La contessa di Senza baci

a cura di Maria Silvia Avanzato



     Evelina Cattermole (Contessa Lara) e Giuseppe Pierantoni

     Io t'amo, t'amo. Oh, ch'altra donna mai
     non sussurri al tuo cor questa parola:
     per quanta ne incontrasti e ne vedrai
     anco nei sogni, vo' bastarti io sola.


  
     Lei: Guglielmo Cattermole, fiorentino di origini scozzesi, da' alla sua intera esistenza un'impronta di stravaganza, la stessa che avrebbe fatto di sua figlia Evelina un personaggio. Ha quattro mogli (la terza, Elisa Sandusch, darà alla luce Evelina) e attira su di sé molte chiacchiere per via del gran numero di matrimoni: pare che non fosse precisabile il numero di figli avuti da ciascuna moglie. Uomo contemplativo e dal temperamento focoso, non scelse mai una fissa professione e preferì sposare donne ricche che, dopo la morte, avrebbero provveduto a colmargli la dispensa.
     La stessa Elisa Sandusch, pianista piuttosto conosciuta all'epoca, muore prematuramente lasciando la piccola Evelina nella grande casa di Firenze, celebre e inarrivabile salotto letterario, dove un grande pianoforte a coda richiama gli ospiti più illustri e accompagna soavemente serate di svaghi.
     Sin da bambina, Evelina respira l'aria deliziosa dell'arte, raccoglie in un album le strofe e le rime dei grandi poeti che spesso frequentano il salotto; matura da subito un amore testardo e sincero per la musicalità delle parole. Sullo sfondo di un'Italia avviata - sia pure con qualche difficoltà - verso l'unificazione, v'è grande ricerca di nuovi cantori e virtuosi della poesia. Una bella occasione per Evelina che, all'epoca diciottenne, ha speso molte notti a comporre versi per un volumetto dal titolo Canti e ghirlande. Decide, quello stesso anno, di darlo alle stampe e guadagna subito una critica positiva: ben presto i salotti fiorentini si animano della lettura del volume della giovanissima poetessa.
     Evelina diviene oggetto di contesa: tutte le dame della buona società vogliono accaparrarsi la sua presenza presso il proprio salotto.
     Donna Laura Beatrice Oliva, moglie del noto avvocato napoletano Pasquale Mancini, è da subito grande estimatrice dei versi di Evelina. Decisa a soffiare la presenza della talentuosa giovane al salotto letterario della contessa Maffei, la corteggia a lungo fino a ottenere il suo consenso.
     Il salotto di Donna Laura è frequentato da brillanti ufficiali e giovani artisti, è un ritrovo importante per la Firenze bene e, non di rado, si presta come scenario per l'incontro di un'innamorata e la nascita di un fidanzamento ufficiale. Il figlio dei padroni di casa, Francesco Eugenio Mancini, ne è un assiduo frequentatore.

     Lui: Francesco Eugenio Mancini è un giovane fiero della sua divisa dei bersaglieri e sicuro di sé. Subito colpito dall'avvento della bella poetessa presso il salotto letterario, vedendola come protetta della madre e nelle grazie dell'opinione pubblica, si lancia in un corteggiamento giocoso: quasi si sentisse in dovere di omaggiare la bellezza e le virtù della giovane, le dedica attenzioni non serie, almeno in un primo momento. Successivamente si vede costretto a ricredersi: dopo la conquista di Evelina, capisce di esserne innamorato e la vuole a ogni costo.
     Si oppongono i coniugi mancini che, per quanto nutrano profonda stima in Evelina, avevano combinato al figlio Francesco un matrimonio ben più prestigioso. Il giovane, però, non sente ragioni, si ribella alle decisioni paterne e minaccia di rapire Evelina e portarla con sé.
     Il 5 marzo 1871 ottiene il sudato consenso, corona il suo sogno d'amore e, mentre le cronache mondane gridano ai quattro venti la felice notizia, viene promosso a capitano e spedito a Milano. Evelina lo segue e guarda con fiducia alla nuova vita che l'aspetta.

     A Milano, anziché godere del proprio amore e vivere appieno le gioie del matrimonio giovane e fresco, ha inizio per Evelina una prigionia oscura e inappagante. Francesco, il novello sposo, non è il gentiluomo appassionato che baciava la mano di lei nei lussuosi salotti fiorentini. Rivela un animo da gaudente impenitente, bazzica volentieri per i cabaret e non disdegna la compagnia di sciantose. Come era tradizione per gli ufficiali di carriera dell'epoca, conduce una vita dissipata, prendendo spesso parte a pranzi per soli uomini, movimentati dalla presenza di ballerine compiacenti. Spesso è fuori città e non dà sue notizie.
     Evelina si trova a fare i conti con la nuova e ostile realtà milanese: la nuova casa non le offre il conforto di una corte di raffinati intellettuali con i quali confrontarsi, le notti sono fredde e il marito preferisce la compagnia delle combriccole da taverna alla sua. Per quanto la giovane poetessa si procacci di tanto in tanto qualche attimo di svago presso il salotto della contessa Clara Carrara Spinelli Maffei, le sue serate hanno tutte lo stesso deprimente epilogo. Sola in casa e annoiata, Evelina mette su carta i suoi affanni e li tramuta in poesia. Poesie che parlano di morte e fantasmi, sprigionando quella decadenza che la poetessa riscontra attorno a sé, aggravata poi dal mancato arrivo di un figlio, più volte sospirato.
     Ma Evelina è giovane, bellissima e vitale, ha una vena creativa indomabile e tanta voglia di cambiare vita. Evelina sa che non resterà sola a lungo.

     Le serate silenziose nella casa milanese trovano fine quando Evelina decide di imitare il marito. Stanca della solitudine, inizia a coltivare una nutrita cerchia di amici, giustificandosi con "gli amici che frequento sono amici di mio marito stesso".
     Hanno inizio le prime serate separate: se Mancini si da' ai bagordi in qualche festa privata, Evelina è popolare frequentatrice di salotti e fedelissima spettatrice di teatro. A volte, i coniugi rincasano allo stesso orario su carrozze diverse. E la cultura non è più sufficiente: Evelina raccoglie dichiarazioni d'amore da ogni parte, si accerchia di servizievoli amici che l'accompagnano a casa ogni sera, non senza dispensarle qualche complimento audace.
     Quest'aria di intrigo si fa appetitosa: Evelina trascorre tre anni guardando con desiderio i suoi pretendenti. Infine, cede alla corte del granduca Giuseppe Bennati di Baylon, impiegato al Banco di Napoli. Il Bennati, singolare granduca addetto alla contabilità, non era recensito come un fior d'uomo, ma Evelina se ne infischia: lo vuole come suo amante per rallegrare le serate milanesi e sfogare le passioni represse.
     Francesco ha presto dei sospetti che lo portano sulla pista del granduca: in un'occasione, presso un Caffè vicino a Piazza del Duomo, gli chiede apertamente se sia lui l'uomo col quale sua moglie ha una tresca. Va da sé che il granduca neghi con convinzione. L'amante segreto, uscito dal Caffè, si dirige tranquillo in via Unione dove Evelina ha situato la sua garconniere, a un passo dalla casa coniugale. L'affezionata Giuseppina Dones, cameriera della signora, ha escogitato un metodo per comunicarle sempre (tramite segnali luminosi) quando il marito è nei paraggi.
     Non è altrettanto prudente Evelina stessa, che lascia intendere agli amici frequentatori di salotti la sua nuova conquista clandestina. Si crogiola nel dare al prossimo quell'immagine di sé del tutto trasformata, l'immagine di una donna fatale e disinibita, piacente e focosa. Ma le voci girano e ben presto le persone a conoscenza del segreto sono stimabili in ventiquattro. Quando uno di loro fa giungere la notizia all'orecchio di Francesco Mancini, egli mette sotto torchio la povera Giuseppina Dones: ottiene così giorno, luogo e ora degli incontri clandestini. E si prepara a un'irruzione.

     E' il 26 maggio 1874. Evelina e il Bennati fanno l'amore nella garconniere quando la porta si spalanca. Il Mancini, grazie a una chiave fornita dalla cameriera, irrompe in camera da letto e si avventa sull'amante della moglie che, frattanto, sviene e rotola a terra.
     Avviene un putiferio: le grida serpeggiano lungo la via e una massa di curiosi accorre. Un inquilino del palazzo, aiutato da un panettiere, riesce a trascinare via di peso il Mancini, violento e furibondo. Il Bennati si vede costretto a fuggire vergognoso e seminudo. Evelina è di nuovo sola, sul letto, odorando i sali: solo a tarda notte, certa di non essere vista, lascerà il suo rifugio per bussare alla porta di alcuni amici chiedendo ospitalità.
     Il 27 maggio 1874, solo un giorno dopo, due uomini varcano le soglie del bosco di Bollate per un duello a pistola. Presenziano il Mancini, il Bennati, due padrini, un direttore d'incontro e un medico.
     Il Bennati, miope e poco incline all'uso della pistola, manca il colpo e si ritrova una pallottola piantata in fronte. E' la fine di una favola, il ritorno all'incubo: Evelina si reca sulla tomba dell'amante e si taglia i capelli per lui. Poi, mentre i milanesi vociferano che la poetessa si sia fatta monaca di clausura, racimola a casa del marito quanto le basta per fuggire e tornare a rifugiarsi nella sua Firenze.

     Firenze non serba belle sorprese per Evelina, schivata da tutti e additata come una poco di buono. Le famiglie amiche dei Mancini si battono per far terra bruciata attorno a lei. Ne risente la sua poesia, misera di emozioni e frettolosa. Mentre tutti la chiamano "la vedova assorta" per le sue lunghe camminate e l'aria svagata, Evelina è costretta a prendere una stanza in affitto, a vendere gioielli, a venir respinta persino da suo padre Guglielmo (ora al quarto matrimonio e poco incline all'idea di riaccogliere quella figlia scandalosa nella sua casa e nella sua nuova vita).
     Per quanto la sua produzione sprofondi rapida verso il fallimento, l'editore Sommaruga fiuta in lei un talento affaticato e meritevole di sollecitazione; nel 1876 pubblica un suo volume e le affida un paio di rubriche sui suoi giornali.
     Evelina abbandona il suo nome e trae ispirazione da una poesia del Prati per fregiarsi del titolo ombroso di Contessa Lara. La Contessa, stimolata dal successo letterario, decide di chiudere per sempre il capitolo Firenze e raggiungere Roma, ricominciare da capo. All'uscita del libro, la critica si accanisce e viene persino affermato che "nelle sue poesie si senta l'odore di lenzuola".
     Ma oramai quelle razioni quotidiane di veleno scoloriscono sotto l'ombra superba della Contessa Lara: nella realtà romana è una brillante giornalista, fiera della sua ritrovata bellezza, ammirata e desiderata da molti, attiva nel giornalismo e brillante oratrice. Feste, serate, salotti importanti: l'ascesa ha inizio. La sventurata Evelina è ora Contessa Lara. Lo scandalo milanese, a Roma sarà la fondamenta della sua fama: reputazione di donna anticonformista e navigata, miraggio per gli uomini e padrona di se stessa.

     La vita della Contessa è ricca e fastosa. C'è chi vorrebbe avvicinarla al mondo politico per farne una spia, ma lei respinge l'ipotesi e preferisce la poesia; il mondo dell'arte la ingloba completamente e la politica non le interessa. E' bizzarra, tenera, capricciosa: afferma più volte di aspirare a una casa dove ci sia sempre qualcuno che l'aspetta.
     Anche la rubrica che le è stata affidata diviene famosa in breve tempo: sono molte le donne abbattute e frustrate che le mandano una disperata corrispondenza, firmandosi "fiordaliso reciso" o "mammola melanconica". E lei, la vecchia Evelina, diventa per loro un punto di riferimento: la sua penna appassionata e impertinente si accosta al cuore delle giovani e delle meno giovani, le pene d'amore e la conquista dell'amato diventano i suoi argomenti di competenza. Si specializza in amore e ne diviene il simbolo, ammirata come donna di cultura, emblema del coraggio femminile, spiritosa e romantica.
     La Contessa, poi, ha un amante più importante degli altri, ciò che si direbbe un "uomo fisso", se non fosse che quest'ultimo è sposato. Mario Rapisardi vive un'intima, impulsiva e coinvolgente storia d'amore con la poetessa, celandola alla moglie. E' giornalista, poeta e più giovane di lei: ha tutte le caratteristiche per essere un grande amore. Sarà Giovanni Verga, amico di Rapisardi, a intromettersi tra i due, deciso a riportare l'amico sulla retta via: si dice che scrisse alla moglie di Rapisardi e questa lo lasciò su due piedi (Giselda Foianesi, moglie di Rapisardi, tradirà successivamente il marito proprio con Giovanni Verga). Quando, tuttavia, il poeta si presentò alla sua Contessa ansioso di metter su casa, pare che lei lo rifiutò duramente.
     Lara, stanca delle tribolazioni coniugali del Rapisardi, aveva messo gli occhi su Giovanni Alfredo Cesareo, anch'egli giornalista della rivista "Nabab", più giovane di lei, conosciuto in una trattoria romana, punto di ritrovo dell'intellettualità dell'epoca. Cesareo ha le carte in regola per fare della Contessa una donna realmente felice. Lara ne è molto attratta, specie per l'età giovane e la freschezza di pensiero (la poetessa, suo malgrado, avverte il passaggio degli anni e si sente meglio compresa dagli amanti di età inferiore alla sua). Tuttavia, quel bel ragazzo così vitale e tanto più giovane ricorda a Lara il vuoto che si porta dentro da anni. Con l'arrivo delle prime rughe, ella capisce che non ha mai provato la gioia di un figlio, di essere prossima a una stagione della sua vita in cui difficilmente potrà vantare l'antica avvenenza. Diventa pigra e d'umore mutevole, cerca di farsi notare come donna dai gusti eccentrici, talvolta viaggia sola per il puro gusto di raccogliere le attenzioni di qualche frequentatore di albergo, qualche turista solo come lei. Da vittima di un'inerzia incredibile a inquieta e petulante, passa con Cesareo dieci anni tormentosi. S'accorge che le scene sono ora calcate da poetesse e scrittrici più giovani di lei e si sente invidiosa, meschina, vorrebbe ostacolarle. Anche la pettinatura coniata per lei (per un certo periodo fu di moda portare i capelli "alla Contessa Lara") scivola velocemente nelle tendenze dimenticate.
     Di ritorno da uno dei suoi viaggi guarda il Cesareo e gli dice: "Ho pensato che dobbiamo lasciarci". Si sente potente nel prendere le redini di quel rapporto, e forse s'aspetta una reazione violenta e disperata. Ma anche Cesareo, dopo tanti anni di capricci e sparizioni, è stanco di lei. Commenta annoiato di aver pensato la stessa cosa. Il divario d'età ha aperto da tempo una voragine fra i due e Cesareo è stanco della "maestra": Evelina, nell'ultimo periodo, è divenuta severa e intollerante verso la sua produzione letteraria, come se volesse calzare i panni della sola grande scrittrice meritevole di dire la sua. Forse, in quel giovane, Evelina inizia a riscontrare le caratteristiche che tanto la irritano nelle nuove promesse. E' a suo modo invidiosa di lui e si è prodigata per escluderlo dalle sue frequentazioni mondane.
     Cesareo se ne va senza replicare. La Contessa si sente sfruttata e offesa: la sua opinione del sesso maschile sprofonda sotto le scarpe.

     Il malumore della Contessa cresce. Ora in quella casa vuota che aveva sperato di riempire dell'amore di un uomo, scrive senza entusiasmo, tanto per attendere alle sue scadenze giornalistiche. Sommaruga le commissiona un romanzo, lei inizia a scriverlo, salvo poi confidare a un'amica: "Sono diventata una macchina dalla quale ci si aspetta un certo racconto, anziché un altro. Ciò che ho di mio devo tenerlo stretto. Sono loro che pensano, io scrivo e basta".
     Sono finiti i bei tempi dell'infanzia fiorentina dove, al risveglio, soleva udire "Cosa ci narrerai oggi, piccola Evelina?".
     Evelina è Lara, invecchiata, non più felice e nuovamente sola. Soffre d'insonnia e tampona ogni attimo di depressione con lunghi viaggi decisi su due piedi. Ogni volta che torna, piomba nella routine, diventa ricettacolo dei pettegolezzi locali, sa per filo e per segno gli affari altrui, ma non ne vanta di altrettanto interessanti. Studia nuove eccentricità da sfoggiare in pubblico, ma rientra sempre annoiata o seccata dai suoi incontri intellettuali. E poi girovaga per le trattorie romane con la scusa di ritrarre dal vivo i suoi personaggi, di ispirarsi alla gente grossolana e senza maniere. Torna a casa e gira da sola per le stanze tutta la notte. Solo all'alba prende sonno per poche ore.
     Nell'inverno del 1889, in una di quelle trattorie incontra tuttavia Giuseppe Pierantoni, un pittore. Pittore nelle intenzioni e vignettista per Vita Italiana di professione. Pierantoni è un uomo che stenta a sbarcare il lunario e teorizza grandi progetti per il suo avvenire artistico. Non importa chi sia Pierantoni. Sarà ugualmente l'ultimo grande amore di Evelina.

     E' la stessa Evelina a descrivere sul proprio diario un incontro col Pierantoni, dove accenna all'età di lui: "Credo che sia il mio destino, amare uomini giovani. Forse le donne sanno ben nascondere il proprio atto di nascita. Beppe crede che io sia sui 32...".
     Pierantoni, infatti, ha dieci anni meno di lei ed è un ribelle, viene da un'infanzia problematica e si ritrova ben presto a fare da impiegato per le Ferrovie dello Stato: grande amante dell'arte e creativo incompreso, abbandona il posto impiegatizio per campare di espedienti. Prima intraprende un poco successoso cammino politico, poi si dice certo che la sua vera vocazione sia la pittura. Con tali premesse la Contessa non può che esserne affascinata. Scrive, il giorno del loro incontro, sul solito diario: "Mio Dio, ci ricasco!".
     Due giorni dopo, lui si presenta a casa sua, in Via Sistina: non porta né fiori né omaggi, eccetto la sua irruente giovinezza. La casa, finemente arredata, lo lascia ipnotizzato: subito si accomoda in poltrona, fra pizzi e trine, imbambolato. La Contessa cucina per lui e si affaccenda per farlo felice. Lui mangia e condanna la società che lo rigetta e non capisce le sue qualità, odia i famosi pittori che gli occupano la scena e lo mettono da parte, riservandogli solo miserie e delusioni. La Contessa è sensibile alle parole del giovane, si sente investita dal suo animo tumultuoso.
     Passa con lui svariate notti.
     Il vento gira ancora. Ora Sommaruga sollecita il romanzo e lei risponde tranquilla che lo finirà in un baleno. Ricomincia a frequentare i salotti, porta con sé il nuovo compagno e scrive con rinnovamento, come un fiume in piena. I viaggi non sono più indispensabili a trovare l'ispirazione, la scrittura sgorga dalla penna della Contessa con una foga insperata.
     Una storia d'amore perfetta, se non fosse per quelle smanie artistiche che perseguitano il Pierantoni. Basta uno dei primi litigi e l'uomo sfodera la sua vera natura: accusa Lara di essere una vecchia (le spiattella sul naso la sua età senza ritegno), di reputarla una mediocre scrittrice e semplicemente una che "ha avuto fortuna nella vita e ha usato il poco che aveva per diventare famosa". Vuole denaro da lei, sempre più spesso: dalle prime richieste timide e garbate passa a vere e proprie estorsioni, pretese folli, perentorie. E la colpa? E' di Lara, con quel suo giro di eventi mondani e amici influenti, che lo spinge a vivere giornate dove non esiste notte, dove non è mai ora di riposare e lavorare. Colpa sua se lui, affaticato, non riesce a dipingere come vorrebbe. Pierantoni è triviale, la insulta con epiteti volgari, rende la sua vita un turbolento calvario, condito dalle peggiori offese.
     Gli amici si stupiscono di fronte a Lara, così vessata dal compagno e così incapace di lasciarlo: che sia troppo innamorata per allontanarlo da sé?
     No, la verità è un'altra. La verità è che, dentro di lei, Evelina scalcia e sgomita per non restare di nuovo sola e si fa andare bene anche quel fallito, prodigo e insolente che ha portato a casa. Non vuole che girino voci sul suo conto e non vuole pronunciarsi pentita della sua scelta: cerca di giustificare con tutti il "povero Beppe", dipingendolo come un reietto e un incompreso.
     Evelina, ora, piega il capo con facilità: procura denaro al suo amato e lo avalla in ogni decisione. Tutto perché stia calmo. Tutto perché stia con lei.

     Mentre tra i due amanti la situazione peggiora di giorno in giorno, alcuni amici della Contessa si offrono per "toglierle di mezzo quell'importuno". Lei si oppone con tutta se stessa e accusa gli amici di essere troppo severi con lui: certo, se furibondo Beppe diventa un uomo spaventoso, ma a detta sua ha un grande cuore.
     La scrittura risente dello stato d'animo di Evelina e il sonno si dilegua: ricorre alle cure di un medico che la esorta a cambiare aria per un po'. Decisa a ritemprarsi, la Contessa parte per una breve permanenza a Santa Margherita Ligure, scortata dal suo fidato amico ed editore Angelo Sommaruga. Lui stesso le suggerisce di ritemprarsi e non preoccuparsi per il Pierantoni: gli amici gli spiegheranno i motivi della sua partenza e lo tranquillizzeranno. Proprio sul vagone che la porta al mare, viene avvicinata dal tenente di vascello Ferruccio Battali, diretto a La Spezia. Questa volta il destino l'ha spinta a bordo del treno giusto, perché Ferruccio è un uomo galante e straordinario, di finissima cultura. Parlano a lungo di amore, letteratura, viaggi: Ferruccio è stanco di girare l'Italia e vorrebbe una donna che l'aspetta a casa. Evelina ha già un uomo a casa, ma ora vorrebbe che quell'uomo divenisse Ferruccio.
     "Esprima un desiderio", le dice lui.
     "Che questo viaggio non finisca mai", dichiara lei.
     Per questo decide di non scendere affatto a Santa Margherita Ligure: prolunga il viaggio fino a La Spezia, decisa a non perdere Ferruccio. Scrive subito diverse lettere dove parla sentimentalmente del "suo Ferruccio", dove afferma di "aver sentito una risata gioconda dentro di sé, dopo tante brume e amarezze".
     Inizia un sogno dove, all'arrivo a La Spezia, un giovane e spavaldo tenente di vascello scorta una dama elegante col viso velato fino all'albergo, disbrigando le faccende per lei: bagaglio, carrozza e sistemazione. Giunti alla pensione, il Bettali dirà: "La signora vuole vedere la camera, ha bisogno di quiete e molta aria". Ed è Evelina, la sognante e frivola Evelina, ad annotare sul suo diario, in quei giorni: "Siamo come due ragazzini, lui si sveglia ogni giorno dicendo Viva la vita!". Un delirio d'amore dove Bettali passa il tempo all'arsenale, divorato dal desiderio di correre fra le braccia della Contessa, dove i giorni e le notti assumono i contorni di un romanzo scaturito dalla penna della famosa Contessa Lara.
     Giorni dopo, causa l'arrivo di un urgente fonogramma per il Bettali, due figurine rapite l'uno dallo sguardo dell'altra, si abbracciano amorevolmente sulla banchina, giurandosi di aspettarsi e di ricongiungersi.
     E' l'epilogo di un grande, rapido amore. Evelina torna alla pensione, paga il conto e va tristemente sola a Santa Margherita Ligure.

     A Santa Margherita, la corrispondenza per Evelina è giunta copiosa. Beppe le ha scritto quattro lettere intimandole di tornare a casa. Evelina le mette da parte risoluta e prende in mano la penna: "Caro Ferruccio...".
     Soltanto lettere per lui, settimana dopo settimana: qualche passeggiata dietro consiglio medico, solitamente fino a una panchina (che Evelina non mancherà dal descrivere in una delle lettere per Ferruccio), poi un solitario a carte, un pasto frugale, qualche istante in riva al mare. L'albergo è pieno di pace, conta solo turisti inglesi e nessuno che si interessi a parlare con lei, con la malinconica scrittrice che imbuca una lettera al giorno. E questo, alla Contessa, pesa.
     Ancora una volta, sebbene reduce da un incontro così fortunato, si vede a fare i conti con la sua esistenza da sola. Anche la costa, col passare delle stagioni, si è svuotata: è divenuto un noioso luogo di mare dove, oltre a imbucare missive, non c'è alcun genere di attrattiva. La Contessa rimpiange la routine romana, ma ripensa con repulsione a Beppe. Lui le scrive di aspettarla ancora, di non averla raggiunta solo perché alcuni amici gliel'hanno impedito, senza contare che come sempre è al verde. Con lui è decisamente finita, ma la vita nella città di mare si era fatta troppo monotona per la scrittrice. Riparte in incognito, decisa a non far sapere al vecchio amante del suo ritorno e riparare a casa di amici, in segreto.
     E invece a Roma, in stazione, se lo trova davanti. Decisa a respingerlo una volta per tutte, gli dice di avere un appuntamento e rimanda il loro incontro a un altro momento: da brava scrittrice romanza la realtà, inventa d'essere molto malata e non avere altra scelta.
     Pierantoni non vuole perdere la sua gallina dalle uova d'oro e la rivuole a ogni costo: inizia a pedinarla, cerca nuovi incontri ricorrendo a sotterfugi. Ha sedato i toni, ma ha una luce minacciosa negli occhi; inoltre sospetta un altro uomo nella vita della donna e non la crede malata come dice.
     Evelina fatica a sottrarsi a quell'assedio, si sente colpevole, decide addirittura di prestargli altri soldi sapendo che non le saranno mai restituiti.
     Con l'autunno, Pierantoni sparisce dalla circolazione ed Evelina è libera di corrispondere con Ferruccio e affidare a lui tutte le sue speranze. Non le interessano le sorti del vecchio amante, vuole pensare a se stessa e al futuro. Non sa che lui, quel pittore ferito, ha macchinato affinché la cameriera Luisa Medici scucia qualche dettaglio: in un'occasione la blocca per strada, le toglie di mano alcune lettere che la giovane s'accingeva a spedire.
     Il dramma precipita: ora Beppe ha la prova del tradimento. Affronta la poetessa, la prende a male parole e lei, aperto uno stipetto, estrae una calibro sei e gli ordina di uscire immediatamente. Quando si avventa su di lei per disarmarla, un proiettile parte dall'arma e colpisce Evelina al ventre. Questo dirà Pierantoni al processo. Questa non è la verità.

     "Un clamoroso litigio, uno sparo, un urlo di donna", diranno i vicini al processo. Poi un altro colpo.
     Quando il dottor Parboni arriva sul luogo del delitto chiamato da Luisa Medici, trova Evelina in un bagno di sangue, le mani sul ventre: "Assassino, l'ha fatto per interesse...", ha il tempo di rantolare lei.
     Dall'altra parte della stanza, Pierantoni giace a terra: s'è tirato un colpo all'ascella sinistra.
     Alcuni presenti giurano di aver sentito Evelina dire, un attimo prima della morte: "Muoio come il povero Bennati ha fatto per me...".
     Prima ancora dell'arrivo della lettiga, Evelina, di soli 47 anni, è morta: il colpo le ha perforato l'intestino in più punti. Viene stesa sul letto intatto.
     Pierantoni, portato in ospedale e medicato, piange e si lamenta senza suscitare la sperata compassione.
     Prima ancora del funerale, le "donne forti" della letteratura hanno omaggiato il ricordo di Evelina: Matilde Serao su Il Mattino, Olga Ossani Lodi sul Don Chisciotte, Rastignac sulla Tribuna.
     Mentre la stampa la commemora e i telegrammi affollano le redazioni dei giornali, un uomo che non la vede da 26 anni chiede di essere ammesso per primo a vedere il cadavere: è Francesco Mancini, suo primo marito, che esce dalla sala con gli occhi rossi e si ripresenta affranto al funerale. Arriva anche Cesareo, anche lui in lacrime.
     In molti la piangono, anche chi si è trovato a odiarla in passato. La Contessa, Evelina, è in prima pagina con le sue poesie, con la sua anima generosa e la sua cultura vastissima.
     Frattanto, Pierantoni è dipinto sempre più come un leone e un aguzzino, massacrato dalla stampa, definito un omicida senza scrupoli.
     Nel novembre del 1897, alla corte d'Assise di Roma ha luogo un processo di grande interesse pubblico: l'aula tracima, in molti gridano giustizia per la poetessa innamorata. La difesa di Pierantoni cerca in più modi di sottolineare gli aspetti meno qualificanti della defunta: una donna con molti amanti, promiscua, addirittura dotata di una pistola da borsetta. L'imputato cerca a lungo di schermarsi dietro l'immagine del "ragazzo sprovveduto", raccogliendo l'ostilità del pubblico ministero. "Ha raggiunto da un pezzo l'età della ragione", è il suo commento. E poi quella pistola, era davvero di Evelina? In molti pensano che se la fosse procurata l'amante per addossarle la colpa del misfatto, non sussiste prova che la calibro sei si trovasse nello stipetto. Senza contare che chi conosceva Evelina sapeva della sua avversione per le armi. Ben presto in aula venne dimostrato che il Pierantoni aveva premeditato il delitto e si era comprato l'arma. Il suo tentativo di suicidio viene successivamente letto come l'inutile tentativo di attenuare la sua colpevolezza.
     Il 10 novembre 1897, nell'apprensione generale, viene letto il verdetto del Pierantoni: 11 anni e 8 mesi di reclusione, gli viene riconosciuta l'attenuante della provocazione secondo la quale la condotta di Evelina l'aveva istigato a compiere il delitto.
     Mentre una rumorosa folla alle sue spalle urla "A morte!", il sipario cala lentamente sulla tristissima storia della Contessa Lara, Evelina Cattermole. Poetessa, scrittrice, giornalista, amante dell'arte. Uccisa da ciò che più l'aveva schiacciata e compromessa nella vita: quel bisogno irrefrenabile di avere un uomo accanto, un uomo a casa. Il terrore di perdere l'amore e l'ansia di scriverlo per tutta la vita.






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