La paura volò sul nido

a cura di Maria Silvia Avanzato



     Giuseppe Ricciardi, Franca Pappalardo e Caterina Fort

     Una possessione folle fu ciò che venne a galla, una volta fatto cadere quel castello di bugie e terrore al quale l'Italia non era preparata.


  
     Lui: Giuseppe "Pippo" Ricciardi è un uomo emaciato, alto, con due ordinati baffetti e capelli impomatati. Non è particolarmente colto, né brillante. Piuttosto, sembra rude nei modi e impacciato negli affari.
     Siamo a Milano, nel 1946, immediato dopoguerra. Ricciardi lascia la sua Catania natale e raggiunge il nord con l’intento di far fortuna vendendo la stoffa: molti suoi conterranei si sono affermati come commercianti e intende imitarli. Lontano da casa e titolare di un’azienda dai profitti insoddisfacenti, trova spesso consolazione fra braccia di donna. Dimenticando la sua, di donna: quella devota moglie che ha lasciato in Sicilia.

     Lei: Franca Pappalardo ha tre figlioletti. Giovannino, Giuseppina e Antonuccio. E’ una donna semplice e leale, legata alla famiglia e non particolarmente attraente. Vive da tempo nella consapevolezza che il marito sia lontano da casa per affari, ha imparato ad accettare questa condizione anche se in netto contrasto con la sua concezione di nido. Vorrebbe Pippo presente per svolgere il suo ruolo di moglie, al suo fianco. Sarebbe disposta a lasciare la Sicilia e adattarsi alla città lombarda, pur di riavere suo marito. Ma è inutile negare che Milano non le piaccia. Ha tentato in una precedente occasione di trasferirsi da Pippo per un breve periodo, ma il clima del nord non fa per lei: è abituata al sole, alla mitezza degli inverni, a un cielo luminoso e incorrotto dal grigio dei fumi di scarico. Quella volta, Franca è tornata a casa, nella sua isola rigogliosa, pur rivolgendo ogni suo pensiero al marito: Pippo è l’uomo che ama anche se i Pappalardo hanno per lui una lieve avversione. Il fratello di Franca sa di per certo che Pippo ha più volte maltrattato la moglie, ma quest’ultima non sembra disposta a ribellarsi o puntare il dito. Insorgere significherebbe voltare le spalle a quel solido e unitario concetto di famiglia che difende da sempre. In una donna dai principi così saldi, la notizia di un tradimento può essere l’ingresso in un tunnel senza fine. Perché, proprio nel 1946, alcune voci maligne arrivano a Catania, insinuando la presenza di più donne accanto a Ricciardi, donne della nuova vita milanese.
     Franca non vuole arrendersi all’idea che Pippo sia infedele. Decide di ripartire alla volta di Milano portando con sé i figli. Vuole stabilirsi in via San Gregorio col marito e assolvere ai suoi compiti di moglie, rendere ufficiale la sua presenza in città, far comprendere alle avventurette di Pippo che devono farsi da parte. Il suo non è un desiderio punitivo. E’ solo l’esigenza di fare ordine e rimettere a posto i tasselli di un mosaico che Franca ha sempre e ostinatamente voluto vedere in un senso solo: la famiglia, la fedeltà, il rispetto. Nient’altro.

     Siamo a Milano, in via San Gregorio, nel 1946. Proviamo a immaginarla per com’era all’epoca, entriamo nel quartiere come fosse una cartolina e diamo un’occhiata. Dopo la fine della guerra, in molti - specie dal sud - hanno affrontato un lungo viaggio allettati da un’idea di prosperità e successo. La grande metropoli affascina, sulle prime, seppur rivelando un secondo volto, una volta arrivati. Sono tempi duri e c’è carenza di ogni cosa, così si presenta la nostra via San Gregorio nel 1946. Anni prima, quella stessa via e l’intero quartiere di Porta Venezia avevano conosciuto un fiorente traffico commerciale, specie per via degli ebrei che si erano radunati qui da tutta Italia, onde sfuggire alle persecuzioni tedesche. Essi avevano dato sfoggio delle loro capacità negli affari e reso il quartiere una piccola Mecca per chi volesse vendere o comprare.
     Poi? La guerra. Il quartiere si è svuotato di colpo. Così fino al 1945-46, quando l’esodo dal meridione ha reso nuovamente il quartiere caotico e febbricitante di scambi.
     Difficile trovare la stoffa, in quei tempi. Ecco dunque i commercianti del sud prendere possesso dei magazzini sfitti e i negozi cadenti, impiantando piccole aziende tessili. Molti di loro sono giunti a Milano con la famiglia, non di rado con numerosi figli, che sono stati alloggiati nei dintorni degli esercizi commerciali, con spirito di sacrificio, spesso assiepati in locali insufficienti. Tuttavia, ciò che può essere un angolo di città viva e laboriosa non è immune dai traffici malavitosi. Ben presto la Borsa Nera mette radici a Porta Venezia, assieme ai commerci poco chiari, a bande di gente che vive sul provvisorio (citando un testo dell’epoca). Signore con la sigaretta americana fra le labbra e la borsetta a penzoloni, ciondolano per i vicoli, offrendosi ai passanti senza andare troppo per il sottile.
     Lentamente e con fatica, la giustizia sta riassestando l’ordine in quel caotico quartiere di fama torbida. Frattanto ogni emporio rigurgita stoffa di ogni tipo, i camion salvati dalla guerra scaricano continuamente colli di ogni misura. C’è chiasso, a San Gregorio: l’insistenza dei compro e vendo, gli edifici schiacciati, le saracinesche aperte e le insegne dipinte di fresco. Questo si trova davanti agli occhi Franca Pappalardo quando raggiunge il marito. La casa del civico 40 si presenta come un casermone stinto, un operoso alveare a quattro piani con un cortile parzialmente adattato a orto e un gran vocio di abitanti.
     Franca e i figli si sistemano al primo piano. In assenza di riscaldamento e date le rigide temperature milanesi, si abituano a girare per casa col capotto addosso.

     E’ il 30 novembre del 1946, al civico 40 di via San Gregorio. Una delle commesse di Pippo Ricciardi ha ricevuto l’ordine di salire al primo piano e ritirare, presso la signora Franca, le chiavi del magazzino. E’ stata una notte fredda, in pieno stile milanese. Ricciardi è a Prato per lavoro e la commessa ha fretta di svolgere la commissione. Nota da subito che la porta di casa Ricciardi è socchiusa. Esita sulla soglia, chiama la signora Franca, non sa cosa aspettarsi dal buio di quell’appartamento. Si accorge, entrando, che la stanza d’ingresso è gelida come se la porta fosse rimasta aperta tutta la notte. La ragazza chiama ancora e cerca di avanzare nella penombra, finché il suo piede non urta qualcosa, a terra. Si tratta del piccolo Giovannino, il maggiore dei figli del Ricciardi, steso e scomposto in una pozza di sangue: è stato colpito con violenza alla testa, la materia cerebrale è fuoriuscita. La madre è accanto a lui, stesa in senso contrario rispetto al figlio. Ha una scarpa sola, la pelliccia e la sottana rialzate. Anche Franca ha la testa fracassata e un pugno di stracci infilati in bocca.
     La ragazza, sconvolta, esce dall’appartamento urlando. Ha visto solo una parte dello scempio, il resto del macabro spettacolo tocca agli inquirenti. In cucina, Giuseppina e il piccolo Antonuccio hanno trovato la stessa sorte della madre. Ognuna delle quattro vittime ha dell’ovatta in bocca. Giuseppina è stesa al suolo come Giovannino. Antonuccio è stato ucciso mentre si trovava sul seggiolone, con una barbaria inaudita.
     Mentre una folla si riunisce davanti al civico 40, la polizia perlustra l’appartamento dell’orrore. Mancano dei gioielli dalla camera da letto, gli astucci sono vuoti, il letto è sottosopra, l’armadio è spalancato. Sul tavolo della cucina c’è ancora un pezzetto di cioccolata con l’impronta dei denti di uno dei bambini. Vengono poi rinvenuti due bicchierini da amaro: su uno c’è un’impronta di labbra truccate. Ogni cassetto è stato rivoltato, ogni pezzo dell’argenteria è stato fatto sparire. Tutto l’appartamento è stato messo a soqquadro, ogni cosa è fuori posto.
     Franca deve aver lottato per difendere la famiglia, lo provano i lunghi capelli neri trovati sotto le sue unghie.
     Allora ci si chiede: è possibile che i ladri siano piombati in casa e abbiano fatto razzia di ogni valore, uccidendo poi i testimoni per non essere scoperti? Perché allora quei due bicchierini sul vassoio d’argento? Farebbero pensare a un incontro fra Franca e qualcuno che conosceva bene, di cui aveva fiducia, che lasciava entrare in casa sua, offrendo addirittura un cordiale.
     E poi, c’è un particolare ancora più inquietante a distruggere questa tesi. Un ladro noto alla famiglia Ricciardi avrebbe certamente ucciso la madre, Giovannino e Giuseppina, capaci di riconoscerlo e di testimoniare. Ma perché uccidere Antonuccio, sul seggiolone di legno? Non aveva ancora imparato a parlare, non avrebbe potuto accusare nessuno.

     Non appena la polizia si mette sulle tracce del padre di famiglia, un gran numero di informazioni vengono alla luce. Ha 35 anni e ha poca fortuna negli affari: un buon numero di cambiali grava sulla sua testa. Si dice che abbia frequentato più donne, in passato, e che per questo motivo la povera moglie sia venuta a Milano con l’intento di riprendersi il posto che le spettava di diritto. Pare che ultimamente i suoi affari abbiano conosciuto un momento di sollievo per via di una sua commessa, una ragazza con le idee chiare che ha saputo prendere in mano le redini dell’attività con successo. Che ne è stato di questa brillante collaboratrice? E’ stata licenziata dal Ricciardi, a seguito dell’arrivo della moglie. Si è cercata un altro impiego in pasticceria, ma vive ancora in via San Gregorio, poco distante dal civico 40.
     Quando voci di corridoio lasciano intendere alla polizia che la giovane fosse un po’ più di una semplice commessa, gli agenti si preparano a interrogarla. Prelevano la donna a casa sua, la trovano che si cucina due uova al tegamino. Risponde con calma a tutte le domande: si dice estranea ai fatti e non sa dove si trovi Pippo, tuttavia si rende disponibile a seguire gli agenti in centrale per un interrogatorio senza scomporsi. Gli inquirenti ancora non sanno che, questa donna, avrà molto da dire.

     Caterina "Rina" Fort ha 31 anni, è nata a Budoja, in Friuli, e ha una vita d’inferno alle spalle. Il padre è morto in montagna, in un incidente, quando Rina era ancora piccola. Poco tempo dopo la casa famigliare è andata a fuoco e Rina è stata l’unica a salvarsi. Isteroide, ha passato la pubertà a lottare contro malfunzioni ovariche e il suo primo amore, promesso sposo, è morto di tisi prima di poterla condurre all’altare.
     Rimasta sola, Rina si è sposata giovanissima, forse per assestarsi economicamente, con Giuseppe Benedet, un compaesano tornato dalla guerra in Abissinia.
     Benedet, provato dagli eventi e fuori di senno, ha dato segni di instabilità sin dalla prima notte di nozze, legando la giovane moglie al letto dopo averla imbavagliata. E’ riuscita faticosamente a provare la pazzia del marito e ha ottenuto la separazione, quindi è giunta a Milano in cerca di lavoro. Ha trovato un posto come cameriera, ma il titolare non ha perso occasione per importunarla e abusare di lei. E’ scappata di nuovo e ha conosciuto Pippo, quel siciliano un po’ burbero e primitivo nelle maniere ma tuttavia capace di assumere i contorni di un porto sicuro, nella sua fantasia di ragazza sfortunata. Ha scelto di lavorare per lui e non lo credeva sposato. Ben presto, sul lavoro, ha dimostrato di avere più ingegno del titolare, divenendo la salvatrice dell’azienda e suggerendolo negli affari. Infine ha scoperto che Pippo aveva moglie e la cosa non l’ha scossa più di tanto, avvezza com’era a saperlo a spasso per Milano con donne di ogni sorta. La moglie vive in Sicilia e spesso scrive lettere colme d’ansia al marito pregandolo di farla salire al nord con la famiglia. E’ la stessa Caterina a risponderle di suo pugno fingendosi un marito amorevole e deciso a riabbracciare la famiglia in tempi più propizi.
     Quando Franca piomba a Milano, Pippo si vede in difficoltà: abbraccia l’idea di licenziare Rina, colei a cui deve il miglioramento degli affari, per doveri di quieto vivere con Franca. Rina viene messa alla porta senza spiegazioni né liquidazione, sebbene continui a incontrare Pippo per trattare di affari e quest’ultimo si dica stanco di quella provincialina della moglie, sempre a casa ad attenderlo. I due si vedono anche il 25 novembre.
     Rina è di statura piccola, ha i lineamenti marcati e una bellezza discreta, non esasperata, piuttosto controllata come il suo temperamento: risponde con freddezza alle domande e non sembra incline agli eccessi. Durante l’interrogatorio e il processo, tuttavia, ci si abituerà ad aspettarsi da lei e reazioni più accese.

     Torniamo a Via San Gregorio, dove un gruppo di agenti sta scortando Rina verso la centrale dopo averla informata dell’accaduto. Passando davanti al civico 40 gli agenti vogliono portarla a vedere la scena del crimine, al primo piano.
     Dapprima Rina si oppone: “Il sangue mi dà il voltastomaco!”, esclama.
     Infine viene fatta salire e, alla vista dei corpi, gira la testa di lato e a mezza voce dice soltanto: “Poverini”.
     Poco dopo è in una stanza con una lampada puntata sul viso: non chiede acqua né una tregua. Affronta l’interrogatorio con compostezza. Passano sedici ore in cui Rina rimbalza ogni domanda, nega con fermezza la sua familiarità al delitto, sembra distaccata, ripete convintamente che ha avuto una relazione col Ricciardi ma non sa dove si trovi.
     A notte alta compare affaticata e priva della determinazione iniziale. Suda copiosamente, è costretta a sfilarsi il cappotto. Poco a poco affiorano sul suo abito delle macchie scure.
     "Cos’è quello? E’ sangue? E’ il sangue delle tue vittime che ti tradisce?", le chiede il funzionario scattando in piedi.
     Rina nega con ostinazione e dice di non aver ucciso nessuno.
     Quando le mostrano la ciocca di capelli rinvenuta sotto le unghie di Franca Pappalardo ha un attimo di confusione: tace tremante. Non può negare che i capelli siano suoi. Così inizia a vacillare e smette di rispondere alle domande, limitandosi a cenni della testa. Poco alla volta la confessione esce dalle sue labbra con voce roca e disumana che lascia i funzionari sconcertati. Ha ucciso lei Franca Pappalardo e anche Giovannino. Ha tappato le bocche delle vittime con l’ovatta perché non urlassero. Non ha ucciso i più piccoli. Non ha usato la spranga. Rina è troppo confusa per dare un’unica versione. E infatti ne darà molte e tutte differenti.

     Dopo un estenuante interrogatorio viene comunicato a Rina che il Ricciardi è giunto in città e che verranno messi a confronto.
     Pippo è arrivato a Milano dopo alcune peripezie: l’automobile gli ha dato delle noie e, sotto casa, ha trovato un gruppo di amici e ha appreso la notizia del massacro. La sua reazione è stata ambigua; se in un primo momento si è scagliato contro un muro e vi ha ripetutamente battuto la testa, un attimo dopo è tornato lucido e ha fatto un nome. Quello di Rina Fort. L’ha accusata senza indugio dell’accaduto e ha minacciato di ucciderla.
     Al momento del suo arrivo Rina sta ripetendo la sua versione dei fatti, negando accesamente di aver ucciso i piccoli Giuseppina e Antonuccio. Pippo arriva fulmineo e, lungo via San Gregorio, urla a squarciagola che vuole vendicare Franca, che ucciderà Rina e la punirà. Poi se la vede innanzi e, spaesato, le va incontro. La abbraccia. Abbraccia l’implacabile sterminatrice della sua famiglia suscitando l’indignazione pubblica. Questo gesto fa scalpore e contribuisce a diffondere la fama di Pippo Ricciardi come uomo amorale e spregevole. Soltanto gli psichiatri, tempo dopo, troveranno una giustificazione a quella spontanea palesazione d’affetto. L’uomo ha perso tutto, rientra dopo un viaggio d’affari trovandosi al cospetto della famiglia massacrata che non ha saputo difendere dalla furia di una pazza omicida. Come tale, quella stessa pazza furiosa diventa per lui l’unico viso famigliare in tanta desolazione. Abbracciandola egli cerca di ricreare un lieve contatto con la realtà abituale, con gli affetti e la routine.
     Resta il fatto che i giornali si nutriranno di questo evento e Pippo Ricciardi non godrà di buona fama, da questo momento in poi.

     Il processo Fort suscita a lungo un diffuso interesse in ambiente giuridico per la grande quantità di ritrattazioni che l’imputata si trova a fare. Le dichiarazioni di Rina Fort cambiano i connotati all’intera vicenda in più di un’occasione. La versione che rilascia a seguito dell’interrogatorio risulta più o meno la seguente. Il Ricciardi naviga in pessime acque economiche e ha ideato un piano per togliersi d’impiccio. Si tratta di inscenare un furto. Fingendosi derubato, i creditori che lo assillano da tempo gli concederanno una tregua. Incarica quindi un amico di attuare il piano spacciandosi per un ladro: Carmelo, anch’esso siciliano, accetta la proposta di recitare la parte dello scassinatore. La sera del 29 novembre Rina si incontra con Carmelo col quale deve discutere di affari per conto del Ricciardi. Le viene offerta dal sedicente ladro una sigaretta di gusto molto forte, forse oppiacea. Stordita e in balia di una sorta di dormiveglia, Rina segue Carmelo fino a casa Ricciardi senza chiedere spiegazioni. Nel pomeriggio ha avvisato la signora Franca di una visita per conto del Ricciardi. Una volta a casa, Rina rimane sola davanti alla porta mentre la padrona di casa le apre e l’accoglieva con cordialità, nonostante sia al corrente della sua tresca col marito. A quel punto Carmelo, rimasto alle spalle di Rina e nascosto dall’ombra, le assesta un pugno in testa. Rina, frastornata dal colpo, si ritrova la sbarra fra le mani senza nemmeno sapere come. Si sente eccitata mentre la signora Franca alza le mani in segno di difesa: quel gesto è repentino tanto che Rina lo scambia per un tentativo di aggressione e vibra un colpo in direzione della padrona di casa. Secondo questa prima versione, Rina si è soltanto difesa. Dopodiché non ricorda nulla, ma la polizia ha un nuovo obiettivo: trovare Carmelo.
     Le ricerche del fantomatico Carmelo (del quale Rina non ricorda che il nome) tengono a lungo impegnate le forze dell’ordine. Infine un uomo di nome Giuseppe Zappulla venne incarcerato assieme a Pippo Ricciardi. Zappulla viene identificato come Carmelo, poiché non dispone di alibi. Gli viene attribuito il furto dei gioielli, mai trovati.
     Solo nel 1948 viene dato ordine di scarcerazione. Zappulla esce dal carcere assai provato, come invecchiato di vent’anni. Emerge una nuova, atroce verità: Rina Fort non ha riconosciuto il Zappulla durante il confronto all’americana, l’uomo è stato vittima di un errore giudiziario.
     Zappulla rientra a casa e si scopre malato di cancro, in breve tempo si spegne. Prima di morire manda a chiamare i legali e scongiura i presenti di dire a tutti che non è il Carmelo del caso Fort, che è innocente, che non ha partecipato né rubato o ucciso nessuno. All’odierna visione dei fatti, Zappulla era realmente un innocente, ingiustamente punito e reso privo della propria dignità attraverso un’immeritata reclusione. E in questo modo le vittime di Rina Fort (all’epoca ribattezzata "la belva di Via San Gregorio") salgono a sei: Franca Pappalardo e i tre figlioli, più un quarto che si scoprirà attendeva in grembo. Infine Giuseppe Zappulla, rovinato da un’indicazione fuorviante frutto dell’immaginazione della Fort.

     In sede di processo, in un’aula gremita di pubblico e riecheggiante del grido "A morte la belva", Rina si avvale di una nuova versione dei fatti. Afferma di aver incontrato Carmelo la sera del delitto e, dopo aver fumato la famosa sigaretta di gusto marcato, incrocia per strada un tale di nome Giacomo Teghini che riconosce e saluta entrambi. Quindi i due proseguono per via San Gregorio dove Carmelo ha appuntamento con la Pappalardo.
     "Ci sono anch’io, signora", avvisa Rina, sulla porta.
     Franca Pappalardo riceve i due visitatori tenendo il piccolo Antonuccio fra le braccia: allorché Carmelo spintona la donna e strappa il bambino dalle sue braccia lasciandolo poi sul seggiolone. A questo punto entra in casa un terzo uomo, sconosciuto. Spinge Rina da un lato dopo averle dato un pugno in testa mentre Franca Pappalardo, spaventata, la prende per i capelli. Dunque, l’imputata si trova un arnese di ferro in mano e colpisce alla cieca cercando di difendersi. Dopo aver perso i sensi ed essersi riavuta, si trova improvvisamente di fronte a Carmelo con un bicchiere di limonata in mano.
     "Carmelo", dice la Pappalardo, ancora agonizzante, a terra, "assassino, è per questo che ieri sei venuto al negozio!".
     Carmelo la finisce sferrando colpi. Rina ricorda che, sulla scena, non c’erano bambini. Il terzo uomo torna con un bicchiere di cordiale in mano, glielo fa bere e lei ha l’impressione di udire un pianto di bambino da qualche parte, nella casa.
     Infreddolita, Rina riceve un soprabito da uno dei due uomini e barcolla fino alla cantina dove si rifugia per un po’ (la porta è poi risultata chiusa a chiave, era quindi impossibile che vi si fosse recata).
     Il tutto è in piena contraddizione con quanto affermato nelle precedenti ricostruzioni dei fatti. Non si spiega, ad esempio, l’iniziale ammissione di aver ucciso Giovannino con la nuova versione di non aver visto bambini in casa. A maggior ragione perché Rina, dopo l’interrogatorio, ha presentato dei graffi lungo le cosce? In un primo tempo li motivò dicendo che, mentre si accapigliava con la Pappalardo, era stato proprio Giovannino ad affrontarla, avventandosi su di lei e cercando di graffiarla.
     "I graffi? Me li sono procurata in negozio giorni prima", assicura ora lei.
     Rina nega in modo sistematico le sue iniziali dichiarazioni. Compresi i particolari più agghiaccianti, come l’ammissione di aver colpito Giovannino alla testa poiché cercava di proteggere la madre. O peggio l’aver calzato scarpe del Ricciardi per infierire sul corpo della moglie, calpestandola. Anche questa volta, "la belva" ha digrignato le fauci per raccontare una versione fantasiosa, piena di menzogne. Per negare d’essere la donna raccapricciante che è.

     Ma allora cosa è accaduto quel giorno in via San Gregorio? Ancora una volta, questo racconto sarà esposto da Rina Fort al termine di un processo lungo e denso di colpi di scena. Processo nel corso del quale lo stesso Giacomo Teghini, passante che la Fort sostiene di aver incontrato la notte dell’omicidio, sarà chiamato a testimoniare e confermerà di aver visto Rina completamente sola. Questa volta, la figura attenuante di Carmelo non viene chiamata in causa. Men che meno quel terzo uomo senza identità. Solo Rina e la sua pazzia distruttiva, l’accecante gelosia, il compimento di un piano atroce o forse solo la cronaca sconvolgente di un raptus incontrollato.
     "Quella sera vagavo senza meta quando, all’altezza di via Tenca, automaticamente voltai a destra ed entrai nello stabile numero 40 di via San Gregorio, attraversai l’interno dell’andito, salii al primo piano e bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora chiese chi fosse, poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio. Mi introdusse in cucina facendomi sedere, mentre gli altri due bambini giocavano fra loro. Appena seduta avvertii un lieve malessere, tanto che la signora Pappalardo mi diede un bicchiere con acqua e limone. Quindi, ella volle chiarire la stranezza della mia visita: 'Cara signora' disse, 'lei si deve metter l’animo in pace e non portarmi via Pippo, che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire, perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per mandarla al suo paese'. Preciso che prima di porgermi il bicchiere la signora depose il bambino sul seggiolone e dopo aver parlato mi portò dalla cucina una bottiglia di liquore allo scopo di offrirmi da bere. Quindi ritornò nella camera da pranzo per prendere un cavatappi, non avendolo trovato in cucina. A questo punto, mentre la Pappalardo era nella stanza da pranzo, ruppi il collo della bottiglia di liquore e ne versai in abbondanza. Accecata dalla gelosia dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro.  Giunta nell’anticamera l’incontrai mentre tentava di venire in cucina. Alla mia vista essa si spaventò, indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuai a colpire. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciata in difesa di lei afferrandomi le gambe. Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo. Preciso di aver abbattuto prima Giovannino; poi entrata in cucina colpii la Pinuccia e Antoniuccio seduto sul seggiolone, infersi un solo colpo in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi facendolo stramazzare al suolo esanime con la testa presso la porta della cucina. La Pinuccia colpita in cucina era caduta riversa accanto al tavolo. Terrorizzata dal macabro spettacolo, scesi le scale e mi portai davanti alla porta del retrostante negozio, subito a destra della scala. Dall’interno il cane abbaiava rabbiosamente. Avrei voluto tornare sul luogo dell’eccidio, ma sbagliai strada e mi ritrovai sui gradini che portano alla cantina. Rimasi seduta sul primo gradino pochi attimi per riprendere fiato, poi risalii le scale dell’appartamento nel quale le luci erano accese come le avevo lasciate. La signora Pappalardo e i suoi tre figli non avevano esalato l’ultimo respiro. Entrai nella camera da letto, mi tolsi le scarpe e ne calzai un paio del Ricciardi, quelle dalle sette suole. Sulle spalle, sopra il cappotto, mi gettai una giacca, poi aprii diversi cassetti asportando una somma imprecisata di denaro e alcuni gioielli d’oro. Misi a soqquadro la casa intera, non so a quale scopo. Non era ancora morto nessuno: il piccolo respirava, la signora si dimenava, la Pinuccia rantolava. La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: 'Disgraziata! Disgraziata! Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene'. Poi soggiunse: 'Ti raccomando i bambini, i bambini…'. Mi chiese aiuto la signora, mentre continuava a dimenarsi. Singhiozzava e si mise bocconi. Mi diressi verso la camera da letto e passai su di lei con tutto il peso del mio corpo. Essa non parlava più, ma respirava ancora. Senza rendermi conto di ciò che facevo rovesciai sul viso delle vittime un liquido, e prima di allontanarmi definitivamente ficcai in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Rimisi quindi le scarpe nel comodino e la giacca al posto in cui l’avevo trovata. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente a lavoro…".
     Questa è dunque la verità finale di Rina Fort. Il ritratto aberrante e disgustoso di una donna che ha mangiato grissini e uova fritte dopo aver massacrato una madre e i suoi quattro figli, di cui uno in arrivo. Racconto che combacia perfettamente con le testimonianze di alcuni conoscenti. In un’occasione, le commesse avevano addirittura udito Rina scacciare la Pappalardo dal negozio, dicendo che faceva meglio a portare altrove quei suoi figli o li avrebbe ammazzati.
     E dopo le minacce? Raccontava barzellette scurrili dal macellaio, rideva, aveva un’aria sollevata. In altri casi Rina sosteneva che un giorno Pippo avrebbe letto sul giornale che "una friulana aveva ucciso una siciliana". Per non parlare delle foto di Ricciardi con la moglie, che era solita strappare a metà.
     Rina soffre, nel suo intimo incomprensibile per quanto bestiale. Soffre dal giorno in cui le sue disfunzioni ovariche sono divenute la prova della sua sterilità: la completa incapacità di avere figli suoi e la condanna ad amare un uomo che ne ha ben quattro da un’altra donna. Rina ha sopportato. Ha sopportato la presenza di quella moglie che, in prima battuta, Pippo aveva omesso dai racconti. L’ha fatto soltanto perché la sapeva lontana da Milano e vedeva Pippo accanto a sé ogni giorno, a darle rilevanza nelle decisioni importanti e a riconfermarsi ogni giorno l’unico uomo certo della sua vita. Poi, la moglie è arrivata in città. Si è ripresa il suo uomo, l’ha fatto tornare a casa, ha creato attorno a lui l’accoglienza calda e vivace di un nido, una famiglia. Lo stesso Pippo, debole e insicuro, ha accettato la nuova condizione e ha estromesso Rina dagli affari come fosse una sconosciuta. Franca non è stata aggressiva, ma ha saputo tirare i fili giusti senza mai affrontarla direttamente. S’è comportata in modo garbato ogni volta che si sono scontrate, con la certezza di aver riportato il marito al tetto, di aver già vinto contro quella ragazzona dalla testa calda. Rina aveva già sbagliato altre volte. Come quando prestava servizio a casa di Varon Vitali come governante, e questi l’aveva licenziata perché "troppo energica con i bambini". Lo stesso Varon che ha procacciato a Pippo grosse cifre, anni dopo, stringendo una frequentazione commerciale con lui e Rina: uno strano triangolo che aveva il gusto d’un baratto.
     Rina ritratta all’ultimo la sua versione e torna a sostenere di non aver ucciso i bambini più piccoli. Gli psichiatri non esistano a dire che la giovane tenta di redimersi rimuovendo i fatti. Condannata all’ergastolo presso il manicomio criminale di Aversa, Rina lavora a maglia quasi tutto il giorno e confeziona abitini per bambini. Dice di amare molto i figli delle altre detenute, di essere amata da tutti loro. Sostiene che i bambini siano la cosa più bella del mondo, che abbiano un profumo delicato, di latte e fiori che mette voglia di stringerli al petto.
     Nel 1975 ottiene il perdono dei famigliari delle vittime, sebbene i Pappalardo la preghino di fare il nome di quell’eventuale secondo uomo, quel Carmelo che avrebbe preso parte al delitto: i parenti di Franca sono convinti che esista davvero e che abbia partecipato alla carneficina. Rina, tuttavia, non risponderà mai al quesito, non svelerà mai a che punto i fatti abbiano ceduto il passo alla sua fantasia distorta. Continuerà a sostenere che non ha toccato i bambini piccoli fino alla morte, avvenuta per infarto nel 1988 dopo aver cambiato nome e città.
     Questa incredibile storia di sangue, segreti e falsità la segue nella tomba, lasciando un’indelebile ferita nella già dissestata Italia del dopoguerra. La storia di Rina Fort, come altre macabre vicende dell’epoca quali ad esempio la vicenda di Leonarda Cianciulli o di Pia Bellentani, sono rimaste come cicatrici nella memoria dei nostri nonni.
     Forse a noi lettori e studiosi dei fatti, oggi, è concesso esprimere un parere sulla vicenda e farci una visione personale dei fatti. Concludo l’articolo con una profonda amarezza, la stessa che ho provato nel reperire materiale fotografico presso gli archivi web della Polizia di Stato o nel leggere stralci dei verbali di processo su testi dell’epoca. Nell’opinione dell’autrice di questo articolo, Rina Fort rimane una pazza sfrenata, un’assassina della peggior sorta. E, per giunta una spietata, impressionante, impenitente bugiarda.






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