Moenchengladbach lacrima sangue

a cura di Matteo Mancini



     Hans Josef Wirtz e Martina Zimmermann

     Una donna dal cuore tanto ardente da non temere di macchiarsi di sangue. Non sempre la passione che muove donne del genere è amore, ma vendetta o denaro, o soltanto follia.


  
     E' la mattina del 27 febbraio del 1984. A Moenchengladbach è decisamente freddo, la bandiera tedesca ondeggia sul tetto del Comune senza mai sgonfiarsi. Un uomo vestito di verde avanza su una strada deserta, costeggiata da conifere e qualche quercia dai rami scheletrici. E' tranquillo, abituato ai gelidi spifferi di tramontana che lo accolgono ogni mattina. Ha un berretto in testa e tiene una scopa in mano. Gli anfibi calpestano il piastrellato alla stessa maniera dei cingoli di un grosso Panzer lanciato verso il campo nemico, mentre il fiato crea corridoi di vapore. Il tipo è di buon umore, perché fischietta il motivo in testa alla hit parade settimanale. Un pezzo di quel Falco che appena due anni prima ha sbaragliato le classifiche di ogni angolo del mondo con il brano Der Kommissar. L’uomo è Karl Mandel, uno dei giardinieri incaricati di ripulire il giardino di rododendri del principale orto botanico di Moenchengladbach, cioè il Buntergarten.
     Come al solito, l’area è violata da rifiuti di vario tipo. Del resto, nella stagione invernale, il luogo è poco frequentato e i cittadini ne approfittano per liberarsi di lattine, giornali e di qualche foglio di carta. Ma il 27 febbraio, tra la sporcizia, c’è dell’altro. Mandel se ne accorge subito, in quanto un sacco nero spicca dal mare di immondizia.
     "Siamo arrivati al colmo", sussurra, iniziando a innervosirsi. "Adesso nemmeno la mondezza vanno più a buttare, ah il progresso...".
     Così afferra il sacco e fa per buttarlo su una carriola, ma il peso lo insospettisce.
     "Ma che c’hanno messo... un morto?", sbuffa.
     Decide di tranciare lo spago che serra la parte superiore del nylon. Un veloce scivolare di un coltello sullo spago e... la faccia allegra cambia d’improvviso espressione. A vederlo sembra di scrutare un essere ipnotizzato da una visione aliena. Una raffica di vento più forte del solito irradia un ululato nell’aria, senza destare Mendel dalla paralisi. Sotto il suo sguardo intimorito e, allo stesso tempo, incredulo c’è un qualcosa che non ha mai visto in vita sua, almeno non in tali condizioni.

     Solo due agenti sono presenti nella centrale operativa della stazione di polizia di Moenchengladbach. La luce dei neon è ancora accesa, perché dalla vetrata che si affaccia sul cortile interno non filtra ancora la luce diurna, complice un cielo plumbeo che non ne vuole sapere di liberare il sole dalla sua prigionia. I due hanno da poco dato il cambio ai colleghi smontanti dal turno notturno. Uno di loro sta sorseggiando un caffè bollente, tenendolo stretto tra le mani per potersi riscaldare; l’altro, invece, è chino sulla cornetta del telefono.
     "Glielo dico ancora una volta, parli con calma", scandisce l’agente.
     Dall’altro capo della cornetta ci deve essere qualcuno che parla in modo confuso, quasi a scatti; l’agente ha difficoltà a capire la natura dell’intervento richiesto, poi però guarda il collega accanto e si lascia fuggire una smorfia di disappunto.
     "Adesso ho capito, stia calmo. Le mandiamo subito una pattuglia, prima però mi fornisca nome e recapito telefonico. Sì, esatto, mi occorre il suo nome e cognome...".
     "Mi chiamo Karl Mandel e lavoro come giardiniere al Buntergarten. Vi prego venite subito...", risponde l’interlocutore.

     "Cosa pensa possa averlo reciso?", domanda un tizio con un lungo impermeabile beige e un cappello a tesa larga posto sopra a dei capelli un tempo impreziositi da un giallo oro. A pochi metri, accucciato sul manto erboso, un individuo più anziano sta scrutando dentro una busta.
     "Be', di sicuro non con una motosega, perché l’osso presenta varie scalfitture che denotano una serie di colpi assestati in più momenti e non un moto continuo e regolare. E poi, guardi qui", dice allungando l’indice verso una patina bianca posta sopra uno sfondo rosso cupo.
     "Cos’è? Ghiaccio?".
     L’altro annuisce.
     "Questo non è il ghiaccio della notte appena trascorsa, perché il corpo è gelato e la temperatura atmosferica non può essere stata sufficiente a...".
     "Commissario, commissario!", interviene una voce.
     Un giovane di circa vent’anni, con al seguito un collega col volto punteggiato da un lieve rossore all’altezza delle gote, corre verso i due tenendosi con una mano il cappello.
     "Là dietro... oltre la siepe...", boccheggia.
     "Calma, ragazzo. I morti possono attendere, non avere fretta".
     "Scusi, volevo dirle che... oltre la siepe, ci sono decine e decine di barattoli di marmellata, tutti raccolti in sacchetti da freezer!".
     "Be'?".
     "Commissario, non contengono marmellata...".

     Nella sala da pranzo le sedie degli ospiti non sono occupate, né la tavola è apparecchiata. C’è una sola persona. Sta guardando la tv, davanti a un piatto in cui scorre un coltello su una fetta di carne appena scottata. In terra, sulle mattonelle, un cavallino a dondolo sovrasta alcune bambole intervallate da dei modellini di Mercedes e BMW. Al notiziario stanno parlando di un macabro rinvenimento di cadavere. Non sanno ancora chi sia la vittima, perché il corpo è stato depezzato in più parti e rinvenuto con degli strati di ghiaccio che hanno cotto le parti superiori. Si sospetta che l’assassino abbia utilizzato questo stratagemma per rendere più difficoltose le indagini e per far trascorrere del tempo dall’omicidio in modo da ridurre la possibilità di essere identificato. Al monologo del giornalista fa eco un leggero soffio di naso, che da' l’idea di un qualcuno che sta cercando di trattenere le lacrime. Dopo una forchetta porta alla bocca pezzi di cibo e i denti tritano la carne in una poltiglia dall’intenso sapore di sangue.
     "Procederemo agli esami autoptici, quanto meno per cercare di capire il sesso della vittima", riferisce il Procuratore.
     "Deduciamo che non è stata ritrovata la testa?", lo incalza il giornalista.
     L’uomo di legge si volta alle spalle, quasi a voler fuggire dall’occhio indiscreto della telecamera.
     "Be', la testa era... guardate, devo andare. Quanto ho detto è più che sufficiente per i vostri giornali. Scusate, scusate tanto...".
     Il sospiro, appena incrinato da un pianto sul punto di scoppiare, torna a farla da padrona rendendo mute le frasi di stupore di chi commenta la chiusura del servizio da Moenchengladbach. Un altro boccone di carne viene inghiottito.

     Nel freddo della sala autoptica il friggere dei neon è l’unico rumore che sibila in una quiete figlia della morte. Due tizi, vestiti con un camice pistacchio, guardano un gruppo di resti adagiati su un tavolo di acciaio inox. Sul freddo grigio scivolano rivoli di sangue che defluiscono dal pianale di appoggio verso il buco di scolo. Di lato, barelle avvolte da lenzuoli attendono di essere liberate dai ospiti destinati alle cure del bisturi del medico.
     "Allora, che mi dite?", inizia il commissario, poggiato sul versante opposto della stanza in modo da non assistere alle operazioni di analisi.
     "Ehi Ralf, dico, ma da quanti anni è che sei in polizia?", domanda uno dei due in tenuta verde.
     "Venticinque stramaledetti anni", risponde il poliziotto.
     "E non ti sei ancora abituato alle autopsie? Guarda che è tutto naturale, sai? Anche te hai dentro quello che vedi qui".
     "Forza, non è il momento di scherzare!", gracchia il commissario. "Ho il procuratore alle costole. Dice che è dai tempi di Fritz Honka che non succede un qualcosa del genere e che sembra di esser ritornati ai tempi dei vari Kurten, Haarmann e Grossmann, tutti casi di più di sessanta anni fa".
     Il tipo vestito di verde si toglie la mascherina bianca che gli copre la bocca, mostrando lineamenti di chi ha visto molti anni passare sotto i suoi occhi.
     "Dice bene il procuratore. Qui siamo alle prese con un necrofilo che si diletta a macellare la carne e a conservarla nel frigo per diversi mesi. Ora non mi chiedere a quando risalga la morte, perché in queste condizioni è impossibile accertarla".
     "Già, immaginavo", sbuffa l’altro, facendo gonfiare le gote e sputando ossigeno come un drago sul punto di vomitare fiamme.
     "Però posso dirti che si tratta di un maschio di età compresa tra i trentacinque e i quarant'anni. Corporatura piuttosto minuta, direi alto non più di un metro e sessanta".
     "Interessante, non c’è altro?".
     "Be', altre piccole considerazioni che scriverò nel referto. Ma c’è una cosa che voglio dirti subito, una cosa mostruosa. Mettiti a sedere, perché non so se sarai pronto a recepirla senza battere ciglio", conclude sfilandosi i guanti e facendo scendere gettiti di acqua fredda sulle mani appiccicose.

     La notte, il momento migliore per liberare la fantasia e lasciarla correre verso lidi proibiti, luoghi malati in cui tutto è lecito e niente vietato. La notte, il regno del proibito, dell’inconfessabile; lo scrigno aperto su oceani di perdizione in cui canta perenne la sirena del peccato. E quella visione continua, lattiginosa, onirica, che impreziosisce le carezze del lenzuolo che scorre sulle cosce e sui glutei, quasi come una mano mai paga della passione.
     Lei serra gli occhi per assaporare le evoluzioni del sonno, per addentrarsi nel ricordo. C’è del vapore tutto intorno, un vapore denso che bacia la pelle nuda, cancellando quasi del tutto lo scenario in cui si svolge l’azione. Su uno specchio appannato si riflette un corpo da dea greca, protetto da una vestaglia blu in tulle trasparente da cui affiorano capezzoli e curve armoniose, rese ancor più seducenti da lenti movimenti di un bacino nel cui centro l’ombelico è preda di occhi colmi di desiderio.
     C’è anche un rumore: un gocciolare d’acqua, persistente, ma al tempo stesso rilassante. Un continuo frusciare che ammalia i sensi, che allontana i freni inibitori e le castrazioni figlie di un moralismo bigotto.
     Nella rilassatezza del momento, uno schioccare di tacchi a spillo risuona sulle mattonelle. Passi cadenzati, ma lenti, soavi. Nel cervello l’estasi inizia ad accecare ogni sensazione, pulsa sangue laddove occorre con una pressione impazzita. Infine, dal grigiore appare una sfera verde che pare fluttuare nell’aria. Galleggia nella nebbia torrida e avanza adagiata su una mano affusolata. E' l’oggetto del peccato, l’antica mela tentatrice che condannò Eva e il suo amante alle sofferenze del Terra. Due giovani amanti espulsi dall’eden per la loro sete di trasgressione.
     L’acqua si agita, sembra tremare, simile a una tempesta che mette in pericolo un galeone spintosi troppo a largo. Una mano si immerge nel bollente oceano che irradia il calore nell’aria. Si posa su un capo bagnato dall’acqua e lo immerge sotto, lentamente. Gli occhi recepiscono forme distorte, disegnate dall’oscillare delle piccole onde nate dalla pressione della sfera verde immersasi laddove la passione vuole. Un rosso, rosso fuoco, pittura i colori della stanza, trasformando il grigio della nebbia in una muraglia purpurea che attinge aria dai polmoni. Una serpe assiste al rituale con i suoi occhi rubino, mentre mani lisce sfiorano il petto, affondano il capo sempre più in basso dove viene a mancare il respiro, dove l’intero corpo scompare dal abbraccio dell’aria. Pare di esser ricaduti nel liquido amniotico da cui tutto ha avuto inizio, quel limbo che evoca ricordi inconsci di sicurezza e di anime candide non ancora macchiate dall’onta del peccato. L’ossigeno viene a mancare del tutto nell’attimo in cui l’estasi tocca vette mai sperate, apici che scollinano oltre la sottile linea che separa l’orgasmo dalla morte. Ancora qualche secondo, ancora un altro e un altro ancora, fino al paradiso dei sensi, fino ai cancelli eretti sui confini della materia.

     Il commissario cammina su e giù nel suo piccolo ufficio. Tiene una mano sotto il mento, con l’altra si sorregge il gomito. Da giorni non sta fermo un secondo, il suo è un continuo peregrinare di stanza in stanza.
     "Potremmo tentare di risalire all’identità della vittima", borbotta, "prendendo le impronte digitali. Alcune dita sono rimaste in buono stato e noi potremmo...".
     "Ralf, ma sarà difficile poterlo identificare in questo modo, perché se la vittima non ha precedenti penali noi non potremmo comunque...".
     "Non me ne frega niente delle probabilità!", urla il commissario, girandosi di scatto verso il collega che lo ha interrotto. L’indice puntato in avanti, quasi in segno di minaccia, le mascelle contratte. "Non dormo più a pensare che bestia batte le strade della nostra città! L’idea che possa fare del male ai miei figli o a mia moglie mi rode lo stomaco. Chiama la scientifica e procedi con la rilevazione delle impronte, se siamo fortunati salterà fuori qualcosa".
     Il collega si alza dalla poltrona ed esce dall’ufficio di gran carriera, scuro in volto. Instaurare un dialogo col Commissario, di questi tempi, è cosa dura. Ralf ha ancora nelle orecchie quanto gli ha rivelato il medico legale e, anche se non ha visto niente, un’immagine gli tortura il cervello come il grido di un gruppo di cuccioli disperati per la morte della mamma. Il demone che irrompe nei sogni tramutandoli in incubi ha le sembianze di una testa umana staccata via dal collo con un colpo di machete e... Il commissario si porta i polpastrelli sugli occhi, vorrebbe cancellare l’orrore ma pensa che solo la cattura del responsabile di simili aberrazioni potrebbe alleviare il senso di disgusto che gli divora lo stomaco.
     Prende dalla scrivania la cornice che impreziosisce la bellezza dei suoi due figli. Harry ha cinque anni, Jorg sette. In mezzo c’è sua moglie; alta, mora, slanciata, con due occhi che gli sono sempre sembrati due finestre aperte sui giardini dell’eden. Una lacrima gli solca le guance, non sa a cosa sia dovuta, forse è l’inconscia consapevolezza di essere un uomo fortunato, un uomo che ha avuto tutto ciò che dalla vita si potrebbe sperare.
     Cerca così di esorcizzare l’ansia, ma lo squillo del telefono lo sottrae dalla fuga.
     E' il procuratore, ne è certo. Il caso del macellaio torna a battere alla porta della felicità, con il suo carico di nefandezze. Il procuratore pretende una soluzione, una soluzione immediata da dare in pasto all’opinione pubblica e placare la paura che potrebbe esplodere da un momento all’altro: la paura del mostro, dell’alienità che mina la convinzione di sicurezza che è spesso decidua droga per gli occhi di chi guarda solo dentro casa propria.
     Il commissario fa correre la mano sulla cornetta e si lascia travolgere dalle direttive del magistrato.

     Fiori profumati, insetti che danzano nell’aria su petali appena sbocciati. Questo è lo spettacolo su cui si affaccia un cielo cristallino, punteggiato solo da qualche nuvola; piccoli batuffoli dalla forma curiosa che paiono distendersi sull’azzurro come un velo bianco su un volto di sposa. E' uno spettacolo semplice, ma allo stesso tempo sognante per chi se ne sta sdraiato sull’erba a contemplare le evoluzioni dettate dalla leggera brezza d’estate. C’è un sorriso di felicità sul volto, si apre poco sotto agli occhi sognanti di una sedicenne. Occhi liquidi, per l’effetto di una fantasia che richiama un futuro colmo di gioie, un futuro dove poter condividere i propri successi con qualcuno che li sappia apprezzare e sappia leggere nel profondo dell’animo di chi li produce. Un sospiro esce da labbra tremanti, è uno spirare innocente che tradisce le emozioni di chi pensa di aver scalato il crinale di una montagna e non crede ancora di esserci riuscito. Lunghi capelli neri si intrecciano con sottili filamenti d’erba, mentre la pelle è accarezzata dai sussurri del vento, un leggero scivolare d’aria che trasporta il cuore verso lidi lontani, coste in cui germogliano gioie e non piovono mai dolori.
     Poi d’improvviso si rompe l’incantesimo. Chi si era presentato come cavaliere non è niente altro che un animale in cerca di sfamare istinti carnali. I colori sgargianti della gonna e della camicetta si squarciano in un nero cupo che avvolge l’anima come una lingua di petrolio sulla superficie di un oceano in tempesta. La brezza spinge forte adesso, a rapire i sogni e a portare con sé un verme che si insinua nel profondo, come un baco seminato nel cuore di una mela. L’innocenza è trafitta da una lancia al curaro che schianta la fantasia e irradia lacrime. Sono gocce di dolore che non sgorgano dagli occhi, ma si ammassano laddove l’osservatore superficiale non potrebbe trovarle; lontane da sguardi indiscreti, celate al di là di una cortina costruita con mattoni che si spera non cedano mai e che imprigionino il mostro nella gabbia. Poi otto lune salutano lo svegliarsi della notte, mentre la nona luna benedice il pianto innocente di chi viene chiamato a portare luce nell’ombra, una luce intensa che potrebbe avere la forza di incendiare la bestia imprigionata nella cella del ricordo, potrebbe... ma non lo fa.

     "Ralf? Ralf?", ripete due volte un agente.
     E' in piedi, con una mano sulla maniglia della porta e l’altra serrata su una busta da lettere. Il commissario da le spalle al nuovo entrato. Se ne sta a scrutare il grigiore in cui si è svegliata Moenchenlagbach. Fuori è una giornata di temporali e lampi, ma non è una novità per la città anche se al commissario pare esserlo, visto che non si schioda dall’osservare le gocce d’acqua battere sul vetro.
     "Che c’è?", sbuffa, senza mostrare il minimo interesse.
     Il collega inghiotte saliva, quasi a voler cacciare il singhiozzo da cui teme di esser disturbato nel riferire il più importate snodo delle indagini e si lascia scappare un’espressione di gaia contentezza.
     "Scusi se non ho bussato, ma oggi è una mattina speciale e...".
     "Va bene, va bene. Non ti preoccupare. Ci sono novità?".
     "Ho qui i risultati della scientifica. Aveva ragione, guardi un po’", dice porgendo al superiore la busta che l’altro afferra senza staccare gli occhi dal collega.
     Strappa via la parte superiore, infine sposta lo sguardo sul contenuto.
     "Hans Josef Wirtz", sussurra. "Nato a... Precedenti penali per frode finanziaria. Nessuna denuncia di scomparsa. Strano, non trova, agente Schneider?".
     "Decisamente, Commissario. Decisamente".
     "Non ci resta che trovare l’ultima residenza della vittima e vedere chi ci aprirà alla porta. Forse potranno rivelarci dei dettagli utili".
     "Comandi", risponde Schneider. "Provvederemo subito".
     "Ah, agente Schneider", lo richiama il commissario.
     "Sì?".
     "Ottimo lavoro. Ottimo lavoro...".

     E' una notte in cui Morfeo tarda ad arrivare. Forse è già passato con il suo pacchetto di sogni e non ha bussato alla porta, né ha avuto la forza di filtrare tra le persiane che separano il piccolo terrazzo dalla camera. Sono state le notizie del telegiornale a fargli male, ma non per i nuovi sviluppi del caso bensì per la loro capacità di far calare il sipario della realtà sul mondo dell’incoscienza che ha imperato per un anno intero. Adesso il senso di solitudine è un macigno che preme sul petto, che sfinisce i nervi. Non c’è più il conforto di quella testa adagiata sul cuscino del grande letto matrimoniale. Conforto che era sempre pronta a dare, nelle ore in cui gli occhi non si lasciavano stordire dalla stanchezza. Un volto cui confidare i propri segreti e le proprie conquiste giornaliere, un volto da stringere forte tra i palmi e infine baciare mischiando labbra calde con labbra fredde non più disposte a proferire frasi oscene.
     "Hans... Hans...", sussurrano le labbra calde. "Perché hai voluto questo, perché? Avresti potuto amarli come faccio io, ma non hai voluto. Perché?".
     Al buio della stanza si sostituiscono immagini che dipingono uno scenario visibile a una sola persona dell’intero creato. Una scena di cui non esiste testimonianza, se non nell’animo di chi l’ha vissuta. Il rumore dell’acqua che scorre sulla porcellana, il vapore che si diffonde nel bagno.
     "Lascia stare quei mocciosi, e vieni qui!", urla una voce maschile. "Ho bisogno di te e tu sai che devi fare".
     Nella vasca c’è un capo chino sul bordo, un corpo immerso nell’acqua. La testa guarda al soffitto, le mani sporgono sul lato.
     "Dai, non resisto più... vieni qui, mia piccola tentatrice, se non vuoi che prenda la cinta e ti mostri come si educano i mocciosi".
     Nel grigiore, poi, prende forma una sagoma azzurra. Sembra quasi un mantello calzato dallo sfuggevole ventre di un fantasma.
     "Ah, sì, mia dolce Eva. Immergimi nel fiume di peccato. Conducimi nel porto dell’estasi", sussurra l’uomo, chiudendo gli occhi.
     Nella nebbia però non c’è la mela dell’inganno, ma un cavo elettrico che si stringe al collo e serra la presa come farebbe il pitone albino che guarda il tutto avvinghiato sul ramo della pianta protesa verso la finestra, filtrando ogni azione con i suoi occhi color rubino.
     L’acqua inizia a scuotersi, frustata da un corpo che si dimena alla stessa maniera di una balena trafitta dall’elica di un peschereccio. La visione si tinge di rosso, mentre il pitone scivola sul piastrellato umido e lascia correre la sua fredda pelle sulla caviglia della padrona. Un tocco rapido, viscido, che offre brividi di onnipotenza e rende liquida la vista. Le vene si gonfiano, l’ossigeno manca al cervello, ma per un bizzarra perversione la paura si tramuta in estasi. Il tabù più grande sta per essere realizzato ed è una sorpresa per chi avrebbe sempre voluto trasmigrare toccando l’apice estremo da cui strappare il frutto dell’orgasmo e portarselo nella tomba.
     L’acqua, pian piano, si placa fino a cessare le sue evoluzioni. Il respiro da affannato diventa calmo, quieto.
     Il pitone, intanto, avanza attratto dall’odore del suo pasto. Sputa la lingua biforcuta, insensibile alla morte, e se ne va a caccia dei criceti imprigionati nella gabbia che svetta nel soggiorno. Così hanno termine quattro lunghi anni di passione, così ha inizio un anno di follie.

     "Non dirmi che non sei incazzato", ruggisce l’autista della volante che corre sui viali deserti di Moenchenlagbach. "Mentre Kreuziger se ne sta a fare le indagini sul campo, noi stiamo a fare il lavoro dei pivelli".
     "Ma non sei mai contento... Meglio questo che fare viabilità al semaforo di Dahlener Strasse", sbuffa l’altro. "Ma quant’è che non vedi Olga, eh?".
     "Lasciala perdere quella, è buona solo a fare chiacchiere... Ti dico la mia: per me, oggi, perdiamo solo tempo".
     "Che ti frega? Ci pagano lo stesso".
     "Pensi solo ai soldi, tu. Per me l’omicidio è connesso al giro delle estorsioni. L’assassino è un disperato che è stato spremuto troppo e alla fine...".
     "Ma che ne sai, te, di omicidi?", lo interrompe il collega. "Piuttosto pensa a guidare con più calma o spaccherai le sospensioni di questo catorcio".
     "Ehi, certe cose io le capisco al volo. Ti ho mai detto che ho dato l’esame per diventare procuratore?".
     "Solo un centinaio di volte", replica l’altro. "Quello che non dici mai è che ti hanno bocciato agli scritti tre volte su tre. Gira qui sulla destra, ecco bravo. Questa è Odenkirchener Strasse e quello è il civico 37".
     Lo stridere delle gomme tortura la quiete mattutina del lungo viale costeggiato da conifere che si distendono verso il cielo cupo. Infine, i fanali posteriori si accendono di rosso e l’auto si arresta a fianco di una palazzina di recente costruzione.
     "Chi credi ci verrà ad aprire?", domanda l’agente seduto sul lato del passeggero.
     "Io ho studiato per fare il procuratore, non per diventare un mago", replica l’altro.
     "Lo credo bene, altrimenti, forse, saresti passato a quegli esami anche se non ci metterei comunque la mano sul fuoco".
     "Che vorresti dire?".
     "Suona il campanello, va’".
     I due tutori dell’ordine non devono attendere molto per veder soddisfare la loro curiosità, perché il portone di ingresso si apre e offre una vista che li rapisce.
     "Buongiorno. A cosa devo questa visita?".
     I due restano bloccati dall’ammaliante taglio degli occhi della dea che si è materializzata al loro cospetto. Due iridi nocciola scuro li osservano. Si muovono lentamente nel frequente aprirsi e chiudersi delle palpebre. Sono esaltate da un ombretto dalla tonalità calda che fa apparire il bianco degli occhi più candido e accende una luminosità che stimola il desiderio degli osservatori.
     Uno dei due agenti si toglie il cappello e lo porta sotto il braccio.
     "Ci scusi, signorina", inizia a dire. "Ci risulta che questo appartamento sia di proprietà di un certo...".
     "Hans Josef Wirtz", lo precede la donna, per esonerare l’agente dall’impiccio di controllare dentro la cartellina blu che porta con sé.
     Il poliziotto annuisce e si sofferma sulle linee semplici e morbide tracciate dal tubino nero che indossa la ragazza. Curve piccanti, perfette, curate con una dedizione che ha quasi del maniacale. A stento riesce a riprendere la parola.
     "Sì, esatto. Lei come si chiama, signorina?".
     "Martina Zimmermann".
     "Bene, signorina Zimmermann. Noi riusciamo a trovare il signor Wirtz, se ci fa entrare le faremo volentieri qualche domanda. Potrebbe esserci di grande aiuto".
     Martina lascia pendere il capo sulle spalle, porta la gamba destra davanti alla sinistra e poggia una mano sul bacino. I folti capelli neri le scivolano sulle clavicole, liberando nell’aria una fragranza di fiore di pesco che stimola istinti assopiti.
     "Vi farei volentieri accomodare in salotto, ma ho la casa in disordine e per me l’ordine è lo specchio dell’anima e non vorrei quindi apparire per quello che non sono".
     "Ma non l’ha visto, signorina?", gli sussurra l’agente, indicando il collega che gli sta qualche metro dietro e che non ha ancora parlato. "Sebbene sia un pretendente procuratore, non vede come è conciato? Ha persino le mostrine della camicia montate alla rovescia, io non credo che si scandalizzi se ci farà entrare, mentre io non mi soffermo certo alla superficie delle cose nel valutare le persone".
     Martina socchiude e riapre gli occhi. Ha labbra piccole, appena baciate da una punta di rossetto rosa.
     "No, vi prego, non insistete a meno che non abbiate un mandato. Mi sentirei spogliata al cospetto di persone che non conosco. Sapete, sono separata da molti anni e ogni tanto vivo dei momenti di angoscia e non vorrei caricarmi di ulteriori disagi. Sì, conosco Wirtz perché mi ha affittato questo appartamento e poi...".
     "Aspetti, aspetti", la invita il poliziotto. "Klaus, prendi il verbale e inizia a scrivere. Prego, vada avanti".
     "E poi se n’è andato, circa un anno fa. Ho dovuto aprire un conto corrente dove versare i canoni d’affitto, perché altrimenti avrei finito con spenderli tutti e non sarei più stata in grado di onorare il mio debito. Voi capite, vero?".
     I due poliziotti si guardano, funestati da una sensazione che solo un agente può avvertire quando si trova al cospetto di qualcosa che non lo convince. Sarebbero ritornati, questo era certo, per ora avrebbero solo raccolto le dichiarazioni spontanee della ragazza e gliele avrebbero fatte sottoscrivere.

     Incubi ricorrenti affollano la mente. Non hanno forme definite, si presentano sotto forma di un’inquietudine che sgomenta l’animo. Nulla a che vedere con gli spruzzi di sangue provocati dalle lame infilzate in cosce e addome, né col profumo acre della carne che cuoce sotto il danzare di una fiamma azzurra. E' il peso della solitudine, un demone che le formule dei manuali di stregoneria racchiusi nella biblioteca non sono riusciti a esorcizzare. A nulla sono serviti i rituali a lume di candele e incenso, Lui non aveva mai risposto alle domande, ma almeno prima di quella decisione estrema poteva vederlo, poteva parlargli, quando l’oppressione serrava la morsa sul cuore. Le occorreva solo aprire lo sportello del frigorifero per sentire un’iniezione di pace scorrerle nelle vene.
     Poi però la paura che loro potessero capire, che potessero scoprire cose che avrebbero potuto traumatizzarli, l’aveva spinta alla decisione estrema. Loro sono tutto per lei e non può permettersi di fallire un’altra volta. Ha già bruciato l’adolescenza per colpa di un patrigno che era tutto fuorché un padre, ha giù visto un marito andarsene con un’altra lasciandola con due bocche da sfamare e quando credeva di aver imboccato la scala della felicità si era dovuta ricredere.
     Aveva cercato di fare di tutto per vincere le leggi della biologia. Era ricorsa al fuoco prima e al ghiaccio poi, pur di impedire il lavoro dei batteri; aveva studiato le pratiche per emulare le folli consuetudini dei Jivaros, gli indios arroccati laddove la giungla chiude le porte alle Ande e dove temerari esploratori vengono decapitati da macheti imbevuti di veleno. Ma aveva fallito, si era dovuta accontentare del ghiaccio e ogni sera riscaldare tra le mammelle quel volto a lei tanto caro.
     "Perché non li hai amati?", gli ripeteva ogni sera, passandogli le sue calde dita tra i capelli bruciati. "Perché mi hai costretto? Io ho bisogno dei tuoi baci, delle tue carezze... Io ti amo!".
     Il pitone albino la guardava ogni notte con i suoi occhi accesi e la lingua blasfema, come un diavolo divertito per la follia che sconvolge la mente umana.
     "Niente e nessuno ti porterà via da me", continuava, sapendo di mentire a se stessa perché niente è per sempre.
     Così aveva infranto anche il più profondo tabù che la mente umana può concepire. Lui era diventato parte di lei e lo era diventato per sempre.
     "E' sufficiente solo una parte di un uomo per raccogliere in se stessi tutta la sua energia e il suo spirito", diceva un passaggio sottolineato in rosso di uno dei tanti libri posti sul comodino e Martina ne era profondamente convinta.
     Per questo aveva acquistato trentanove barattoli di marmellata, la preferita di Hans, e li aveva riempiti con l’oggetto dei suoi desideri, il resto lo aveva fatto proprio senza dividerlo con nessun altro, neppure con loro che sono la cosa più importante della sua vita. Hans era suo e basta!

     "Signorina Zimmermann, apra la porta", bussa un uomo. "Polizia, abbiamo un mandato di perquisizione".
     La quiete torna a imperare, mentre un gruppo di agenti si prepara a fare irruzione. Poi, la porta si apre.
     "Questa è la copia dell’atto", dice il primo agente, facendosi spazio nell’appartamento.
     La pulizia regna sovrana, non c’è niente in disordine se non una gabbia con alcuni criceti e una teca dove un pitone albino sta per ingoiare un topo.
     "Guardate nel frigo!", comanda il Commissario.
     Un poliziotto apre lo sportello e inizia a far scorrere i vari scompartimenti. Dentro non c’è carne di vitello o di maiale, ma serpenti, ragni tropicali e topi, tutti parzialmente surgelati.
     "Sono per la mia guida", si giustifica la padrona di casa, ammiccando al serpente.
     Ma c’è anche dell’altro, un qualcosa che fa scattare l’arresto immediato della donna.
     "Signora Zimmermann, cosa ha fatto?", sussurra il commissario. "Cosa ha fatto?".
     "Io lo amavo... lo amavo!", risponde la giovane, mentre due agenti le chiudono i polsi con le manette.
     "Portatela via!", ordina il Commissario, prima di dirigersi anche lui verso il viale. D’un tratto però si volta. E' la voce di due bambini di nove e undici anni a richiamare la sua attenzione.
     I due si stringono alle gambe dell’arrestata. Stanno piangendo, rendendo difficoltosa la traduzione della stessa all’interno del furgone della polizia.
     "Mamma, non ci lasciare... Non ci lasciare!", piangono, mentre vengono allontanati da un’agente di sesso femminile.
     Tra i poliziotti iniziano a trapelare i primi sorrisi, sono sorrisi di sollievo, perché il caso del macellaio è chiuso e il senso di sicurezza può tornare a cullare la città.
     Il commissario si allontana dalla casa degli orrori, lo fa a piedi con le mani rintanate nelle tasche e il bavero rialzato. Sta pensando a sua moglie, ai suoi figli, e si lascia sfuggire una lacrima che mai avrebbe ostentato al cospetto dei colleghi. Avanza ancora tra le conifere e le querce della Odenkirchener Strasse, finché non scompare nella nebbia, lontano da tutti quei volti festanti, distante dai primi scatti dei fotografi.
     Chissà, forse adesso quel volto avrebbe cessato di tormentarlo, forse non avrebbe più sentito le sue urla nella notte. Forse avrebbe dimenticato e non avrebbe più visto quei lineamenti scorticati dal calore di un forno e quegli occhi spenti di vetro incastonati laddove un tempo dimoravano due iridi nere, due iridi color petrolio, come l’animo di Moenchenlagbach in quell’anno maledetto.

     La prima udienza del processo nei confronti di Martina Zimmermann si celebrò il 9 dicembre del 1985. La donna fu sottoposta a perizia psichiatrica e, sorprendentemente a quanto tutti si aspettassero, fu giudicata capace di intendere e di volere e dotata di un'intelligenza superiore alla media. Il processo si concluse con una sentenza piuttosto mite. La Zimmermann venne riconosciuta colpevole di omicidio, ma le furono concesse diverse attenuanti che limitarono l’entità della pena a otto anni di carcere.
     Dopo aver scontato per intero la condanna, la Zimmermann è uscita dal carcere in libertà condizionata e da quel giorno, di lei, non si è più saputo nulla.






1 Commento:
Gordiano Lupi     05/08/2010
Buono l'uso del dialogo. Efficace la drammatizzazione di un fatto realmente accaduto. C'è uno stile sintetico ma leggibile





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