelina sapeva
della sua avversione per le armi. Ben presto in aula
venne dimostrato che il Pierantoni aveva premeditato il
delitto e si era comprato l'arma. Il suo tentativo di
suicidio viene successivamente letto come l'inutile
tentativo di attenuare la sua colpevolezza.
Il 10 novembre 1897, nell'apprensione
generale, viene letto il verdetto del Pierantoni: 11
anni e 8 mesi di reclusione, gli viene riconosciuta
l'attenuante della provocazione secondo la quale la
condotta di Evelina l'aveva istigato a compiere il
delitto.
Mentre una rumorosa folla alle sue spalle urla
"A morte!", il sipario cala lentamente sulla tristissima
storia della Contessa Lara, Evelina Cattermole.
Poetessa, scrittrice, giornalista, amante dell'arte.
Uccisa da ciò che più l'aveva schiacciata e compromessa
nella vita: quel bisogno irrefrenabile di avere un uomo
accanto, un uomo a casa. Il terrore di perdere l'amore e
l'ansia di scriverlo per tutta la vita. |
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